{"id":6621,"date":"2026-02-20T11:30:55","date_gmt":"2026-02-20T10:30:55","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6621"},"modified":"2026-02-20T11:43:45","modified_gmt":"2026-02-20T10:43:45","slug":"6-diversi-non-inferiori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6621","title":{"rendered":"6. Diversi, non inferiori"},"content":{"rendered":"<p>di Marco Grana<\/p>\n<p>Tra cooperante e controparti vi \u00e8 una distribuzione critica del potere, il primo \u00e8 fonte di denaro, il secondo conosce la mappa della realt\u00e0. Le soluzioni dei latino-americani per i loro problemi sono sicuramente migliori&#8230;&#8221;. L&#8217;esperienza di un educatore che \u00e8 partito con un progetto del Mlal di Verona per lavorare in Nicaragua.<br \/>\nEra l&#8217;agosto del 1990, un pomeriggio caldissimo, avevo passato la mattinata da solo senza pensare a niente in particolare; in quel periodo lavoravo come coordinatore di una ricerca epidemiologica, molto seria, importante e ben finanziata. Era una occupazione prestigiosa e remunerata come si deve.<br \/>\nCredo che sia di molti l&#8217;esperienza di un filo di inquietudine che coglie poco dopo l&#8217;adolescenza, una volta terminati studi e obblighi sociali vari (servizio di leva, per esempio), e che, una volta sentito il sapore dell&#8217;et\u00e0 adulta, porta molte persone a confrontare le passioni, le eresie, le speranze, il senso di giustizia di pochi anni prima, e ancora fresco nella propria coscienza, con il realismo che invece tende a imperare una volta presa la decisione di essere diventati grandi.<br \/>\nQuel giorno, forse a causa del caldo, forse di qualcos&#8217;altro, il realismo si fece per un attimo da parte, e quel filo di inquietudine ebbe il tempo di trasformarsi prima in pensiero e poi in progetto: perch\u201a non darsi ancora un po&#8217; di tempo per vedere il mondo, magari in un modo pi\u00f9 interessante che da turista, in modo pi\u00f9 approfondito e certamente pi\u00f9 economico: perch\u201a non provare a inserirsi in un progetto di cooperazione internazionale?<br \/>\nDal progetto alla realizzazione passarono esattamente tre anni: uno per stabilire un contatto solido con una ONG (Mlal, Movimento laici america latina, di Verona), altri due di orientamento, selezione, e formazione. Questi tre anni furono la misura della motivazione, ovvero della solidit\u00e0 di quel filo di inquietudine, che resistette alla prova non solo del tempo, ma anche di un figlio che giunse nel frattempo e delle tante cose cominciate in Italia e quindi da interrompere, da me e dalla persona con cui condividevo il progetto.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;esperienza del Mlal<br \/>\n<\/strong>L&#8217;orientamento fu una esperienza importante da molti punti di vista: non solo mi aiut\u00f2 a fare la riflessione fondamentale sulle mie personali motivazioni (cosa che chi pensa di aiutare gli altri dovrebbe sempre fare con molta onest\u00e0), ma, grazie ad un atteggiamento di rara professionalit\u00e0 del Mlal, mi apr\u00ec la mente al grande universo della gruppalit\u00e0 e del lavoro di gruppo, cosa che, sia nell&#8217;esperienza che poi avrei fatto, sia in seguito sarebbe stata determinante. La selezione fu severa, sia dal punto di vista emotivo, sia dal punto di vista del funzionamento mentale e relazionale richiesto: si trattava di stare per tre giorni all&#8217;interno di un gruppo composto da altri undici candidati e due selezionatori, nel quale bisognava affrontare dei compiti (per esempio: quali competenze deve avere un volontario? Preparazione di un progetto di intervento,&#8230;.) in una situazione del tutto destrutturata.