{"id":6806,"date":"2026-03-06T12:36:50","date_gmt":"2026-03-06T11:36:50","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6806"},"modified":"2026-03-06T12:36:50","modified_gmt":"2026-03-06T11:36:50","slug":"2-sarajevo-per-voce-sola","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6806","title":{"rendered":"2. Sarajevo per voce sola"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Nicola Rabbi<\/p>\n<p>Miljenko Jergovic \u00e8 nato a Sarajevo nel 1966 e qui ha vissuto fino al 1994. Ora vive a Zagabria lavorando come giornalista.<br \/>\nNel 1995 la casa editrice Quodlibet ha pubblicato una sua raccolta di racconti, Le Marlboro di Sarajevo. Lo abbiamo intervistato per capire come si vive in una societ\u00e0 dove l&#8217;accettazione del diverso e la tolleranza sono franate rovinosamente.<\/p>\n<p><strong>Per quale motivo hai scritto Le Marlboro di Sarajevo?<br \/>\n<\/strong>Credo che la scrittura letteraria possa trovare le proprie ragioni solo all&#8217;interno di se stessa. Un romanzo, un racconto o una poesia non possono migliorare, n\u00e9 peggiorare il mondo. Allo stesso modo, a una citt\u00e0 assediata non giova se qualcuno scrive da o su di essa. Ho scritto Le Marlboro di Sarajevo perch\u00e8 il tema della citt\u00e0 e del paese assediato mi sembrava interessante. Sentivo di poterlo elaborare in termini a me congeniali. Se avessi provato questo impulso verso l&#8217;estinzione delle balene o dei pinguini avrei fatto lo stesso.<\/p>\n<p><strong>Quanto c&#8217;\u00e8 di realmente vissuto o conosciuto e quanto \u00e8 finzione nei tuoi racconti?<br \/>\n<\/strong>Non \u00e8 facile rispondere a questa domanda. Spesso un dettaglio reale, per quanto all&#8217;apparenza insignificante, pu\u00e0 essere utile alla scrittura di pura finzione. Ne Le Marlboro di Sarajevo ci sono dettagli e persino interi racconti &#8220;trascritti&#8221; dalla realt\u00e0. Ma molto, nel libro, \u00e8 puramente immaginario. Penso che nei romanzi, nei racconti come pure nei film ispirati a fatti realmente accaduti, l&#8217;importante \u00e8 che la storia risulti verosimile, vale a dire che il lettore (o lo spettatore) non sappia, ma sia portato a credere che sia accaduta. D&#8217;altronde, molto spesso la realt\u00e0 di guerra (come ogni situazione estrema della vita) sembra pi\u00f9 improbabile ed eccessiva di qualsiasi panzana. A volte, in un racconto, un fatto di guerra realmente accaduto sembra finto, costruito. Ne Le Marlboro di Sarajevo ho tentato di suggerire l&#8217;atmosfera dell&#8217;assedio, per cui ci tengo molto che questo libro venga recepito come autentico. Ma in esso i fatti e i personaggi sono per lo pi\u00f9 fittizi.<br \/>\n<strong><br \/>\nIl groviglio etnico bosniaco non \u00e8 poi un caso unico in Europa: anche in Italia in alcune zone convivono due o tre gruppi differenti per lingua e tradizioni. In astratto, cio\u00e8 al di l\u00e0 del caso specifico bosniaco, quali fattori fanno crollare l&#8217;impalcatura della convivenza pacifica e scatenano la violenza verso il diverso? Cerchi queste cause nei tuoi racconti?<\/strong><br \/>\nIn Europa la Bosnia non era l&#8217;unico paese in cui convivessero differenti etnie. Era per\u00f2 l&#8217;unico paese in cui tre popoli di base (musulmano-bosniaco, serbo e croato) rivendicavano il proprio diritto alla patria ove si erano determinati in senso nazionale, culturale e religioso. E questa patria era la Bosnia. Ogni spanna del territorio bosniaco era sostanzialmente musulmana, serba e croata. Voglio dire che in Bosnia non esisteva un popolo di base e molte minoranze (come si \u00e8 visto in Europa a seguito della formazione degli stati-nazione). La Bosnia era uno stato con tre popoli di base e molte minoranze (albanesi, ebrei, Rom, ecc.). \u00c8 importante sottolinearlo per capire la situazione bosniaca, che non \u00e8 pienamente assimilabile, ad esempio, al fatto che nell&#8217;Italia settentrionale viva una minoranza tedesca. Si provi a immaginare l&#8217;Italia come un paese sul cui territorio viva un numero pi\u00f9 o meno uguale di italiani, tedeschi e, poniamo il caso, di sloveni, e che nessuno di questi popoli sia per cultura o autenticit\u00e0 culturale pi\u00f9 antico dell&#8217;altro. Se si \u00e8 in grado di concepire una cosa del genere, anche il caso bosniaco potr\u00e0 apparire pi\u00f9 chiaro.