{"id":694,"date":"2009-11-04T17:07:19","date_gmt":"2009-11-04T17:07:19","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=694"},"modified":"2026-01-23T10:04:17","modified_gmt":"2026-01-23T09:04:17","slug":"nel-sociale-informarsi-e-informare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=694","title":{"rendered":"6. Nel sociale, informarsi e informare"},"content":{"rendered":"<p>di Nicola Rabbi<\/p>\n<p>Un viaggio personale e &#8220;soggettivo&#8221; sui problemi dell&#8217;editoria sociale e sui vizi del giornalismo italiano. L&#8217;avvento del digitale e la possibilit\u00e0 che offre la comunicazione elettronica ai cittadini e alle associazioni; L&#8217;importanza di osservatori sulla stampa, la necessit\u00e0 di pensare a nuovi progetti di comunicazione basati sulla tecnologia. Le esperienze comunicative del Centro Documentazione Handicap.<!--break--><\/p>\n<p>&#8220;Catturato spacciatore: era un irreprensibile impiegato&#8221;, un titolo di cronaca apparso in pieno agosto, in testa ad un articolo di poche righe.; un articolo di poca importanza, ma c&#8217;\u00e8 chi dice che \u00e8 dai particolari, da i margini che si possono capire molte cose. Cos\u00ec questo articolo marginale apparso sulla cronaca locale di un quotidiano la dice lunga sul modo di trattare una notizia sul sociale e sul rispetto verso i lettori.<br \/>\nConosco bene la persona arrestata dato che per un paio di anni ha frequentato il Centro di Documentazione Handicap per via di una borsa lavoro: non era certo irreprensibile visto che aveva una fedina penale molto lunga che un qualsiasi cronista, con una telefonata alla questura, avrebbe potuto conoscere.<br \/>\nLa caratterizzazione della notizia era stata inventata di sana pianta,&#8221;tanto in pieno agosto, con tutti i lettori al mare, chi si accorge di queste piccole e innocue invenzioni&#8221;! L&#8217;importante era fare un articolo con un po&#8217; di colore, che attirasse l&#8217;attenzione del pigro lettore di Ferragosto.<br \/>\nMa l&#8217;operazione innocua non \u00e8; oltre che a tradire la fiducia del lettore, il titolo e il testo non rendono ragione alla persona in questione, con tutto il suo carico di problemi, di contraddizioni e la voglia di &#8220;liberarsi&#8221;, di lasciarsi alle spalle certe zavorre.<br \/>\nVenire a conoscenza, in questo caso per un motivo del tutto casuale, di una falsificazione come questa non pu\u00f2 non inquietare e ci porta a guardare alla pagina stampata di un quotidiano, di un periodico qualsiasi (ma lo stesso discorso vale anche per gli altri media), con un occhio pi\u00f9 sospettoso. Scattano, in modo automatico e continuo, delle domande che ci coinvolgono come lettori, come cittadini, come operatori nel campo sociale e culturale: e se anche le altre notizie fossero cos\u00ec? Come possiamo fidarci di quello che leggiamo? Come possiamo verificare le notizie?<\/p>\n<p><b>Perch\u00e9 \u00e8 importante l&#8217;informazione sociale<br \/>\n<\/b>Perch\u00e9 insistiamo sempre su questi temi? Perch\u00e9 un Centro di Documentazione specializzato sul tema della disabilit\u00e0 come il nostro e che ha come referentiun &#8220;pubblico&#8221; di operatori sociali e di disabili, si occupa in modo cos\u00ec pervicace di questioni che riguardano l&#8217;informazione, i mass media, il ruolo dei giornalisti, le comunicazione elettronica&#8230;.?<br \/>\nLa risposta \u00e8 chiara e semplice: i mass media sono decisivi nella formazione delle stereotipie, dei luoghi comuni, della percezione in generale della realt\u00e0e in una societ\u00e0 come la nostra, dove l&#8217;informazione \u00e8 la merce pi\u00f9 preziosa, nulla, o quasi nulla pu\u00f2 sfuggire, al potere di attrazione, alle suggestioni di ci\u00f2 che i media ci dicono.<br \/>\nHa scritto Luciano Tavazza, segretario della Fondazione Italiana per il Volontariato (FIVOL) recentemente: &#8220;L&#8217;esperienza sociale quotidiana fa sperimentare al volontariato quanto la societ\u00e0 moderna sia fortemente condizionata in fatto di informazione e comunicazione in tutto il mondo industrializzato&#8221;. E a volte anche chi \u00e8 in stretto contatto con il sociale (un operatore o un volontario), anche chi ha una conoscenza diretta e non mediata con questi temi, pu\u00f2, nonostante tutto, ricadere negli stessi luoghi comuni, mancare nella reale comprensione di un dato fenomeno, pu\u00f2 parlare come gli altri.