{"id":591,"date":"2009-11-04T17:06:56","date_gmt":"2009-11-04T17:06:56","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=591"},"modified":"2026-01-12T10:57:48","modified_gmt":"2026-01-12T09:57:48","slug":"per-una-definizione-del-lavoro-di-cura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=591","title":{"rendered":"8. Per una definizione del lavoro di cura"},"content":{"rendered":"<p>di Grazia Colombo<\/p>\n<p>Dall\u2019archivio: per rileggere e dare il senso del percorso fatto, per costruire memoria di un passato ancora prossimo.<br \/>\n<!--break-->Cosa si intende dunque per \u00ablavoro di cura\u00bb?<br \/>\nE\u2019 un lavoro che produce cura, che \u00e8 imperniato nei gesti e nelle necessit\u00e0 della quotidiana riproduzione e che si svolge prevalentemente nei servizi, ma anche in altri contesti produttivi destinati \u201calla persona\u201d.<br \/>\nE\u2019 un lavoro che richiede un alto contenuto di relazione, destinato ad una persona e finalizzato al suo benessere complessivo; \u00e8 un lavoro che necessita dell&#8217;interdipendenza dei soggetti in relazione e contemporaneamente, da parte di chi lo svolge, di conoscerne e valutarne i confini, evitando l&#8217;aiuto inutile.<br \/>\nE\u2019 un lavoro che conosciamo in quanto incorporato in tutta quella serie di attivit\u00e0 domestiche che le donne hanno storicamente compiuto per i loro familiari.<br \/>\nE\u2019 un lavoro presente e incorporato in tutta una serie di attivit\u00e0 professionali pi\u00f9 ampie e pi\u00f9 precisamente definite, ad esempio, come lavoro sociale, educativo, intervento sanitario e di riabilitazione.<br \/>\nE\u2019 un lavoro incorporato in diverse professioni, ma costituito da alcune dimensioni che contribuiscono a definirlo in s\u00e9:<br \/>\n&#8211; una dimensione fisica e materiale: \u00e8 un lavoro pratico e concreto che si svolge faccia a faccia con la persona di cui ci si occupa, con il suo corpo, con le parti e con le funzioni pi\u00f9 intime del suo corpo;<br \/>\n&#8211; una dimensione organizzativa: \u00e8 un lavoro che richiede lo svolgimento di determinate sequenze che riguardano la persona e l&#8217;ambiente in cui vive o che la ospita, all\u2019interno di un progetto che coinvolge altre persone con ruoli e funzioni differenti, teso a determinate finalit\u00e0 e poggiante su determinati valori; progetto che richiede una valutazione sottile dei risultati in termini di gradimento, di benessere e di eventuale miglioramento delle condizioni della persona con cui si lavora;<br \/>\n&#8211; una dimensione emotiva, riferita non unicamente al fatto che questo tipo di lavoro veicola emozioni, bens\u00ec a quella che potremmo definire come dimensione gestionale delle emozioni. Chi svolge questo tipo di lavoro non solo affronta la necessit\u00e0 di dover tenere sotto controllo l&#8217;eccessiva esposizione alle emozioni e, contemporaneamente, continuare \u00aba sentire\u00bb, ma \u00e8 impegnato in una sorta di produzione sociale emozionale, cio\u00e8 nella produzione di una modalit\u00e0 di relazione di cura legittimata socialmente e che sia non distante\/non intima, non asettica\/non coinvolgente, non estranea\/non personale.<br \/>\n\u00abLavoro di cura\u00bb e \u00abcurare\u00bb sono dunque termini evocativi di molteplici significati e di molteplici azioni. Il tentativo che vorrei fare consiste nel mettere in luce gli elementi che stanno all&#8217;origine di ci\u00f2 che si intende comunemente come cura e lavoro di cura, per poi comprenderne i vari significati e le problematiche del costituirsi della cura, in una dimensione professionale specificamente definita e retribuita.