{"id":664,"date":"2009-11-04T17:07:12","date_gmt":"2009-11-04T17:07:12","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=664"},"modified":"2026-01-16T09:34:56","modified_gmt":"2026-01-16T08:34:56","slug":"frantumi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=664","title":{"rendered":"Croste di formaggio"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Sandro Bastia, pedagogista<\/p>\n<p>Alla fine, dopo molto tempo, venne una donna, un&#8217;altra, mi mise un orsacchiotto di peluche in braccio e disse: &#8220;Abbiamo trovato un posto in orfanotrofio anche per te, per\u00f2 dobbiamo proseguire con il treno. Spicciati, ci aspettano per il pranzo!&#8221;.<br \/>\n&#8220;Voglio tornare dalla signora Grosz&#8221; mormorai piangendo.<br \/>\nQuella scosse la testa e mi guard\u00f2 perplessa.<br \/>\n&#8220;Chi \u00e8 la signora Grosz?&#8221;<br \/>\nOh! Mi ero quasi tradito. Strinsi forte i denti. Non risposi, sollevai solo le spalle e lei mi fece alzare dalla panca.<br \/>\nQuella donna non indossava un&#8217;uniforme. E cos\u00ec presi il fagotto e l&#8217;orsacchiotto di peluche, e corremmo al treno.<br \/>\nArrivammo in ritardo all&#8217;orfanotrofio. Mi condussero in uno stanzone dove, proprio in quel momento, gli ultimi bambini stavano allontanandosi da un lungo, grandissimo tavolo. Devi aspettare qui, ha detto qualcuno. Guardai verso il tavolo. Se ne erano andati tutti, lasciandomi solo.<br \/>\nIl tavolo offriva uno spettacolo inconsueto. Era coperto da un grande telo che scendeva ben oltre i bordi. Sul piano c&#8217;erano ancora i piatti dei bambini. Li avevano semplicemente abbandonati. Per\u00f2 non erano i soliti piatti di latta grigia. Erano piatti bianchi&#8230; Piatti cos\u00ec belli per dei bambini? Ero stupito e mi avvicinai. Quello che vidi mi fece restare di stucco, mi sembrava inconcepibile, ma non c&#8217;era il tempo di pensarci. Dovevo agire, e in fretta.<br \/>\nI bambini non avevano svuotato i piatti! Avevano lasciato degli avanzi, delle striscioline di cibo sul bordo. Ce n&#8217;erano dappertutto&#8230; e sembravano proprio abbandonate.<br \/>\nMi guardai attorno: non c&#8217;era nessuno. Mi nascosi rapidamente sotto il tavolo, al riparo della tovaglia; sollevando un braccio cominciai a tastare alla ricerca dei piatti e raccolsi le striscioline avanzate. Ne ficcai in bocca pi\u00f9 che potei, ne misi nelle tasche e nella camicia pi\u00f9 che potei. Erano dure, ma avevano un sapore meraviglioso; a parte il pane, erano la cosa pi\u00f9 squisita che avessi mai annusato e mangiato. Mi sentii invadere da una sorta di ebbrezza. Dovevo procurarmene altre, e altre ancora, tante quante ce ne stavano nella camicia.<br \/>\nPotevo mangiarne a saziet\u00e0, pensai, e farne provvista per un&#8217;intera settimana, forse anche di pi\u00f9!<br \/>\nRiuscire a trovare in cos\u00ec poco tempo tanta roba da mangiare da poterne vivere tranquillamente per parecchi giorni&#8230; mi sembrava inconcepibile.<br \/>\nPensai: che bambini scemi! Come si pu\u00f2 essere cos\u00ec stupidi da lasciare del cibo incustodito! Sembra proprio che non se ne rendano conto. Forse sono dei novellini e non sanno che sopravvive solo chi mette qualcosa da parte, chi trova un buon nascondiglio, chi difende il suo cibo. Non lasciare mai incustodita la roba da mangiare! Jankl me lo diceva sempre.<br \/>\nQuesto pensavo, e intanto masticavo, rimasticavo, e col naso aspiravo quell&#8217;odore meraviglioso, quando improvvisamente una mano mi afferr\u00f2 il braccio che stavo allungando per cercare a tastoni un altro piatto. Mi tirarono fuori da sotto il tavolo con un forte strattone.