{"id":630,"date":"2009-11-04T17:07:05","date_gmt":"2009-11-04T17:07:05","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=630"},"modified":"2026-01-16T11:05:46","modified_gmt":"2026-01-16T10:05:46","slug":"riabilitar-e-trasumanar","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=630","title":{"rendered":"5. Riabilitar e trasumanar"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Marco Grana<br \/>\nRiabilitare soggetti svantaggiati nel nostro ordine sociale, gi\u00e0 di per se\u2019 alienante, non \u00e8 semplice. Il paradosso di una metodologia riabilitativa nella riappropriazione della normalit\u00e0, tra emancipazione dall\u2019handicap ed obbligo all\u2019omologazione. Intervista a Massimo Manferdini, educatore presso il Polo Handicap del Quartiere Borgo-Reno di Bologna<!--break-->Che cos&#8217;\u00e8 per te la riabilitazione?<br \/>\nLa prima cosa che mi viene in mente \u00e8 chiarire cosa significa essere abili: a quanto ne so potrebbe essere la misura di una compatibilit\u00e0 con l&#8217;ordine sociale in senso lato. Penso che anche tutte le riabilitazioni di tipo fisioterapeutico oppure psichiatrico debbano avere questo fine. Mi viene da pensare che la riabilitazione sia un tentativo di creare delle opportunit\u00e0 affinch\u00e9 soggetti con difficolt\u00e0 varie riescano a convivere con questo ordine sociale.<\/p>\n<p><strong>D\u00ec qualcosa di questo ordine sociale.<\/strong><br \/>\nL&#8217;essere abili \u00e8 un problema generale, non solo degli handicappati: \u00e8 un problema di tutti, perch\u00e9 convivere con una societ\u00e0 cos\u00ec, con una quota di alienazione cos\u00ec grande non \u00e8 semplice. L&#8217;aspetto che mi colpisce \u00e8 questo, dell&#8217;alienazione, dell&#8217;essere separati un po\u2019 dalla propria vita, e un po\u2019 dal momento presente: per esempio, ci sono persone che vivono di film o di telenovelas, e la loro vita \u00e8 completamente proiettata dentro queste strutture. Il paradosso diventa quello che non c&#8217;\u00e8 interesse o coinvolgimento per le relazioni reali che li circondano. Questa \u00e8 una forma di alienazione molto grande perch\u00e9 determina un contesto dove tutto concorre a separare la persona dalla sua esistenza e dal momento presente, spingendola a fantasticare ad avere sempre nuovi desideri da rincorrere e da soddisfare oppure inducendo a nostalgie verso un passato ormai addomesticato. In questo contesto essere abili a convivere in una societ\u00e0 di questo tipo pu\u00f2 presentare dei rischi anche grossi: nello stesso tempo c&#8217;\u00e8 una tendenza sempre pi\u00f9 grande (per esempio in autori come Redfield, La Profezia di Celestino) c&#8217;\u00e8 una tendenza forte ma non troppo appariscente ad occuparsi della propria esistenza alla ricerca di un significato pi\u00f9 profondo che non sia il far soldi o lo star bene, c&#8217;\u00e8 un po\u2019 di tutto.<\/p>\n<p><strong>C&#8217;\u00e8 una specificit\u00e0 di questo problema nell&#8217;handicap?<\/strong><br \/>\nPenso che ci sia, nel senso che ci troviamo a che fare con difficolt\u00e0 particolari, anche se non \u00e8 detto che queste difficolt\u00e0 particolari siano sempre un ostacolo; tutti hanno difficolt\u00e0 particolari, la peculiarit\u00e0 esiste, ma esiste per tutti, con gradi diversi in termini di gravit\u00e0. Secondo me, il problema per tutti \u00e8 di riuscire a non fantasticare, ad abitare il presente e a rimanere in contatto con la propria esistenza, \u00e8 una cosa molto difficile che non tanti fanno, c&#8217;\u00e8 la specificit\u00e0, ma non \u00e8 diversa da tante altre specificit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Sono molto d&#8217;accordo con te sul fatto che ci sia un problema di abilit\u00e0 non scontata a vivere nel nostro mondo, e che questo problema sia di tutti. Vorrei, per\u00f2, che ora tu facessi lo sforzo di qualificare in che cosa pu\u00f2 consistere la specificit\u00e0 di questo problema nell&#8217;handicap, soprattutto in relazione alla tua esperienza.