{"id":685,"date":"2009-11-04T17:07:18","date_gmt":"2009-11-04T17:07:18","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=685"},"modified":"2026-01-21T13:03:10","modified_gmt":"2026-01-21T12:03:10","slug":"diversabilit","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=685","title":{"rendered":"5. Diversabilit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>di Roberto Ghezzo<\/p>\n<p>Un aspetto che mi appassiona e mi stupisce sempre, \u00e8 la capacit\u00e0, direi l&#8217;abilit\u00e0 della disabilit\u00e0 (anche se sembra contraddittorio), a mettere in crisi qualsiasi struttura, qualsiasi ordine prestabilito.<!--break--> Perfino le parole. Passando in rassegna i termini con i quali si definisce chi ha un deficit, resta sempre la sensazione che queste parole siano imperfette, imprecise, alcune addirittura proprio sbagliate. E&#8217; una storia lunga, questa, nella cultura dell&#8217;handicap e proveremo ad analizzare alcuni dei termini pi\u00f9 utilizzati in questi ultimi anni. Premettiamo che per noi \u00e8 fondamentale la distinzione tradeficit ( un dato oggettivo, una mancanza certificata, ad esempio la sordit\u00e0) e l&#8217;handicap (la difficolt\u00e0, lo svantaggio che il deficit procura alla persona, gli ostacoli che questa persona incontra nell&#8217;ambiente). Detto questo consideriamo ora le due classi principali di parole che designano la persona con deficit: la prima classe (handicappato, portatore di handicap, persone in situazioni di handicap) evidenziano l&#8217;handicap; la seconda (disabile, non vedente, motu-leso, eccetera) evidenziano il deficit.<\/p>\n<p><b>La parola giusta<br \/>\n<\/b>Il termine handicap ha due accezioni, una positiva, l&#8217;altra negativa: quest&#8217;ultima \u00e8 tradotta con le parole svantaggio e ostacolo. All&#8217;handicap cos\u00ec inteso dobbiamo dichiarare guerra, dobbiamo lavorare per ridurlo, perch\u00e9 questo \u00e8 possibile, perch\u00e9 realmente possiamo agire su ci\u00f2 che \u00e8 handicappante, che determina svantaggio. Quando si parla dei poveri dei paesi in via di sviluppo bisognerebbe sempre parlare di impoveriti.<br \/>\nA ben guardare un aiuto a chi \u00e8 povero non pu\u00f2 ridursi alla semplice assistenza ma deve partire dalla lotta contro i meccanismi che impoveriscono. Parlare di impoveriti, piuttosto che di poveri, pu\u00f2 aiutare un processo di consapevolezza dei meccanismi reali che determinano il problema. Parlare di handicappati intendendo esclusivamente (com&#8217;\u00e8 di fatto) le persone con deficit, senza parlare di handicappanti (le barriere architettoniche, culturali, eccetera) \u00e8 profondamente sbagliato. Oltretutto l&#8217;handicap \u00e8 una categoria trasversale alle persone, tocca tutti: anche un normodotato pu\u00f2 essere handicappato, perch\u00e9 si pu\u00f2 trovare in imbarazzo, pu\u00f2 provare paura, pu\u00f2 non entrare in comunicazione con una persona che ha un deficit.<br \/>\nOltre a questa accezione negativa di ostacolo, svantaggio, la parola handicap invece ne ha una che apparentemente non sembra positiva, ma in realt\u00e0 lo \u00e8: difficolt\u00e0. In ogni gioco c&#8217;\u00e8 un handicap, c&#8217;\u00e8 una difficolt\u00e0, che costituisce il sale del gioco. Il sale di per s\u00e9 non \u00e8 un alimento, \u00e8 amaro, \u00e8 insostenibile da solo: \u00e8 cos\u00ec con le difficolt\u00e0 che non riusciamo a gestire, che non riusciamo ad inscrivere in un gioco, in un sistema di senso che dia loro valore. Se invece l&#8217;handicap riusciamo a connetterlo ad un gioco, con delle regole, se riusciamo a giocarci, allora scopriamo un punto di vista sulla realt\u00e0 che \u00e8 notevolissimo.<br \/>\nQuindi handicappato \u00e8 un termine che genera confusione perch\u00e9:<br \/>\n1) sposta l&#8217;attenzione sul risultato piuttosto che sulla causa (sul povero piuttosto che su chi, o cosa, impoverisce; sull&#8217;handicappato piuttosto che su chi, o cosa, \u00e8 handicappante);<br \/>\n2) viene usato per definire chi ha un deficit quando sarebbe pi\u00f9 corretto riferirlo a tutte le persone, anche i normodotati, che entrano in rapporto col deficit. Il risultato evidente \u00e8 che si crede che l&#8217;handicap sia un problema di una categoria di persone (gli handicappati e le loro famiglie) o di chi si occupa per lavoro di handicap (i terapisti, i medici, eccetera);<br \/>\n3) non tiene conto anche del significato positivo della parola handicap.