<br \/>\nE\u2019 utile decostruire questi termini ? proprio nel senso di smontarli per vedere meglio cosa c&#8217;\u00e8 dentro ? per portare alla luce diversi elementi che, bench\u00e9 noti nella loro parzialit\u00e0, costituiscono nel loro insieme un particolare meccanismo produttivo non sempre sufficientemente noto, apprezzato, considerato, valorizzato. Il lavoro di cura sembra infatti un lavoro trasparente: sembra di non poterne valutare la consistenza, la qualit\u00e0, la fatica, la resa. Sembra visibile solo constatando i danni della sua assenza, piuttosto che i vantaggi del suo usufruirne. Tutto ci\u00f2 sembra che diventi noto solo \u00abdopo\u00bb quando i danni della carenza di cure sono gi\u00e0 presenti, oppure quando le persone che continuamente svolgono questo lavoro si stufano o non ne possono pi\u00f9 di farlo e se ne vanno o si sottraggono.<br \/>\nLa definizione del lavoro di cura \u00e8 problematica poich\u00e9 non solo il concetto di cura \u00e8 evocativo di complessi significati, densi di valori e simboli, ma anche perch\u00e9 \u00e8 riferito ad una molteplicit\u00e0 di azioni e di conoscenze destinate a favorire il sostegno, l&#8217;aiuto, l&#8217;accompagnamento di persone in una fase di crescita, o divenute fragili nel corpo e nelle relazioni con gli altri, o temporaneamente limitate nella loro autonoma e indipendente vita quotidiana (Saillant, 1993; Taccani, 1994).<\/p>\n<p><strong>Un lavoro di genere femminile<\/strong><br \/>\nCurare \u00e8, nell&#8217;immaginario collettivo, caratteristica del femminile, pur essendo il lavoro di cura svolto anche da uomini.<br \/>\nLe donne sono gli attori privilegiati nello scenario della cura: garantiscono cura gratuita nel loro tempo privato familiare; svolgono lavoro di cura nei servizi nel loro tempo pubblico retribuito; chiedono servizi di cura per i loro familiari.<br \/>\nDonna e cura nella nostra cultura.<br \/>\nCome si intrecciano questi elementi nella realt\u00e0 quotidiana dei servizi che producono lavoro di cura? In questo senso mi sembra significativo seguire da vicino il \u00abcaso donna\u00bb come emblematico ? pur dando per scontate le criticit\u00e0 insite in ogni generalizzazione \u2013 poich\u00e9 consente di capire alcuni passaggi e nessi fondamentali del posto che occupa la cura nella nostra cultura e nella nostra organizzazione sociale e di prefigurarne gli sviluppi.<br \/>\nLe donne intraprendono lavori di cura e cicli di studio che preparano a professioni ad alto contenuto di cura, con l&#8217;aspettativa di \u00abfare\u00bb qualcosa di vicino al loro sapere, aggirando cos\u00ec la difficolt\u00e0 di misurarsi con altre attivit\u00e0 immaginate fuori dalla loro portata. Si lasciano condurre dalla presunta facilit\u00e0 di ci\u00f2 che \u00e8 sentito come vicino e concreto: ci\u00f2 che \u00abpiace\u00bb, ci\u00f2 per cui \u00absono portate\u00bb, ossia occuparsi degli altri, curarsi di qualcuno. Le capacit\u00e0 che vengono alle donne riconosciute dagli altri, quelle stesse che esse si autoriconoscono e che talvolta hanno gi\u00e0 sperimentato nel loro ambito familiare, possono allora costituirsi in una dimensione professionale, in un lavoro. Curare diventa lavoro retribuito.<br \/>\nSi ritrovano in tante, spesso solo donne, operatrici in servizi alla persona. ambiti di lavoro in cui i livelli salariali sono i pi\u00f9 bassi fra quelli dei diversi settori lavorativi e in cui la prevalente \u00abconvenienza\u00bb &#8211; per chi lavora nel settore pubblico &#8211; \u00e8 di vedersi riconoscere diritti, peraltro esigibili per legge, riguardanti il proprio tempo-maternit\u00e0 .<br \/>\nAmbiti di lavoro in cui la scarsit\u00e0 di opportunit\u00e0 di carriera e il blocco dei passaggi di livello nel corso degli anni allungano enormemente il tempo dedicato ad un solo tipo di lavoro, per lo pi\u00f9 ripetitivo; in cui \u00e8 negata l&#8217;opportunit\u00e0 di utilizzare il tempo di vita lavorativo per riciclare sapienza e competenza e per diventare maestre nei lavori di cura.<br \/>\nAmbiti di lavoro i cui vantaggi sono insiti nel fatto che si tratta di lavori e di ambienti meno ostili alla cultura lavorativa delle donne e alle loro esigenze\/desideri di tenere insieme il tempo familiare e quello lavorativo.