{"id":5661,"date":"2025-12-12T11:00:38","date_gmt":"2025-12-12T10:00:38","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=5661"},"modified":"2025-12-12T11:00:38","modified_gmt":"2025-12-12T10:00:38","slug":"3-se-vuoi-essere-mia-amica-dalla-fine-della-seconda-guerra-mondiale-alla-seconda-intifada","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=5661","title":{"rendered":"3. Se vuoi essere mia amica: dalla fine della seconda guerra mondiale alla seconda Intifada\u00a0"},"content":{"rendered":"<p>\u201c\u2026i padri li osservavano orgogliosi, la folla li incitava<br \/>\ne a Ibrahim in quel momento venne da piangere,<br \/>\nvide quei bambini senza pi\u00f9 scampo,<br \/>\nle idee che venivano ficcate nelle loro teste<br \/>\na quella tenera et\u00e0<br \/>\nnon potevano avere pi\u00f9 di sette, otto, nove anni,<br \/>\ndedicavano tutta la loro vita al loro popolo<br \/>\ndedicavano tutta la loro vita a odiare il nemico<br \/>\ne a combatterlo\u2026\u201d<br \/>\n(Randa Ghazi, Sognando Palestina)<\/p>\n<p><strong>Amos Oz, Una pantera in cantina, Delfini, Fabbri, Milano, 1999<br \/>\n<\/strong>Come si stava a Gerusalemme nel 1947? Dai libri di storia sappiamo che la citt\u00e0 era ancora occupata dall\u2019esercito inglese mentre altrove si stava progettando la creazione dello stato di Israele. Ma qui, attraverso gli occhi e soprattutto le parole del dodicenne Profi, abbiamo un quadro molto pi\u00f9 vivido e concreto. Sappiamo come si sentivano i bambini \u201cnell\u2019ultima estate del mandato britannico (\u2026) agli incroci delle strade passavano ogni tanto dei mezzi corazzati (\u2026), all\u2019alba alcuni giovani andavano ad appendere ai muri e sui pali della luce i comunicati della resistenza.\u201d (p. 22). E i bambini, intanto, giocavano con molta seriet\u00e0 a progettare piani per cacciare l\u2019esercito invasore.<br \/>\nSappiamo come stavano i loro genitori, giunti nella Terra Promessa, con dolore e morti alle spalle. \u201cI nostri genitori speravano che crescessimo come ebrei completamente nuovi, migliori, con le spalle larghe, il coraggio di lottare e la forza per lavorare la terra (\u2026) per non lasciarci pi\u00f9 condurre al macello come delle pecore. A volte per\u00f2, loro tradivano un\u2019immensa nostalgia per i luoghi da cui erano giunti qui a Gerusalemme, cantavano canzoni in lingue a noi sconosciute, traducendole alla bell\u2019e meglio, perch\u00e9 sapessimo anche noi che c\u2019erano una volta un fiume e un ruscello, boschi e campi, tetti di paglia spioventi e suoni di campane nella nebbia\u201d. (p. 29-30)<br \/>\nEd \u00e8 un po\u2019 meno difficile capire chi vive adesso nello stato di Israele.<br \/>\nAscoltando i pensieri di Profi, anche noi riflettiamo e ci chiediamo chi \u00e8 davvero il nemico? Chi \u00e8 un traditore? Quando bisogna schierarsi? E con chi?<br \/>\nUn libro bellissimo, di uno dei maggiori scrittori di Israele, che, raccontando una storia semplice, le vicende di una sola estate, senza pedanteria, parla di rispetto, di amicizia e anche di perdono.<\/p>\n<p><strong>Nava Semel, Lezioni di volo, Shorts Mondadori, Milano, 1997<\/strong><br \/>\nRicorda tanto alcuni dipinti di Chagall questo bel racconto ambientato in un piccolo villaggio di Israele, subito dopo la fine della guerra, dove si coltivano le arance e vive una bambina, Hadara, che vorrebbe imparare a volare. L\u00ec vive anche Maurice Havivel, un ciabattino sopravvissuto ai campi di sterminio, al quale Hadara confida il suo desiderio.<br \/>\nLa storia \u00e8 semplice, Hadara non voler\u00e0 e il ciabattino se ne andr\u00e0 per sempre ma lascer\u00e0 nel cuore della bambina (e dei lettori) un segno indelebile: \u201c\u2026anche Monsieur Maurice aveva sognato di volare, proprio come me. E aveva fallito. Per\u00f2 saltando, si era spezzato il cuore, non una gamba. E non si pu\u00f2 ingessare il cuore. Avevo detto che era un vigliacco, ma anche mio padre conosceva la paura, e io pure. Non era vero che Monsieur Maurice non mi avesse insegnato niente. Aveva cercato di insegnarmi a volare con tutti e due i piedi per terra.