{"id":6808,"date":"2026-03-06T12:44:16","date_gmt":"2026-03-06T11:44:16","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6808"},"modified":"2026-03-06T12:47:09","modified_gmt":"2026-03-06T11:47:09","slug":"3-il-gospar","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6808","title":{"rendered":"3. Il Gospar"},"content":{"rendered":"<p>Riportiamo, qui di seguito, due racconti tratti da Le Marlboro di Sarajevo di Miljenko Jergovic, Quodlibet, Macerata, 1994<\/p>\n<p>Un tempo lungo il Sepetarovac salivano, ricurvi sotto ceste di vimini, i facchini diretti alle magaze di Bjelava e ai negozi su a Podhrastovi. Da secoli si arrampicavano lungo quel sentiero interminabilmente ripido, mentre in cima li aspettava la fontana pubblica. L\u00e0, sotto i suoi zampilli, riuscivano a trovare un po&#8217; di refrigerio e la speranza che un bel giorno la montagna avrebbe ceduto sotto il peso della loro fatica. La fontana l&#8217;aveva costruita, in tempi remoti e oscuri, un certo beg, a beneficio del popolo e a ch\u00e8 si posteri ricordassero di lui. Non si \u00e8 mai prosciugata, neanche quando i camion sostituirono i facchini e delle loro ceste non rimase traccia se non nel nome della strada.<br \/>\nIvo visse sul Sepetarovac gran parte della vita, ma per se stesso e per la gente rimase sempre il gospar, il signore di Dubrovnik, &#8220;il Cittadino&#8221;. Le rose del suo giardino erano le pi\u00f9 grosse, il suo sentiero di pietra sempre ben pulito e il suo saluto cordiale quanto basta, n\u00e9 troppo alla mano com&#8217;\u30fbpresso il popolino, n\u00e9 troppo scostante com&#8217;\u00e8 presso l&#8217;urbana borghesia del nuovi ricchi.<br \/>\nAll&#8217;inizio dell&#8217;autunno &#8217;91, dopo la calata del cetnici Dubrovnik, gospar Ivo compr\u00f2 un gallo e cinque galline, estirp\u00f2 le rose, zapp\u00f2 il terreno e nell&#8217;orto scov\u00f2 un vecchio pozzo interrato. Lo ripul\u00ec, gli aggiunse del pietrisco e lo argin\u00f2 con della fine pietra bianca. I vicini avevano intuito chiaramente i suoi propositi: ci\u00f2 che invece non riuscivano a capire, era come uno potesse vederci cos\u00ec nero e come un &#8220;signore&#8221; potesse diventare un operaio fangoso e un contadino avvezzo al puzzo del pollame.<br \/>\n&#8211; Vada come vada&#8230; Dovesse succedere qualcosa, Dio ce ne scampi, io sono pronto. Diversamente, il sottoscritto si sar\u00e0 comunque divertito per benino. Sono trent&#8217;anni che vivo tra le rose, mica vorr\u00e0 morire senza sapere cosa le rende diverse dalle galline!<br \/>\nL&#8217;inizio della guerra lo accolse con un eccellente raccolto di pomodori; i primi blocchi dell&#8217;erogazione idrica li accolse con l&#8217;acqua fresca di pozzo. Passavano i giorni, e il gaio coccod\u00e8 del vicinato sembrava sempre pi\u00f9 il canto degli uccelli del paradiso, il suono che ti strappa al mondo delle tenebre per consegnarti alla luminosit\u00e0 del giorno.<br \/>\n&#8211; Un gentiluomo \u00e8 sempre un gentiluomo, e un mentecatto \u00e8 sempre un mentecatto, qualunque cosa fa. Ieri stava tra le rose, oggi eccolo nella merda di gallina, ma resta pur sempre il signore che era&#8230;<br \/>\nUna volta l&#8217;acqua manc\u00f2 per dieci giorni e la fontana sul Sepetarovac si prosciug\u00f2 Fu allora che i vicini, secchi alla mano, bussarono per la prima volta alla sua finestra. Ivo tir\u00f2 su l&#8217;acqua per loro e loro, naturalmente, dissero un gran bene di lui in giro per il mahala. L&#8217;indomani, sotto la casa di Ivo erano gi\u00e0 in cinquanta, lui li accontent\u00f2 tutti, ma poi ne arrivarono altri cinquanta. E nessuno doveva servirsi da solo per non intorbidare il pozzo.<br \/>\nQualche giorno dopo gospar Ivo piazz\u00f2 un avviso sulla porta d&#8217;ingresso: &#8220;Egregi vicini, l&#8217;orario del pozzo \u00e8 10-12 e 16-18. Diversamente non sono in grado di servirvi&#8221;. Davanti casa si form\u00f2 una fila lunga e insospettabilmente composta; Ivo faceva passare tre clienti per volta, nessuno aveva niente da ridire e tutti parlavano a voce moderata. Le regole della buona condotta andavano rispettate come in chiesa o dentro a una moschea. Ai meno attenti glielo diceva Ivo, o se no la gente in fila: l\u00ec si veniva a prendere l&#8217;acqua, quella non era un&#8217;osteria, quindi il contegno doveva essere appropriato.