{"id":6837,"date":"2026-03-20T11:20:50","date_gmt":"2026-03-20T10:20:50","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6837"},"modified":"2026-03-20T11:20:50","modified_gmt":"2026-03-20T10:20:50","slug":"15-le-citta-invisibili","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6837","title":{"rendered":"15. Le citt\u00e0 invisibili"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Teresa Tacconi<\/p>\n<p>Le citt\u00e0 e i segni: tentativi per decodificare le strade percorse e trovare un significato alla nostra esperienza.<br \/>\nItalo Calvino nel testo &#8220;Le citt\u00e0 invisibili&#8221; ci invita ad intraprendere un viaggio nel mondo dei segni, dei simboli, dei messaggi. La citt\u00e0 come metafora della necessit\u00e0, volont\u00e0 di comunicare la propria vita, azioni ed emozioni, ma anche citt\u00e0 come immagine della difficolt\u00e0 e spesso imponibilit\u00e0 di riuscire in questo. Ogni citt\u00e0 accentua e rilancia una sfumatura del comunicare.<br \/>\nTamara: citt\u00e0 della relativit\u00e0 di ogni situazione comunicativa, in cui ogni cosa \u00e8 diversa dall&#8217;aspetto esteriore con cui si presenta.<br \/>\nZirma: citt\u00e0 della ridondanza, dove la parola e il pensiero si perdono fra troppi riferimenti, ripetizioni che annullano le differenze e impediscono i collegamenti.<br \/>\nZoe: citt\u00e0 del dubbio che sempre \u00e8 presente in ogni trama comunicativa; quanto di ci\u00f2 che voglio trasmettere arriva all&#8217;altro e come viene reinterpretato?<br \/>\nIpazia: citt\u00e0 dell&#8217;inganno, della molteplicit\u00e0, del rivolgimento cos\u00ec\u008d come ogni atto comunicativo \u00e8 doppio, portatore di conseguenze inattese, percorso da eventi imprevisti.<br \/>\nOlivia: citt\u00e0 della verit\u00e0 dove il racconto rivela il suo ineguagliabile ruolo di testimone della vita; opaco o trasparente \u00e8 il mezzo con cui ridiamo il senso all&#8217;esistere.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l&#8217;occhio si ferma su una cosa, ed \u00e8 quando l&#8217;ha riconosciuta per il segno d&#8217;un&#8217;altra cosa: un&#8217;impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia una vena d&#8217;acqua, il fiore dell&#8217;ibisco la fine dell&#8217;inverno. Tutto il resto \u00e8 muto e intercambiabile; alberi e pietre sono soltanto ci\u00f2 che sono.<br \/>\nFinalmente il viaggio, conduce alla citt\u00e0 di Tamara. Ci si addentra per vie fitte d&#8217;insegne che sporgono dai muri. L&#8217;occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l&#8217;erbivendola. Statue e scudi rappresentano leoni delfini torri stelle: segno che qualcosa &#8211; chiss\u00e0 cosa &#8211; ha per segno un leone o delfino o torre o stella. Altri segnali avvertono di ci\u00f2 che in un luogo \u00e8 proibito &#8211; entrare nel vicolo con i carretti, orinare dietro l&#8217;edicola, pescare con la canna dal ponte &#8211; e di ci\u00f2 che \u00e8 lecito &#8211; abbeverare le zebre, giocare a bocce, bruciare i cadaveri dei parenti. Dalla porta dei templi si vedono le statue degli dei, raffigurati ognuno coi suoi attributi: la cornucopia, la clessidra, la medusa, per cui il fedele pu\u00f2 riconoscerli e rivolgere loro le preghiere giuste. Se un edificio non porta nessuna insegna o figura, la sua stessa forma e il posto che occupa nell&#8217;ordine della citt\u00e0 bastano a indicarne la funzione: la reggia, la prigione, la zecca, la scuola pitagorica, il bordello. Anche le mercanzie che i venditori mettono in mostra sui banchi valgono non per se stesse ma come segni d&#8217;altre cose: la benda ricamata per la fronte vuol dire eleganza, la portantina dorata potere, i volumi di Averro\u00e8 sapienza, il monile per la caviglia volutt\u00e0. Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la citt\u00e0 dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti.<br \/>\nCome veramente sia la citt\u00e0 sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l&#8217;uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s&#8217;estende la terra vuota fino all&#8217;orizzonte, s&#8217;apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento danno alle nuvole l&#8217;uomo \u00e8 gi\u00e0 intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante&#8230;<\/p>\n<p>Dalla citt\u00e0 di Zirma i viaggiatori tornano con ricordi ben distinti: un negro cieco che grida nella folla, un pazzo che si sporge dal cornicione d&#8217;un grattacielo, una ragazza che passeggia con un puma legato al guinzaglio. In realt\u00e0 molti dei ciechi che battono il bastone sui selciati di Zirma sono negri, in ogni grattacielo c&#8217;\u0160 qualcuno che impazzisce, tutti i pazzi passano le ore sui cornicioni, non c&#8217;\u00e8 puma che non sia allevato per un capriccio di ragazza. La citt\u00e0 \u00e8 ridondante: si ripete perch\u00e9 qualcosa arrivi a fissarsi nella mente.<br \/>\nTorno anch&#8217;io da Zirma: il mio ricordo comprende dirigibili che volano in tutti i sensi all&#8217;altezza della finestre, vie di botteghe dove si disegnano tatuaggi sulla pelle ai marinai, treni sotterranei stipati di donne obese in preda all&#8217;afa. I compagni che erano con me nel viaggio invece giurano d&#8217;aver visto un solo dirigibile librarsi tra le guglie della citt\u00e0, un solo tatuatore disporre sul suo panchetto aghi e inchiostri e disegni traforati, una sola donna-cannone farsi vento sulla piattaforma d&#8217;un vagone. La memoria \u00e8 ridondante: ripete i segni perch\u00e9 la citt\u00e0 cominci a esistere.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo che viaggia e non conosce ancora la citt\u00e0 che lo aspetta lungo la strada, si domanda come sar\u00e0 la reggia, la caserma, il mulino, il teatro, il bazar. In ogni citt\u00e0 dell&#8217;impero ogni edificio \u00e8 differente e disposto in un diverso ordine: ma appena il forestiero arriva alla citt\u00e0 sconosciuta e getta lo sguardo in mezzo a quella pigna di pagode e abbaini e fienili, seguendo il ghirigoro di canali orti immondezzai, subito distingue quali sono i palazzi dei principi, quali i templi dei grandi sacerdoti, la locanda, la prigione, la suburra. Cos\u00ec\u008d &#8211; dice qualcuno &#8211; si conferma l&#8217;ipotesi che ogni uomo porta nella mente una citt\u00e0 fatta soltanto di differenze, una citt\u00e0 senza figure e senza forma, e le citt\u00e0 particolari la riempiono.<br \/>\nNon cos\u00ec\u008d a Zoe. In ogni luogo di questa citt\u00e0 si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi, cucinare, accumulare monete d&#8217;oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli. Qualsiasi tetto a piramide potrebbe coprire tanto il lazzaretto dei lebbrosi quanto le terme delle odalische. Il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della citt\u00e0, anche i punti che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano. Ne inferisce questo: se l&#8217;esistenza in tutti i suoi momenti \u00e8 tutta se stessa, la citt\u00e0 di Zoe \u00e8 il luogo dell&#8217;esistenza indivisibile. Ma perch\u00e9 allora la citt\u00e0? Quale linea separa il dentro dal fuori, il rombo delle ruote dall&#8217;ululo dei lupi?<br \/>\nDi tutti i cambiamenti di lingua che deve affrontare il viaggiatore in terre lontane, nessuno uguaglia quello che lo attende nella citt\u00e0 di Ipazia, perch\u00e9 non riguarda le parole ma le cose. Entrai a Ipazia un mattino, un giardino di magnolie si specchiava su lagune azzurre, io andavo tra le siepi sicuro di scoprire belle e giovani dame fare il bagno: ma in fondo all&#8217;acqua i granchi mordevano gli occhi delle suicide con la pietra legata al collo e i capelli verdi d&#8217;alghe.<br \/>\nMi sentii defraudato e volli chiedere giustizia al sultano. Salii le scale di porfido del palazzo dalle cupole pi\u00f9 alte, attraversai sei cortili di maiolica con zampilli. La sala nel mezzo era sbarrata da inferriate: i forzati con nere catene al piede issavano rocce di basalto da una cava che s&#8217;apre sottoterra.