<br \/>\nEro seduto sul pavimento, con la bocca piena, strette nei pugni le ultime squisite striscioline, e vidi due grossi polpacci e l&#8217;orlo di un camice bianco. Un secondo strattone, e mi misero in piedi. Alcune striscioline mi caddero dalla camicia. Alzai la testa. Guardai dritto in due occhi chiari, sbarrati e feroci. Questi guardarono prima il pavimento, alla ricerca delle striscioline che mi erano cadute, quindi i miei pugni, poi la bocca piena dalla quale mi colava la saliva, e, dopo un attimo di muto stupore, risuon\u00f2 un&#8217;esclamazione furibonda:<br \/>\n&#8220;Croste di formaggio! Qui c&#8217;\u00e8 uno che mangia croste di formaggio! Che schifoso!&#8221;<br \/>\nNon sapevo che cosa fosse uno schifoso, ma il significato lo capii&#8230; no, non lo capii. Quella storceva la bocca per il disgusto.<br \/>\nPerch\u00e9 dovrebbe essere proibito mangiare roba che nessuno sorveglia e che per di pi\u00f9 ha un sapore cos\u00ec meraviglioso? Che quelle striscioline fossero sue? Vuole forse prendermele per mangiarsele?, mi domandai.<br \/>\nMi divincolai e scappai, fermamente deciso a difendere con ogni mezzo il mio bottino. E cos\u00ec corsi per tutta la sala, feci il giro del tavolo, ci passai sotto e mi rifugiai dietro una specie di credenza. Poi per\u00f2, richiamati dalle grida, comparvero altri due grossi polpacci e un camice bianco&#8230;<br \/>\nMi buttai a terra. Delle braccia volevano afferrarmi; tentai, velocissimo, di mordere un polpaccio. Ma addentai solo l&#8217;orlo del camice. Lo strappai, mi ci impigliai, e infine mi catturarono fra grida sempre pi\u00f9 acute.<br \/>\nMi mancava il respiro, sputai quello che restava delle striscioline e, in questo, le grida si fecero ancora pi\u00f9 forti.<br \/>\n&#8220;Che cosa succede?&#8221; domand\u00f2 una voce pacata da qualche parte.<br \/>\nEra la donna che mi aveva accompagnato fino a l\u00ec.<br \/>\n&#8220;Questo sputa, morde, fa il diavolo a quattro e mangia rifiuti!&#8221; esclam\u00f2 agitata una col camice bianco.<br \/>\nMi aveva gi\u00e0 sbottonato la camicia e stava rovesciando sul pavimento il mio tesoro. Venne un&#8217;altra con secchio, paletta e scopa, e spazz\u00f2 via tutto.<br \/>\nNon capivo pi\u00f9 niente.<br \/>\nMi portavano via la roba da mangiare, ma non perch\u00e9 volevano mangiarla loro. Non sembrava che avessero fame. Macch\u00e9, sotto i miei occhi buttavano via la roba da mangiare! Che fosse un modo per punirmi?<br \/>\nPer ordine di una col camice fui portato in una stanza singola: cos\u00ec la chiamavano.<br \/>\n&#8220;Finch\u00e9 non ti sarai calmato&#8221; dissero, e chiusero la porta.<br \/>\nSolo a quel punto mi accorsi che, nell&#8217;agitazione, avevo perduto il fagotto&#8230; e anche l&#8217;orsacchiotto era sparito.<br \/>\nMi avvicinai alla porta, piano piano, ma era chiusa a chiave. Mi guardai attorno. Nella stanza c&#8217;erano un solo letto, ma immenso, un tavolo e una sedia. Sul letto, una grande coperta, gonfia come una nuvola. La annusai. La nuvola aveva un odore dolce, fresco di bucato e invitante.<br \/>\nNon osai toccarla.<br \/>\nRagionai. Qui, sicuramente, pu\u00f2 dormire soltanto qualcuno che gode di particolari privilegi, qualcuno che deve essere molto forte e potente. Altrimenti come potrebbe difendere un posto cos\u00ec? Senz&#8217;altro qualcuno con un&#8217;uniforme molto importante, di quelle con i bottoni che luccicano.<br \/>\nDi uniformi nere o grigie, qui non ne ho ancora vista una, ma non si sa mai.<br \/>\nChe cosa succeder\u00e0 se mi trover\u00e0 qui? Mi bastoner\u00e0 convinto che io voglia contendergli la sua propriet\u00e0 e il suo posto? Qui sembrano tutti pi\u00f9 forti di me.<br \/>\nPoi ripensai alla mia sconfitta, al cibo perduto, al fagotto smarrito, all&#8217;orsacchiotto, e avevo paura dell&#8217;uniforme che forse era gi\u00e0 fuori dalla porta.