{"id":559,"date":"2009-11-04T17:06:49","date_gmt":"2009-11-04T17:06:49","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=559"},"modified":"2026-01-07T11:10:39","modified_gmt":"2026-01-07T10:10:39","slug":"un-educatore-professionale-per-minori-in-situazione-di-disagio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=559","title":{"rendered":"3. Un educatore professionale per minori in situazione di disagio"},"content":{"rendered":"<p>di Rita Saccani<\/p>\n<p>\u201cL&#8217;educatore professionale rappresenta, pertanto, un &#8220;nodo&#8221; rilevante, in quanto punto di incontro di diversi &#8220;fili&#8221;, della rete di relazioni in cui \u00e8 coinvolto il minore che gli \u00e8 stato affidato. La capacit\u00e0 di gestione di questa situazione \u00e8 la sfida cui \u00e8 chiamato a rispondere\u201d. <!--break-->L&#8217;intervento a favore di minori in situazione di disagio implica necessariamente un articolato confronto fra realt\u00e0 anche molto diverse tra loro quali famiglia, scuola, agenzie extrascolastiche, servizi territoriali, tutti contesti in cui \u00e8 indispensabile coordinare e monitorare la rete di relazioni creatasi, onde evitare disfunzioni o incomprensioni fra i soggetti sociali coinvolti. \u00c8 necessario dunque individuare persone che conoscano i vissuti dei minori e che, allo stesso tempo, sappiano dialogare con le realt\u00e0, istituzionali e non, presenti sul territorio.<br \/>\nQuesto \u00e8 l&#8217;ambito di intervento dell&#8217;educatore professionale che, operando in favore della persona, considerata nella sua globalit\u00e0 e non solo rispetto ad uno specifico &#8220;disturbo&#8221; o &#8220;patologia&#8221;, deve saper cogliere le possibilit\u00e0 di promozione del soggetto nei luoghi in cui si attua la vita di questi.<br \/>\nLa professionalit\u00e0 del lavoro dell&#8217;operatore \u00e8 garantita non solo dal ruolo che egli svolge all&#8217;interno di una particolare associazione, ente o servizio, ma soprattutto, come evidenzia Canevaro, dalle diverse committenze cui deve rendere conto: gli utenti e le loro famiglie; i diversi amministratori che supervisionano il suo operato; gli altri professionisti (psicologi, medici, assistenti sociali, insegnanti&#8230;) che intervengono sul caso.<br \/>\nL&#8217;educatore professionale rappresenta, pertanto, un &#8220;nodo&#8221; rilevante, in quanto punto di incontro di diversi &#8220;fili&#8221;, della rete di relazioni in cui \u00e8 coinvolto il soggetto che gli \u00e8 stato affidato. La capacit\u00e0 di gestione di questa situazione \u00e8 la sfida cui \u00e8 chiamato a rispondere.<\/p>\n<p><strong>La relazione educativa<\/strong><br \/>\nIl minore che vive una situazione di sofferenza non sempre trova in se stesso le risorse attraverso cui superare la crisi che sta vivendo. Spesso, non riuscendo a spiegarsi razionalmente i sentimenti che prova, agisce le proprie emozioni esteriorizzandole nella condotta: tali atteggiamenti, in un qualche modo, gli consentono di affrontare i problemi da cui \u00e8 afflitto, costituendo una risposta adattiva alla difficolt\u00e0 incontrata.<br \/>\nLa situazione si complica nel momento in cui l&#8217;adulto considera tali manifestazioni una componente intrinseca della personalit\u00e0 del minore, che viene cos\u00ec visto come &#8220;cattivo&#8221; o pigro &#8220;di natura&#8221; o come uno che &#8220;non ci arriva&#8221;.<br \/>\nIl circolo vizioso si completa nel momento in cui il soggetto, una volta interiorizzata l&#8217;identit\u00e0 negativa che gli viene attribuita dall&#8217;esterno, struttura uno stile relazionale congruente con quell&#8217;immagine.