<br \/>\nAmbiti di lavoro in cui le donne, temendo il rischio di portare nella dimensione professionale il non-valore e la non-visibilit\u00e0 socialmente destinata a tutto ci\u00f2 che riguarda la cura nell&#8217;ambito familiare, si rifugiano spesso nel tecnicismo o nella distanza dalla persona di cui si prendono cura, come se la distanza fosse di per s\u00e9 misura della professionalit\u00e0 (Colombo, 1989).<br \/>\nAmbiti di lavoro in cui sono compresenti culture professionali e modalit\u00e0 organizzative differenti e spesso in conflitto fra loro, verso le quali il movimento meno costoso pu\u00f2 essere quello dell&#8217;omologazione al modello prevalente. Le istituzioni che gestiscono servizi alla persona non sembrano ancora interessate a indagare e decifrare la complessit\u00e0 insita in questi tipi di lavoro, dei quali raramente vengono esplicitati i risultati che ci si attende, come se si trattasse di processi produttivi naturali. Si assiste a situazioni in cui da un lato vengono premiati modelli organizzativi che privilegiano la \u00abtecnologia\u00bb come ambito di presunta maggiore efficacia, mentre dall&#8217;altro la latitanza di proposte organizzative \u00e8 tale da produrre comportamenti lavorativi di una modalit\u00e0 routinaria e spersonalizzante pi\u00f9 prossimi all&#8217;incuria che alla cura.<br \/>\nLa collusione delle donne.<br \/>\nFacevo prima riferimento a resoconti di segmenti di attivit\u00e0 produttiva, L&#8217;analisi di questi materiali ? personalmente condotta in vari servizi come consultori, reparti ospedalieri, nidi d&#8217;infanzia, servizi per disabili ? rivela che vengono descritte, rendicontate e quindi percepite come attivit\u00e0 lavorative solo determinate azioni, procedure, \u00abcose che si fanno\u00bb, e non altre. Vengono generalmente censurate alcune parti &#8211; evidentemente sentite come non-lavoro &#8211; corrispondenti ai gesti e alle situazioni in cui vi \u00e8 una particolare sintonia relazionale con la persona di cui ci si sta occupando; i gesti e le situazioni in cui \u201cci si sente bene\u201d o \u201cci si diverte\u201d; i momenti in cui la dimensione di ascolto \u00e8 pi\u00f9 elevata e i gesti che riportano alle abitudini della vita quotidiana.<br \/>\nUsando una certa approssimazione, potrei dire che vengono censurate tutte quelle parti valorizzabili come positive in un lavoro di cura e maggiormente riportabili a competenze di tipo femminile come: la capacit\u00e0 di inventare soluzioni di fronte a una contingenza inattesa; l&#8217;orientamento alla relazione; l&#8217;attenzione alle difficolt\u00e0 delle persone; la capacit\u00e0 di cogliere i segnali informali delle situazioni per farle evolvere positivamente per chi vi partecipa; la capacit\u00e0 di occuparsi con competenza dei bisogni primari delle persone.<br \/>\nL&#8217;analisi di questi comportamenti \u00e8 di grande interesse per poter affrontare determinati interrogativi. Uno di questi consiste nell&#8217;intravedere una sorta di collusione da parte delle donne proprio perch\u00e9 esse sembrerebbero attivamente partecipi della negazione di tali attitudini e competenze, riconosciute come femminili ma bollate dall\u2019organizzazione come sottoprodotto.<br \/>\nDa quali elementi pu\u00f2 essere prodotta una tale attitudine? Vi \u00e8 sicuramente un&#8217;attesa sociale che siano le donne in particolare a svolgere bene lavori di cura (quante volte fra gli utenti o i familiari di utenti insoddisfatti si sente dire: \u00abE s\u00ec che \u00e8 una donna!\u00bb). E\u2019 per\u00f2 difficile che esse possano assumersi interamente e consapevolmente la rivalutazione delle modalit\u00e0 del lavoro di cura avendo introiettato la svalutazione sociale delle competenze femminili relazionali e di cura; l&#8217;incertezza su quanto si conta; l&#8217;affidarsi ad altri per il giudizio su di s\u00e9.