<br \/>\nTesi l&#8217;orecchio, ma nell&#8217;edificio c&#8217;era solo silenzio.<br \/>\nQui mi portano via tutto.<br \/>\nAvevo la gola strozzata da un nodo.<br \/>\nForse non portano via solo il cibo, ma anche i vestiti. E inverno. Forse mi lasceranno morire di fame in questa stanza. La Svizzera non \u00e8 un bel paese, come diceva la signora Grosz. La signora Grosz mi ha mentito! La signora Grosz mi ha abbandonato! Odio la signora Grosz!<br \/>\nStanco e affamato, mi infilai sotto il letto mi addormentai.<br \/>\n(Binjamin Wilkomirski, &#8220;Frantumi. Un\u2019infanzia 1939\/48<\/p>\n<p>Il bambino che parla in prima persona \u00e8 oggi un adulto, uno dei pochi rimasti in grado di raccontare l\u2019esperienza di una infanzia nei campi di concentramento tedeschi della seconda guerra mondiale. Pochi i bambini che si sono salvati, ancora meno quelli che sono riusciti a ricordare ed a farlo in modo tale da riempire le pagine di un libro. L\u2019eccezionalit\u00e0 \u00e8 dimostrata anche dal fatto che l\u2019autore usa uno pseudonimo, ma lo fa suo malgrado. Infatti nulla sa di s\u00e9, della sua vita prima del campo, dei suoi familiari se non qualche vaga immagine. Non il suo nome, la sua data di nascita, il suo compleanno. Non sa il nome dei suoi genitori, non sa dove sia la sua casa natale di cui conserva qualche vaga immagine, non sa quale sia la sua lingua. Per\u00f2 sa di essere stato al campo di sterminio di Majdanek, di essere stato in un orfanotrofio a Cracovia, in Polonia ed adottato infine a Ginevra, in Svizzera. Sa che da quella esperienza nasce Binjamin Wilkomirski che ora ha scritto ci\u00f2 che ricorda della sua infanzia. Questo scritto per\u00f2 presenta alcune particolarit\u00e0. Alle atrocit\u00e0 del campo si alternano alcune immagini che dovrebbero essere pi\u00f9 rassicuranti: al campo infatti l\u2019autore intervalla scene tratte dalla vita in orfanotrofio &#8211; come quelle proposte all\u2019inizio &#8211; che per\u00f2 sorprendentemente rimangono cariche di sofferenza, paura, sospetto. Alla minaccia\/promessa di morte del campo si sostituisce un sentimento meno definito ma comunque ostile, minaccioso, che ha inizio proprio quando si incontra l\u2019istituzione educativa. Perch\u00e9? Una istituzione sfortunata o qualcosa di diverso?<br \/>\nBenjamin viene da un campo di concentramento, da una realt\u00e0 estrema. E\u2019 un paradigma che ben si presta ad aiutarci a pensare, a immaginare cosa si prova in altre condizione che possiamo definire &#8220;estreme&#8221; in quanto possono tradursi vere e proprie forme di sofferenza estrema. La malattia mentale, la diversit\u00e0, l&#8217;esclusione sociale sono alcuni esempi. Chi fa una professione d\u2019aiuto pu\u00f2 trarre spunti interessanti riflettendo sui campi di sterminio proprio utilizzandoli come paradigma per ripensare la propria esperienza ed analizzare la propria realt\u00e0 quotidiana di vita e di lavoro.<br \/>\nBinjamin \u00e8 oggetto (quindi non soggetto o, meglio ancora protagonista) di un intervento che vorrebbe aiutarlo trovando in lui una persona in situazione di forte necessit\u00e0. Ma le difficolt\u00e0, i problemi di Benjamin non vengono chiuse dietro alla porta di ingresso dell\u2019orfanotrofio, ma anzi quello \u00e8 l\u2019inizio di un periodo di ulteriori forti preoccupazioni, anche se noi sappiamo che la sua vita, da quel momento, non \u00e8 pi\u00f9 in pericolo ed immaginiamo che comunque vada ricever\u00e0 cure adeguate. E questo accade. Per\u00f2 all\u2019interno dell\u2019istituzione nessuno si preoccupa realmente per lui, nessuno a lui parla e nessuno si preoccupa di conoscerlo, di capire quella immensa disavventura che aveva incontrato in precedenza nella sua vita.