{"id":646,"date":"2009-11-04T17:07:08","date_gmt":"2009-11-04T17:07:08","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=646"},"modified":"2026-01-19T10:46:16","modified_gmt":"2026-01-19T09:46:16","slug":"mediamente-un-esperienza-di-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=646","title":{"rendered":"1. Mediamente: un&#8217;esperienza di lavoro"},"content":{"rendered":"<p>di Stefania Navacchia<\/p>\n<p>\u201cHandicap\u201d e \u201cmass media\u201d: due termini che sembrano contraddirsi. Il primo sinonimo di \u201cdiversit\u00e0\u201d, \u201cpluralismo\u201d, \u201cconfronto\u201d; il secondo porta in seno alla sua etimologia l\u2019idea<!--break--> dell\u2019omologazione ed \u00e8 diventato l\u2019emblema della societ\u00e0 di massa. Come conciliare tale opposizione? Questo problema mi si \u00e8 posto una mattina allorch\u00e9 guardando nella mia casella di posta elettronica, mi \u00e8 giunta una allettante proposta di lavoro da parte del curatore della trasmissione televisiva MediaMente (in onda su RAI TRE), Renato Parascandolo. Avevo mandato. Infatti, tre mesi prima il mio curriculum a \u201cRAI Educational\u201d, pi\u00f9 per scrupolo che per convinzione di ottenere un riscontro. Quella mattina di giugno, invece, mi fu comunicato che mi sarei dovuta occupare dei problemi relativi all\u2019handicap nell\u2019ambito di una trasmissione legata ai media e alle nuove tecnologie. L\u2019argomento non mi era nuovo causa sia della mia esperienza personale, sia del mio percorso di formazione. Dovetti per\u00f2 attendere la fine di settembre, cio\u00e8 l\u2019inizio della nuova stagione televisiva, per vedere concretizzata la proposta in una riunione a Roma con tutta la redazione del programma. In quella sede mi furono commissionate inizialmente tre puntate.<br \/>\nLa media dell\u2019et\u00e0 dei redattori e di coloro che come me avrebbero ricoperto il ruolo di \u201cautore testi\u201d era piuttosto bassa e lo spirito che si respirava era ancor pi\u00f9 giovanile: percepii immediatamente una disponibilit\u00e0 all\u2019ascolto ed a fare eco ai miei suggerimenti, e questo contribu\u00ec a dileguare dentro di me quel senso di ansia e soggezione che avevano accompagnato i giorni precedenti l\u2019incontro romano. Tutto per\u00f2 si sarebbe svolto per via telematica, cio\u00e8 in modalit\u00e0 di telelavoro: io stessa sarei stata l\u2019incarnazione vivente di ci\u00f2 di cui mi dovevo occupare. Forma e contenuti avrebbero coinciso. Senza andare nello specifico, il mio ruolo era quello di scegliere argomenti, interviste e servizi da realizzare, definire la struttura della puntata e scrivere il testo per il conduttore, Carlo Massarini.<\/p>\n<p><strong>Informare senza impietosire<\/strong><br \/>\nIl problema della conciliazione fra handicap e mezzo televisivo diventava ogni giorno pi\u00f9 pressante poich\u00e9 ero consapevole della storia difficile che mi era alle spalle, una storia fatta dalla TV di servizio e da quella del dolore, che raramente era riuscita a esprimere in maniera adeguata un mondo complesso come quello dell\u2019handicap. Era un problema di linguaggio: linguaggio verbale e linguaggio visivo; ma era soprattutto il problema, come mi fu subito detto in riunione, della loro conciliazione. Inizi\u00f2 cos\u00ec la mia lotta quotidiana contro il linguaggio in cui si nascondevano differenti luoghi comuni e differenti immagini sociali dell\u2019handicap: volevo dire cose nuove, ma avevo a disposizione codici che sentivo superati e temevo che ogni parola da me usata potesse essere interpretata con schemi vecchi. Non volevo certo fare una televisione pietistica, che mostrasse l\u2019handicappato come essere comunque inferiore; ma non volevo neppure cadere nel luogo comune opposto che considerava il disabile o come \u201csuper eroe\u201d, o come essere capace di \u201cdare tanto\u201d e soprattutto \u201cdare amore\u201d. Miravo a una televisione basata sull\u2019informazione, soprattutto volta a fornire indicazioni sulle risorse (ad esempio, ma non solo, quelle su Internet) e sulla riflessione attraverso un rapporto anche critico, o meglio problematico, sul mondo del computer. Scelsi la strada che mi era pi\u00f9 congeniale e nella quale credevo: esprimere la complessit\u00e0 attraverso la semplicit\u00e0. Volevo lasciare che le cose si raccontassero da sole e fare in modo che esse facessero