<\/strong><br \/>\nL&#8217;esperienza di lavoro presso un centro diurno mi ha convinto che la riabilitazione richiesta a strutture come quella, che storicamente avrebbero dovuto rimediare ai guai combinati dall&#8217;istituzionalizzazione, finisce sostanzialmente per essere la richiesta di tenere l\u00ec delle persone non facilmente inseribili nell&#8217;ordine sociale, e tenerle l\u00ec senza dar troppo fastidio, non facendo troppi sforzi perch\u00e9 partecipino alla vita quotidiana. Di fatto la richiesta sociale si riduce a questo: l&#8217;esperienza mia \u00e8 stata di reagire a questa richiesta sociale, non tanto per spirito di reazione, ma perch\u00e9 l&#8217;esigenza di queste persone era di non far parte di un ghetto, di avere una vita che comprendesse pi\u00f9 contesti, non solo casa-centro, ma anche cinema, osterie, pizzerie, biblioteche, centri sociali, barbiere, negozi di abbigliamento, eccetera. Nonostante tutto, questo sforzo \u00e8 minato alla base da come \u00e8 strutturato il centro, nel senso che \u00e8 una struttura dove l&#8217;handicappato va tutto il giorno, che non ha funzioni istruttive, e le funzioni educative gli sono riconosciute soprattutto sulla carta; di fatto la richiesta sociale non \u00e8 quella di una maggiore autonomia di vita, ma semplicemente &#8220;tenetevi questi personaggi scomodi, prendetevene cura nel modo migliore, ma affari vostri, senza darci fastidio&#8221;.<br \/>\nLa riabilitazione era una impegno che il centro assumeva come suo impegno, certamente non una richiesta, nemmeno dalla Usl.<br \/>\nIl lavoro qui \u00e8 una cosa complicata, perch\u00e9 il lavoro \u00e8 pi\u00f9 vario e con pi\u00f9 utenti: se penso ai gruppi pomeridiani oppure a tutta una serie di casi di interventi individuali, mi pare che lo sforzo sia quello di dare possibilit\u00e0 e opportunit\u00e0 che diversamente non ci sarebbero, come, banalmente, l&#8217;accesso a un certo negozio, o a uno spettacolo, o la possibilit\u00e0 di riflettere su proprie esperienze esistenziali insieme ad altri. Lo sforzo \u00e8 quello di garantire queste opportunit\u00e0: in un certo senso questo riabilita. Probabilmente sarebbero utili anche figure di operatori sociali che facessero questo tipo di proposte anche a persone non handicappate.<\/p>\n<p><strong>Torniamo un attimo indietro e insisto sulla specificit\u00e0 nell&#8217;handicap. Cosa pensi dell&#8217;idea che la specificit\u00e0 del problema nell&#8217;handicap sia la sua forma paradossale? Nell&#8217;handicap c&#8217;\u00e8 in un primo tempo il desiderio, la necessit\u00e0 di appropriarsi e di partecipare ad una normalit\u00e0, a un ordine sociale dai quali si \u00e8 emarginati, esclusi, alienati, per poi potersene emancipare, emancipandosi quindi anche dall&#8217;obbligo alla omologazione che \u00e8 della nostra cultura (\u00e8 un po\u2019 l&#8217;analisi che Pasolini faceva del sottoproletariato delle periferie delle grandi citt\u00e0 italiane, in opposizione alla borghesia).<\/strong><br \/>\nSi tratta di una specificit\u00e0 che in realt\u00e0 \u00e8 generalizzabile ad altre situazioni, alla malattia mentale, agli immigrati provenienti da paesi poveri, alla tossicodipendenza, fatte le dovute differenze.<br \/>\nPenso che questo paradosso esista, che sia un prezzo da pagare nella riabilitazione degli handicappati, e in questo gioco non bisognerebbe perdere in termini di contatto con la propria vita, un contatto che molti altri non hanno.