{"id":6760,"date":"2026-03-02T13:54:23","date_gmt":"2026-03-02T12:54:23","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6760"},"modified":"2026-03-02T13:54:23","modified_gmt":"2026-03-02T12:54:23","slug":"11-un-sapere-comune","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6760","title":{"rendered":"11. Un sapere comune?"},"content":{"rendered":"<p>di Davide Rambaldi<\/p>\n<p>Uno studio sul linguaggio degli educatori non pu\u00f2 prescindere da due punti di partenza fondamentali: 1) ogni linguaggio si organizza intorno a un sapere; 2) ogni linguaggio si struttura negli ambiti in cui si utilizza.<br \/>\nOra, se da una parte non si pu\u00f2 considerare il linguaggio disgiunto dal sapere che esprime, dall&#8217;altra considerare gli ambiti in cui si utilizza rimanda alla dimensione culturale e all&#8217;interazione sociale. In questo caso si parla non pi\u00f9 di linguaggio ma di conversazione, tant&#8217;\u00e8 vero che i pi\u00f9 recenti studi di teoria della comunicazione sono pi\u00f9 concentrati nel definire una teoria della conversazione che non sul linguaggio. La conversazione infatti implica l&#8217;interazione sociale, cio\u00e8 la costruzione comune del codice comunicativo attraverso routine (comunicative) condivise tra gli attori della relazione.<br \/>\nSe il linguaggio dunque \u00e8 questa profonda rappresentazione dell&#8217;essere in quanto identit\u00e0, cultura, sapere, relazione, ci si pu\u00f2 chiedere quale rappresentazione esprima il linguaggio degli educatori; un linguaggio che, per quanto nuova e debole sia la professione, si \u00e8 gi\u00e0 organizzato attorno a un sapere (quello educativo), si inserisce in un definito contesto socio-culturale (quello dei servizi socio-sanitari), ha forse gi\u00e0 costruito un micro-sistema culturale (quello relativo alla classe degli educatori) e strutturato certamente modalit\u00e0 conversazionali nei diversi ambiti in cui \u00e8 utilizzato.<\/p>\n<p><strong>Esiste un linguaggio comune degli educatori?<br \/>\n<\/strong>Resta da verificare quale sia, in primo luogo, il sapere che questo linguaggio esprime. Non \u00e8 affatto scontato che il sapere degli educatori sia un sapere codificato, condiviso, completamente organizzato. \u00c8 probabile che questo sapere educativo, che comunque \u00e8 alla base della nostra pratica professionale e sociale, sia ancorato a una consapevolezza epistemologica comune e che quindi possa esprimersi in un linguaggio comune. In altri termini, non essendo ancora fondata realmente un&#8217;epistemologia del sapere degli educatori, sar\u00e0 molto difficile che essi esprimano un linguaggio comune.<br \/>\nIl caso pi\u00f9 eclatante \u00e8\u00a0 certamente quello della progettualit\u00e0 educativa. Il progetto dovrebbe essere uno dei punti centrali del sapere educativo: in realt\u00e0 quanti educatori credono che il progetto lo sia davvero? Quanti hanno approfondito la metodologia progettuale? Il problema \u00e8 a monte in due sensi: molti educatori pensano che il progetto sia uno strumento se non inutile superfluo in quanto tenta di fermare senza riuscirvi la processualit\u00e0 della relazione, che credono comunque di governare attraverso la propria presenza e il lavoro di gruppo (e anche sul lavoro di gruppo &#8211; altro punto centrale del sapere degli educatori &#8211; ci sarebbe da dire quanto a debolezza epistemologica&#8230;), strumento pi\u00f9 istituzionale che non realmente professionale; in secondo luogo la metodologia progettuale \u00e8 in realt\u00e0 tutta da costruire perch\u00e8 i modelli che gli educatori hanno ereditato dalla pedagogia sono modelli metodologici di derivazione scolastica, relativi all&#8217;istruzione &#8211; e c&#8217;\u00e8 una bella differenza.<br \/>\nBisognerebbe fare il punto della situazione sul sapere degli educatori: cosa pensano che esso sia, quale grado di consapevolezza epistemologica hanno &#8211; se ne hanno &#8211; e di conseguenza come si rappresentano nel campo delle relazioni professionali e sociali. E in questo senso solo un&#8217;analisi del loro linguaggio pu\u00f2 dare risposta a questi interrogativi.<\/p>\n<p><strong>I luoghi della scrittura<br \/>\n<\/strong>Il linguaggio scritto potrebbe essere il punto di partenza. Gli educatori producono una notevole mole di lavori scritti, dai progetti (individualizzati, delle attivit\u00e0), alle relazioni, alle osservazioni, ai diari, ai quaderni delle consegne, ai verbali di verifica. Un&#8217;analisi strutturale di questi lavori potrebbe dare informazioni molto interessanti: nella stesura dei progetti per esempio, quale stile prevalente adottano, narrativo o tecnico-scientifico? Quanto prendono in prestito dalla metodologia della programmazione scolastica, quanto hanno inventato? Quale grado di chiarezza espositiva nella traduzione del loro fare, quale grado di trasmissibilit\u2026? Quanto conta il mandato istituzionale (scuola, handicap, tossicodipendenza)? Quali criteri di scientificit\u00e0 adottano, se ne adottano? Che livelli di resistenza all&#8217;introduzione di metodologie &#8220;scientifiche&#8221;, e come si esprimono? Nelle osservazioni: quale utilizzo dei termini psicologici-interpretativi; che stile di osservazione, che criteri?<br \/>\nSi potrebbe andare avanti a lungo con questi interrogativi. Un serio lavoro di ricerca potrebbe risultare illuminante sulla strada che gli educatori stanno facendo nella costruzione di un sapere e di un linguaggio specifico della propria professionalit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Davide Rambaldi Uno studio sul linguaggio degli educatori non pu\u00f2 prescindere da due punti di partenza fondamentali: 1) ogni linguaggio si organizza intorno a un sapere; 2) ogni linguaggio si struttura negli ambiti in cui si utilizza. 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