<br \/>\nNon mi restava che interrogare i filosofi. Entrai nella grande biblioteca, mi persi tra scaffali che crollavano sotto le rilegature in pergamena, seguii l&#8217;ordine alfabetico d&#8217;alfabeti scomparsi, su e gi\u00f9 per corridoi, scalette e ponti. Nel pi\u00f9 remoto gabinetto dei papiri, in una nuvola di fumo, mi apparvero gli occhi inebetiti d&#8217;un adolescente sdraiato su una stuoia, che non staccava le labbra da una pipa d&#8217;oppio.<br \/>\n&#8211; Dov&#8217;\u00e8 il sapiente? -. Il fumatore indic\u00f2 fuori della finestra. Era un giardino con giochi infantili: i birilli, l&#8217;altalena, la trottola. Il filosofo sedeva sul prato. Disse: &#8211; I segni formano una lingua, ma non quella che credi di conoscere -. Capii che dovevo liberarmi dalle immagini che fin qui m&#8217;avevano annunciato le cose che cercavo: solo allora sarei riuscito a intendere il linguaggio di Ipazia.<br \/>\nOra basta che senta nitrire i cavalli e schioccare le fruste e gi\u00e0 mi prende una trepidazione amorosa: a Ipazia devi entrare nelle scuderie e nei maneggi per vedere le belle donne che montano in sella con le cosce nude e i gambali sui polpacci, e appena s&#8217;avvicina un giovane straniero lo rovesciano su mucchi di fieno o di segatura e lo premono con i saldi capezzoli.<br \/>\nE quando il mio animo non chiede altro alimento e stimolo che la musica, so che va cercata nei cimiteri: i suonatori si nascondono nelle tombe; da una fossa all&#8217;altra si rispondono trilli di flauti, accordi d&#8217;arpe.<br \/>\nCerto anche a Ipazia verr\u00e0 il giorno in cui il solo mio desiderio sar\u00e0 partire. So che non dovr\u00e0 scendere al porto ma salire sul pinnacolo pi\u00f9 alto della rocca ed aspettare che una nave passi lass\u00f9\u2014. Ma passer\u00e0 mai? Non c&#8217;\u00e8 linguaggio senza inganno.<\/p>\n<p>Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la citt\u00e0 col discorso che la descrive. Eppure tra l&#8217;una e l&#8217;altro c&#8217;\u00e8 un rapporto. Se ti descrivo Olivia, citt\u00e0 ricca di prodotti e guadagni, per significare la sua prosperit\u00e0 non ho altro mezzo che parlare di palazzi di filigrana con cuscini frangiati ai davanzali delle bifore; oltre la grata d&#8217;un patio una girandola di zampilli innaffia un prato dove un pavone bianco fa la ruota. Ma da questo discorso tu subito comprendi come Olivia \u00e8 avvolta in una nuvola di fuliggine e d&#8217;unto che s&#8217;attacca alle pareti delle case; che nella ressa delle vie i rimorchi in manovra schiacciano i pedoni contro i muri. Se devo dirti dell&#8217;operosit\u00e0 degli abitanti, parlo delle botteghe dei sellai odorose di cuoio, delle donne che cicalano intrecciando tappeti di rafia, dei canali pensili le cui cascate muovono le pale dei mulini: ma l&#8217;immagine che queste parole evocano nella tua coscienza illuminata \u00e8 il gesto che accompagna il mandrino contro i denti della fresa ripetuto da migliaia di mani per migliaia di volte al tempo fissato per i turni di squadra. Se devo spiegarti come lo spirito di Olivia tenda a una vita libera e a una civilt\u00e0 sopraffina, ti parler\u00e0 di dame che navigano cantando la notte su canoe illuminate tra le rive d&#8217;un verde estuario; ma \u00e8 soltanto per ricordarti che nei sobborghi dove sbarcano ogni sera uomini e donne come file di sonnambuli, c&#8217;\u00e8 sempre che nel buio scoppia a ridere, d\u00e0 la stura agli scherzi ed ai sarcasmi.<br \/>\nQuesto forse non sai: che per dire d&#8217;Olivia non potrei tenere altro discorso. Se ci fosse un&#8217;Olivia davvero di bifore e pavoni, di sellai e tessitori di tappeti e canoe e estuari, sarebbe un misero buco nero di mosche, e per descrivertelo dovrei fare ricorso alle metafore della fuliggine, dello stridere di ruote, dei gesti ripetuti, dei sarcasmi. La menzogna non \u00e8 nel discorso, \u00e8 nelle cose.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>a cura di Teresa Tacconi Le citt\u00e0 e i segni: tentativi per decodificare le strade percorse e trovare un significato alla nostra esperienza. Italo Calvino nel testo &#8220;Le citt\u00e0 invisibili&#8221; ci invita ad intraprendere un viaggio nel mondo dei segni, dei simboli, dei messaggi. 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