<br \/>\nTale rivalutazione \u00e8 un&#8217;operazione che richiede di riconoscersi autorevolezza nell&#8217;accoglimento e nella relazione con l&#8217;altra\/l&#8217;altro non nei termini del potere discrezionale fornito dall&#8217;istituzione che si rappresenta, bens\u00ec nei termini di autoriconoscersi la dimensione di \u00absoggetto\u00bb &#8211; abbandonando lo stato di \u00aboggetto\u00bb &#8211; per attribuire la stessa dimensione di \u00absoggetto\u00bb alla persona di cui ci si prende cura (Piazza, 1992). Curare qualcuno e curarsi di qualcuno non indicano solo il transitivo e l&#8217;intransitivo del verbo, ma anche, nella seconda versione, un&#8217;autorizzazione a curare se stesse. E questo \u00e8 un passaggio rilevante del costituirsi del lavoro di cura in dimensione professionale. E\u2019 un passaggio che richiede alle donne di potersi riconoscere simbolicamente e realmente maestria nel lavoro di cura e di potersi immaginare non solo come curanti, ma anche come destinatarie di cure. e che richiede alla cultura sociale di dotarsi di nuovi criteri di valutazione di un lavoro tanto necessario in quanto vicino alle esigenze vitali delle persone.<\/p>\n<p><strong>Esplorazione del mondo della cura<\/strong><br \/>\nQuesto schema di analisi ci fornisce alcuni elementi di chiarezza, ma apre nel contempo molteplici interrogativi su cui si sente la necessit\u00e0 di confronto anche a partire da riflessioni su esperienze operative. Ad esempio: se \u00e8 un lavoro al femminile, gli uomini ne sono in qualche modo esclusi? Lo intraprendono con modalit\u00e0 diverse? La cura \u00e8 una presa di responsabilit\u00e0 fra persone o\/e vi \u00e8 una dimensione di responsabilit\u00e0 sociale?<br \/>\nLa produzione di ricerca su questo tema si \u00e8 svolta finora prevalentemente attraverso l&#8217;interesse di donne studiose, sociologhe, storiche, antropologhe, e nel filone di studi femministi . Carol Thomas (1993) sostiene che \u00abcura\u00bb \u00e8 una categoria empirica e non teorica e che le forme di cura e le relazioni fra le stesse siano da teorizzare nei termini e all&#8217;interno di altre categorie teoriche. Suggerisce inoltre sette dimensioni comuni a tutti i concetti di cura:<br \/>\n&#8211; l&#8217;identit\u00e0 sociale di chi cura;<br \/>\n&#8211; l&#8217;identit\u00e0 sociale di chi riceve cure;<br \/>\n&#8211; la relazione interpersonale fra chi cura e chi riceve cure;<br \/>\n&#8211; i contenuti della cura;<br \/>\n&#8211; l&#8217;ambito sociale in cui \u00e8 collocata la relazione di cura;<br \/>\n&#8211; il carattere economico della relazione di cura;<br \/>\n&#8211; il luogo della cura.<br \/>\nConsidero utile questo schema per addentrarmi nella scomposizione del concetto di cura, avendo come prospettiva quella di comprendere meglio i passaggi fra la presunta naturalit\u00e0 del lavoro di cura svolto tradizionalmente dalle donne e la sua costituzione in dimensione professionale, cio\u00e8 in lavoro di cura svolto da donne e da uomini all&#8217;interno di professioni, in ruoli e in contesti produttivi diversi.<br \/>\nL&#8217;identit\u00e0 sociale di chi cura.<br \/>\nLa persona che cura \u00e8 usualmente definita in riferimento al ruolo: familiare (ad esempio, moglie, madre, figlia) o professionale (ad esempio, domestica, infermiera) o specifico (ad esempio, volontaria). L&#8217;evocazione \u00e8 genericamente e usualmente al femminile, tanto che si pu\u00f2 affermare che il genere \u00e8 costitutivo dell&#8217;identit\u00e0 sociale di chi cura. La cura \u00e8 femminile. E ci\u00f2 non solo perch\u00e9 sono donne le persone che garantiscono cura nell&#8217;ambito della famiglia e perch\u00e9 sono prevalentemente donne coloro che svolgono lavori di cura nei servizi. Si tratta bens\u00ec del fatto che il dare cura \u00e8 parte della costruzione sociale dell&#8217;identit\u00e0 femminile. L&#8217;identit\u00e0 di ciascuno riassume le esperienze passate, il nucleo profondo delle esperienze infantili e la progettualit\u00e0 futura in quanto dimensione soggettiva all&#8217;interno di una cornice sociale e culturale che offre determinati modelli di comportamento, a donne e a uomini. Sia il