<br \/>\nUna dizione che ha il pregio di distinguere tra handicap e persona \u00e8 &#8220;portatore di handicap&#8221;. Anche qui per\u00f2 non si tiene conto del fatto che tutti sono potatori di handicap per cui non si centra l&#8217;obbiettivo di distinguere chi ha un deficit da chi non ce l&#8217;ha. Tra l&#8217;altro &#8220;portatore di handicap&#8221; pu\u00f2 essere un termine fuorviante perch\u00e9 sembra che questapersona necessariamente porti gli handicap con s\u00e9, quando invece un disabile pu\u00f2 benissimo aver superato alcuni handicap. E&#8217; evidente che se un disabile non riesce a raggiungere il secondo piano di un edificio perch\u00e9 ci sono le scale e non c&#8217;\u00e8 l&#8217;ascensore, in questo caso non \u00e8 lui che ha portato l&#8217;handicap ma se l&#8217;\u00e8 trovato appioppato addosso dall&#8217;esterno. Sicuramente \u00e8 pi\u00f9 corretta la definizione &#8220;persona in situazione di handicap&#8221; ma il problema anchequi sta nel fatto che se vogliamo essere consequenziali con la distinzione tra deficit ed handicap dobbiamo riferire questa definizione a tutte le persone.<\/p>\n<p><b>Quando il deficit porta la novit\u00e0<br \/>\n<\/b>Altri termini per designare una persona con deficit sottolineano appunto la presenza del deficit: in-abile, dis-abile, motu-leso, non-vedente, eccetera. Questi termini hanno il pregio di non confondere tra handicap e deficit e anche se sembrano pi\u00f9 crudi, perch\u00e9 impietosamente vanno ad individuare la presenza di un deficit, in realt\u00e0 dicono le cose come stanno o come sembra che stiano. E&#8217; questo il punto su cui dobbiamo soffermarci. Sicuramente la presenza di un deficit pu\u00f2 ledere alcune abilit\u00e0 della persona, ma in molti casi con l&#8217;intervento di un adeguato programma educativo e la disponibilit\u00e0 di ausili, una persona con deficit pu\u00f2 essere abile in modo diverso, raggiungendo in parte o totalmente gli stessi obiettivi di una persona normodotata, in qualche caso apportando la scoperta di nuove strade che possano diventare risorse per tutti. Mi sembra ben spiegato nell&#8217;articolo di Zucchi, in questo numero di HP, il senso del linguaggio dei segni dei sordi che va ben al di l\u00e0 di una semplice imitazione del linguaggio ordinario. Ma di esempi ce ne sono moltissimi. Il presidente della nostra associazione CDH, Claudio Imprudente, \u00e8 in carrozzina ed \u00e8 muto: comunica utilizzando una lavagnetta trasparente sulla quale sono incollate le lettere dell&#8217;alfabeto. Attraverso questa lavagnetta Claudio ogni giorno incontra persone, lavora nelle scuole, comunica col mondo. Mi sembra che definire dis-abile, non abile una persona cos\u00ec, sia difficile. Certo in molte altre situazioni Claudio \u00e8 considerato disabile ma \u00e8 forse corretto dire non autosufficiente, perch\u00e9 con l&#8217;aiuto di una persona pu\u00f2 fare quasi tutto quello che fa un normodotato (mangiare, spostarsi, eccetera). La mente del normodotato che telefona sta al suo braccio che prende in mano la cornetta, come la mente di Claudio sta all&#8217;operatore che realizza l&#8217;azione di telefonare. Sono due operazioni molto diverse nei mezzi ma non nel risultato. Da questo punto divista uno \u00e8 autosufficiente, l&#8217;altro no: entrambi sono abili. Certo il fatto di stare su una carrozzina gli preclude la possibilit\u00e0 di correre con le proprie gambe, anche se ipotizzassimo l&#8217;aiuto di una o pi\u00f9 persone. Qui ci troviamo difronte ad una vera e propria disabilit\u00e0 i cui limiti sono abbastanza definiti. Ci\u00f2 non significa per Claudio l&#8217;impossibilit\u00e0 di fare sport: il calcio in carrozzina \u00e8 la dimostrazione che possono esistere atleti con tetraparesispastica.<br \/>\nIn tutti questi casi la parola disabilit\u00e0 indica forse un inizio del percorso e rischia di diventare ingiusta se non tiene conto della storia personale di ognuno, della ricerca di nuove strade per essere abile in modo diverso.