<br \/>\nLa guerra che ha travolto la Bosnia-Erzegovina nel 1992 non nasce come insurrezione di un popolo nei confronti di altri due: nasce dall&#8217;aggressione intentata dalla Serbia, ovvero da un altro stato, con una differente identit\u00e0 nazional-culturale. Tutto ci\u00f2 che \u00e8 accaduto in seguito \u00e8 una diretta conseguenza dell&#8217;azione del &#8220;primo iniziatore&#8221;. Un gran numero di serbi della Bosnia si \u00e8 schierato con l&#8217;aggressore, e in questo, disgraziatamente, non c&#8217;\u0160 nulla di strano. Gli uomini non sono angeli e neanche i popoli sono schiere di angeli. In simili condizioni anche altri popoli, per quanto fieri della propria civilt\u2026 e democrazia, agirebbero in modo analogo. Perch\u00e9 accadano cose come questa \u00e8 sufficiente un Hitler, o un Milosevic. L&#8217;alleanza tra i serbo-bosniaci e i carri armati di Milosevic ha segnato l&#8217;inizio della disintegrazione della Bosnia come patria di tre popoli, tre culture e tre religioni costituenti un&#8217;unica identit\u2026 bosniaca. Segue la guerra tra i croati e i musulmani, l&#8217;accettazione croata della spartizione della Bosnia-Erzegovina, poi la rinuncia alla spartizione e l&#8217;accettazione della federazione con i musulmani, l&#8217;accordo di Dayton e ci\u00f2 che ne consegue. Nel frattempo il paese ha subito una profonda pulizia etnica. I musulmani sono stati scacciati dalle citt\u00e0 in cui costituivano la maggioranza per due terzi (Zvornik, Bratunac, Visegrad, Rogatica&#8230;), citt\u00e0 che nel rispetto degli accordi di Dayton sono state assegnate ai serbi.<br \/>\nLo stesso vale per i croati. In alcune zone della Bosnia \u00e8 andata male anche ai serbi. Ma la cosa peggiore \u00e8 che \u00e8 stata negata e tradita l&#8217;idea della possibile esistenza di un paese in cui convivano pi\u00f9 nazionalit\u00e0, di un paese non monocromo e omogeneo.<br \/>\nLe Marlboro di Sarajevo non parlano del destino della Bosnia, ma dei suoi echi sugli uomini che vivono o hanno vissuto in questo paese. In effetti Le Marlboro di Sarajevo parlano di come ho personalmente vissuto il tracollo della coesistenza e della multiculturalit\u00e0. In nessuna parte del libro c&#8217;\u00e8 scritto ci\u00f2 che dir\u00f2 ora, ma in un certo senso esso \u0160 nato proprio da questa idea: \u00e8 pi\u00f9 semplice nascere e vivere in un ambiente omogeneo, monistico ed etnicamente pulito, dove le minoranze nazionali rappresentano una specie di addobbo. Ma se dovessi rinascere, non vorrei che ci\u2022 accadesse in un posto simile, a prezzo di dover rivivere la tragedia bosniaca.<br \/>\n<strong><br \/>\nLa percezione della diversit\u00e0, della differenza, non solo tra etnie ma anche tra gli uomini appartenenti ad uno stesso gruppo come si modifica in uno stato di guerra? Possono nascere nuove forme di solidariet\u00e0 o, viceversa nuove forme di prepotenza? Come emergono queste cose dai tuoi racconti?