{"id":576,"date":"2009-11-04T17:06:53","date_gmt":"2009-11-04T17:06:53","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=576"},"modified":"2026-01-09T09:57:59","modified_gmt":"2026-01-09T08:57:59","slug":"diario","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=576","title":{"rendered":"5. Diario"},"content":{"rendered":"<p>di Clara Sereni<\/p>\n<p><strong>25 novembre 1978<\/strong><br \/>\nDopo quasi un mese di ospedale, dopo<br \/>\nun&#8217;infinit\u00e0 di indagini invasive e di analisi, arriva la sera del sabato in cui il tempo sta per scadere. Ho contrazioni ripetute, strane;<!--break--> il primario non c&#8217;\u00e8, prima di andar via l&#8217;ostetrica passa a vedermi ma non registra che l&#8217;inusualit\u00e0 dei miei sintomi. Pi\u00f9 tardi nella notte le contrazioni continuano, pi\u00f9 intense, ma in reparto non c&#8217;\u00e8 nessuno di quelli che mi hanno seguito fin qui.<br \/>\nL&#8217;unico monitor in funzione \u00e8 in sala?parto, fuori dal reparto di patologia ostetrica dove sono stata finora. Per le mie insistenze la caposala accetta di mandarmi l\u00ec: in barella, con la cartella clinica appoggiata sulla pancia che continua a contrarsi.<br \/>\nLa sala-parto \u00e8 libera, non ne hanno bisogno e dunque possono usarla per me. Anche se non sto partorendo. Mi legano al letto con le cinghie del monitor, dalle quali potrei facilmente liberarmi se solo sapessi cosa fare, cosa decidere. Per nove ore resto sul lettino della sala-parto, incapace di ribellione. Quando sento passare qualcuno chiamo, con il mio tono troppo educato, e talvolta qualcuno si avvicina: ma quando provo a chiedere cosa succede, cosa prevedono, il massimo di risposta che ottengo \u00e8 che no, quelle non sono contrazioni da parto, dunque non c&#8217;\u00e8 nessuna particolare ragione di allerta.<br \/>\nMi mandano via, al mattino, soltanto perch\u00e9 non spetta a quel reparto darmi la colazione.<br \/>\nIn barella mi riportano in reparto: con la cartella a cui nessuno ha dato neanche un&#8217;occhiata, con il lunghissimo rotolo di carta uscito da un monitor che nessuno ha controllato.<br \/>\nIl primario del mio reparto, nel giro che di domenica fa soltanto nel pomeriggio, guarda finalmente il tracciato e subito si irrigidisce, si indigna: ma a me che chiedo non dice niente, non spiega niente. Riesco solo a cogliere due parole, \u00absofferenza fetale\u00bb, che vanno ad aggiungersi all&#8217;ansia di tanti giorni senza risposte. Poi mi dicono che partorir\u00f2, con il cesareo: non prima di sera. Al risveglio dall&#8217;anestesia, in sala di rianimazione, accanto a me c&#8217;\u00e8 solo un&#8217;infermiera: dice che tutto \u00e8 andato bene, troppo genericamente e professionalmente per convincermi, dopo la gravidanza piena d&#8217;inciampi che ho avuto. Passano pi\u00f9 di dodici ore, prima che al mio compagno sia consentito di venire da me. Di lui mi fido, ascolto le sue rassicurazioni e la descrizione che mi fa del bambino. Pi\u00f9 tardi anche mia madre, mia suocera, le mie sorelle mi dicono dei tanti capelli che ha, delle somiglianze che hanno trovato. Del fatto che appena nato non piangeva, ma poi subito l&#8217;hanno schiaffeggiato e allora s\u00ec. Appena nato c&#8217;erano tutti, loro: io no, dormivo e non ho visto niente.<\/p>\n<p><strong>30 novembre<\/strong> <strong>1978<\/strong><br \/>\nLa mia amica Gisella si scandalizza, quando scopre che non ho ancora visto il bambino, ricoverato al reparto immaturi da cui non lo lasciano uscire. Sparisce nei corridoi dell&#8217;ospedale, torna con una poltrona a rotelle, si fa aiutare da un&#8217;infermiera per caricarmici sopra, poi la guida, senza troppe concessioni per le mie ferite, lungo i corridoi. Curve, ascensori, poi finalmente il reparto.<br \/>\nIl vetro mi tiene a distanza, la carrozzella da cui non riesco ad alzarmi mi tiene a distanza. Al di l\u00e0 le culle, una in fila all&#8217;altra: divieto d&#8217;accesso, e l&#8217;infermiera troppo occupata per darmi retta.<br \/>\nE\u2019ancora Gisella che riesce a parlamentare e contrattare: per un tempo brevissimo, l&#8217;infermiera prende mio figlio dalla culla e lo avvicina al vetro, perch\u00e9 io lo veda.<br \/>\nE\u2019 magro, grinzoso, affogato in una brutta tutina scolorita troppo grande per lui. Somiglia a mio padre quando si toglieva la dentiera. Poi, per\u00f2, il bambino apre gli occhi: grandissimi, e assomiglia soltanto a se stesso.<br \/>\nTornata al mio letto, consegno a Gisella i golfini fatti da me, le tutine che avevo comperato: non c&#8217;\u00e8 altro modo in cui mi sia consentito prendermi cura di lui.<\/p>\n<p><strong>Estate 1982<\/strong><br \/>\nTentiamo una vacanza diversa dagli altri anni, trascorsi al riparo e nel chiuso della casa di campagna dei nonni. In Toscana, un agriturismo speciale, qualcuno molto attento ai problemi delle diversit\u00e0: perch\u00e9 il rapporto con l&#8217;esterno spesso ci fa vergognare, e almeno in vacanza vorremmo sentirci accolti.<br \/>\nGiorni uguali e sufficientemente sereni: fino a ferragosto. Quando, arrivando al mattino nella sala di riunione, troviamo due persone con le stampelle, e una terza sulla sedia a rotelle. Temiamo le reazioni di Matteo, cos\u00ec spaventato dalle diversit\u00e0 altrui: come se specchiarvisi fosse un terrore troppo grande. E infatti la sua prima reazione \u00e8 di fuga, vuole andare via e forse noi non ci sentiremmo tanto di insistere se non fosse, per gli altri, quelle persone che forse potrebbero restarci male, sentirsi emarginate come tante volte ci sentiamo noi.<br \/>\nRestiamo, e Matteo entra nel cerchio magico di tre persone eccezionali. La sera c&#8217;\u00e8 musica, e il pi\u00f9 disagiato dei tre grida a Matteo: \u00abFammi ballare! Fammi ballare!\u201d. Matteo spinge la sua sedia a rotelle, la fa roteare anche troppo velocemente ma l&#8217;altro accetta il rischio. E vince: la paura che Matteo ha di ogni diversit\u00e0, da oggi, non \u00e8 pi\u00f9 totalmente indomabile.<\/p>\n<p>Tratto da AA.VV. Mi riguarda, edizioni e\/o 1994<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>25 novembre 1978 ? Dopo quasi un mese di ospedale, dopo un&#8217;infinit\u00e0 di indagini invasive e di analisi, arriva la sera del sabato in cui il tempo sta per scadere. 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