<\/p>\n<p><strong>Qui ritorna una cosa che dicevi en passant prima, e che volevo riprendere: non sempre l&#8217;handicap, o le difficolt\u00e0 particolari, sono un ostacolo. Anzi sembrava che tu volessi dire che condizioni esistenziali particolari \u00e8 come se spingessero sia chi le porta sia chi gli sta vicino ad una ulteriore ricerca, ad una ulteriore spinta alla crescita.<\/strong><br \/>\nS\u00ec, per la distanza dagli stereotipi: pi\u00f9 sei distante dagli stereotipi culturali e pi\u00f9 devi cercare. E poi dov\u2019\u00e8 una difficolt\u00e0 e un limite, l\u00ec c&#8217;\u00e8 anche una forza per superare quel limite. Questa \u00e8 l&#8217;esperienza mia, nel senso che la difficolt\u00e0 \u00e8 nello stare in presenza di questa difficolt\u00e0 particolare, che pu\u00f2 essere un handicap o un&#8217;altra cosa, riuscire a starci insieme, abitando con queste difficolt\u00e0. L&#8217;handicappato come qualsiasi persona pu\u00f2 trovare una strada&#8230;anzi ha di fronte il vero, non il verosimile e gi\u00e0 questa \u00e8 una cosa che non va perduta. Non bisogna gettare il bambino con l&#8217;acqua sporca.<\/p>\n<p><strong>Ho la sensazione che questo tipo di ragionamento incida fortemente sul posto che il Metodo e la Metodologia hanno nel nostro lavoro, perch\u00e9 metodo significa serie di passaggi definiti e ordinati, orientati a un certo risultato: il cosiddetto &#8220;come si fa&#8221;. Nel nostro caso il lavoro di abilitazione o riabilitazione ha a che fare con un paradosso e con l&#8217;attribuzione di un certo significato al vissuto del limite, e ad una appropriazione del presente, e quindi del possibile, ma non di un oggetto definito e stabile. Come si configura, e dove si configura, secondo te, una metodologia riabilitativa che parta da questi assunti?<\/strong><br \/>\nLa risposta sta gi\u00e0 un po\u2019 nella domanda: se metodo ci pu\u00f2 essere, \u00e8 un metodo per compiere la prima parte, che \u00e8 quella che attiene all&#8217;ordine del verosimile. Ci pu\u00f2 essere metodo nel percorso di riappropriazione della normalit\u00e0, nel rientrare. Per questo \u00e8 possibile un metodo, ovvero immaginarsi una serie di passaggi successivi di acquisizione di competenze sociali, o di possibilit\u00e0 di movimento, oppure di capacit\u00e0 relazionali in senso stretto.<br \/>\nPer la seconda parte del percorso, che \u00e8 quella che precede la prima, perch\u00e9 \u00e8 la condizione di fatto, la condizione di handicap, ma anche la disarmonia col mondo che riguarda tutti, per quella che \u00e8 attinente all&#8217;ordine del vero, il metodo non c&#8217;\u00e8. Ci possono essere delle intenzioni dei propositi, dei punti di partenza. Sono itinerari su una carta che sappiamo che potranno cambiare e non sappiamo come. E\u2019 la prospettiva della ricerca, che non ha metodo: l&#8217;errore ha la stessa radice dell&#8217;errare, il metodo esiste ma viene costruito passo per passo, il metodo \u00e8 non aver metodo. Per cui \u00e8 possibile, \u00e8 necessario ipotizzare un percorso strutturato metodologicamente per rientrare nella normalit\u00e0, ma per l&#8217;altra parte&#8230;Comunque anche solo la riconquista della normalit\u00e0 \u00e8 una cosa non disprezzabile!<\/p>\n<p><strong>Cos\u00ec ci siamo avvicinati agli aspetti operativi, in cosa consiste la tua pratica di riabilitazione?