{"id":6079,"date":"2026-01-09T10:26:45","date_gmt":"2026-01-09T09:26:45","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6079"},"modified":"2026-01-09T10:26:45","modified_gmt":"2026-01-09T09:26:45","slug":"millesima-visione-riflessione-a-margine-di-american-beauty","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6079","title":{"rendered":"Millesima visione: Riflessione a margine di American Beauty"},"content":{"rendered":"<p>di Davide Rambaldi<\/p>\n<p>Il film \u00e8 proprio bello, terribile e bello. E&#8217; una storia di quotidiana alienazione, di rapporti vuoti e ammalati che ammalano i protagonisti, di dolore non riconosciuto, negato, nascosto, cos\u00ec che si arrotola su s\u00e9 stesso senza possibilit\u00e0 di risolverlo. Insieme, \u00e8 la storia di un riscatto, di un uomo che decide di recuperare la propria umanit\u00e0 ed uscire dalle sabbie mobili di una pressione sociale che ti uccide senza accorgersene. E&#8217; proprio un bel film. Magnificamente interpretato da Kevin Spacey e Annette Bening, che non si capisce perch\u00e9 non abbia vinto anche lei l&#8217;Oscar.<br \/>\nSapete che non mi piace raccontare le trame dei film, credo che si perda il gusto dello stupore narrativo e comunque queste note usciranno quando il film sar\u00e0 uscito dalle sale e avr\u00e0 il destino dei cinema estivi e dell&#8217;Home video e tutti pi\u00f9 o meno l&#8217;avranno visto.<br \/>\nPossiamo per\u00f2 fare alcune riflessioni a margine.<br \/>\nLa prima \u00e8 relativa alla rappresentazione che gli americani hanno di s\u00e9 stessi: un&#8217;immagine potente, narcisistica, autocelebrante nella stragrande maggioranza delle proprie produzioni culturali. Ma quando vogliono graffiare e mettere a nudo la propria debolezza lo fanno con una lucidit\u00e0 dolente e impietosa, feroce e veritiera. Alla criticit\u00e0 noi italiani siamo in fondo abituati: raramente ci prendiamo davvero sul serio, l&#8217;ironia a volte struggente e bonaria, a volte sarcastica e amara, a volte povera e penosa attraversa la storia del nostro cinema nel bene e nel male e rappresenta un&#8217;immagine sociale che mai si azzarderebbe di fare un monumento a s\u00e9 stessa. Il contrasto estremo e drammatico del cinema americano tra una rappresentazione onnipotente ed una debole, insicura, a volte impotente, rinnova &#8211; purtroppo, vien da dire, dato il colonialismo culturale che quotidianamente subiamo &#8211; la fascinazione nei suoi confronti. Proprio perch\u00e9 cos\u00ec sicura e vincente, questa societ\u00e0 e questa cultura celano segreti terribili e oscuri, che solo con grande dolore possono essere svelati. E&#8217; la storia di questo film.<br \/>\nL&#8217;oggetto e il soggetto della storia \u00e8 una famiglia della middle-class americana, il centro del potere economico e culturale di questa societ\u00e0. Il quadro che ne emerge \u00e8 agghiacciante: il denaro e il successo come i termini di una alienazione che rovina i rapporti umani tra genitori e figli, tra mariti e mogli, tra amici e amiche. Che produce un disagio esistenziale e relazionale che non si pu\u00f2 ammettere perch\u00e9 finirebbe per mettere in discussione questi due miti sociali sulla quale \u00e8 fondata tale vincente onnipotenza. Dietro all&#8217;apparenza dunque, non solo il dolore della disumanit\u00e0 dei rapporti ma una fragilit\u00e0 personale profonda, perch\u00e9 non vi sono altri punti di riferimento, perch\u00e9 il disagio non \u00e8 riconosciuto n\u00e9 ha nome, perch\u00e9 la malattia ha radici culturali che non possono essere messe in crisi. Da sempre e ovunque, si sa, le culture rassicurano e ammalano, proteggono e feriscono: questa del capitalismo vincente sembra lasciare l&#8217;uomo solo come nessun&#8217;altra perch\u00e9 spostando la rassicurazione e la protezione dalle relazioni agli oggetti non consente agli individui di curarsi mai.<br \/>\nMa qualcuno si ribella. E&#8217; il senso simbolico del film, il messaggio, si diceva una volta: l&#8217;uomo ha sempre delle risorse e quindi pu\u00f2 riuscire a cambiare, ad uscire dalle gabbie e dai vincoli tossici che si costruisce attorno e recuperare la propria umanit\u00e0. Qui possiamo fare un&#8217;altra delle nostre riflessioni: nel segno e nella coerenza della cultura individualista e isolante nella quale \u00e8 inserito, la rivolta del protagonista \u00e8 solitaria, non aggrega, non riesce a costruire gruppo e cultura attorno a s\u00e9 che offrano una possibilit\u00e0 di cambiamento collettivo e la guarigione o il recupero di una dimensione pi\u00f9 umana \u00e8 solo un&#8217;opportunit\u00e0 personale, individuale, singola. La stessa famiglia, cristallizzatasi in una struttura incomunicabile tra i suoi membri dopo anni e anni di relazioni vuote o disturbate, non riesce a riparare s\u00e9 stessa, non riesce a divenire risorsa collettiva, luogo gruppale e politico del cambiamento culturale. Il membro ribelle pu\u00f2 salvare solo s\u00e9 stesso, autoescludendosi, andandosene e lasciando gli altri al proprio destino. Quello che si pu\u00f2 sperare \u00e8 che &#8220;fuori&#8221; possa aggregarsi e costituire minoranze che portino avanti altri significati culturali e sociali del convivere collettivo, ma nel film non ve ne \u00e8 traccia.<br \/>\nNon so se queste considerazioni siano aderenti al film o mi sia fatto dei viaggi che con questa storia non c&#8217;entrano niente. Di una cosa sono ancora certo per\u00f2: il film l&#8217;ho visto, e se mi ha evocato questi pensieri significa che la forza emotiva che ha prodotto \u00e8 stata reale, viva, intensa. Ci\u00f2 significa che la sua qualit\u00e0 estetica non pu\u00f2 essere indifferente, anche se non \u00e8 un capolavoro, anche se \u00e8 troppo patinato come quasi tutto il cinema americano odierno, anche se non vi \u00e8 alcuna originalit\u00e0 stilistica che lo qualifichi. Ma \u00e8 un bel film, e questo \u00e8 un fatto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Davide Rambaldi Il film \u00e8 proprio bello, terribile e bello. 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