{"id":671,"date":"2009-11-04T17:07:13","date_gmt":"2009-11-04T17:07:13","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=671"},"modified":"2026-01-14T12:49:52","modified_gmt":"2026-01-14T11:49:52","slug":"il-piccolo-principe-cannibale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=671","title":{"rendered":"Il piccolo principe cannibale"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Giovanna Di Pasquale<\/p>\n<p>Imparare ad amare e tentare di guarire un bambino autistico \u00e8 molto pi\u00f9 semplice quando lo si immagina come un Principino. Imparer\u00f2 il tuo linguaggio. Penetrer\u00f2 nel tuo silenzio. Dimenticher\u00f2 ci\u00f2 che credo di sapere. Ti amer\u00f2. Ti rispetter\u00f2 infinitamente. Rispettandoti io, anche gli altri ti rispetteranno. E&#8217; spettacolare. Al di fuori dei litigi cos\u00ec violenti, ci siamo abituati a parlarci con calma. Per la strada o altrove la gente si chiede chi sia questo ragazzino a cui mi rivolgo con tanta deferenza. Mi \u00e8 capitato di rispondere: &#8220;Ma come, \u00e8 il Principe Sylvestre! Non lo sapeva? Vive in un misterioso regno, dove \u00e8 l&#8217;unico a conoscere le strade che portano ad un tesoro nascosto. A volte accetta di disegnare una pianta. Ama disegnare. Ma attenti ai tranelli! Ama anche moltissimo vedere gli altri cadere nelle trappole!&#8221;. Non m&#8217;importa sapere ci\u00f2 che gli psichiatri pensano o non pensano di questi giochi in cui sei sempre un altro. E&#8217; un metodo che ti fa progredire, perch\u00e9 &#8220;l&#8217;altro&#8221; mi dice cose su Jean che si \u00e8 lasciato l\u00ec nel suo cimitero. Jean, che secondo te &#8220;non \u00e8 molto interessante e bisogna dimenticarlo&#8221;. Soffro tanto quando penso a Jean, ma so che rinascer\u00e0. So anche che non devo parlartene. In fondo sono fortunata a poter comunicare nei momenti in cui decidi di essere un altro. Sei sempre tu a decidere quando il gioco comincia. Quando finisce. Sei tu che distribuisci i dadi. Mi piace seguirti nei sentieri del tuo regno. Non ho paura di questo irrompere di parole di cui sono l&#8217;unica testimone. L&#8217;unico orecchio. Non \u00e8 meglio pensare che sei un Principino invece di un bambino psicotico che presenta disturbi del comportamento e forti tendenze autistiche? Queste etichette non m&#8217;interessano, etichette cos\u00ec tristi e cos\u00ec anonime come le pareti di un ospedale. Di fronte a te, sono davanti ad un essere che bisogna salvare, un essere sepolto sotto le macerie. Un murato vivo. Strapparti via di l\u00e0. Liberarti da quelle pietre aggrovigliate. \u00a0 Estrarti da questa citt\u00e0 morta. Ogni mattina respingo il fiume di parole che vorrebbe ingrossare il libro interrotto. Certo, non mi lasci il tempo. N\u00e9 lo svago. N\u00e9 l&#8217;aria. N\u00e9 il fiato. Ma ho scelto. Ti ho scelto. Apro la finestra per respirare, come prima di affrontare un dolore. Apro la finestra per far uscire tristezza, inquietudine, lo strazio di non aver tempo per scrivere. Non aver tempo per riflettere. Non avere il gusto di respirare solo per me. Se gonfio i miei polmoni, \u00e8 per te. E&#8217; per trasformare questo ossigeno in pazienza. In amore. In resistenza. Durante questi quattro anni, il pi\u00f9 duro \u00e8 stato quello in cui ho subito non il tuo mutismo e il tuo silenzio, ma le tue grida atroci e le tue rabbie pazzesche. Credo che avrei potuto ucciderti perch\u00e9 tu smettessi di urlare cos\u00ec, facendomi diventare pazza. Per me le cose sono diventate pi\u00f9 sopportabili quando ho smesso di affrontarti e ti ho immaginato urlante dentro le tue mura, invisibili per gli altri, ma che si restringevano