<br \/>\nL&#8217;aiuto che trova \u00e8 standard, pensato per un bambino o bambina ideale, qualunque, che non esiste mai e che, nel caso di Binjamin invece \u00e8 un bambino con bisogni speciali, molto speciali. Qualcuno gli da un orsacchiotto. Un oggetto caro a tanti bimbi ma inutile e sconosciuto a Binjamin che proviene da un luogo dove ben altri sono gli oggetti utili: un cucchiaio, una gavetta, una patata od un pezzo di pane nero. Binjamin, attraverso l\u2019orsacchiotto certo non capisce l\u2019intenzione di chi gli sta davanti, e non trova che quello sia un oggetto rassicurante.<br \/>\nIl luogo che lo accoglie, l\u2019orfanotrofio, e l&#8217;arrivo in una stanza dove altri avevano gi\u00e0 mangiato senza alcuna accoglienza \u00e8 per lui totalmente inquietante, destabilizzante. Non capisce, non trova alcun elemento, nella sua esperienza di vita, che gli possa permettere di prevedere cosa accadr\u00e0 di li a poco. E questo gli procura angoscia, panico. A lui nessuno parla, nemmeno quando lo trovano sotto il tavolo a cibarsi di avanzi. Lui non capisce di trovarsi in un posto dove il cibo \u00e8 sufficiente ed \u00e8 per tutti \u2013 questa \u00e8 una realt\u00e0 nuova per lui \u2013 e gli altri non provano comprensione per lui ma solo disgusto.<br \/>\nSpesso si pensa che la relazione di aiuto abbia una &#8220;evidenza&#8221; tale che non ha bisogno di ulteriori parole se non quelle del ringraziamento di chi, quell\u2019aiuto, riceve. Binjamin \u00e8 invece la storia di una relazione di aiuto non chiara, che racconta come l\u2019aiuto passi attraverso una serie di momenti da costruire insieme, che l\u2019aiuto \u00e8 soprattutto un dialogo tra due persone, una relazione, che permette ad entrambi di costruire qualcosa e di soddisfare bisogni, anche se in misura asimmetrica.<br \/>\nManca, da parte di chi si propone di aiutare Binjamin la ricerca di una relazione, la ricerca di una fiducia da parte del bambino, non c&#8217;\u00e9 nessuna spiegazione o contrattazione sull&#8217;aiuto che viene dato che, seppur necessario &#8211; Benjamin viene strappato alla morte in questo caso &#8211; non \u00e8 compreso. Genera sospetto e paura e fa pensare che chi aiuta non pensi affatto ai bisogni di Binjamin ma piuttosto ai propri (un orfanotrofio per funzionare necessita di orfani) o addirittura per soddisfare bisogni del tutto &#8220;altri&#8221; (per accogliere i profughi alla fine della seconda guerra mondiale vi fu una contabilit\u00e0 umana oggetto di diverse contrattazioni politiche che coinvolsero tutti i paesi Svizzera compresa \u2013 e l\u2019orfanotrofio di Binjamin si trova appunto in Svizzera).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il magico Alvermann &#8211; Raccontare la diversit\u00e0<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3764],"tags":[3595],"edizioni":[96,4066],"autori":[2776,2704],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[4067,3638],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/664"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=664"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/664\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6253,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/664\/revisions\/6253"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=664"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=664"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=664"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=664"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=664"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=664"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=664"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=664"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=664"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}