<br \/>\nSi comprende, pertanto, come la preoccupazione principale dell&#8217;educatore debba essere quella di promuovere un&#8217;azione capace di restituire al minore una visione positiva della propria persona, delle proprie attitudini e potenzialit\u00e0. In particolare, la possibilit\u00e0 di questo cambiamento si definisce in rapporto alla qualit\u00e0 della relazione interpersonale instauratasi fra educatore ed educando.<br \/>\nCome afferma De Giacinto, &#8220;la relazione \u00e8 ci\u00f2 che costituisce il nucleo dell&#8217;educazione&#8221;: se infatti consideriamo l&#8217;educazione come &#8220;una trasmissione di apprendimenti selezionati, che aiuta il soggetto a svolgersi ed a svilupparsi&#8221;, allora tale trasmissione sar\u00e0 tanto pi\u00f9 efficace quanto pi\u00f9 la relazione tra educatore ed educando sar\u00e0 intensa e, per se stessa, ricca di significati. Questo perch\u00e9 l&#8217;educazione \u00e8 essenzialmente &#8220;una relazione d&#8217;amore (&#8230;). \u00c8 un&#8217;esplosione vitale compiuta dall&#8217;incontro tra due soggetti e, seppur in modo differente, generativa da ambo le parti&#8221;.<br \/>\nDi conseguenza, l&#8217;operatore dovr\u00e0 disporre di strumenti teorici e metodologici che gli consentano di monitorare l&#8217;andamento della relazione, mutando, all&#8217;occorrenza, i propri stili comunicativi o le strategie di intervento.<br \/>\nUn dato che emerge con forza dalle riflessioni di molti studiosi, \u00e8 la necessit\u00e0 di uscire da modelli incentrati sui problemi e sulle carenze del soggetto per promuovere, piuttosto, modelli di intervento centrati sulle risorse e sulla salute del soggetto. In particolare, Bertolini ritiene che la relazione educativa debba rappresentare lo strumento attraverso cui l&#8217;educatore pu\u00f2 intervenire, non tanto sulle specifiche condizioni che influiscono sullo stato di malessere provato dal soggetto, quanto, piuttosto, sul sistema di significati che il minore ha attribuito a quelle difficolt\u00e0 materiali e che lo hanno indotto a strutturare determinati comportamenti. Il fulcro del problema risiede nel tipo di lettura che la persona effettua della propria situazione, nei processi di attribuzione di senso con cui investe i propri vissuti. A questo livello deve incidere il rapporto privilegiato che il minore intrattiene con l&#8217;educatore: la relazione educativa deve costituire il contenitore sicuro entro cui si rende possibile, da parte del ragazzo, una rivisitazione della propria storia ed una ristrutturazione della propria personalit\u00e0.<br \/>\nIn questo contesto, il minore potr\u00e0 prendere coscienza dei limiti e dei vincoli con cui deve confrontarsi giorno per giorno: tale consapevolezza, se sar\u00e0 sorretta dall&#8217;attenta presenza dell&#8217;adulto, non condurr\u00e0 ad un ripiegamento, ma rappresenter\u00e0 quello sguardo critico che consentir\u00e0 al ragazzo di conferire nuovi significati alla propria esistenza. Come afferma Canevaro, scopo ultimo della relazione \u00e8 la strutturazione, nell&#8217;educando, di una &#8220;personalit\u00e0 integrata&#8221;, che riesca &#8220;a memorizzare, a far tesoro di tutte le informazioni, anche degli errori, per capire come evitarli, per organizzarli in un progetto e per costruirsi un codice condiviso, per avere (\u2026) poche linee di coerenza, pochi punti importanti ben memorizzati, e non un labirinto di piccole regole che non si ricordano&#8221;. L&#8217;obiettivo \u00e8 quello della responsabilit\u00e0: si tratta di compiere il fatidico passaggio dall&#8217;educazione all&#8217;autoeducazione.