attorno a te. Allora ho smesso di urlare a mia volta. Non ho pi\u00f9 avuto questa voglia di picchiarti n\u00e9 di fracassarti la testa a causa delle tue urla mostruose, stridenti, ripetitive, che erano una tortura. Pensavo di perdere la ragione mentre urlavi. Capisco l&#8217;espressione &#8220;vedere rosso&#8221;. Ho visto rosso pi\u00f9 di una volta. Ma dal giorno in cui ho fatto tacere queste pulsioni d&#8217;infelicit\u00e0 e quando ti ho guardato mentre urlavi nel tuo deserto, mi sono servita di tutto per andare verso di te, per fartelo sentire e sapere. E perch\u00e9 tu mi vedessi, infine. Mi sono servita delle mie mani. Dei miei capelli che sono lunghi. Della mia bocca. Della mia lingua. Dell&#8217;acqua tiepida. Della doccia. Del profumo. Di Mozart. Delle mie braccia. Delle mie lacrime. Della mousse di cioccolato. Della mia forza. Del mio alito. Dei miei denti. Come dopo una lotta, un corpo a corpo senza piet\u00e0, t&#8217;inchiodo a terra. Ti cavalco e ti tengo fermi i polsi. Scandisco le sillabe del tuo nome. Aspetto che tu non gridi pi\u00f9. Allora allento la presa, prendo le tue mani nelle mie e le passo sul mio viso, fra i miei capelli. Ti dico che anch&#8217;io piango, a volte. Ti dico ancora: &#8220;Sei mio figlio! Il mio bambino. So che mi senti. Se capisci, muovi la mano. Cos\u00ec!&#8221;. E ti faccio una smorfia. Subito distogli lo sguardo per nascondermi l&#8217;abbozzo del tuo sorriso&#8230; Jean! Sylvestre! Ascolta. Ti amo. Parlerai. Masticherai. E a sei anni frequenterai il corso preparatorio della scuola del paese. Le mie giornate sono solo fatte di TE. TE. TE. T&#8217;insegno i colori, gli odori. T&#8217;insegno a non avere pi\u00f9 paura. Registri con una rapidit\u00e0 fenomenale. A cinque anni, quando hai pronunciato le tue prime parole, ti ho parlato di amici o di conoscenze, ti ricordavo un tale avvenimento, un tale artigiano venuto a fare una riparazione, un tale amico venuto dall&#8217;estero che ci rendeva visita. Quando avevi soltanto due anni, con mio grande stupore, mi ripetevi i nomi, anche quelli pi\u00f9 complicati. Cos\u00ec, durante tutto questo periodo di silenzio, avevi osservato tutto, integrato tutto. Ho messo a profitto le tue capacit\u00e0 di ricordare. A tre anni sapevi gi\u00e0 leggere le note, l&#8217;alfabeto e le cifre. Siccome non parlavi, avevi elaborato un sistema di schede che scambiavamo e di scrittura a colori sulle pareti della tua stanza; ci\u00f2 sembrava piacerti molto. Fammi vedere la lettera G. Ed ora il numero 8. Portami le due lettere che formano il suono PA. E via di seguito. Stessa cosa per i colori. Il nome degli alberi. Dei fiori. Degli animali. Si trattava, per me, di guadagnare tempo sull&#8217;anno scolastico obbligatorio. Quella scuola a cui bisogner\u00e0 rendere conto. Ero l&#8217;unica a conoscere tutti i progressi che si compivano. Nessuno poteva verificare ci\u00f2 che affermavano, perch\u00e9 non facevi pi\u00f9 niente in presenza di una terza persona, anche intima, o allora sbagliavi tutto apposta. Sembrava che raccontassi storie. Spesso leggevo negli occhi degli altri una lieve commiserazione. Il rovescio di questo metodo, che consisteva nel servirsi della tua prodigiosa memoria, fu di impedirti di ancorarti ad una specie di automatismo. Difatti se avessi scritto la A vicino alla porta della tua stanza e se il numero 10 scompariva dietro la doppia tenda della finestra, non accettavi che si potessero usare tutti questi segni altrove che al loro posto iniziale. Bisognava sempre rompere questi meccanismi. Inventare altri percorsi, affinch\u00e9 tu ammettessi il fatto che l&#8217;alfabeto poteva essere letto fuori della tua stanza, e per non sentirti pi\u00f9 dire: &#8220;A, che \u00e8 vicina alla porta. 