<\/p>\n<p><b>Indiani nella riserva<br \/>\n<\/b>E&#8217; questo il potere dei grandi mezzi di informazione, di fronte al quale le esperienze (di comunicazione, di informazione) alternativa rimangono (nel vero senso della parola) ammutolite. Le numerose esperienze di editoria sociale ben conoscono questa sensazione di sentirsi &#8220;in una riserva&#8221;, in un territorio a parte destinato solo a pochi, con scarse possibilit\u00e0 di uscire fuori dal recinto.<br \/>\nE&#8217; questa la situazione di quasi tutte le riviste, le case editrici, le agenzie stampa che operano in questo campo. Non siamo troppo pessimisti se diciamo che anche le esperienze pi\u00f9 incisive e ambiziose, l&#8217;agenzia stampa ASPE del Gruppo Abele e Res della Comunit\u00e0 di Capodarco, solo poche volte sono riuscite a forare la bolla di sapone che sembra avvolgere queste esperienze e a diventare portatori di un&#8217;informazione che passa attraverso tutti i mass media. Sono diventati a volte fonte informativa (per lo pi\u00f9 sotto la forma rischiosa del leader, della persona nota da intervistare), hanno sensibilizzato alcuni giornalisti, promosso anche nuovi paragrafi del codice deontologico&#8230; Alcune cose si sono fatte ma, come afferma Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele:&#8221; Il non profit non ha bisogno solo di giornalisti amici, bens\u00ec di testate complessivamente pi\u00f9 sensibili ai problemi reali della gente&#8221;.<br \/>\nLa nostra stessa esperienza, la rivista HP, pur esistendo da 15 anni, con le sue 2 mila copie (e mille abbonati) \u00e8 una flebile, ma non sempre timida voce, in mezzo al vasto oceano informativo.<br \/>\nAnche dal punto di vista economico tutte queste iniziative hanno vita difficile: le riviste sono mantenute in vita per quello che rappresentano, non certo per il loro numero di abbonati o per la pubblicit\u00e0 raccolta ( altre volte dietro c&#8217;\u00e8un grosso sponsor aziendale , oppure un progetto europeo temporalmente limitato). Nessuna esperienza editoriale sociale in Italia riesce a mantenersi da sola sul libero mercato ma \u00e8 &#8220;protetta&#8221; dall&#8217;associazione madre o nei modi sopra menzionati; nessuna esperienza riesce a sopravvivere basandosi solo sulle entrate derivanti dalle proprie attivit\u00e0 culturali e editoriali(comprendendo anche la pubblicit\u00e0).<br \/>\nDi fronte a questa constatazioni si sente l&#8217;esigenza di battere nuove strade, bisogna trovare nuove forme per finanziare queste esperienze, anche pubbliche visto il servizio che offrono. Anche le aziende potrebbero trarre una maggiore legittimazione sociale da questo tipo di sponsorizzazione.<\/p>\n<p>Rapporti sempre in costruzione con mass media e fragilit\u00e0 economica sono due aspetti che sembrano caratterizzare tutta l&#8217;editoria sociale.<\/p>\n<p><b>Le responsabilit\u00e0 dell&#8217;editoria sociale<br \/>\n<\/b>Forse il termine \u00e8 un po&#8217; stretto, visto che con editoria sociale noi vogliamo comprendere tutta una serie di iniziative che vanno dalla carte stampata, alla radio, dalla casa editrice al sito Internet; comunque, prendendolo nel senso pi\u00f9 ampio, tutto questo apparato si colloca, come un cuscinetto, tra chi opera nel sociale e i mass media e anche direttamente tra chi opera nel sociale e il cittadino comune.<br \/>\nI motivi dello scarso successo dell&#8217;editoria sociale vanno in parte ricercati al proprio interno, ad esempio nel linguaggio usato e nelle immagini che riesce a veicolare, nei rapporti sbagliati che imposta con il mondo giornalistico, nella scarsa conoscenza dei mass media e delle regole che li governano. Scrive Tavazza proposito: &#8220;&#8221;Quel che abbiamo comunicato \u00e8 quel che l&#8217;altro ha capito&#8221; dobbiamo fare i conti con la nostra comunicazione e con il linguaggio criptico a volte utilizzato. Troppo spesso abbiamo generato nell&#8217;opinione pubblica la percezione di un volontariato da super eroi, che \u00e8 s\u00ec da elogiare ma ben lungi da imitare; oppure abbiamo evocato l&#8217;immagine di un&#8217;attivit\u00e0 per pochi &#8220;eletti&#8221; se non addirittura quella di un gruppo di persone che fanno fatica a darsi le ragioni del proprio agire&#8230;Occorre innanzitutto utilizzare un linguaggio che venga compreso dai non addetti ai lavori&#8221;.