<br \/>\n<\/strong>L&#8217;esperienza di guerra pi\u00f9 significativa, vale a dire che io reputo in qualche modo determinante per la mia vita, \u0160 la constatazione del fatto che in situazioni estreme gli uomini buoni diventano pi\u2014 buoni e quelli cattivi incommensurabilmente pi\u2014 cattivi. In questo senso nemmeno Radovan Karadzic \u0160 diverso dalle migliaia di persone che in questo istante passeggiano per le vie di Roma, Pechino, Mosca o Washington. Lui non \u0160 un demone, e neanche un pazzo. E&#8217; solo un uomo cattivo cui hanno dato l&#8217;opportunit\u2026 di esserlo fino in fondo. Lo stesso vale anche per tutti gli altri. Buoni e cattivi.<br \/>\nIn guerra si determinano nuove forme di violenza e nuove forme di solidariet\u00e0, a tutti i livelli e fra tutti i gruppi umani. E questo s\u008d\u00ec, che \u00e8 un buon soggetto letterario; ci\u00f2 nondimeno \u00e8 totalmente privo di interesse per qualsiasi politica. Sar\u00e0 per questo che non mi occupo di politica.<\/p>\n<p><strong>Alcuni personaggi del libro sono persone gi\u00e0 segnate dal destino (pazzi, malati, persone &#8220;disagiate&#8221;) che vivono questo loro svantaggio in uno stato di guerra. Perch\u00e9 questo interesse per loro?<\/strong><br \/>\nAll&#8217;inizio della guerra i militari di Karadzic occuparono un ospedale psichiatrico alla periferia di Sarajevo scacciando i suoi degenti oltre la linea del fronte cittadino, forse per esercitare una qualche pressione psicologica sulla popolazione. Questi infelici si sono sparpagliati per tutta Sarajevo. Sulle prime la gente li temeva un poco, poi la situazione ha cominciato a cambiare in modo a dir poco strano. Probabilmente perch\u00e9 in una citt\u00e0 assediata il normale e il deviato condividono una stessa condizione esistenziale. Parlavo volentieri con questi malati sfollati. Il loro punto di vista era fuori della realt\u00e0 oggettiva, ma non lo ritenevo marginale. Oggi sono profondamente convinto che non ha senso isolare i malati psichiatrici dall&#8217;ambiente &#8220;normale&#8221; (naturalmente se non sono pericolosi, e la maggior parte non lo \u00e8). Sia per loro stessi, sia perch\u00e9 ogni autocritica \u00e8 impossibile senza un riconoscimento della diversit\u00e0.<br \/>\nNelle Le Marlboro di Sarajevo alcuni personaggi sono in effetti un po&#8217; &#8220;svitati&#8221;. Li ho usati nel libro perch\u00e9 in un certo senso grazie a loro potevo stabilire un equilibrio nella narrazione. Per cui non sembrano da meno rispetto all&#8217;ambiente che li circonda.<\/p>\n<p><strong>La guerra porta alla ribalta parole e situazioni che prima erano in ombra. Penso alla parola &#8220;scheggia&#8221;, che spesso ritorna nei tuoi racconti, o a situazioni come il rifornimento dell&#8217;acqua, il problema causato dalla mancanza di luce. Quali altre parole e situazioni la guerra ha fatto emergere?<\/strong><br \/>\nL&#8217;espressione &#8220;aiuti umanitari&#8221;, tanto per fare un esempio. Oggi per me possiede un significato del tutto diverso da quello che aveva prima. Una volta gli &#8220;aiuti umanitari&#8221; si davano ai poveri, ai senzatetto e ai pazzi della citt\u00e0 (ecco, ancora loro), ma nel 1992 li ricevette per la prima volta anche mio padre, che \u00e8 un medico ematoncologo, mia madre, che \u00e8 un&#8217;economista, e io, che sono cresciuto in condizioni di benessere materiale pi\u00f9 che accettabili. Ecco che all&#8217;improvviso ci ritroviamo in fila davanti al distretto comunale, proprio come i senzatetto, o i clochard dei film americani, o i poveri di Miracolo a Milano, aspettando sotto un freddo cane mezzo chilo di farina e un litro di olio mandati da coloro che in Occidente, ecco, si preoccupavano per noi. L\u008d&#8217;abbiamo conosciuto molti vicini di casa di cui nemmeno sospettavamo l&#8217;esistenza. Conversavamo di cose banalissime e ci sentivamo perfettamente a nostro agio. Poi tutt&#8217;a un tratto da dietro le nuvole \u00e8 spuntato il sole e ha illuminato un pezzetto di terra. Mio padre, insieme ad altri due nuovi