{"id":574,"date":"2009-11-04T17:06:52","date_gmt":"2009-11-04T17:06:52","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=574"},"modified":"2026-01-09T10:08:20","modified_gmt":"2026-01-09T09:08:20","slug":"la-costruzione-del-noi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=574","title":{"rendered":"8. La costruzione del &#8220;noi&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>di Andrea Canevaro<\/p>\n<p>Si potrebbe dire che per crescere, e per, vivere, abbiamo bisogno di essere ciascuno s\u00e9 stesso, o, s\u00e9 stessa, e di poter &#8220;abitare&#8221; in un &#8220;noi&#8221;. Per spiegare questa espressione, possiamo servirci di<!--break--> un semplice apologo.<br \/>\nUn nonno e un nipotino. Potremmo anche variare i generi a piacere, e dire: una nonna e un nipotino, o una nipotina. I due vanno a far legna. Il bambino \u00e8 piccolo, e il nonno vigoroso. Tornano a casa con il nonno che porta sulle spalle la legna e il nipote. E il bambino dice: abbiamo fatto legna.<br \/>\nAnni dopo, nonno e nipote vanno ancora a far legna. Il nipote \u00e8 diventato un uomo, e il nonno ha perso forza e vigore. Tornano a casa, e il nipote porta la legna e sorregge il nonno, che dice: abbiamo fatto legna.<br \/>\nUtilizzo questo piccolo apologo per indicare una condizione che permette a soggetti diversi, e ciascuno con la propria identit\u00e0, di avere uno scenario condiviso, e di poter dire &#8220;noi\u201d indipendentemente dalla forza, dal contributo, dal rendimento e da altri fattori. Si potrebbe dire anche che vi \u00e8 un comune riferimento ad una Gestalt, cio\u00e8 una percezione di segni secondo una struttura. In questa si confondono elementi di realismo ed elementi di simbolicit\u00e0.<br \/>\nIn questo libro, incontriamo molte storie, accompagnate da riflessioni puntuali ed opportune. Incontriamo la storia di Walid.<br \/>\nE leggiamo che il padre di Walid sia a lungo seduto immobile in una poltrona sgangherata, pensando al suo villaggio in un paese lontano, dove sarebbe rispettato, e dove sicuramente torner\u00e0. Walid non ha quell&#8217;immagine in testa. Non pu\u00f2 vedere suo padre sullo sfondo del villaggio. Non pu\u00f2 vederlo accolto con rispetto dalla sua gente. Lo vede invece affaticato, forse umiliato. Per Walid \u00e8 pi\u00f9 difficile crescere, perch\u00e9 fa fatica a trovare un \u201cnoi\u201d in cui &#8220;abitare&#8221;. Dovrebbe misurare le sue forze da solo. Se avr\u00e0 la capacit\u00e0 di raccogliere legna e di portarla, bene. Diversamente, potrebbe cercare in molti modi di mascherare le proprie incapacit\u00e0. Ad esempio, con l&#8217;aggressivit\u00e0.<br \/>\nNon esiste unicamente il &#8220;noi\u201d famigliare, ci pu\u00f2 essere quello degli amici, quello della scuola, quello del lavoro. Ma il &#8220;noi\u201d famiglia \u00e8 importante, anche simbolicamente. Quando \u00e8 in crisi quel &#8220;noi\u201d possono essere in difficolt\u00e0 anche gli altri &#8220;noi&#8221;. La scuola, ad esempio, pu\u00f2 essere vissuta come competitiva o come del tutto indifferente, e quindi lontana dalla possibilit\u00e0 di costruire un \u201cnoi\u201d abitabile.<br \/>\nUn&#8217;altra storia leggibile in questo libro riguarda Sandra e Mohamed, persone adulte che costruiscono insieme, anche con fatiche, un &#8220;noi&#8221; in cui abitare. Si pu\u00f2 dunque costruire, con pazienza e sicuramente attraverso difficolt\u00e0, quello che \u00e8 venuto meno. In qualche modo, possiamo vedere in Sandra e Mohamed un percorso che aiuta a capire pi\u00f9 profondamente la parola accoglienza, che accompagna comunit\u00e0. I motivi di un&#8217;accoglienza sono, molte volte, materiali: possono essere un tetto sotto cui riparare, un letto in cui dormire, un bagno dove lavarsi&#8230; E un aiuto importante ma limitato. Vi sono situazioni in cui questo aiuto si ripete ogni giorno: diventa un\u2019abitudine di sopravvivenza che non pu\u00f2 essere sottovalutata, e senza la quale delle stesse situazioni sarebbero disperate. Ma questi aiuti non sono ancora accoglienza. Possono essere il suo avvio. L&#8217;accoglienza \u00e8 costruire, o ricostruire, un &#8220;noi\u201d in cui abitare. Ed \u00e8 una parola che contiene la reciprocit\u00e0. In questo si differenzia