<br \/>\nNon sempre si \u00e8 padroni, anzi difficilmente lo si \u00e8, del linguaggio usato e delle immagini che si trasmettono alla fine del processo comunicativo; questa duplice difficolt\u00e0 la si riscontra in molte produzioni culturali del settore, anche fra quelle che partono da una consapevolezza culturale maggiore. Dicendola in un altro modo, \u00e8 come se una persona non trovasse le parole giuste peresprimere un&#8217;idea e quando lo fa si accorge che il risultato \u00e8 diverso da quello che aveva immaginato.<br \/>\nE questo pu\u00f2 capitare a due livelli diversi, sia nella produzione culturale propria che in quella che passa attraverso i mass media, ma, in quest&#8217;ultimo caso, entrano in gioco altri fattori.<br \/>\nIl fatto di circuitare nei maggiori canali di comunicazione \u00e8 un sorta di esigenza facilmente spiegabile; lo facciamo con un esempio.<br \/>\nLa nostra rivista, nell&#8217;aprile del &#8217;98, pubblic\u00f2 un&#8217;inchiesta sulla prima informazione, ovvero il modo di comunicare ai genitori la notizia che il bambino appena nato ha qualcosa che non va. Tema difficile, poco trattato, importante. Il numero monografico e il successivo convegno sono stati un modo per diffonderlo, per sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica e il personale sanitario, ma occorreva, per essere incisivi, passare attraverso altri canali, maggiori del nostro che portasse il tema ad un numero pi\u00f9 ampio di persone. Una risposta a questo problema \u00e8 stata quella della conferenza stampa, attraverso cui abbiamo coinvolto alcuni giornalisti locali. Il risultato non \u00e8 stato quello che ci aspettavamo, il giorno dopo sui quotidiani la notizia era solo accennata oppure assente. Il perch\u00e9 di questo piccolo fallimento va ricercata in un errore nei rapporti con i mass media.<br \/>\nDice Paolo Brivio, giornalista dell&#8217;Avvenire, in un bel testo pubblicato dalla Caritas, &#8220;Chi voglia comunicare con i media &#8211; e voglia farlo per diffondere un messaggio per sua natura delicato, che non sopporta banalizzazioni e alterazioni , qual \u00e8 quello della solidariet\u00e0 &#8211; non pu\u00f2 farlo nell&#8217;ignoranza delle regole di funzionamento dello strumento che intende impiegare. Bisogna dunque rispettare la natura del mezzo e le peculiarit\u00e0 del genere di racconto che esso sostiene &#8211; e pi\u00f9 avanti scrive &#8211; queste regole non sono n\u00e9 immutabili n\u00e9 necessariamente buone&#8230; ma non si pu\u00f2 pretendere che la qualit\u00e0 di un contenuto informativo buono si affermi a prescindere dalle regole del gioco&#8221;.<br \/>\nE&#8217; vero, certe mancanze possono vanificare tanti sforzi, ma il punto \u00e8 anche un altro: stare o non stare alle regole del gioco, o meglio fino a che punto \u00e8 possibile accettare la natura del mezzo. Il fatto che i mass media funzionino cos\u00ec, il fatto che in redazione si respiri una certa aria non \u00e8 un fatto ineluttabile, ma che si \u00e8 storicamente creato (qui in Italia con certe caratteristiche).<br \/>\nRitorniamo al nostro caso, alla conferenza stampa sul tema della prima informazione: con il senno di poi avremmo dovuto cercare un aggancio con la situazione locale che avesse destato l&#8217;interesse del giornalista (e del lettore del suo quotidiano). Ma forse non sarebbe bastato neppure questo, avremmo dovuto denunciare qualche mancanza di una struttura pubblica o raccontare qualche storia personale e drammatica. Di nuovo la domanda: fino a che punto \u00e8 giusto spingersi per accedere all&#8217;imbellettato mondo dei mass media?<\/p>\n<p><b>Play it again, Sam<br \/>\n<\/b>Essere attrezzati per comunicare con i mass media, avere perfino, anche a livello di piccole associazione, una persona addetta ai rapporti con la stampa, ma anche rendersi conto che esiste un margine di autonomia, che le regole del gioco non devono essere imposte da una sola parte soprattutto quando se ne vedono i limiti e le chiusure.