<br \/>\nLa formazione era costituita da incontri, sempre residenziali, sulla realt\u00e0 socioeconomica, storica, e culturale dell&#8217;America Latina, sull&#8217;atteggiamento politico e pedagogico del Mlal, sulle tecniche e le strategie specifiche per i vari settori, nel mio caso l&#8217;educazione popolare, la comunicazione con le comunit\u00e0 e il territorio, i vari temi che investono i problemi di ordine sociosanitario, soprattutto nel settore materno infantile (che \u00e8 uno di quelli selezionati in genere per gli interventi di cooperazione). I contenuti della formazione erano di buona qualit\u00e0, molta attenzione era dedicata alle metodologie didattiche; ma al termine di ogni seminario la cosa pi\u00f9 importante era sempre l&#8217;intreccio con i percorsi umani degli altri candidati, alcuni ex-cooperanti o ex-volontari, altri alla prima esperienza come me: da un lato si andava a definire con sempre maggior chiarezza e precisione delle aspettative rispetto alla realt\u00e0 che avremmo incontrato, dall&#8217;altro lato si andava formando una identit\u00e0 di volontario-internazionale, o meglio del volontario internazionale del Mlal. Solo questa esperienza era ricca e importante.<br \/>\nIl Mlal aveva una connotazione politica pronunciata: in Italia era individuabile come l&#8217;incontro tra il settore critico e di base della chiesa cattolica, e il settore radicale e impegnato della sinistra, in particolare del PCI. Forte e chiara era la connotazione latinamericana: il Mlal era collegato a doppio filo, attraverso persone, idee e fatti, alle comunit\u00e0 di base della teologia della liberazione. Non a caso la storia del Mlal \u00e8 la storia di un gruppo missionario della diocesi di Verona che, ad un certo punto, pi\u00f9 di una ventina d&#8217;anni fa, sulla base di una profonda riflessione critica e autocritica, decide di far nascere una realt\u00e0 di missionariato laico a tutti gli effetti.<br \/>\nQuesti due anni furono anni di frequenti spostamenti a Verona, a Brescia, a Vicenza, cio\u00e8 nei luoghi di svolgimento degli incontri (si trattava sopratutto di conventi e seminari), senza avere mai la certezza che l&#8217;effettiva partenza si sarebbe mai realizzata, perch\u201a i primi anni &#8217;90 furono gli anni della grande crisi della cooperazione italiana, durante la quale molte ONG storiche finirono strangolate dall&#8217;assenza o dai ritardi dei finanziamenti, e comunque tutte dovettero ridurre drasticamente le partenze.<\/p>\n<p><strong>La partenza per il Nicaragua<br \/>\n<\/strong>L&#8217;abbinamento al progetto avvenne nella primavera del &#8217;93, dalle prime notizie si trattava di andare in Nicaragua all&#8217;interno di un progetto di salute materno-infantile in qualit\u00e0 di operatore sociale e sociologo, a lavorare nella formazione di educatori sanitari e nella produzione di materiali didattici.<br \/>\nLa partenza era prevista per l&#8217;estate, e in quei mesi mi parve logico approfondire il progetto, quello approvato dal ministero, e studiare tutto il materiale possibile relativo ai compiti che mi si chiedeva di svolgere. A Verona feci il corso intensivo di spagnolo, ricevetti un&#8217;altra dose di formazione, specifica per i volontari in partenza. Anche in questo caso il fatto realmente pi\u00f9 importante era condividere con altri l&#8217;esperienza di quel particolarissimo momento. Ricordo con grande affetto altre famiglie in partenza per il Per\u00f9, in un progetto di lavoro con bambini di strada, una infermiera, schizzinosa e igienista, che avrebbe passato due anni della sua vita in mezzo alla foresta amazzonica con un gruppo di indios, dove si sarebbe potuta nutrire solo di gamberetti di fiume, e ad un giorno di barca dal primo avamposto di civilt\u00e0; ricordo anche un sindacalista della CGIL in crisi con la sua organizzazione, che stava per andare in Cile a offrire know how e a sostenere le prime forme di organizzazione sindacale dei minatori cileni, e un agronomo sardo che stava per andarsene in Venezuela con la moglie boliviana conosciuta e sposata in un precedente viaggio di cooperazione.