{"id":637,"date":"2009-11-04T17:07:06","date_gmt":"2009-11-04T17:07:06","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=637"},"modified":"2026-01-19T11:17:27","modified_gmt":"2026-01-19T10:17:27","slug":"educazione-e-scrittura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=637","title":{"rendered":"10. Educazione e scrittura"},"content":{"rendered":"<p>di Elena Goldoni<\/p>\n<p>La scrittura \u00e8 uno strumento essenziale per dare forma all\u2019esperienza educativa e per documentare un\u2019esperienza riabilitativa. \u201cDare forma a una durata \u00e8 l\u2019esigenza della bellezza, ma \u00e8 anche quella della memoria. Ci\u00f2 che \u00e8 informe \u00e8 inafferrabile, non \u00e8 memorizzabile.\u201d(M. Kundera, La lentezza).<br \/>\n<!--break-->L\u2019esperienza lavorativa di chi opera in ambito educativo oppure, pi\u00f9 in generale, nelle diverse articolazioni del lavoro sociale, impone una riflessione circa le modalit\u00e0 attraverso le quali descrivere tale esperienza a coloro che non l\u2019abbiano vissuta direttamente. Si tratta di un\u2019esigenza professionale per permettere, come afferma Paolo Jedlowski, alla vita quotidiana di divenire il materiale dell\u2019esperienza. Il nodo concettuale cui si rivolge l\u2019attenzione degli educatori e delle educatrici \u00e8 rappresentato dal passaggio da informazione a conoscenza, dal modo cio\u00e8 di descrivere una situazione, un caso, e la possibilit\u00e0 che ci\u00f2 divenga oggetto di conoscenza. La scrittura pu\u00f2 essere uno strumento adeguato per tale fine.<br \/>\nNel corso della storia vi sono esempi di come eventi, quindi informazioni, attraverso la scrittura continuano a trasmettere conoscenza e quindi in modo indipendente dalla loro immediatezza forniscono chiavi d\u2019interpretazione della realt\u00e0. In modo analogo, la scrittura in educazione deve essere attenta al passato, perch\u00e9 la storia di un handicappato, o di un tossicodipendente, \u00e8 fondamentale e di ci\u00f2 si deve avere lucida consapevolezza; tuttavia proprio nella storia, in una sua rilettura attenta si possono trovare le risorse per una tensione verso il futuro. Per questo motivo allora appare importante imparare a \u201cscrivere la storia\u201d per chi opera nell\u2019ambito del sociale eliminando inoltre il pregiudizio secondo il quale la scrittura \u00e8 una dote innata.<br \/>\nScrive Primo Levi nella prefazione a Se questo \u00e8 un uomo: \u201cIl bisogno di raccontare agli \u201caltri\u201d, di fare gli \u201caltri\u201d partecipi, aveva assunto tra noi, prima della liberazione e dopo il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro \u00e8 stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore.\u201d La liberazione cui Primo Levi fa riferimento pu\u00f2 in educazione, a mio avviso, potere essere tradotta nella liberazione dal dato immediato, dalle implicazioni emotive che un intervento presuppone, oppure dalle differenti categorie di interpretazione della realt\u00e0 che ciascuno assume, necessariamente, poich\u00e9 sono diverse le storie di formazione. La scrittura dell\u2019esperienza educativa \u00e8 quindi uno strumento che pu\u00f2 agevolare questa liberazione creando i presupposti necessari ad un\u2019ulteriore elaborazione sotto il profilo teorico che non riguarda soltanto l\u2019esperienza in questione ma che si offre anche come utile spazio di riflessione sui caratteri della propria professionalit\u00e0. Esiste una notevole differenza tra il fare esperienza e l\u2019avere esperienza, sempre secondo Jedlowski, ed \u00e8 esattamente in questo scarto che si individua la possibilit\u00e0 di non limitarsi al fatto in s\u00e9 ma di rivestirlo di un altro significato accessibile ad altri mediante l\u2019utilizzo della scrittura.<br \/>\nLa parola \u00e8 perci\u00f2 l\u2019oggetto su cui poter lavorare e ci\u00f2 di fronte a cui porsi degli interrogativi.