\u201d (p.76)<\/p>\n<p><strong>Tamar Bergman, Il ragazzo di lass\u00f9, Delfini, Fabbri, Milano, 2002<br \/>\n<\/strong>E\u2019 stato scritto quasi vent\u2019anni fa questo bel romanzo che ci riporta in Palestina, al fianco dei primi coloni ebrei, dei primi kibbutz, prima ancora che venga proclamato lo stato di Israele. E mentre vediamo come crescevano i bambini che vennero poi chiamati \u201cfigli di un sogno\u201d, scopriamo al loro fianco altri bambini, venuti da \u201class\u00f9\u201d. I sopravvissuti allo sterminio. Come Avramik, il piccolo protagonista.<br \/>\nDue storie diversissime si intrecciano in queste intense pagine,<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>quella di un popolo residente da tempo nella \u201cterra promessa\u201d e quella di tanti altri figli dello stesso popolo che arrivano, umiliati e distrutti, da altri paesi. Intanto vediamo il sogno andare in fumo, vediamo i primi segnali di una guerra troppo lunga di cui ancora non sappiamo immaginare una fine. Non a caso abbiamo sottolineato il fatto che il libro abbia quasi vent\u2019anni e parli di un tempo ancora pi\u00f9 lontano: molti di pi\u00f9 dovrebbero essere i libri che ci aiutano a capire, che stendono fili, costruiscono ponti per aiutarci a colmare i vuoti di memoria e fare ancora pi\u00f9 sforzi per cercare la pace.<\/p>\n<p><strong>Yoram Kaniuk, Il ladro generoso, Mondadori, Milano, 2002<br \/>\n<\/strong>23 novembre 1950. Tel Aviv. Naftali Bamburgher, ebreo tedesco, rifugiatosi in Palestina per sfuggire alle persecuzioni, consulente finanziario di una grande banca, ruba una enorme somma di denaro per ridistribuirla nei campi di transito che circondano la citt\u00e0, dove aspettano un futuro migliaia di ebrei sfuggiti allo sterminio.<br \/>\nUn bellissimo libro, di non semplice lettura, che ci riporta alle origini di Israele, quando lo stato esistente sulla carta non era ancora nulla e il miraggio di una Terra Promessa si traduceva, per molti, in nuove miserie, lunghe attese e poche speranze.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Naftali spiega il suo gesto molto semplicemente: \u201cCi sono molte persone che hanno bisogno di denaro, ma il metodo tradizionale per ottenerlo non \u00e8 molto efficace, e cos\u00ec non riescono ad avere nemmeno un primo aiuto. Centinaia di migliaia di persone vivono nelle tende e nelle baracche\u2026noi siamo riusciti ad arrivare in Palestina, ma mio padre non \u00e8 venuto. Persone simili ai miei genitori sono andate di citt\u00e0 in citt\u00e0, hanno patito tormenti che non conosciamo. E poi ci sono stati i campi degli inglesi. Adesso sono qui, finalmente. Insieme a decine di migliaia di altri rifugiati che mangiano cibi dal gusto ignoto alle loro labbra e portano dentro di s\u00e9 angosce spaventose. Cosa ne sappiamo della solitudine di chi fugge come un animale braccato\u2026(p. 27)<br \/>\nNaftali dunque vuole risarcire, vuole assicurare un futuro, vuole vendicare \u201cquello che hanno fatto a sua madre e che a lui era stato risparmiato\u201d (p. 58). Nel disperato tentativo di trovare perdono al fatto di non essere stato con loro nei ghetti, nei lager, vicino ai camini.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>E mentre lo accompagniamo nella sua impresa dolorosa vediamo crescere una nuova generazione, incarnata dall\u2019ispettore Avidan che gli d\u00e0 la caccia.