<br \/>\nBisogna tuttavia tenere presente che la credibilit\u00e0 della proposta educativa si gioca soprattutto sulla capacit\u00e0 dell&#8217;educatore di testimoniare che l&#8217;orizzonte di vita prospettato \u00e8 concretamente attuabile e che il difficile cammino che conduce al miglioramento di se stessi \u00e8 da tutti percorribile. Inoltre, la naturale diffidenza che manifesta chi, per vari motivi, ha sofferto, pu\u00f2 essere superata solo se l&#8217;adulto dimostra sincero interesse per il bene del ragazzo, se \u00e8 disposto ad accettarlo, a comprenderlo, a valorizzare le sue potenzialit\u00e0.<br \/>\nPerch\u00e9 ci\u00f2 avvenga, l&#8217;educatore deve necessariamente porsi di fronte al minore come adulto significativo che: &#8221; interpreta la propria esistenza in modo interessante, e che &#8211; proprio perch\u00e9 ricco di valori e di interessi &#8211; \u00e8 in grado di partecipare a quanti gli sono vicini questa sua personalit\u00e0 armonica. Incontrando adulti significativi il giovane pu\u00f2 essere sollecitato verso orizzonti nuovi di riferimento, pu\u00f2 individuare un modello concreto che gli indica la possibilit\u00e0 di comporre le proprie esigenze con un quadro ampio di riferimento&#8221;.<br \/>\nLa relazione educativa, pertanto, si evidenzia come frutto di una delicata armonia di rapporti che si sostiene sulla volont\u00e0 degli interlocutori di mettersi in gioco, di conoscersi e di aiutarsi vicendevolmente, ognuno secondo le proprie capacit\u00e0 ed il proprio ruolo. In questa dinamica, se, da una parte, l&#8217;educatore deve stare attento a non cadere in deliri di onnipotenza tendenti a guidare la volont\u00e0 dell&#8217;educando entro parametri precostituiti, dall&#8217;altra dovr\u00e0 porre pari attenzione a mantenere una certa salute mentale che gli consenta di avere uno sguardo critico sulla relazione e sulle proprie condotte. A questo proposito, E. Ducci fa notare come un&#8217;educazione che si trasformi in una dipendenza tale per cui l&#8217;altro non pu\u00f2 fare a meno di noi non \u00e8 altro che un&#8217;espressione di egoismo. Come afferma l&#8217;autrice: &#8220;la si potrebbe indicare come mancanza di fantasia, se non fosse la carenza pi\u00f9 spaventevole nel rapporto umano: l&#8217;incapacit\u00e0 di accorgersi dell&#8217;originalit\u00e0 dell&#8217;altro e acconsentirvi (\u2026). L&#8217;effetto che viene prodotto sull&#8217;altro \u00e8 nell&#8217;ordine della libert\u00e0 o, meglio, del soffocamento della libert\u00e0&#8221;.<br \/>\nIl discorso educativo autentico, al contrario, si attua soltanto attraverso una &#8220;dinamica edificante&#8221; in cui l&#8217;educatore lavora per aiutare l&#8217;educando a camminare con le proprie gambe, a farcela da solo: paradossalmente, il fine ultimo dell&#8217;educatore deve essere quello di fare in modo che la sua presenza non sia pi\u00f9 necessaria. L&#8217;educatore deve saper modificare se stesso nella relazione, deve sapersi nascondere progressivamente, affinch\u00e9 il minore possa divenire protagonista della propria crescita. Solo cos\u00ec l&#8217;opera dell&#8217;educatore si connota come educazione all&#8217;autonomia, alla responsabilit\u00e0, alla libert\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Un ambito privilegiato di intervento: la famiglia<\/strong><br \/>\nL&#8217;educatore professionale che opera nell&#8217;ambito del disagio minorile \u00e8 forse la figura che pi\u00f9 di altre pu\u00f2 svolgere una funzione significativa anche rispetto alla famiglia del soggetto con cui \u00e8 in relazione: sia perch\u00e9 il benessere del minore, la sua voglia di essere educato e di educarsi, dipendono anche dalla possibilit\u00e0 di rappacificarsi con il proprio passato, accettando le possibili cadute e sconfitte in cui i suoi familiari possono essere incorsi, sia perch\u00e9, salvo situazioni particolari, il ragazzo \u00e8 ancora sotto la tutela dei genitori, che rimangono, di conseguenza, i primi educatori cui deve fare riferimento.