<br \/>\nNel giorni fitti di pioggia di granate o anche quando soffiava lo scirocco, gospar Ivo sembrava un po&#8217; nervoso. Allora la gente, a forza di occhiate languide, parole dolci e piccoli segni di attenzione, cercava di restituirgli il buonumore. A volte la cosa riusciva, a volte invece Ivo si comportava come un nobile altero: fiaccavano le battutine ironiche, le paternali gratuite e anche qualche insulto. L&#8217;acqua, per\u00f2 non la negava mai a nessuno.<br \/>\nE quando i venti del sud, o anche i cetnici, si calmavano, gospar Ivo tornava quello di sempre: un gran signore, sia quando stava ricurvo sul pozzo col sudore che gli gocciolava dal viso, sia quando era un poco stanco e si metteva seduto qualche istante.<br \/>\nQuando poi l&#8217;acquedotto comunale riprendeva a funzionare, Ivo poteva rinfrancarsi lo spirito. In quei giorni nessuno lo nominava, n\u00e9 bussava alla sua porta. Il gospar doveva riprendersi un poco dalla gente. E poi da lui si doveva tornare ancora, felici d&#8217;esser nati sotto una buona stella e di non dover raggiungere a piedi la fontana vicino alla Birreria, dove piovevano le granate dei cetnici.<br \/>\nAlla vigilia di Natale gospar Ivo comunic\u30fbche l&#8217;indomani avrebbe fatto festa, ma che per il corrente giorno il pozzo lavorava a orario continuato. Il giorno dopo i portatori d&#8217;acqua arrivarono coi doni. Pite, baklave, bricchi di latte acido fatto col latte condensato, sacchetti di caff\u00e8 macinato, qualcuno era riuscito a procurarsi perfino un pacchetto di Croatia filter, Ivo ne fu davvero commosso.<br \/>\nS. Stefano fu un giorno come gli altri. Di qua una lunga fila di uomini, donne e bambini coi secchi, di l\u00e0 Ivo con gli occhi fissi sul fondo del pozzo, nella cui limpidezza un intero mahala di Sarajevo scorgeva tutta la bont\u00e0 di questo mondo. C&#8217;era gospar Ivo a riempire i secchi, non ci si doveva pi\u00f9 arrampicare lungo la via&#8230;<br \/>\n&#8211; Ogni giorno prendo su l&#8217;acqua e penso a Ges\u00f9 Cristo e al Calvario. Mi chiedo: chiss\u00e0 se il Calvario \u00e8 sempre in salita, o magari \u00e8 un po&#8217; in salita e un po&#8217; in discesa&#8230; \u00ad diceva mia madre a una donna musulmana, caricandole le spalle anche di questo peso.<\/p>\n<p><strong>La diagnosi<br \/>\n<\/strong>In nessun luogo al mondo esistono bestemmie e imprecazioni come quelle bosniache. Le escogitano da tempi remoti, ma non per minacciare o offendere qualcuno, quanto piuttosto per dare a vedere che la loro inventiva batte quella del vicino. Le pi\u00f9 belle sono quelle al passo col progresso civile e culturale. Cos\u00ec\u008d, ad esempio con l&#8217;avvento della meccanizzazione agricola \u00e8 apparso il malaugurio: &#8220;Che ti motoseghino tuo figlio e lo schiaffino in cantina per l&#8217;inverno!&#8221;.<br \/>\nE fu proprio con una motosega che i cetnici segarono la moglie e le due figlie di Salih F., sotto i suoi occhi. Quanto a lui, lo sbatterono a Manjaca, che crepasse, ma Salih F. non crep\u00f2, anzi, tenne duro fino al fatidico momento dello scambio. Lo trasportarono a Gradiska, poi a Karlovac e infine in Boemia. Qui fin\u008d in un campo profughi, in mezzo a gente estranea, tutta o quasi proveniente dalla Bosnia.<br \/>\nAnalfabeta e lento di comprendonio, presto divenne il bersaglio prediletto del generale sfott\u2022. Per giorni Salih F. si sforz\u00f2 di escogitare qualcosa che ponesse fine alle provocazioni, una battuta a effetto, un&#8217;uscita originale&#8230; Ma ogni volta, e sempre peggio, ci faceva la parte dell&#8217;idiota. Era finito in uno di quei congegni tritanervi dai quali esci solo in due modi: se ci ficchi un altro al posto tuo, o se sistemi il tutto a forza di cazzotti.