<br \/>\nUna storia marginale ma esemplare. Conosco un giovane volontario che per anni ha lavorato con la devianza giovanile; una volta laureato ha cominciato a scrivere per un giornale locale. Mi ha raccontato la storia di uno dei suoi primi articoli che riguardava il reparto di Malattie Infettive dell&#8217;ospedale Maggiore di Bologna. Doveva descrivere una situazione di reale emergenza e dei difficili rapporti tra personale sanitario e malati di Aids. Ha intervistato infermieri e pazienti e, dopo averlo fatto, ha portato l&#8217;articolo al capocronaca che ha trovato il pezzo &#8220;sottotono&#8221;, pregandolo di riscriverlo con uno stile diverso. Alla fine \u00e8 riuscito a confezionare l&#8217;articolo &#8220;giusto&#8221; che\u00e8 stato \u00e8 pubblicato il giorno dopo. Nei due giorni successivi ha ricevuto delle telefonate di protesta (a lui convogliate dal suo capocronaca) da parte degli infermieri intervistati che si sentivano descritti nell&#8217;articolo come persone terrorizzate dall&#8217;ambiente in cui lavoravano e diffidenti verso i malati. Non erano certo queste le intenzioni del giovane volontario; lui ha cercato semplicemente di seguire le indicazioni del suo capocronaca.<br \/>\nE&#8217; solo una storia, non capita sempre cos\u00ec, in questo caso molto dipende dall&#8217;inesperienza dell&#8217;aspirante giornalista, ma \u00e8 anche vero che da storie marginali si possono capire i meccanismi che sottendono la notiziabilit\u00e0 dei fatti. Nel nostro caso, una notizia deve per forza essere sensazionale e allarmistica; una descrizione pacata e oggettiva delle difficolt\u00e0 di un reparto ospedaliero non \u00e8 una vera notizia anche se \u00e8 approfondita e contestualizzata. Sembra quasi che alla consistenza informativa si antepongano i mezzi, anche retorici, che risveglino l&#8217;interesse del lettore, che lo stimolino.<br \/>\nIl problema a questo punto sembra porsi in questi termini: come scrivere un articolo interessante per il lettore ma rispettoso della notizia, come attirare l&#8217;attenzione senza usare mezzi retorici, senza le esagerazioni, i luoghi comuni, i riferimenti simbolici e metaforici incomprensibili o banali? Accanto alle regole del gioco della notiziabilit\u00e0 ne possiamo aggiungere un&#8217;altra, anzi un altro gioco, quello di scrivere in equilibrio senza scadere nella notizia scialba oppure scadere nella notizia avvincente ma che usa mezzi impropri.<br \/>\nBisogna per\u00f2 saper distinguere tra i giornalisti (i materiali esecutori) e il sistema dell&#8217;informazione. Scrive Stefano Trasatti, giornalista del Coordinamento Nazionale Comunit\u00e0 di Accoglienza (CNCA): &#8220;Il giornalismo ha certamente le sue, anche se l&#8217;immagine del cronista cinico, privo disensibilit\u00e0 sociale e dagli studi incerti sa sempre pi\u00f9 di caricatura(ancorch\u00e9 numerosi esempi siano tuttora presenti nella realt\u00e0) che per fortuna pare destinata a scolorire. L&#8217;immagine che va affermandosi \u00e8 quella di un giornalista sempre pi\u00f9 ingranaggio di un sistema esasperato &#8211; nelle dimensionie nella velocit\u00e0 &#8211; di produzione informativa, dove viene resa faticosa ogni possibilit\u00e0 o bisogno di aggiornamento, di interpretazione dei fatti, di controllo delle fonti, di maturazione del proprio spirito critico; e dove non di rado si aggiunge una certa dose di pigrizia, a volte connaturata, spesso indottadalle condizioni di lavoro che obbligano a trascorrere quasi tutto il tempo chiusi in redazione&#8221;. Meno tenero Tavazza che afferma: &#8220;Il prevalere della commercializzazione dei mass-media ha messo il sistema informativo nel solco della cultura dell&#8217;effimero, talch\u00e9 la filosofia deimass-media, soprattutto televisivi, \u00e8 diventata la stessa del clima in essi prevalente di consumismo e di individualismo &#8211; e pi\u00f9 avanti dice &#8211; assistiamo ad un abbassamento della cultura sociale della classe giornalistica, che sempre meno annovera professionisti capaci di coniugare un linguaggio oggettivo e consapevole dei bisogni comuni con le esigenze della vendita delle notizie&#8221;.