<br \/>\nSpetta perci\u00f2 all&#8217;educatore l&#8217;attuazione di una delicata azione di mediazione che si svolga secondo una duplice direzione: da un lato dovr\u00e0 favorire il dialogo fra il minore e la propria famiglia; dall&#8217;altro egli rappresenter\u00e0, a motivo delle sue stesse funzioni, il tramite fra la famiglia, i servizi e le istituzioni.<br \/>\nDi fronte ai problemi che un minore in situazione di disagio pu\u00f2 manifestare, accade infatti che molti genitori provino un profondo senso di inadeguatezza. Un sentimento che \u00e8 dovuto non solo alle carenze o alle disfunzioni proprie del nucleo familiare, ma anche al prevalere di una cultura che vede l&#8217;educazione come una questione per esperti e che quindi qualifica come genitore efficace quello il cui figlio cresce bene. Il problema \u00e8 che spesso, davanti alle prime difficolt\u00e0 del ragazzo la famiglia fa ricorso a specialisti, delegando a questi le proprie specifiche funzioni educative, senza ricercare in se stessa le risorse per affrontare le difficolt\u00e0.<br \/>\n\u00c8 la difficile questione del &#8220;percorso fra sapienti e genitori&#8221; di cui parla Canevaro , in cui l&#8217;educatore \u00e8 chiamato a svolgere un ruolo di intermediazione fra i due poli, in modo che il rapporto non sia a senso unico (il &#8220;sapiente&#8221;\/specialista fornisce una prestazione e la famiglia la riceve), ma divenga una relazione biunivoca in cui entrambe le parti si arricchiscano vicendevolmente.<br \/>\nIn particolare, secondo Fruggeri, la principale difficolt\u00e0 che si incontra nell&#8217;interazione con le famiglie (anche quando l&#8217;intervento \u00e8 rivolto ad un singolo componente) \u00e8 quella di comprendere quali conseguenze produca questa nuova relazione in ambito domestico. Infatti, &#8220;la fruizione da parte di una famiglia delle risorse fornite dalla rete istituzionale delle agenzie sociali si configura come un evento che diviene parte della sua storia e che in quanto tale \u00e8 influente nella determinazione del percorso che essa segue&#8221;.<br \/>\nAl contrario, molti operatori tendono a considerare la validit\u00e0 dell&#8217;intervento unicamente alla luce delle proprie interazioni con l&#8217;utente, senza pensare che, in realt\u00e0, l&#8217;incisivit\u00e0 della loro azione dipende anche dal significato che essa assume per la famiglia e dal contesto relazionale entro cui si attua.<br \/>\nNel tentativo di superare tali incongruenze, Fruggeri propone di adottare un&#8217;ottica di co-evoluzione: nella quale l&#8217;operatore valuta quali siano le ripercussioni del proprio intervento negli ambiti significativi per l&#8217;utente e come questi, a loro volta, producano sollecitazioni che influenzano la relazione che il soggetto intrattiene con il servizio. L&#8217;operatore, pertanto, deve avere la capacit\u00e0 di organizzare il proprio lavoro &#8220;non semplicemente sulla base di che cosa ritiene utile ed evolutivo per l&#8217;utente, ma sulla base di ci\u00f2 che ritiene utile ed evolutivo per l&#8217;utente come componente di un sistema familiare&#8221;.<br \/>\nQuesta prospettiva risulta significativa perch\u00e9 invita i servizi a valorizzare le risorse presenti nella rete di relazioni in cui l&#8217;utente \u00e8 implicato, scongiurando il rischio di considerare il benessere del soggetto come esclusivo risultato dell&#8217;interazione con il professionista.<br \/>\nInfine, l&#8217;interesse di tale ottica deriva anche dal fatto che, &#8220;il modello co-evolutivo non riguarda tanto il livello tecnico dell&#8217;intervento, quanto quello relazionale. Esso rivolge cio\u00e8 l&#8217;attenzione al livello della costruzione dei significati e dunque al valore che l&#8217;intervento espletato viene ad assumere nella vita delle persone. Il modello co-evolutivo si configura perci\u00f2 come una cornice all&#8217;interno della quale pu\u00f2 essere collocato ogni tipo di intervento tecnico&#8221;.