maschio che la femmina hanno come primo oggetto d&#8217;amore una donna, ma il bambino si deve staccare da lei per identificarsi con il sesso d&#8217;appartenenza e la sua identit\u00e0 costruisce attraverso l&#8217;esperienza di separazione dalla madre, la valorizzazione della presa di distanza e dell&#8217;autonomia. La bambina prolunga l&#8217;identificazione con la madre, non c&#8217;\u00e8 opposizione fra s\u00e9 e l&#8217;altra e l&#8217;identit\u00e0 si costruisce sulla valorizzazione della vicinanza piuttosto che della separazione, dell\u2019 oblativit\u00e0 e del bisogno dell&#8217;altro. Le donne si immaginano prima o poi nella posizione di chi cura, piuttosto che come persone potenzialmente bisognose di cure fisiche (Griffits, 1988).<br \/>\nIl lavoro di cura appare, nella nostra cultura e nella nostra societ\u00e0, come un&#8217;espressione del femminile. Ci\u00f2 ovviamente no esclude che il lavoro di cura sia svolto da uomini, in ruoli familiari nell&#8217;ambito domestico e da operatori nei servizi. Nominare il genere di chi cura ? uomo o donna nella famiglia, operatore o operatrice nei servizi contribuirebbe sia all&#8217;esplicitazione delle differenze nel modo di curare senza che ci\u00f2 possa essere sentito (come spesso accade alle donne nella dimensione professionale) come una minaccia all&#8217;uguaglianza di diritto fra i sessi e contribuirebbe anche al chiarimento di ci\u00f2 che si pu\u00f2 o si deve intendere per \u00abdiritti di chi cura\u00bb , nozione oggi compressa fra gli estremi di una dimensione o tutta amorevole e di obbligo, nella relazione familiare, o di rivendicazione di condizioni materiali di lavoro, nelle relazioni produttive.<\/p>\n<p>L&#8217;identit\u00e0 sociale di chi riceve cure. Chi riceve cure \u00e8 generalmente definito come membro di una determinata categoria sociale, che pu\u00f2 essere riferita, ad esempio, all\u2019et\u00e0, come i bambini e gli anziani, o ai familiari. Chi riceve cura \u00e8 spesso definito nei termini di appartenente ad una categoria di persone in una posizione di dipendenza, come anziani non autosufficienti, persone con difficolt\u00e0 di apprendimento o con malattie croniche. Cos\u00ec la chiave di identificazione sociale di chi riceve cure \u00e8 nei termini di status di dipendenza. Tuttavia chi riceve cure nella famiglia \u00e8 in genere un adulto autosufficiente o un bambino con la non autosufficienza fisiologica rispetto al livello di crescita .<br \/>\nChi riceve cura esibisce la dimensione del bisogno e anche quella del diritto di cittadinanza: dimensioni entrambe caratterizzate da forti mutamenti di tipo valoriale nel corso degli ultimi decenni. Si tratta di un mix che da un lato ridisegna la collocazione del posto della donna nelle dinamiche familiari, dall&#8217;altro ridefinisce la relazione fra chi d\u00e0 e chi riceve cura nei luoghi istituzionali, in quanto chi porta un bisogno di cure non \u00e8 pi\u00f9 un questuante proprio in forza del suo diritto di cittadinanza. Ma anche chi d\u00e0 cure pone limiti precisi alla propria disponibilit\u00e0, in forza dei diritti del lavoro. Esibire il diritto a ricevere cure scioglie il debito di gratitudine nei confronti della madre simbolica, cio\u00e8 il\/la curante, distanziandosene (gli operatori descrivono questo movimento dei loro utenti\/clienti come fonte di tensione perch\u00e9 denso di pretesa e di aggressivit\u00e0).<br \/>\nLa relazione fra chi cura e chi riceve cure.<br \/>\nE\u2019 una relazione definita, e in un certo senso accettabile, prevalentemente all&#8217;interno di un vincolo: quello familiare oppure quello lavorativo, per quanto riguarda i servizi, anche se si prospettano ulteriori dimensioni. Se il fondamento della relazione interpersonale nell&#8217;ambito della famiglia \u00e8 quello dell&#8217;amore, non sfugge tuttavia quello dell&#8217;obbligo, pur in termini diversi dall&#8217;obbligo al rispetto di norme insito nel rapporto istituzionale di lavoro di cura. In quest&#8217;ultimo ambito il tipo di relazione \u00e8 determinato anche dal grado di investimento e dalle prefigurazioni del singolo operatore rispetto alla propria attivit\u00e0, nonch\u00e9 dalla cultura organizzativa del luogo istituzionale in cui la relazione di cura avviene.