<\/p>\n<p><b>Reagire con prontezza<br \/>\n<\/b>Di fronte ad una situazione di questo tipo uno strumento efficace sembra essere quello della reazione pronta; appena appare una notizia fuorviante su una tematica sociale un&#8217;associazione o un gruppo esperto in quel settore reagisce con lettere al direttore ed altre forme di protesta.<br \/>\nDice Ernesto Muggia, rappresentante dell&#8217;UNASAM (Unione Nazionale delleAssociazioni per la Salute Mentale): &#8220;I giornalisti pi\u00f9 sensibili ci hanno anche detto che spetta a noi reagire con delle notizie mandate tempestivamentein redazione. Il problema \u00e8 che non sempre ci sono le risorse per reagire, occorre un giornalista amico, avere una struttura che \u00e8 difficile da finanziare&#8221;. Le difficolt\u00e0 espresse da Muggia sono vere; \u00e8 difficile per un gruppo anche medio grande prestare attenzione ai media e intervenire l\u00e0 dove \u00e8 necessario, occorrono risorse e capacit\u00e0 notevoli. Questo tipo direazione \u00e8 per\u00f2 essenziale per poter avere un minimo di influenza e di controllo sui mezzi di informazione.<br \/>\nRecentemente sulle pagine locali di Bologna di un quotidiano nazionale ho letto un&#8217;intera pagina dedicata ai malati mentali. L&#8217;ho letta tutta; \u00e8 cos\u00ec difficile trovare delle inchieste su questo tema. L&#8217;intervento prendeva le mosse da un fatto di cronaca nera (come era ovvio aspettarsi) scritto sotto forma di giallo d&#8217;azione e presentava un lungo articolo sulla pericolosit\u00e0 di certi malati mentali in &#8220;libert\u00e0&#8221;, il tutto corredato da ampie foto che sembravano prese da un quadro Hieronjmus Bosch; il lavoro era completato daun&#8217;intervista ad un esperto che presentava una serie di dati totalmente incomprensibili tanto erano decontestualizzati. Che cosa ne veniva fuori datutto questo, un&#8217;inchiesta? No solo un quadretto che se avesse potuto parlare avrebbe detto: &#8220;I matti sono pericolosi e girano tra noi&#8221;.<br \/>\nDi fronte a questo tipo di informazione non si pu\u00f2 stare inerti, bisogna reagire. Una strada potrebbe essere quella di costituire degli osservatori permanenti. Scrive Trasatti a proposito: &#8220;Costruire Osservatori nazionali che siano in grado di far questo, e su un numero significativo di testate, non\u00e8 cosa facile. Non tanto per complessit\u00e0 pratica, quanto per la necessit\u00e0 di risorse economiche non indifferenti. Tuttavia, questo dovrebbe essere uno dei principali traguardi da raggiungere per il variegato mondo del non profit. Esso potrebbe essere in grado gi\u00e0 oggi di mettere in pratica un sistema di monitoraggio sistematico dell&#8217;informazione, ovviamente con l&#8217;aiuto indispensabile di esperienze accademiche esterne che sarebbero facilmente rintracciabili in pi\u00f9 d&#8217;una universit\u00e0 italiana (ci sono gi\u00e0 diverse facolt\u00e0 avviate su questa strada).<br \/>\nSi tratta in verit\u00e0 di un dovere che andrebbe assolto prima che sia troppo tardi. Prima, cio\u00e8, che il volontariato diventi &#8220;ricattabile&#8221; dalla stessa informazione, avendo magari acquisito adeguata visibilit\u00e0 ma essendo entrato in quel gioco perverso di do ut des alla base del meccanismo che oggi regola l&#8217;accesso nei grandi notiziari&#8221;.<br \/>\nAddirittura questo potrebbe essere uno dei compiti del progetto di un'&#8221;Agenzia per l&#8217;editoria sociale&#8221;, di recente proposta dal CNCA.<br \/>\nMa anche a livello locale sarebbe utilissimo creare degli osservatori, anche con obiettivi minimi, che siano in grado di rispondere e di criticare certi modi difare notizia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un viaggio personale e &#8220;soggettivo&#8221; sui problemi dell&#8217;editoria sociale e sui vizi del giornalismo italiano. L&#8217;avvento del digitale e la possibilit\u00e0 che offre la comunicazione elettronica ai cittadini e alle associazioni; L&#8217;importanza di osservatori sulla stampa, la necessit\u00e0 di pensare a nuovi progetti di comunicazione basati sulla tecnologia. 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