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;educatore professionale fra scuola ed extrascuola<\/strong><br \/>\nLa presa in carico di un minore in situazione di disagio richiede all&#8217;educatore professionale la capacit\u00e0 di relazionarsi con il soggetto e la sua famiglia entro un contesto complesso. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, il lavoro dell&#8217;educatore si svolge in servizi, centri o agenzie educative, all&#8217;interno dei quali egli \u00e8 chiamato a rapportarsi con pi\u00f9 ragazzi, con altri educatori e a mantenere contatti con altre istituzioni.<br \/>\nAbbiamo visto quali potenzialit\u00e0 educative siano insite nel rapporto educatore-ragazzo e quale debba essere l&#8217;atteggiamento dell&#8217;adulto nella relazione ci\u00f2, tuttavia, non deve portarci a pensare che le &#8220;competenze relazionali specifiche&#8221; dell&#8217;educatore si esauriscano all&#8217;interno di un legame diadico esclusivo. Al contrario, spesso il lavoro dell&#8217;educatore si attua in riferimento ad un gruppo di minori o, addirittura, all&#8217;insieme degli utenti del servizio: per questi motivi, la sua professionalit\u00e0 si esprime soprattutto nella capacit\u00e0 di guidare e monitorare l&#8217;evoluzione comunitaria degli utenti intessendo, allo stesso tempo, un rapporto personale con ogni singolo soggetto.<br \/>\nL&#8217;educatore, pertanto, dovr\u00e0 essere in grado di valutare l&#8217;andamento delle dinamiche di gruppo, di cogliere la strutturazione dei ruoli informali, di anticipare l&#8217;insorgere di meccanismi di esclusione, e dovr\u00e0 padroneggiare tecniche relazionali e comunicative che gli consentano di rapportarsi con i ragazzi nel modo pi\u00f9 efficace.<br \/>\nDovr\u00e0 inoltre possedere specifiche competenze di animazione, in quanto gli obiettivi educativi non possono essere semplicemente comunicati, ma devono essere trasmessi attraverso esperienze significative, capaci di mostrare al ragazzo una concreta attuazione dei principi cui l&#8217;educatore richiede di conformarsi. Bertolini sottolinea come sia significativo offrire ai minori l&#8217;opportunit\u00e0 di dilatare il proprio campo di esperienza attraverso proposte che li conducano a cogliere il bello che sostanzia la loro esistenza, perci\u00f2 l&#8217;educatore \u00e8 chiamato a guidare i ragazzi in una seria ricerca in questo senso, avendo il coraggio di uscire da attivit\u00e0 edulcorate e preconfezionate, coinvolgendoli su grandi progetti, valorizzando le competenze e mobilitando le risorse di cui dispongono, lasciando che l&#8217;iniziativa si sviluppi secondo la creativit\u00e0 dei ragazzi, riservandosi, piuttosto, un ruolo di &#8220;regia&#8221;.<br \/>\nContinuando a considerare i contesti con i quali l&#8217;educatore dovr\u00e0 entrare in relazione, \u00e8 facile individuare nella scuola uno dei &#8220;nodi&#8221; pi\u00f9 significativi della trama di relazioni che coinvolge il ragazzo, perci\u00f2 dovr\u00e0 conoscerlo quel mondo rispetto al quale la sua azione, per definizione, si differenzia ma con la quale, allo stesso tempo, si integra.