<br \/>\nTenendo conto delle osservazioni che portavo nel punto precedente, credo si possa affermare che forse mancano ancora dei criteri, condivisibili dai soggetti in interazione, per contrattare una modalit\u00e0 di rapporto sufficientemente chiara e rispettosa delle attese di ciascuno. In altri termini, \u00e8 come se si dovesse ancora mettere a punto una modalit\u00e0 relazionale entro cui si possa esprimere fiducia e affidamento, da parte di chi riceve cure, e contemporaneamente personalizzazione e misura del coinvolgimento, da parte di chi d\u00e0 cure, in un tempo che spesso ha un inizio improvviso e una durata comunque breve (ho in mente il senso di delusione espresso da diverse educatrici di nido quando affermano che \u00abi nostri bambini poi non si ricordano pi\u00f9 neanche di noi, con tutto quello che abbiamo fatto\u00bb).<br \/>\nUlteriori relazioni interpersonali possono essere fondate sull&#8217;amicizia o sul \u00abvicinato\u00bb oppure riguardare persone fra loro sconosciute in contatto per una determinata finalit\u00e0 attraverso una prestazione volontaria. E\u2019 ancora poco diffuso un tipo di relazione fondata sullo scambio di cure in una posizione paritaria fra persone adulte che possono considerarsi contemporaneamente in grado di dare cura e di riceverne, all&#8217;interno di un legame sociale che non sia parentale o a pagamento (Colombo, 1991). Anche la stessa categoria della cura come dono, come valore etico di gratuit\u00e0, sembrerebbe presupporre una relazione fondata sulla disponibilit\u00e0 a donare, ma anche sull&#8217;attesa di essere destinatari di doni (Bimbi, 1995).<br \/>\nTutto ci\u00f2 comporta che tipi di relazioni di cura differenti possano essere compresenti in un reticolo destinato ad un unico soggetto: ad esempio, un bambino pu\u00f2 ricevere cure, che presuppongono relazioni differenti, dalla madre, dall&#8217;educatrice al nido, dalla baby?sitter in casa o da una vicina nella sua propria casa.<br \/>\nI contenuti della cura.<br \/>\nLa difficolt\u00e0 di questa definizione risiede nel duplice significato insito sia nel sostantivo cura sia nel verbo curare. Significato riferibile alla relazione che si instaura fra i soggetti, nel senso di \u00abprendersi cura\u00bb di qualcuno, o riferibile all&#8217;attivit\u00e0 di curare, ai processi operativi, nel senso di \u00abbadare\u00bb, \u00absorvegliare\u00bb, \u00abassistere\u00bb, \u00abcurare terapeuticamente\u00bb qualcuno.<br \/>\nQuesti significati evocano a loro volta due dimensioni del lavoro di cura, inscindibili nell&#8217;esperienza della cura:<br \/>\n&#8211; la dimensione materiale: curare \u00e8 un lavoro, un lavoro costituito da azioni e compiti precisi, che occorre saper fare;<br \/>\n&#8211; la dimensione emotiva: curare \u00e8 un evento emotivo che ha a che fare con i sentimenti, con l&#8217;amore e il affetto, e con il garantire supporto emotivo.<br \/>\nConosciamo i rischi insiti nel tenere insieme le due dimensioni nell&#8217;ambito dell&#8217;attivit\u00e0 professionale (eccessiva identificazione con la persona di cui ci si prende cura, forte attesa di riconoscimento affettivo dalla stessa, difficolt\u00e0 a smettere di \u00absentirsi sul lavoro\u00bb). Rischi che mettono a dura prova l&#8217;equilibrio psicofisico dei soggetti che svolgono un lavoro di cura e che si palesano spesso con un consumo eccessivo delle proprie risorse.