<br \/>\nPartire voleva dire, tra le altre cose, preparare una quantit\u00e0 inimmaginabile di documenti (tra cui la dichiarazione di uno psichiatra di sanit\u00e0 mentale), affidare la casa a qualcuno, chiedere (e fortunatamente ottenere) l&#8217;aspettativa dal lavoro, salutare gli amici e i familiari, sospendere tutti i progetti e le fantasie legate all&#8217;Italia, e vivere il disorientamento di non poter ancora sostituirle con progetti e fantasie legate all&#8217;altrove in cui si sta per andare, perch\u201a \u0160 questo stesso altrove ad essere un progetto o una fantasia. Vivere, quindi, uno spaesamento.<br \/>\nAll&#8217;aeroporto di Managua fummo accolti dai nostri colleghi, il capo progetto, il coordinatore del Mlal in Nicaragua, l&#8217;ostetrica con cui avrei lavorato. La sensazione di avere la necessit\u00e0 di un cordone ombelicale a cui aggrapparsi, dopo venti ore di viaggio con un bimbo di un anno, era fortissima, e avevamo talmente bisogno di essere rassicurati da quelle persone che non avevamo mai visto prima, che tutte ci davano un senso fortissimo di familiarit\u00e0: erano sconosciuti di cui avevamo bisogno come di fratelli.<br \/>\nIl viaggio in auto dall&#8217;aeroporto all&#8217;albergo che ci avrebbe ospitati per i primi tre giorni non fu traumatico solo perch\u201a ci era gi\u00e0 capitato di sbarcare in una capitale latinamericana.<br \/>\nMa Managua, come tante altre capitali di paesi poveri, \u00e8 veramente l&#8217;immagine dello scandalo e dell&#8217;ingiustizia storica e antropologica in cui versa il pianeta. Managua porta intatti i segni del terremoto del &#8217;72, dei bombardamenti aerei ordinati da Somoza nel &#8217;78, e della povert\u00e0 e della violenza delle politiche di &#8220;aggiustamento strutturale&#8221; imposte dal Banco Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ai paesi latinoamericani dall&#8217;epoca di Reagan.<br \/>\nDunque al primo momento il sentimento pi\u00f9 forte fu la dipendenza dai nostri compagni del Mlal, il senso di pericolo e precariet\u00e0 nell&#8217;ambientamento a Managua, il senso di abbandono rispetto a tutte le nostre abitudini, alle nostre certezze, al nostro paesaggio.<br \/>\nA Managua da ogni punto della citt\u00e0 si vede l&#8217;orizzonte, non esistono indirizzi, ma, come in quasi tutta l&#8217;America Latina, per trovare un recapito \u00e8 necessario avere un punto di riferimento specifico (un monumento, una chiesa, una piazza) e da questa contare gli isolati (cuadras) orientandosi con i punti cardinali (o, per esempio, proprio a Managua, un lago, o il mare, o una montagna).<br \/>\nPer esempio un recapito pu\u00f2 essere cos\u008d: de la catedral de S.Ilario dos cuadras abajo y tres al lago).<br \/>\nAll&#8217;arrivo ci sentivamo deboli e fragili, la razionalit\u00e0, la progettualit\u00e0 in quel momento non contavano niente, contava moltissimo essere in compagnia di persone rassicuranti.<br \/>\nDopo tre giorni arrivammo a Leon, la citt\u00e0 dove avrei lavorato, fummo accompagnati nella casa che avevano preparato per noi, nel giro di un paio di settimane avrei dovuto migliorare il mio spagnolo e poi, dopo qualche altra settimana avrei potuto cominciare e pensare al progetto vero e proprio.<br \/>\nIn qualche giorno ci ambientammo (nel senso che cominciavamo a capire dove comprare il latte o la verdura, o come si prendevano gli autobus e come si faceva per pagare il biglietto, come erano organizzati i tragitti), e scoprimmo la straordinaria importanza che assumeva per noi la relazione col vicinato (si, proprio i vari vicini di casa, che non erano colleghi del progetto, ma famiglie nicaraguensi), anche a causa del nostro bimbo di un anno per il quale desideravamo che potesse giocare con altri bimbi, ma non solo per questo.