<br \/>\n\u201cAvidan era l\u2019incarnazione dei sogni dei pionieri ebrei. Era nato in Palestina, e da lui ci si aspettava che fosse la creatura eccezionale chiamata \u201cil nostro futuro\u201d dalla generazione precedente, con una sfumatura di venerazione: la pi\u00f9 grande rivincita della storia ebraica, la sua ricompensa. I pionieri abbandonavano le yeshivot, diventavano contadini, allevavano la nuova, spinosa generazione dei sabra, che in ebraico vuol dire cactus. Con nostalgia e fervido interesse la guardavano lavorare la terra, giocare a calcio, crescere sana con le spine all\u2019esterno e uno spirito taciturno all\u2019interno. Da Avidan, come da ogni sabra, ci si aspettava che fosse bello, alto, di poche parole, generoso, crudele se necessario, abile e fiero.<br \/>\nIn realt\u00e0 si trattava di creature molto pi\u00f9 complesse: il sogno non aveva creato quel che tutti si aspettavano. Quel che restava era la convinzione di aver sempre ragione, il disprezzo per la meschinit\u00e0 e per le buone maniere, l\u2019eccessiva franchezza, le frasi caustiche. Un buon soldato con scarsa immaginazione, ma esperto e astuto; un perfetto esecutore che teme i genitori e li venera oltre misura, privo di ogni legame con i loro misteriosi ricordi e capace di vedere coi propri occhi\u201d. (p. 46-47)<\/p>\n<p><strong>Galit Fink, Mervet Akram Shaiban, Se vuoi essere mia amica, Ex Libris, E.Elle, Trieste, 1993<br \/>\n<\/strong>Mentre il conflitto fra Israele e Palestina va assumendo toni sempre pi\u00f9 drammatici e diventa sempre pi\u00f9 tenue la speranza di un futuro di pace, \u00e8 bene che i ragazzi possano leggere libri come questo che, a dieci anni di distanza, mantiene intatta la sua carica e la sua freschezza.<br \/>\nSi tratta di lettere, autentiche, che si scambiano due ragazzine adolescenti: Galit, ebrea di Gerusalemme e Mervet, palestinese che vive nel campo profughi di Deisheh, vicino alla citt\u00e0 santa. Cos\u00ec si apre la prima lettera di Galit da Gerusalemme, il 9 agosto 1988: \u201cMi chiamo Galit. Ho dodici anni. Sono israeliana. Provo una strana sensazione al pensiero di scrivere a una palestinese (\u2026) Guardando sulla cartina ho scoperto che abiti soltanto a quindici chilometri da casa mia. Purtroppo, mi \u00e8 impossibile venirti a trovare laggi\u00f9, perch\u00e9 dicono tutti che \u00e8 troppo pericoloso. Scrivimi. Voglio sapere chi sei.\u201d<br \/>\nE cos\u00ec le risponde Mervet dal campo di Deisheh, il 15 agosto: \u201c Non so come rivolgermi a te. Non so se vuoi essere mia amica (\u2026) Mi chiamo Mervet (\u2026) Non odio nessuno. Amo la gente. Ma pi\u00f9 di ogni altra cosa, voglio vivere libera nel mio paese, come te.\u201d<br \/>\nOgni lettera \u00e8 accompagnata da un breve resoconto di quello che succede nel paese, nel periodo corrispondente.<br \/>\nLitsa Boudalika ne cura la corrispondenza con la cocciuta speranza che solo la conoscenza reciproca e la ricerca di radici comuni possa vincere la spirale di odio e violenze, altrimenti inarrestabile. E cos\u00ec, sottolineando che la radice della parola bambino \u00e8 identica nelle due lingue (in ebraico, yeled e in arabo walad) cos\u00ec come la parola pace, (shalom in ebraico e salem in arabo), ci lascia in compagnia di due bambine che, pur convinte entrambe delle ragioni del proprio popolo, riescono a parlarsi e finiranno anche per incontrarsi nei giorni dell\u2019Intifada. Una lezione autentica proprio perch\u00e9 non teorica ma legata al cuore di due protagoniste reali di questa guerra sanguinosa, che dovrebbe far riflettere sulle strategie e le strade da battere per giungere ad una pace vera.<\/p>\n<p><strong>Ouzi Dekel, Sui muri di Jabalya, EGA, Torino, 2002<br \/>\n<\/strong>Dekel \u00e8 un refusenik, un militare israeliano che, dopo una breve missione militare a Gaza, si \u00e8 rifiutato di servire nei territori occupati e per la sua obiezione di coscienza \u00e8 stato in carcere in Israele.