<br \/>\nNell&#8217;ambito dello stesso lavoro di cura all\u2019interno della famiglia si possono identificare dimensioni differenti: lavoro domestico, cio\u00e8 le mansioni ripetitive del tenere in ordine la casa; lavoro di consumo, cio\u00e8 vera che fare con negozi e con servizi vari; e lavoro di rapporto, in un certo senso garantire i legami familiari . I contenuti della cura non sono dunque riferiti solo alla dimensione emotiva o a quella materiale, poich\u00e9 vi \u00e8 compresenza di questi elementi e ci\u00f2 che appare, secondo i diversi conti \u00e8 semmai una prevalenza di uno dei due menti. E&#8217; infatti chiaro che da un lato il lavoro di cura in ambito familiare non \u00e8 una veicolazione d&#8217;amore, ma un vero e materiale lavoro, cos\u00ec come il lavoro di cura servizi non \u00e8 solo materiale attivit\u00e0 in senso di prestazioni, ma \u00e8 anche vicinanza emotiva.<br \/>\nNon sembra una sintesi forzata affermare che i contenuti della cura sono dati da contemporanee dimensioni che riguardano il sentire, il sapere, il fare e che tuttavia il lavoro di cura professionale non implica necessariamente una presa in carico globale.<br \/>\nL&#8217;ambito sociale in cui \u00e8 collocata la l\u2019azione di cura. Questa dimensione riguarda la separazione pi\u00f9 netta e vistosa nella divisione del lavoro nella societ\u00e0 complessa: fra la sfera pubblica e quella privata domestica, da cui derivano le concezioni lavoro di produzione nell&#8217;ambito del pubblico o del mercato e di lavoro di riproduzione nell&#8217;ambito domestico (quel lavoro quotidiano svolto nell&#8217;ambito della famiglia per rispondere a quei bisogni fisici ed affettivi degli adulti per vivere giorno-dopo-giorno e a quelli dei bambini per crescere).<br \/>\nL&#8217;economia politica tradizionale ha dato e tuttora tende a dare, al lavoro svolto da donne nella sfera domestica la definizione di \u00abimproduttivo\u00bb (rispetto a quello \u00abproduttivo\u00bb per il mercato). Le ricerche e le analisi svolte negli anni &#8217;70 e &#8217;80 sulle caratteristiche e la natura del lavoro domestico delle donne ne hanno messo in luce le diverse dimensioni e hanno ampliato il concetto di produzione, chiarendo la funzione decisiva della produzione di rapporti sociali e di prodotti immateriali. Vi \u00e8 anche l&#8217;analisi e la valorizzazione di un modo di produzione che costituisce un patrimonio di esperienze accumulate ed elaborate dalle donne attraverso i loro compiti di gestione della sopravvivenza (riguardo alla salute, il cibo, l&#8217;abitazione, i rapporti). \u00abSi tratta di capacit\u00e0 e abilit\u00e0 di diverso tipo, via via modificate e adattate a seconda delle risorse esistenti e delle esigenze dello sviluppo sociale ? e non certamente trasmesse in modo meccanico, sempre identiche, di generazione in generazione\u00bb (Prokop, 1978).<br \/>\nLa collocazione della relazione di cura in uno dei due ambiti caratterizza in modo differente i concetti di cura.<br \/>\nNell&#8217;ambito domestico (\u00abinformale\u00bb nella terminologia anglosassone, \u00abambiente naturale\u00bb, riprendendo Ardig\u00f2) i soggetti che svolgono un lavoro di cura, anche se pagati, utilizzano la prevalenza affettiva nella relazione mentre i soggetti che svolgono un lavoro di cura nell&#8217;ambito dei servizi (\u00abistituzionale\u00bb o \u00abambiente artificiale\u00bb), pur svolgendo compiti analoghi, utilizzano nella relazione la prevalenza dell&#8217;attivit\u00e0.<br \/>\nIl carattere economico della relazione di cura. Questa dimensione \u00e8 relativa all&#8217;essere il lavoro di cura non retribuito o retribuito; al prestare cure in una dimensione governata da un obbligo proveniente da un legame, familiare o d&#8217;altro tipo, oppure proveniente da un pagamento in denaro. Tuttavia non si tratta solo di gratuit\u00e0 o di pagamento, visto che, come gi\u00e0 detto a proposito della dimensione relativa alla relazione, il lavoro di cura che si svolge nella sfera domestica non \u00e8 esclusivamente gratuito (come nel caso della collaboratrice domestica della baby?sitter) e quello che si svolge nella sfera pubblica non \u00e8 esclusivamente pagato (come nel caso di persone volontarie per particolari prestazioni e situazioni).