<\/p>\n<p><strong>Si inizia a lavorare<br \/>\n<\/strong>Dopo la fatica del viaggio, dopo il profondo disorientamento subito in quelle primissime settimane, appena arrivato un attimo di calma, cresceva il desiderio di fare, cio\u0160 di cominciare a lavorare mantenendo fede al progetto che mi era stato presentato in Italia. Naturalmente la cosa pi\u00f9 grande era la voglia di mettersi in gioco e iniziare.<br \/>\nCos\u00ec\u008d, in questo stato fui presentato alla controparte: il vicecoordinatore del Movimiento Comunal di Leon e il direttore del Ministerio de Salud di Leon. Il Movimiento Comunal \u00e8 una organizzazione volontaria che aveva avuto un ruolo fondamentale sia durante la rivoluzione sandinista, sia durante il decennio di governo sandinista, era considerata la base militante, ma in realt\u00e0, da subito dopo la sconfitta elettorale era composto anche da volontari di altre provenienze politiche. Si occupava di vertenze relative alla propriet\u00e0 della terra e della casa (problema storico fondamentale del Nicaragua legato al passaggio da Somoza ai sandinisti prima, e da Ortega alla Chamorro poi), relative all&#8217;allacciamento degli acquedotti, delle linee elettriche e telefoniche negli insediamenti occupati, e si occupava anche di educazione sanitaria. Per quanto riguarda il Ministerio di Salud, il Nicaragua, su indicazione dell&#8217;OMS (Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0), si \u00e8 organizzato in modo decentrato, quindi la mia controparte era paragonabile ad una nostra AUSL.<br \/>\nIl primo elemento degno di nota \u00e8 dunque il seguente: il volontario internazionale appena giunto sul posto (nella fattispecie, io) viene presentato e ha come interlocutori le massime cariche sanitarie e sociali della seconda citt\u00e0 del Nicaragua.<br \/>\nDopo pochi giorni venni presentato ai promotores de salud (gli educatori sanitari) che avrei dovuto formare alle metodologie didattiche e di comunicazione,e insieme ai quali avrei dovuto produrre materiali didattici. Parlando con loro mi resi conto che non avevano una minima idea del progetto (quello scritto, stilato dai dirigenti del Movimiento Comunal insieme a quelli del Mlal e ai volontari che precedentemente avevano lavorato l\u008d), non avevano la minima idea di che cosa ci stessi a fare io in quella situazione, erano per\u00f2 gentili, spaventosamente accondiscendenti, davano per scontato che sarei stato per molto tempo con loro, e si dimostravano desiderosi di imparare da me qualunque cosa avessi voluto insegnargli.<br \/>\nCos\u00ec\u008d ebbi la curiosit\u00e0 di approfondire la storia del progetto in s\u00e9: non la storia della sua realizzazione (che non era ancora avvenuta), ma quella della sua formulazione e approvazione.<br \/>\nEcco com&#8217;era andata (pi\u00f9 o meno): durante il decennio sandinista il Mlal si era distinto in Nicaragua per l&#8217;eccellente rapporto col Frente, i suoi volontari lavoravano dentro i ministeri a Managua e svolgevano mansioni importanti (l&#8217;informatizzazione di alcuni ministeri, per esempio), i volontari Mlal in Nicaragua erano stati fino a trentacinque. Con la vittoria della Chamorro, le cose cambiarono, il Frente perse molta della sua capacit\u00e0 di mantenere relazioni con la cooperazione, e, anche a causa della crisi italiana, la presenza del Mlal declin\u00f2 rapidamente.<br \/>\nAd ogni modo, nell&#8217;89 il Mlal decise di mantenere impegni strategici, e quindi punt\u00f2 tutto sul Movimiento Comunal che rappresentava certamente la parte pi\u00f9 sana e dalle prospettive migliori del movimento sandinista. Cos\u00ec\u008d, nel &#8217;90 il Mlal present\u00f2 un progetto di sostegno complessivo al Movimiento Comunal in tutto il Nicaragua del valore di 1.000.000 di dollari, che prevedeva interventi in tre citt\u00e0 diverse (Managua, Matagalpa, Leon) su diversi settori: edilizia, salute materno-infantile, educazione popolare. La filosofia era quella di sostenere un processo di autorganizzazione e autopromozione su larga scala, che stava allora cominciando.