conoscenti, si \u00e8 spostato per scaldarsi un po&#8217; sotto quel sole avaro. Questa immagine mi aveva entusiasmato: era una pura e semplice citazione di Miracolo a Milano di De Sica. Era la vita che citava i film. Allora chiesi al mio padre se avesse visto Miracolo a Milano. &#8220;Pu\u00f2 darsi &#8211; rispose &#8211; non me lo ricordo&#8221;. Oggi, nel mio lessico personale, l&#8217;espressione &#8220;aiuti umanitari&#8221; ha in s\u00e8 una carica emotiva ben diversa da quella che aveva un tempo. Come del resto &#8220;Snaiper&#8221;, ad esempio, o &#8220;Nazioni Unite&#8221;, &#8220;Comunit\u00e0 Internazionale&#8221;, ma l&#8217;elenco potrebbe continuare.<\/p>\n<p><strong>Assieme alla guerra del Golfo, la tragedia jugoslava \u00e8 stata la guerra pi\u00f9 raccontata dai giornalisti che la storia ricordi. Questi &#8220;occhi esterni&#8221; (del giornalista televisivo, dell&#8217;inviato&#8230;) sono presenti anche nei tuoi racconti. Che significato hanno per te?<br \/>\n<\/strong>Non lo so. \u00c8 come se mi chiedesse che significato hanno per me gli spazzini o gli astronauti. Dei giornalisti stranieri che venivano in Bosnia, alcuni erano degli sprovveduti, altri erano dichiaratamente razzisti e sciovinisti, altri avevano paura, altri hanno rischiato la vita per salvare quella di qualche bambino di Gorazde, altri non avevano talento, altri erano brutti, altri hanno scoperto i campi di concentramento a Manjaca e a Omarska salvando le vite di migliaia di uomini, altri ancora pensavano che i bosniaci non sanno cos&#8217;\u00e8 un forno a microonde&#8230;<br \/>\nNel complesso si pu\u00f2 dire che l&#8217;informazione sulla guerra in Bosnia \u00e8 stata superficiale e tendenziosamente riluttante a qualsiasi intervento da parte dell&#8217;Occidente. Anche se in certi casi \u00e8 possibile affermare il contrario.<\/p>\n<p><strong>Molti libri delle biblioteche di Sarajevo sono bruciati sotto i bombardamenti. La memoria di quel che \u00e8 successo, come i libri possono diventare polvere? E ancora, qual \u00e8 il senso dello scrivere?<br \/>\n<\/strong>Durante i pi\u00f9 terribili bombardamenti di Sarajevo, quando i campi di concentramento di Omarska e di Manjaca funzionavano ancora a pieno ritmo, mi capit\u00f2\u00a0 di sentire per radio un servizio commemorativo di un lager nazista. Tutti gli oratori continuavano a ripetere che il mondo non pu\u00f2 permettere che il crimine dei lager si ripeta, bench\u00e9 con ogni probabilit\u00e0\u00a0 sapessero cosa stava accadendo in Bosnia. La biblioteca di Sarajevo \u00e8 bruciata, e questo \u00e8 orribile. Di pi\u00f9 orribile c&#8217;\u00e8 solo che dopo di lei altre bruceranno ancora. &#8220;Memoria&#8221;, quando parliamo di crimini e di guerre, non \u00e8 che un modo pi\u00f9 elegante di chiamare l&#8217;oblio.<br \/>\nSul significato della scrittura, oggi la pensa esattamente come prima della guerra. Scrivere non ha senso. L&#8217;unico senso sta nel fatto di scrivere. Ed entrambi gli assunti si possono avvalorare con gli stessi argomenti.<\/p>\n<p><strong>Qual \u00e8 il titolo e di cosa parli nel tuo prossimo libro?<br \/>\n<\/strong>Si chiama I Karivan ed \u00e8 il mio quinto libro in ordine di pubblicazione. Prima avevo scritto e pubblicato tre raccolte di poesie. I Karivan \u00e8 un libro di racconti brevi. Ricostruisce la storia immaginaria di una famiglia bosniaca dal tempo dei turchi fino ai giorni nostri.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>a cura di Nicola Rabbi Miljenko Jergovic \u00e8 nato a Sarajevo nel 1966 e qui ha vissuto fino al 1994. Ora vive a Zagabria lavorando come giornalista. Nel 1995 la casa editrice Quodlibet ha pubblicato una sua raccolta di racconti, Le Marlboro di Sarajevo. 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