<br \/>\nSe ci si attiene rigidamente e unicamente alla categoria del gratuito o del pagato si rischia di non vedere l&#8217;articolazione intrinseca nel lavoro di cura rispetto all&#8217;ambito in cui viene prestato e ai suoi contenuti, nonch\u00e9 di perdere elementi utili a comprendere come l&#8217;attitudine alla cura si costituisca in attivit\u00e0 professionale. Vi \u00e8 un dibattito aperto relativamente all&#8217;attribuire un valore economico, e quindi un suo riconoscimento tangibile e materiale a livello sociale, al lavoro di cura svolto dalle donne nell&#8217;ambito domestico. Cos\u00ec come una buona parte della contrattazione dei rapporti di lavoro nell&#8217;ambito dei servizi ruota intorno ad un interrogativo che, pur non cos\u00ec esplicito, riguarda \u00abche cosa vendono gli operatori che fanno un lavoro di cura e che cosa acquista l&#8217;organizzazione dei servizi contrattando un prezzo e delle condizioni di lavoro degli operatori?\u00bb.<br \/>\nE\u2019 un dibattito, lungo gi\u00e0 qualche decennio, iniziato nel momento in cui si \u00e8 affermata la dimensione di vero e proprio lavoro di tutte le attivit\u00e0 con un contenuto di cura, dibattito teso a chiarire le ambiguit\u00e0 proprie del tenere insieme le dimensioni materiali e quelle affettive in un lavoro per il mercato, da svolgersi per determinate ore settimanali, in certi orari, con determinati periodi di riposo, con determinate retribuzioni.<br \/>\nIl luogo della cura.<br \/>\nRiguarda il luogo fisico in cui si svolgono le attivit\u00e0 di cura e l&#8217;immagine che se ne ha a livello sociale. Il lavoro di cura \u00e8 presente, come gi\u00e0 abbiamo visto, sia nella casa sia in diversi luoghi identificati come pi\u00f9 o meno istituzionali: l&#8217;ospedale, le case di cura diurne, i centri residenziali e di lungodegenza, quelli territoriali di salute, e cos\u00ec via. Si tratta dei luoghi prevalentemente evocati quando si parli di cura; tuttavia \u00e8 limitativo riferirsi solo a questi spazi circoscritti da mura e definiti in s\u00e9. Lavoro di cura, professionale o non, si compie anche all&#8217;esterno, nella citt\u00e0 in senso urbanistico e sociale pi\u00f9 ampio: all&#8217;aperto nei parcheggi e nelle strade, che offrono tutti gli ostacoli propri di luoghi non pensati in riferimento a possibili funzioni di cura delle persone; o in altri luoghi come bar, alberghi, un ufficio postale o un tram in cui gli operatori accompagnano persone disabili ad affrontare tappe della loro vita quotidiana. Essendo la cura pensata come un&#8217;attivit\u00e0 rinchiusa entro determinati ambiti fisici riservati, questi altri luoghi mal si adattano, architettonicamente e relazionalmente, a standard di funzionamento differenti da quelli p revisti dalla loro destinazione prevalente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dall\u2019archivio: per rileggere e dare il senso del percorso fatto, per costruire memoria di un passato ancora prossimo (*)<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3593],"edizioni":[65],"autori":[2747],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3665],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/591"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=591"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/591\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6126,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/591\/revisions\/6126"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=591"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=591"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=591"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=591"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=591"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=591"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=591"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=591"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=591"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}