<br \/>\nNel 1993 il progetto termin\u00f2 l&#8217;iter previsto dal ministero degli Affari Esteri, e venne finanziato per meno di un quarto. In quegli anni intanto l&#8217;autorganizzazione aveva fatto alcuni passi: in alcuni casi positivi, in altri semplicemente di dissoluzione dei soggetti con i quali si era costruito il progetto. Immediatamente il Mlal selezion\u00f2 le parti di progetto che si potevano realizzare con quel finanziamento e con i soggetti rimasti in campo, e cominci\u00f2 a cercare il personale previsto: un epidemiologo, un pediatra, un infermiere. Dopo diversi mesi l&#8217;epidemiologo non saltava fuori, e in Italia c&#8217;era un sociologo, che aveva esperienza di ricerca epidemiologica, che stava aspettando di partire, in pi\u00f9 nel progetto originale era richiesto un operatore sociale che si doveva occupare del settore edile. Il settore edile non c&#8217;era pi\u00f9, ma la figura poteva ancora venire buona, cos\u00ec\u008d in Nicaragua arrivai io. Non ero un epidemiologo ma ero in grado di lavorare sulle metodologie didattiche e di comunicazione con i promotores. Il problema era che i promotores stavano aspettando un medico. Per la cronaca neanche il pediatra si trov\u00f2, e giunse al suo posto una neuropsichiatra, e l&#8217;infermiere fu vantaggiosamente sostituito da una ostetrica.<br \/>\nSta di fatto, che giunto sul posto mi resi conto che in tutti i modi il progetto era da rielaborare.<br \/>\nMa con chi? E perch\u00e9?<br \/>\nQuesta situazione e queste domande fanno parte del 99% delle storie dei volontari e dei cooperanti, non solo italiani, ma di tutti i paesi che fanno cooperazione.<\/p>\n<p><strong>Le motivazioni di un volontario<br \/>\n<\/strong>Nel mio caso decisi di partire dal basso: mi misi al livello dei promotores, in ufficio con loro, a passare il tempo seguendoli nei loro talleres (seminari), e con loro cercai di identificare dei bisogni formativi, o pi\u00f9 semplicemente il tipo di contributo che potevo offrirgli.<br \/>\nMa la domanda relativa al &#8220;Perch\u00e8\u201a&#8221; era pi\u00f9 difficile da rispondere. Il perch\u201a dei soldi che guadagnavo (mille dollari al mese, compresi i familiari a carico) era il progetto, al limite la domanda gi\u00e0 espressa dalla controparte, ma qual&#8217;era il senso di accordarmi con la controparte rispetto a dei bisogni o delle domande che potevano essere espresse fondamentalmente in relazione a me, quasi per gratificarmi?<br \/>\nEcco allora, in quella fase, assumere una importanza fondamentale la coscienza che quella esperienza era una esperienza di conoscenza prima che di aiuto, di curiosit\u00e0 esistenziale, di solidariet\u00e0 s\u00ec\u008d, ma non nei confronti di un popolo svantaggiato, in via di sviluppo, no, era una solidariet\u00e0 diretta a esseri umani diversi, con i quali confrontarsi, scambiare qualcosa, con i quali fare insieme un po&#8217; di strada. Va pagata dallo stato questo tipo di solidariet\u00e0? Non lo so, pi\u00f9 avanti, forse, ci sar\u00e0 qualche elemento in pi\u00f9 per rispondere.<br \/>\nQuesto periodo dur\u00f2 circa tre mesi (ricordavo l&#8217;insegnamento di un ex che diceva: per tutto il primo anno il volontario dovrebbe starsene zitto zitto e buono buono, far niente e guardare solo), da una parte c&#8217;era il timore e l&#8217;ansia di non aver nulla da fare l\u00ec\u008d, dall&#8217;altra finalmente ero nella condizione di soddisfare il mio desiderio di conoscere: andavo nei villaggi rurali, parlavo con persone che vivevano in capanne, scoprivo la dignit\u00e0 di un popolo, la distanza abissale che c&#8217;\u00e8 tra la nostra idea di povert\u00e0, o via di sviluppo, e il gusto di vivere, il senso della festa, che \u00e8 qualcosa che in Occidente si \u00e8 completamente perso, scoprivo la straordinaria capacit\u00e0 di tirare avanti senza soldi, vidi l&#8217;economia del baratto (el troque), mi abituai ai buoi e gli asini per strada, cominciai ad accettare che la gente si relazionasse con me solo nella speranza di ottenere qualcosa (soldi sostanzialmente) e intanto qualcuno, dei pi\u00f9 conosciuti finalmente cominciava a riorientare le sue aspettative nei miei confronti.