emergere la loro logica senza forzature e senza interventi esterni. La mia mano non si doveva vedere. Ebbi la fortuna di trovare in Massarini un eccellente mediatore la cui naturalezza era l\u2019ideale per esprimere una concezione dell\u2019handicap come normale componente della vita e della societ\u00e0. Il fatto poi che MediaMente fosse u n programma centrato sulle tecnologie mi permise di fare passare l\u2019idea che l\u2019handicap non fosse un mondo a parte, ma una tematica da affrontare come le altre. L\u2019argomento \u201cnuove tecnologie \u201c mi dava in tal modo l\u2019opportunit\u00e0 di non fare un programma sull\u2019handicap, ma di vedere questa tematica in rapporto ad altri problemi. Inoltre ritenevo che i nuovi media fossero un ottimo strumento per una vera integrazione e per una cultura che considerasse l\u2019handicappato una persona completa, con pregi e difetti, in grado di esprimere al meglio le sue potenzialit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Quando le nuove tecnologie integrano<\/strong><br \/>\nQuesta impostazione fu ampiamente condivisa dai miei collaboratori; da tempo io stessa ero assidua telespettatrice del programma che trovavo in piena sintonia con il mio orientamento: non mi fu difficile integrarmi con la programmista-regista e col navigatore (colui che ricerca all\u2019interno del web i siti attinenti all\u2019argomento della puntata). In questo caso (a differenza di alti casi, in cui il linguaggio della posta elettronica viene a dilatarsi in modo da costringere il disabile a non fare pi\u00f9 economia di parole), gli scambi via mail avevano una sintassi molto stringata ed erano ridotti alle informazioni essenziali. Questo mi permise di riflettere ulteriormente sulle tematiche del rapporto fra handicap e tecnologie. Potevo sperimentare in questo modo l\u2019essenza di una integrazione lavorativa. Non conoscevo nulla o quasi della vita privata di coloro che erano al di l\u00e0 della rete. Tutti i rapporti riguardavano esclusivamente il lavoro, a differenza di quanto avviene in un ufficio \u201ctradizionale\u201d dove lo scambio di idee, la comune conversazione o la battuta possono fare apparire pi\u00f9 umane le relazioni. Cos\u00ec come l\u2019handicap, le nuove tecnologie conducono il soggetto ad un atteggiamento fenomenologico che lo costringe ad andare \u201calla cosa stessa\u201d ed a comprenderne la struttura essenziale. In una sorta di logica minimalista, la riduzione che avviene all\u2019interno del linguaggio di una mail porta in rilievo l\u2019autenticit\u00e0 o la non autenticit\u00e0 dei rapporti di lavoro. Esiste, \u00e8 vero, un\u2019etichetta anche via Internet, ma questo non impedisce, anzi facilita, uno scambio in cui si lavora realmente insieme sullo stesso oggetto. Ritornando all\u2019essenza del dialogo, della struttura domanda-risposta, la mail mette in evidenza la struttura del gesto interrotto di cui parla Andrea Canevaro: arrivare fino ad un certo punto per poi aspettare che sia l\u2019altro a concludere l\u2019azione.<br \/>\nQuesto processo che costituisce il fondamento dell\u2019integrazione, diviene ancora pi\u00f9 macroscopico nel caso in cui sia coinvolta una persona disabile: essa, nel momento della comunicazione via mail, non viene pi\u00f9 percepita dal suo interlocutore con un handicap, poich\u00e9 il suo deficit non interferisce con il suo ambiente, bench\u00e9 si tratti di un ambiente virtuale. A quel punto il mio scopo era quello di trasmettere al pubblico quello che io stessa stavo vivendo, senza tuttavia pormi mai in prima persona, ma nascondendomi nelle parole dette da Massarini e nelle esperienze di altri. In tal modo ho cercato di far passare tra le maglie dei vari linguaggi un\u2019idea \u201cnormale\u201d della persona in situazione di handicap, intendendo il termine \u201cnormale\u201d nell\u2019accezione di naturale, cio\u00e8 facente parte dell\u2019orizzonte della nostra quotidianit\u00e0, dei problemi di tutti: un orizzonte non omologato, e omologante, non monocolore, ma dove l\u2019informazione \u00e8 sempre, come dice Gregory Bateson \u201cla notizia di una differenza\u201d e quindi dove la diversit\u00e0 \u00e8 fonte di conoscenza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cHandicap\u201d e \u201cmass media\u201d: due termini che sembrano contraddirsi. 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