10, nascosto dalla tenda. Z, come Zorro, vicinissimo al pavimento&#8221;. Quando impari qualcosa di nuovo e io rompo lo stampo per insegnartelo in un altro modo, ci\u00f2 avviene non senza provocare danni in altri campi. Me la farai pagare sempre molto cara, la tua esperienza.<br \/>\n(Francoise Lefevre, &#8220;Il piccolo principe cannibale&#8221;)<\/p>\n<p>Un libro racconta una storia. Ma anche la storia di come si \u00e8 giunti a raccontare quella storia. E&#8217; un incastro di scatole cinesi che lascia al lettore la libert\u00e0 di inventarsi un modo di accostarsi alle pagine e di seguire esplorazioni meno consuete. Anche questo libro racconta una storia: una madre e un bambino, piccolo principe cannibale, ed i misteri della quotidiana vicinanza. Accanto, e spesso ingarbugliate come matasse di lana, corre un&#8217;altra storia: quella di una donna, scrittrice, che non vuole abbandonare i suoi progetti ma che ha paura di ci\u00f2 che sente. Forse perch\u00e9 se una donna vuole scrivere occorre che abbia &#8220;una stanza tutta per s\u00e9&#8221; ed anche un forte sentimento della propria persona.\u00a0 La contrapposizione \u00e8 rifiutata e nell&#8217;intreccio le storie si disegnano in una sola macchia, l&#8217;esperienza diventa materia attorno a cui imbastire la trama della narrazione. Ed ecco che la donna-madre-scrittrice inizia il suo racconto. Racconta la ricerca di parole con cui esprimere ci\u00f2 che vive come madre di un bambino che \u00e8 lontano, distante dalla realt\u00e0 e dai suoi linguaggi usuali. Racconta la scoperta di se stessa e dell&#8217;altro, il costituirsi di una coppia che si erge solitaria di fronte ai giudizi, lontani dalla comprensione, che gli altri lanciano con gli occhi e con i gesti. La storia diventa allora e soprattutto ricerca di senso per la sofferenza provata, ricerca che ha bisogno di una lingua per dirsi, per affermarsi con significato. Francoise ha bisogno di trovare le parole. E le cerca nella testa e nel cuore nella mente e nel corpo. La parola che \u00e8 senso e segno, che \u00e8 azione e riflessione. La parola che ha un peso ed un valore se \u00e8 capace di mettere radici nel silenzio, di avere limiti. Se accetta di non rappresentare l&#8217;universalit\u00e0 delle cose ma la parzialit\u00e0 dei punti di vista e l&#8217;aderenza alle esperienze vissute. La parola frammento, lontana dai proclami e vicina alla vita.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il magico Alvermann &#8211; Raccontare la diversit\u00e0<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3764],"tags":[3595],"edizioni":[96],"autori":[4012,2783],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3638],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/671"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=671"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/671\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6241,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/671\/revisions\/6241"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=671"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=671"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=671"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=671"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=671"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=671"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=671"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=671"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=671"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}