<\/p>\n<p><strong>Scrivere e descrivere<\/strong><br \/>\nPer meglio comprendere il senso di quanto affermo rievocher\u00f2 un\u2019esperienza seminariale dal titolo \u201cIl lavoro interdisciplinare sul caso\u201d condotta in contesto universitario: la consegna ricevuta consisteva nella presentazione di un caso, scelto dalle partecipanti e dai partecipanti sulla base delle nostre esperienze personali; in riferimento alla storia personale di una ragazza si utilizz\u00f2 l\u2019aggettivo disinteressati per descrivere l\u2019atteggiamento dei genitori. L\u2019intenzione era stata quella di descrivere in modo immediato l\u2019atteggiamento dei genitori, cos\u00ec come era stato percepito dagli operatori, senza per\u00f2 esplicitare chi era l\u2019autore di tale giudizio. Il nostro errore fu quello di trasformare il nostro obiettivo iniziale, ovvero una descrizione, in una valutazione senza chiarire le fonti utilizzate per giungere a tale interpretazione. In tal caso sarebbe stato opportuno, da parte nostra esplicitare che \u201cgli operatori e le operatrici considerano disinteressati i genitori di&#8230;\u201d. Il nostro particolare contesto di lavoro, limit\u00f2 il tentativo di acquisire pi\u00f9 informazioni, tuttavia questo pu\u00f2 suggerire istanze delicate da tenere in considerazione nelle relazioni che si stabiliscono con le persone con cui si opera. Il modo in cui acquisiamo e trasmettiamo le informazioni che emergono dall\u2019esperienza quotidiana \u00e8 sempre fedele alla realt\u00e0 o, inconsapevolmente, le interpretiamo? La fedelt\u00e0 si persegue con precisione di particolari, attenzione alle piccole cose, ai gesti quotidiani, e per fare questo \u00e8 necessario tempo da dedicare alla descrizione attenta, in un ottica che s\u2019ispira allora ai narratori e nella consapevolezza che si parte sempre da un punto di vista che \u00e8 quello di chi scrive. Una delle competenze fondamentali di un educatrice o di un educatore, infatti, \u00e8 quella di far parlare anche chi non ne \u00e8 in grado ed \u00e8 innegabile che si tratta di una responsabilit\u00e0 deontologica che esclude l\u2019idea di una scrittura documentativa esclusivamente formale e che obbliga pertanto ad un\u2019analisi della propria modalit\u00e0 di trasmissione dell\u2019esperienza educativa.<\/p>\n<p><strong>Lettori di se stessi<\/strong><br \/>\nLa figura di Nuto Revelli rappresenta un esempio di come sia possibile dare voce a chi non ne ha la possibilit\u00e0 e quindi pu\u00f2 offrire un contributo al tema di cui ci occupiamo. Egli dopo essere stato comandante degli alpini nella campagna di Russia fu comandante partigiano e negli anni sessanta si occup\u00f2 della raccolta di testimonianze di contadini del cuneese. In merito al suo operato sostiene: \u201cE\u2019 tutto qui il senso della mia ricerca, nel dare un nome e un cognome ai \u201ctestimoni\u201d, nel rispettare, senza mai forzare, senza mai distorcere, i loro discorsi. Le testimonianze sono un libro a s\u00e9 , un documento leggibilissimo anche senza alcuna chiave di lettura. Ma il discorso che ho recepito lungo l\u2019arco della ricerca \u00e8 molto pi\u00f9 ampio di quello che esce dalle testimonianze. Ho intervistato duecentosettanta contadini ma ho avvicinato almeno un migliaio di persone. Ecco perch\u00e9 giudico non necessaria ma nemmeno inutile una mia interpretazione delle testimonianze, una interpretazione che tenda soltanto a far emergere i \u201cgrandi temi\u201d cos\u00ec ricchi di suggerimenti, di proposte, di inviti ad allargare e approfondire i discorsi.\u201d<br \/>\nI \u201cgrandi temi\u201d che il lavoro in educazione solleva quotidianamente possono emergere in modo immediato nella scrittura dell\u2019esperienza ma per fare ci\u00f2 \u00e8 necessario autoeducarsi, esercitarsi, non accontentarsi per divenire ciascuno il pi\u00f9 esigente lettore di se stesso.<\/p>\n<p><strong>Riferimenti bibliografici:<\/strong><br \/>\n(a cura di) A. Chiantera, E. Cocever, Scrivere l\u2019esperienza in educazione, Clueb, Bologna, 1996.<br \/>\nNuto Revelli, Il mondo dei vinti, Einaudi, Torino, 1977<br \/>\nID., L\u2019anello forte, Einaudi, Torino, 1985.<br \/>\nID., Il disperso di Marburg, Einaudi, Torino, 1994.<br \/>\nPrimo Levi, Se questo \u00e8 un uomo, Einaudi, Torino, 1958.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La scrittura \u00e8 uno strumento essenziale per dare forma all\u2019esperienza educativa e per documentare un\u2019esperienza riabilitativa. \u201cDare forma a una durata \u00e8 l\u2019esigenza della bellezza, ma \u00e8 anche quella della memoria. Ci\u00f2 che \u00e8 informe \u00e8 inafferrabile, non \u00e8 memorizzabile.\u201d(M. 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