<br \/>\nDecisi comunque che non avrei fatto niente di niente fino a quando non mi fosse esplicitamente richiesto da qualcuno della controparte. La mia decisione era rischiosa, in teoria avrei potuto stare senza far niente per due anni. D&#8217;altra parte mille volontari intorno a me si arrabattavano a inventarsi attivit\u00e0 e occupazioni importantissime e fondamentali che servivano solo a placare la loro disperazione per quel senso di girare a vuoto di cui subito avevo avvertito la vertigine.<br \/>\nE questo problema ce lo avevano proprio quelli che concepivano il loro volontariato come aiuto, non essendo capaci di accettare qualcosa in cambio da quella esperienza.<br \/>\nNel frattempo, seguendo il consiglio che mi era stato dato da due o tre persone (tra cui una pedagogista brasiliana che lavora in Italia), avevo iniziato a fare un lavoro di analisi del Movimiento Comunal dal punto di vista della sua organizzazione: lo avrei proposto ad una rivista italiana su richiesta di un suo redattore.<br \/>\nFinalmente, forse incuriositi dal fatto che mi vedevano scrivere al computer tutti i giorni qualcosa di ignoto, a cui ogni tanto i dirigenti davano un&#8217;occhiata veloce, i promotores mi chiesero di aiutarli su problemi specifici: il modo di impostare un seminario, come coinvolgere i partecipanti, che quantit\u00e0 di informazioni dare, come darle, come organizzare i tempi, come sistematizzare il lavoro, come utilizzare i cartelloni. Allo stesso tempo la direttrice di uno dei tre distretti sanitari della citt\u00e0, che mi conosceva indirettamente attraverso una cooperante austriaca, mi chiese di tenere un corso di relazioni umane per il personale a causa di problemi nel rapporto con i pazienti nelle zone rurali.<br \/>\nNel primo caso, insieme ai promotores stessi organizzai alcuni seminari (sia di formazione, rivolti a loro, sia di educazione sanitaria, col loro, ma rivolti direttamente alle popolazioni), mentre con la direttrice del distretto sanitario vi fu una vera e propria contrattazione formativa nella quali io proposi di organizzare e condurre una serie di incontri tra personale sanitario (medici e infermieri) e popolazioni (gli abitanti dei villaggi); e dove, alla fine, decidemmo di organizzare prima gli incontri di preparazione tra medici e infermieri, e poi in un secondo momento quelli con le popolazioni. L&#8217;approccio sarebbe stato quello della ricerca-intervento.<br \/>\nL&#8217;aspetto pi\u00f9 importante di questa fase, che mi confort\u2022 profondamente, era dato dal fatto che se esisteva un clima nel quale poteva aver senso un contrattazione, allora quella era la prova che nei miei confronti vi era una domanda di competenze e non semplicemente un riflesso automatico di lusinga al ricco straniero portatore di dollari.<br \/>\nA quel punto, gli stessi dirigenti delle due parti, quelli che mi erano stati presentati all&#8217;inizio, mi chiesero di collaborare per migliorare la qualit\u00e0 del coordinamento tra gli operatori ministeriali e quelli dei volontari (e questo era un altro degli obiettivi del progetto originale), e cos\u008d organizzammo un grosso seminario (di circa un centinaio di persone) sul problema, al quale partecip\u00f2 il grosso del numero delle persone interessate.<br \/>\nIl mio lavoro di analisi dell&#8217;organizzazione proseguiva, e man mano che andava avanti l&#8217;interesse dei dirigenti verso quel lavoro cresceva. Passati altri cinque o sei mesi mi chiesero un maggior impegno come consulente dell&#8217;organizzazione su problemi pi\u00f9 interni connessi alle dinamiche della leadership.