<\/strong><br \/>\nSoprattutto la relazione, \u00e8 lo strumento principale. Tra l&#8217;altro questi due momenti del paradosso che abbiamo descritto sono compresenti nel lavoro di riabilitazione, come giustamente nei paradossi. Da un lato l&#8217;aspetto normalizzante, per esempio nella visione dei film, che sta nel progetto che conduciamo a Bologna in via Podgora, al Circolo Pinguino Blu; c&#8217;\u00e8 l&#8217;aspetto stereotipato, la presa di contatto con le richieste sociali dominanti insieme alla presa di contatto con la verit\u00e0 delle esperienze personali, dei vissuti esperienziali. Come sempre \u00e8 cos\u00ec, aveva ragione Simon Weil: questa distinzione tra il piano del verosimile e il piano del vero non \u00e8 possibile, sono mescolati e quindi \u00e8 attraverso la discussione, il confronto, la relazione nel senso pi\u00f9 ampio, su ci\u00f2 che vediamo assieme da un lato, e sui comportamenti concreti dei ragazzi e i miei dall&#8217;altro, che cerchiamo di renderci abili a esistere&#8230;garantire a una persona un&#8217;intervento individuale di un educatore pu\u00f2 essere l&#8217;opportunit\u00e0 che gli permette di riappropriarsi di spazi sociali di tutti , anche di cose molto semplici, anche di qui parte una metodologia di questo tipo, che poi per ogni persona ha le sue specificit\u00e0 (certi posti piuttosto che altri, certe cose, in relazione alla configurazione familiare, per esempio, cercando non risolvere problemi ma di stare nei problemi, stare in presenza dei problemi&#8230;<br \/>\nIl termine &#8220;problema&#8221; mi viene poi dalla impostazione metodologica del problem solving, che \u00e8 un metodo che \u00e8 inadatto al nostro lavoro, (\u00e8 adatto per la prima parte, per la riconquista della normalit\u00e0), ed \u00e8 completamente inadatto per la seconda parte, per il contatto con il vero. Non c&#8217;\u00e8 nessun problema da risolvere in questo orizzonte. Anche sul lato dell&#8217;educazione \u00e8 la stessa cosa: per la prima parte ci pu\u00f2 essere metodo, scienza, campo d&#8217;indagine, obiettivi anche se non in senso stretto, ma nel senso di attese di cambiamento comportamentale ma nella seconda parte, che \u00e8 l&#8217;aspetto pi\u00f9 esistenziale, davvero si tratta di un orizzonte di senso, e non di un insieme o di pratiche o passaggi successivi per arrivare a un fine&#8230; Mi ricordo un passaggio di Benjamin che mi \u00e8 rimasto impresso, forse dal libro sul dramma barocco tedesco, in cui lui parla del rapporto tra ricerca e verit\u00e0 dove lui dice radicalmente che non ci pu\u00f2 essere ricerca della verit\u00e0 e che la verit\u00e0 \u00e8 sempre qualcosa che sorprende la direzione nella quale stai andando, cambia, non la puoi prevedere. La ricerca non \u00e8 un procedimento ordinato per prove ed errori, ma un atteggiamento, una educazione dello sguardo, guardare in una certa direzione e aspettare. Se uno si educa all&#8217;attenzione quando la cosa \u00e8 vera e si mostra la vedi, se no&#8230; non c&#8217;\u00e8 altro.<br \/>\nIn conclusione possiamo dire che concretamente il tempo della riabilitazione pu\u00f2 essere occupato per rientrare o riconquistare gli spazi di normalit\u00e0, il pi\u00f9 possibile, per\u00f2 mantenendo viva l&#8217;attenzione non tanto a questo piano, non tanto alla verosimiglianza, ma alla verit\u00e0, a cogliere gli elementi di verit\u00e0 che pure in questo percorso emergeranno. Anche se emergessero la paura, l&#8217;amore, la passione per l&#8217;altro, che \u00e8 una passione paradossale, perch\u00e9 si va a cercare qualcosa che ti disconferma, e nello stesso tempo si sperimenta una forza che ti consente di sostenerla.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riabilitare soggetti svantaggiati nel nostro ordine sociale, gi\u00e0 di per se\u2019 alienante, non \u00e8 semplice. Il paradosso di una metodologia riabilitativa nella riappropriazione della normalit\u00e0, tra emancipazione dall\u2019handicap ed obbligo all\u2019omologazione. 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