dall&#8217;aiuto, che si basa su una differenza &#8220;vettoriale\u201d, come \u00e8 proprio il rapporto fra chi arriva e chi parte. Cos\u00ec l&#8217;aiuto si basa sulla differenza fra chi aiuta e chi \u00e8 aiutato, o aiutata. Anche nell\u2019accoglienza vi \u00e8 chi accoglie e chi \u00e8 accolto, o accolta. Vi \u00e8 chi d\u00e0 e chi riceve. Ma la durata di un&#8217;accoglienza cambia il rapporto di differenza &#8220;vettoriale&#8221; in una convergenza ed in una complementarit\u00e0. Perch\u00e9 anche chi riceve accoglienza deve a sua volta accogliere. Dall&#8217;aiuto pu\u00f2 nascere l\u2019accoglienza. Ma chi ha bisogno di aiuto corre il rischio della subordinazione e dell&#8217;assistenzialismo. Per questo vi sono attente riflessioni sulla relazione d&#8217;aiuto: senza una riflessione formativa, questa pu\u00f2 trasformarsi in relazione di dominio.<br \/>\nQuesto libro nasce dall&#8217;esperienza delle comunit\u00e0 di accoglienza. Sandra ha bisogno di aiuto; e da questo si sviluppa un&#8217;accoglienza che sviluppa accoglienza, quella fra la stessa Sandra e Mohamed.<br \/>\nL\u2019accoglienza \u00e8 la ricostruzione di una rappresentazione di s\u00e9 aperta alla reciprocit\u00e0, e quindi capace di costruire un &#8220;noi\u201d.<br \/>\nLe persone ? bambine e bambini, donne e uomini ? che sono accolte hanno un&#8217;immagine spezzata.<br \/>\nE\u2019 forse giusto cercare di capire il significato pieno dell&#8217;accoglienza. E credo di capirne meglio il senso, a partire dall&#8217;attenzione alle situazioni &#8220;estreme&#8221;, con un bisogno evidente di accoglienza. Mi riferisco a vicende di vite spezzate e dalla persecuzione razziale dovuta al nazismo. Questo riferimento \u00e8 certamente problematico. Non sarebbe giusto banalizzarlo ed appiattirne il profilo. Nello stesso tempo, il razzismo genocida ha molti elementi in comune con la nostra normalit\u00e0. In particolare, credo che vi siano drammatici elementi di continuit\u00e0 nell&#8217;interpretazione dell&#8217;altro filtrata da stereotipo, Lo stereotipo consente una violenza che pu\u00f2 esprimersi in molti modi: da quelli asettici e \u201cpuliti\u201d, realizzati con norme e regolamenti, a quelli sanguinosi della persecuzione diretta.<\/p>\n<p><strong>La pedagogia dell\u2019accoglienza<\/strong><br \/>\nChi ha bisogno di accoglienza \u00e8 finito prigioniero di uno stereotipo. In particolare, sottolineo il fatto che l\u2019individuo si rappresenta prigioniero dello stereotipo, anche al di l\u00e0 della storia. Vi \u00e8 una spezzatura fra la storia reale e quella vissuta.<br \/>\nE questo ci fa capire come importante sia il ruolo di una pedagogia dell&#8217;accoglienza.<br \/>\nHo capito un po&#8217; meglio ci\u00f2 che sto scrivendo, perch\u00e9, mentre riflettevo a proposito di questo libro, ho letto una bella tesi di laurea, scritta bene e su un tema simpatico: le tasche dei bambini, intesi come bambini e bambine. Sono tasche che possono contenere qualche piccolo segreto, e che comunque sembrano garantire uno spazio personale. L\u2019autrice, Cosetta Biondi, individua anche tasche che noti fanno parte del vestito. Sono le tasche della sezione della scuola dell&#8217;infanzia, e quelle dell&#8217;ambiente. Sono quei luoghi che permettono ad un bambino, o ad una bambina, di avere spazi personali attorno a s\u00e9. E tutto questo mi ha ricordato un ragazzo che, anni attorno al 1980, frequentava una scuola media. Era seguito in maniera particolare dal servizio socio?sanitario, ed aveva alle spalle una famiglia un po&#8217; disastrata. Si presentava come un ragazzone, grosso, taciturno e sfuggente, che non voleva mai entrare in classe, e che portava, in inverno come in estate, un cappotto pesante. Il suo aspetto sembrava far parte della problematicit\u00e0 del &#8220;caso&#8221;. Ma un bel giorno successe qualcosa di imprevisto: apparve magro e senza cappotto. Come era accaduto? Una brava insegnante aveva operato per arrivare a individuare insieme a quel ragazzo uno spazio per lui, da considerare come suo personale. Niente di straordinario, ma un semplice armadietto, che quel ragazzo doveva e poteva considerare come suo. L&#8217;insistenza dell&#8217;insegnante aveva ottenuto il risultato, con la sorpresa di scoprire che la sagome grossa di quel ragazzo era dovuta al fatto che portava addosso, sotto la camicia, tutti i suoi tesori, e per questo viveva sempre con il cappotto. A casa, le persone della sua famiglia gli portavano via tutto, e cos\u00ec aveva trovata uno spazio personale unicamente a contatto di pelle. La possibilit\u00e0 di avere un armadietto, e la sicurezza di poterlo conservare anche per il periodo delle vacanze, aveva operato una vera e propria metamorfosi.