<br \/>\nDi fronte a tutte queste persone, promotores, medici, infermieri, dirigenti del Movimiento Comunal, con le quali ero finalmente riuscito a stabilire una relazione di lavoro seria e reciprocamente capace di critica, ebbi la possibilit\u00e0 di rendermi conto della complessit\u00e0 del tipo di situazione che si crea tra il cooperante e le sue controparti, cercher\u00f2 di esporle in forma schematica, avvertendo che si tratta di un modo molto sintetico di comunicare qualcosa di elaborato con l&#8217;esperienza, la riflessione e la discussione con altri, ma soprattutto con molta fatica, sofferenza e anche qualche soddisfazione.<\/p>\n<p><strong>Quale relazione di aiuto tra cooperante e controparte<br \/>\n<\/strong>&#8211; Tra cooperante e controparti vi \u00e8 una distribuzione critica del potere: il cooperante \u00e8 fonte di denaro e di risorse materiali, qualche volta anche di competenze, la controparte conosce la mappa di realt\u00e0, domina il territorio, in senso concreto e in senso metaforico. Alle controparti interessa il denaro, al cooperante interessa, in genere, far vedere quanto \u00e8 utile agli altri, la situazione che si crea, di conseguenza, \u00e8 di grande precariet\u00e0.<br \/>\n&#8211; Le societ\u00e0 tradizionalistiche, come quelle latinoamericane, si muovo all&#8217;interno di una realt\u00e0 in cui le competenze pi\u00f9 importanti sono la memoria e la conoscenza specifica di tecniche cose e persone, noi occidentali, invece, siamo abituati a concepire il lavoro in termini di astrazione, e definizione di funzioni aspecifiche. Il concetto di ruolo \u00e8 difficilmente concepibile da un latinoamericano, cos\u008d come non ha molto senso parlare di metodologie, quando data la particolarit\u00e0 del contesto latinoamericano \u00e8 possibile al massimo riflettere su qualche abitudine.<br \/>\nDeve essere chiaro, che non sto parlando di una supposta inferiorit\u00e0 dei latinamericani: i latinamericani non sono in via di sviluppo, essi sono gi\u00e0 sviluppatissimi, come tutti gli altri, solo che sono sviluppati in modo differente, probabilmente la causa della diversit\u00e0 va cercata nella storia, nelle caratteristiche ambientali, nell&#8217;attuale organizzazione sociopolitica mondiale, ma \u00e8 di diversit\u00e0 che stiamo parlando, e non di inferiorit\u00e0; in genere, diciamo quasi sempre, le soluzioni che i latinamericani trovano per i loro problemi sono migliori di quelle che pu\u00f2 trovare un occidentale proiettato l\u008d dalla sua voglia di aiutare, il problema \u00e8 che quest&#8217;ultimo dispone delle risorse economiche, il latinoamericano no.<br \/>\n&#8211; In linea di principio il cooperante pu\u00f2 avere qualcosa da insegnare alle sue controparti, pu\u00f2 anche essere utile, ma la condizione perch\u00e8\u201a lo possa fare \u00e8 che apprenda da loro almeno altrettanto, e che si renda conto che il suo compito non pu\u00f2 essere di incidere sulla realt\u00e0 locale a prescindere da quello che la realt\u00e0 locale gli dice o gli chiede;<br \/>\n&#8211; Detto tutto questo, l&#8217;esperienza di collaborazione tra un italiano, europeo occidentale ricco, e un nicaraguense, latinoamericano tradizionalista povero, \u00e8 meravigliosa, formativa, e comunque di straordinaria umanit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>La fine di un progetto<br \/>\n<\/strong>Dopo sette-otto mesi avevo finalmente trovato una collocazione gratificante; fui scelto dal Mlal come capoprogetto, dal momento che quello precedente era rientrato in Italia.