<\/p>\n<p><b>Arriva il diversabile<br \/>\n<\/b>Ecco il termine che vorremmo utilizzare sempre di pi\u00f9 al posto di disabile: diversabile. Claudio Imprudente dice spesso che i termini utilizzati per indicare chi ha un deficit hanno poco a che fare con la fiducia (in-valido, dis-abile, eccetera). Diversabile \u00e8 un termine propositivo e positivo, che ci suona bene perch\u00e9 mette in evidenza l&#8217;essere diversamente abili di molte persone con deficit. Nel cammino della cultura dell&#8217;handicap riteniamo che il termine diversabile provenga da un&#8217;idea &#8220;necessaria&#8221; storicamente. Siamo convinti che iniziare ad usarlo possa aiutare a vedere le persone con deficit in una prospettiva nuova, meno istantanea nella constatazione del deficit, meno medica, pi\u00f9 attenta ad una storia, ad un cammino di acquisizionedi abilit\u00e0. Giustamente si potr\u00e0 obiettare che noi tutti siamo diversabili (basta vedere il modo di camminare di ognuno): certamente chi ha un deficit lo \u00e8 di pi\u00f9. Il termine diversabile contiene imprecisioni, almeno quanto il termine disabile. Queste imprecisioni per\u00f2 hanno almeno il pregio di infondere un po&#8217; di ottimismo in pi\u00f9 senza per questo cadere nell&#8217;errore di dimenticarsi del deficit e dell&#8217;handicap. Il diversabile non \u00e8 normodotato, almeno quanto il disabile! Diversabile poi non \u00e8 la parolina magica che automaticamente cambia le cose: pu\u00f2 per\u00f2 forse cambiare il nostro modo di percepirle, e gi\u00e0 questo \u00e8 un modo di cambiare, \u00e8 un punto di partenza. E&#8217; un po&#8217; la vecchia storia della bottiglia mezza piena e mezza vuota: il contenuto della bottiglia \u00e8 lo stesso nei due casi, ma in uno si sottolinea la mancanza, la vuotezza, il deficit (la disabilit\u00e0), nell&#8217;altro si sottolinea la presenza di qualcosa, di potenzialit\u00e0 di possibili abilit\u00e0. Certo una bottiglia mezza piena (magari divino) non \u00e8 uguale ad una bottiglia piena, per\u00f2 suggerisce che lo pu\u00f2 diventare aggiungendovi degli elementi, non tanto in uno spirito di imitazione della pienezza della &#8220;piena&#8221;, quanto in uno spirito creativo. Mia zia Gigetta beveva quella che a Venezia si chiama &#8220;bevanda&#8221;, cio\u00e8 acqua e vino insieme, molto dissetante; con l&#8217;aggiunta sapiente di frutta, dal vino si ottiene la sangria. Allungare il vino con qualcos&#8217;altro (miele, acqua e spezie, eccetera) pu\u00f2 fare arricciare il naso ai puristi ma era la consuetudine ad esempio nel mondo antico. Il deficit del mezzo vuoto \u00e8 la constatazione di un segno meno nel confronto con la &#8220;pienezza&#8221; normodotata. La disabilit\u00e0 non \u00e8 un punto di arrivo, ma \u00e8 un punto di partenza. Se troviamo un ambiente che ci d\u00e0 fiducia, se ci diamo da fare nella ricerca di ausili, se riusciamo a percorrere per quanto possibile una strada di superamento ma anche di valorizzazione dell&#8217;handicap, diversabili si diventa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un aspetto che mi appassiona e mi stupisce sempre, \u00e8 la capacit\u00e0, direil&#8217;abilit\u00e0 della disabilit\u00e0 (anche se sembra contraddittorio), a mettere incrisi qualsiasi struttura, qualsiasi ordine prestabilito.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3587,3608,3591],"edizioni":[99],"autori":[296],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/685"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=685"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/685\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6361,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/685\/revisions\/6361"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=685"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=685"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=685"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=685"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=685"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=685"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=685"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=685"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=685"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}