<br \/>\nE\u2019 proprio l\u2019autore che ci racconta: \u201cSono stato soldato a Jabalya. Il 9 dicembre 1987, l\u2019attacco della postazione militare nel cuore del campo ha segnato l\u2019inizio dell\u2019Intifada. Il racconto si svolge in quell\u2019epoca che si \u00e8 conclusa all\u2019alba del 14 maggio 1994 quando le forze militari israeliane hanno abbandonato il campo\u201d.<br \/>\nUn punto di vista particolare, quello di un israeliano in un campo di palestinesi; un israeliano per\u00f2 attento a non calpestare la dignit\u00e0 di altri uomini anche se diversi da lui.<br \/>\nUn racconto breve e intenso che aggiunge un altro tassello per aiutarci a conoscere meglio la storia di questi popoli, per aiutarci a capire.<br \/>\nAl racconto seguono diversi approfondimenti sulla storia della Palestina e sul movimento di obiezione di coscienza dei militari israeliani.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><strong>Robet Gaillot, Momo Palestina, Jaca Book, Milano, 2002<br \/>\n<\/strong>E\u2019 scritta in italiano e in arabo la storia di Momo che abitava in un villaggio, \u00e8 finito in un campo profughi e, nel disperato tentativo di \u201ctornare a casa\u201d, si ritrova a lanciare sassi contro i carri armati.<br \/>\nPoche righe di testo e belle illustrazioni per un libro che ha il pregio di aprire anche per pi\u00f9 piccoli una pagina di storia difficile e dolorosa ma che deve essere conosciuta.<\/p>\n<p><strong>Dalia B.Y. Cohen, Uri e Sami. Due culture, un\u2019amicizia, Supergru, Giunti, Firenze, 2002<br \/>\n<\/strong>Un temporale improvviso e la notte che scende fanno incontrare due ragazzi in una grotta. Insieme trascorreranno alcuni bellissimi giorni, isolati dal mondo.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Sono tanti i racconti in cui, con quest\u2019espediente narrativo, si fanno nascere nuove amicizie, amori e straordinarie alleanze.<br \/>\nMa in questo caso i due ragazzi sono \u201cspeciali\u201d: Uri, ebreo, vive ad Haifa e ha da poco perso il padre mentre tentava di salvare alcuni amici intrappolati in un carro armato in fiamme.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Sami \u00e8 palestinese, la sua famiglia si \u00e8 rifugiata in Libano mentre il fratello maggiore si \u00e8 unito alle forze di resistenza.<br \/>\nL\u2019autrice \u00e8 un\u2019educatrice israeliana impegnata da tempo a cercare strade che possano far rinascere la speranza e, con questo romanzo, indica una strada, forse l\u2019unica possibile: \u00e8 solo la conoscenza che pu\u00f2 far sorgere ponti e non muri ed \u00e8 proprio partendo dai pi\u00f9 giovani che si pu\u00f2 costruire un futuro.<br \/>\nRicordate Mervet e Galit? La strada era gi\u00e0 stata indicata. Forse vale davvero la pena di provare.<\/p>\n<p><strong>Randa Ghazi, Sognando Palestina, Contrasti, Fabbri, Milano, 2002<br \/>\n<\/strong>Forse \u00e8 proprio vero che gli occhi dei bambini, gli occhi dei ragazzi vedono la verit\u00e0, vedono quello che gli adulti non possono o non vogliono vedere. Questo libro ne \u00e8 la dimostrazione. Attraverso le vicende di alcuni giovanissimi palestinesi, viviamo, siamo costretti a vivere, i giorni bui e senza speranza delle pi\u00f9 recenti fasi del conflitto israelo-palestinese. Un conflitto senza speranza n\u00e9 via d\u2019uscita. Cos\u00ec come la storia che si dipana fra disperazione, amicizia, odio, barlumi di speranza destinati a morire nelle ultime, tragiche pagine che non lasciano spazio a nient\u2019altro che alla disperazione.<br \/>\nE ci vuole una ragazzina per dirci che alla guerra non ci sar\u00e0 mai fine perch\u00e9 l\u2019odio, la morte, la distruzione traggono forza da se stessi e non si possono combattere reagendo con le stesse armi.