<br \/>\nIl lavoro andava bene, e il Nicaragua \u00e8 un paese centramericano caratterizzato da due oceani, laghi e vulcani, bellissimo da visitare nelle condizioni di vantaggio nelle quali noi ci trovavamo in quanto ricchi stranieri, potendo disporre di buoni mezzi di trasporto e amici locali e che ci consigliavano le situazioni pi\u00f9 interessanti. In quel periodo per\u00f2 per due volte fummo visitati dai ladri, e la seconda ci rendemmo conto che facevano sul serio dal momento che non fuggirono di fronte ai colpi di pistola di un vicino (noi eravamo in casa, e loro nel nostro patio). Il Nicaragua, d&#8217;altra parte, con tutta la sua bellezza, \u00e8 un paese che viene da vent&#8217;anni di guerra, e le armi che circolano ancora sono pari alla quantit\u00e0 di violenza. Un giorno, di ritorno da una gita al mare, un individuo in divisa militare, ci spar\u00f2 addosso con un AKA (il famoso kalashnikov) e con un arma che serviva a sfondare i blindati, per fortuna non ci colp\u00ec\u008d, ma la paura fu tanta, non saremmo stati certo i primi cooperanti a subire gravi conseguenze per quella situazione. Scoprimmo poi che l&#8217;individuo era un giovane con problemi psichiatrici in preda ad una crisi di panico, gli furono tolte le armi e la divisa, e al padre fu raccomandato di stare pi\u00f9 attento al figlio.<br \/>\nLa situazione ambientale era dunque complessa, ma ancora pi\u00f9 complessa era la situazione della cooperazione: i finanziamenti che dovevano servire a sostenere il nostro progetto (per pagare il personale locale, gli strumenti medico-sanitari, altre cose) non arrivavano, e dai fondi circolanti si riuscivano a ottenere solo gli stipendi per i volontari.<br \/>\nLa cosa per me era piuttosto imbarazzante, perch\u201a man mano che si andava avanti il paradosso emergeva con sempre maggiore chiarezza: nessuno metteva in discussione i nostri stipendi, ma noi stavamo l\u008d\u00ec e un po&#8217; alla volta il progetto rallentava, fino ad essere vicino a fermarsi, tranne che relativamente ai nostri compiti, che per\u00f2, almeno teoricamente, dovevano procedere insieme a quelli del personale locale.<br \/>\nQueste due questioni, messe insieme al fatto che aspettavamo il secondo figlio, ci fecero decidere che dopo un anno di cooperazione potevamo anche tornare a casa.<br \/>\nA casa scoprimmo tre cose:<br \/>\n1) eravamo cambiati, non eravamo pi\u00f9 le persone che erano partite, 2) il cambiamento era irreversibile: noi non eravamo pi\u00f9 italiani o europei semplicemente come lo eravamo stati prima, n\u00e9\u201a certamente eravamo diventati latinamericani. Non lo saremmo pi\u00f9 stati, l&#8217;essere entrati in contatto con l&#8217;altro di un altra cultura ci aveva come disincantati rispetto all&#8217;appartenenza culturale, 3) la nostra esperienza era incomunicabile (tranne che agli altri volontari rientrati), non solo sapevamo di non poterla spiegare, ma, soprattutto, a nessuno interessava.<br \/>\nRispetto a quest&#8217;ultimo punto capimmo di aver operato una sorta di tradimento affettivo e culturale nei confronti delle persone che ci erano vicine, e al ritorno eravamo trattati come traditori (questa \u00e8 un&#8217;iperbole, s&#8217;intende).<br \/>\nLa mia analisi organizzativa del Movimiento Comunal venne pubblicata in Italia, ma soprattutto fu utilizzata dal Movimiento Comunal per rileggersi e rivedersi da un punto di vista esterno, e questa fu una grossa gratificazione.<br \/>\nLa ricchezza pi\u00f9 grande che ci \u00e8 rimasta di quella esperienza sono state comunque le persone, le voci, gli sguardi, gli odori, i gesti, l&#8217;intelligenza, l&#8217;umorismo, la tristezza e la gioia, la povert\u00e0, la disperazione, la rabbia, il coraggio, la forza, il merengue, le processioni, il sapore dei cibi, lo spirito rivoluzionario, la retorica rivoluzionaria, la dignit\u00e0 di un popolo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Marco Grana Tra cooperante e controparti vi \u00e8 una distribuzione critica del potere, il primo \u00e8 fonte di denaro, il secondo conosce la mappa della realt\u00e0. 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