<br \/>\nQuel giorno Salih F. fece a cazzotti con met\u00e0 del campo. Le prese di santa ragione, prima dai bosniaci, poi dal cordone della polizia ceca. E per finire, a lui, legato e sanguinante, comunicarono il provvedimento che lo vedeva espulso da tutti i campi profughi del territorio nazionale. Salih F. mise in valigia le sue cose (che non possedeva), stramaledisse i cechi, i bosniaci e chi li aveva fatti, e a piedi diresse verso Praga. Dopo una cinquantina di chilometri fece il suo ingresso trionfale in citt\u00e0, dove fu prontamente arrestato. In tasca non aveva documenti, fatta eccezione per il foglio di via.<br \/>\nLa polizia lo tenne in gattabuia una nottata, ma dopo non sapeva pi\u00f9 che farsene. Bisognava scacciarlo altrove, ma quale paese avrebbe accolto un bosniaco cos\u008d attaccabrighe? Sarebbe stato pi\u00f9 semplice rispedirlo a Manjaca, ma tecnicamente non era fattibile e poi implicava la violazione dei diritti umani.<br \/>\nIl caso lo risolse un drittone dell&#8217;ufficio immigrazione bosniaca di Praga. Sugger\u008d alla polizia di accompagnare Salih al presidio psichiatrico dove lo avrebbero dichiarato pazzo, e in quanto tale nessuno avrebbe potuto espellerlo. Sempre per la solita faccenda dei diritti umani. E, sentita la storia di Salih F., i poliziotti decisero che l&#8217;idea non era niente male.<br \/>\nAll&#8217;ospedale lo accolsero come un re. Gli assegnarono una stanza singola con televisione, magnetofono e poltrona. Ai medici non pareva vero, avevano per le mani un esemplare umano che aveva visto coi suoi occhi come ai familiari segavano le gambe, poi le braccia, poi le teste. Ogni tanto lo scrutavano dallo spioncino. Beatamente seduto in poltrona, Salih F. guardava la tv, cambiava canale e pigramente mangiava uva. Sembrava un qualsiasi cristo di questo mondo che segue con aria indifferente le notizie fresche dalla Bosnia.<br \/>\nPer i medici Salih era chiaramente sotto choc. Al caso dedicavano lunghi e dettagliati rapporti, lo adoperavano come spunto per i loro articoli sulle riviste specialistiche, ipotizzavano possibili sviluppi, sempre in attesa che il suo animo ferito e malconcio sbollisse. Ma la situazione era stazionaria gi\u00e0 da mesi. Salih F. viveva istintivamente la sua vita, alle domande rispondeva come al solito, non chiedeva niente e non voleva niente.<br \/>\nCos\u008d i medici, per cavarlo dallo choc, tentarono la strada dell&#8217;hobby. Canto, disegno o fotografia. A scelta. Lui disse grazie e aggiunse che niente di quella roba gli serviva e che niente di quella roba gli piaceva. Ma poi, di fronte all&#8217;insistenza dei dottori, si risolse per il disegno. Perch\u00e9 cantare non sapeva e la fotografia lo spaventava.<br \/>\nDisegnava diligente alle ore stabilite, poi tornava alla sua televisione e alla sua uva. I medici analizzavano quei disegni fino a notte fonda. Con la matita marrone aveva fatto una baracca, con quella verde l&#8217;erba e con la gialla il sole. Al sole aveva messo occhi e bocca. Salih F. aveva visto da qualche parte che il sole si fa cos\u00ec\u008d. Capitava che, finito il disegno, dovesse spiegarlo al dottori. E quelli ridacchiavano e gli facevano domande che a volte l&#8217;interprete era incapace di tradurre.<br \/>\nFinalmente venne il giorno di decidere la sua sorte. I medici avevano preparato soltanto una domanda: &#8220;Se un giorno ti capitassero tra le mani gli assassini di tua moglie e delle tue figliole, tu cosa faresti?&#8221;. Salih F. rispose che la cosa era impossibile perch\u00e9 quelli stavano altrove, lontano, oltreconfine, oltre il filo spinato e i carri armati. Ma i medici insistevano, cercando di convincerlo che tutto era possibile, anche ci\u00f2 che a prima vista poteva sembrare impossibile. Quando cap\u008d che erano come dei bambini, che a loro bastava immaginare qualcosa per crederla subito vera, Salih F. rispose: &#8220;Li ammazzerei anch&#8217;io a quelli l\u008d..\u00e0 Anzi, gli darei carta e matita e gli direi, come voi a me, disegna!&#8221;.<br \/>\nAllora quelli si illuminarono in volto e, presa carta e penna, dichiararono Salih F. anormale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riportiamo, qui di seguito, due racconti tratti da Le Marlboro di Sarajevo di Miljenko Jergovic, Quodlibet, Macerata, 1994 Un tempo lungo il Sepetarovac salivano, ricurvi sotto ceste di vimini, i facchini diretti alle magaze di Bjelava e ai negozi su a Podhrastovi. 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