<br \/>\nRipensandoci, dopo anni, capisco che in quel caso l&#8217;accoglienza aveva avuto bisogno di un lungo percorso. E questo mi fa dire che una pedagogia dell&#8217;accoglienza deve difendere e conquistare il tempo, e non pu\u00f2 limitarsi ad una cerimonia. Non basta informare l\u2019altro che \u00e8 bene accolto, o accolta. Noti basta un&#8217;informazione per cambiare una rappresentazione di s\u00e9 e delle vicende che si vivono.<br \/>\nRitorno alle situazioni tragiche di chi \u00e8 stato prigioniero dei campi nazisti. L\u2019assenza di spazi intimi, la quasi impossibilit\u00e0 di avere delle &#8220;tasche\u201d o anche solo una piccola tasca personale erano un motivo di disumanizzazione. Binjamin Wilkomirski raccontato la sua infanzia di bambino in un lager e poi, dopo la liberazione dal campo, in un orfanotrofio. Noi pensiamo che fra le due esperienze non possano esserci confronti possibili, e l&#8217;uscita dal campo debba essere stata una vera liberazione. Ma con sorpresa scopriamo che l\u2019orfanotrofio, pur offrendo cibo in abbondanza, un letto pulito e caldo, acqua calda per lavarsi, dimentica di offrire a quel bambino una vera e propria accoglienza. Il campo era dissenteria, topi, fame e sete, bambini congelati, violenza in ogni istante. Eppure leggiamo: \u201cPer quanto mi sforzassi, non riuscivo a trovare un legame fra quei due mondi. Cercavo inutilmente un filo al quale aggrapparmi.<br \/>\nPotevo sottrarmi al presente insopportabile, estraneo, soltanto tornando al mondo e alle immagini del passato. Passato che mi era quasi altrettanto insopportabile, per\u00f2 mi era familiare: almeno ne conoscevo le regole\u201d (Binjamin Wilkomirski, 1996, p. 55).<\/p>\n<p><strong>Fuori dal lager<\/strong><br \/>\nL\u2019importanza della parola accoglienza, accanto a comunit\u00e0 \u00e8 fondamentale. E\u2019 in quella parola che si realizza un percorso, anche lungo e faticoso, che permette di realizzare un cambiamento di schema percettivo, di rappresentazione di s\u00e9 e della realt\u00e0.<br \/>\nNon basta uscire da una situazione terribile. Potremmo ritenere che il passaggio da una condizione penosa ad una migliore sia di per s\u00e9 un aiuto risolutivo. Non \u00e8 cos\u00ec. Il cambiamento, che dall&#8217;esterno viene considerato come liberazione, pu\u00f2 essere nuova sofferenza, incomprensione, perdita di punti di riferimento. Lo possiamo capire proprio da chi racconta la fine dell&#8217;esperienza del campo e la propria sopravvivenza allo sterminio. Lidia Beccaria Rolfi \u00e8 una delle donne sopravvissute a Ravensbruk. Il suo racconto della liberazione ci pu\u00f2 fare capire come l&#8217;assenza di un&#8217;accoglienza sia continuazione della sofferenza. E\u2019 un&#8217;indicazione il fatto che l&#8217;autrice, morta nel febbraio 1996, ha raccontato la fine dell&#8217;esperienza del campo dopo cinquant\u2019anni di silenzio. Sta in silenzio chi ritiene che nessuno ascolti.<br \/>\nAccoglienza \u00e8 ascoltare attivamente. E chi legger\u00e0 questo libro capir\u00e0 cosa vuol dire.<br \/>\nHo insistito a fornire come chiave di lettura la parola accoglienza. Non \u00e8 per sottovalutare comunit\u00e0. Le due parole sono insieme. Ma ho cercato di capire come non basti avere o trovare un aiuto in un luogo chiamato comunit\u00e0, ma occorra vivere reciprocamente l&#8217;impegno di un percorso a cui ci si pu\u00f2 educare.<\/p>\n<p>Tratto da, Minori, luoghi comuni, Comunit\u00e0 Edizioni<\/p>\n<p>(Manca Accogliere \u00e8 attesa)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si potrebbe dire che per crescere, e per, vivere, abbiamo bisogno di essere ciascuno s\u00e9 stesso, o, s\u00e9 stessa, e di poter &#8220;abitare&#8221; in un &#8220;noi&#8221;. 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