<br \/>\nPer questi motivi, oltre a ricevere una specifica formazione sui problemi inerenti le dinamiche di insegnamento e di apprendimento e sull&#8217;organizzazione dell&#8217;istituzione, l&#8217;educatore deve avere la capacit\u00e0 di relazionarsi con gli insegnanti, attivando percorsi comuni e, quando necessario, progetti individualizzati. A tal proposito, egli deve essere consapevole del significato che gli insegnanti attribuiscono al proprio lavoro, tenendo presente l&#8217;esistenza di specifici bisogni psicosociali, che dipendono, ad esempio, dall&#8217;esigenza di riconoscimento del proprio impegno, dal clima relazionale instauratosi all&#8217;interno del gruppo dei docenti, dalle aspettative sociali che investono l&#8217;attivit\u00e0 didattica, che possono indurli ad interpretare il proprio ruolo in un modo piuttosto che in un altro.<br \/>\nDovr\u00e0 anche considerare le eventuali resistenze che gli insegnanti possono avanzare di fronte ad una figura che, dall&#8217;esterno, pretenda di intervenire nelle questioni che riguardano la conduzione della classe o il rapporto con gli alunni. Tale diffidenza, come mostra efficacemente E. Damiano, sorge spesso da un malinteso rapporto fra specialisti ed insegnanti, secondo il quale i primi forniscono le conoscenze (attraverso pubblicazioni o corsi di aggiornamento), mentre spetta ai secondi &#8220;applicarle&#8221; e tradurle nella quotidiana prassi educativa. Accade cos\u00ec che gli uni e gli altri restino delusi in quanto le reciproche aspettative risultano spesso vanificate.<br \/>\nAl contrario, \u00e8 necessario operare una riscoperta della professionalit\u00e0 dell&#8217;insegnante, la cui specialit\u00e0 risiede nella capacit\u00e0 di coniugare teoria e pratica in un sapere che si connota come &#8220;riflessione-in-azione&#8221; che: &#8220;si pu\u00f2 definire come la capacit\u00e0 di &#8216;pensare ci\u00f2 che si fa mentre lo si fa&#8217;, oppure, meglio, di &#8216;conversare&#8217; con la situazione incerta attraverso le azioni che si compiono per cambiarla e per reagire in tempo reale ai risultati indotti dagli interventi stessi (\u2026). La &#8216;riflessione-in-azione&#8217; si pu\u00f2 considerare, di fatto, una forma di ricerca e di sperimentazione sui generis, finalizzata a migliorare la pratica professionale mediante la elaborazione di teorie contestualizzate e personalizzate&#8221;.<br \/>\nRispetto a tutto ci\u00f2 l&#8217;educatore professionale extrascolastico riveste, nel dialogo con gli insegnanti, una posizione privilegiata rispetto ad altri specialisti, in quanto anche il suo stile professionale si caratterizza come &#8220;riflessione-in-azione&#8221;: l&#8217;educatore, come l&#8217;insegnante, \u00e8, infatti, un &#8220;pratico-riflessivo&#8221;, \u00e8 depositario di &#8220;un sapere dell&#8217;azione, basata sulle strategie della complessit\u00e0, della connessione multipla e della contestualizzazione ecologica&#8221;. Su questo piano, egli pu\u00f2 pertanto entrare in relazione con i docenti in un quadro di reciproco arricchimento che tenda alla costruzione di progetti condivisi.<br \/>\nLa familiarit\u00e0 con le strategie di rete, inoltre, consentiranno all&#8217;educatore di padroneggiare le tecniche del lavoro in \u00e9quipe, nel quale la sua azione si collocher\u00e0 in un pi\u00f9 vasto contesto entro cui trovi significato e legittimazione.<br \/>\nPerch\u00e9 tutto ci\u00f2 sia possibile l&#8217;educatore deve essere anche &#8220;ricercatore&#8221;: la complessit\u00e0 delle dimensioni implicate nel suo lavoro richiedono, infatti, non solo un continuo aggiornamento professionale, ma anche specifiche competenze che gli consentano di predisporre, attuare e verificare interventi educativi mirati.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cL&#8217;educatore professionale rappresenta, pertanto, un &#8220;nodo&#8221; rilevante, in quanto punto di incontro di diversi &#8220;fili&#8221;, della rete di relazioni in cui \u00e8 coinvolto il minore che gli \u00e8 stato affidato. 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