<br \/>\n\u201cA volte mi chiedo se usciremo mai da questa guerra, voglio dire, quant\u2019\u00e8 che combattiamo? I nostri padri e i nostri nonni e i nostri bisnonni non hanno fatto altro, e ora noi stiamo facendo lo stesso, e chi ci dice che non lo faranno i nostri figli e i nostri nipoti? Se un giorno smettessimo di combattere e di litigare coi soldati che capitano nei nostri villaggi? Se smettessimo di usare la violenza, cosa farebbero? Ci ucciderebbero lo stesso? Continuerebbero ad andare in giro coi carri armati e i mitra? Smetterebbero di occupare i nostri territori?\u201d<br \/>\n\u201cGihad, sono tutte belle parole, ma loro non hanno intenzione di ritirarsi, e non pensare che a noi piaccia combattere e rischiare la vita ogni giorno, ma noi ci stiamo solo difendendo, Gihad, o perlomeno stiamo difendendo tutto quello che ci \u00e8 rimasto, qualche striscia di terra, se smettessimo prenderebbero anche questo\u2026non hanno mai rispettato gli accordi, mai, hanno sempre e solo cercato di occupare terre, le nostre e quelle del Libano, come nel \u201978, vogliono prendere tutto quello che riescono, per creare la Grande Israele, l\u2019utopia estrema\u2026\u201d<br \/>\n\u201cMa non possiamo arrenderci alla violenza! Io sono stufo di vedere la gente morire e di vivere in guerra da quando sono nato, ogni giorno della mia vita! Io voglio morire a casa mia, a novant\u2019anni, nel sonno, non a vent\u2019anni per un colpo di fucile!. Si sta cos\u00ec bene, in questi rari momenti di tranquillit\u00e0. Si ha l\u2019illusione che tutto sia finito.\u201d<\/p>\n<p><strong>STRUMENTI<\/strong><br \/>\nRicordiamo che, a due anni dall\u2019inizio della seconda Intifada (29\/09\/2000 \u2013 20\/10\/2002), il bilancio \u00e8 pesantissimo. Le vittime sono 2338 di cui 1758 palestinesi e 580 israeliani. Fra le vittime, oltre 300 bambini palestinesi e circa 70 bambini israeliani. A cui sappiamo di doverne aggiungere troppi, ancora.<br \/>\nChi vuole avere maggiori informazioni pu\u00f2 consultare i seguenti siti:<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.btselem.org\">www.btselem.org<\/a> \u00e8 uno dei pi\u00f9 importanti gruppi di monitoraggio e difesa dei diritti umani e pubblica i dati, costantemente aggiornati, sulle vittime dell\u2019Intifada<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.gush-shalom.org\/english\/index.html\">www.gush-shalom.org\/english\/index.html<\/a> il sito di uno dei pi\u00f9 antichi e consistenti gruppi pacifisti israeliani<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201c\u2026i padri li osservavano orgogliosi, la folla li incitava e a Ibrahim in quel momento venne da piangere, vide quei bambini senza pi\u00f9 scampo, le idee che venivano ficcate nelle loro teste a quella tenera et\u00e0 non potevano avere pi\u00f9 di sette, otto, nove anni, dedicavano tutta la loro vita al loro popolo dedicavano tutta [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[4018,3595],"edizioni":[35],"autori":[2860],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3691],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/5661"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=5661"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/5661\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5662,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/5661\/revisions\/5662"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=5661"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=5661"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=5661"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=5661"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=5661"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=5661"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=5661"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=5661"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=5661"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}