{"id":6960,"date":"2026-04-10T10:50:47","date_gmt":"2026-04-10T08:50:47","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6960"},"modified":"2026-04-10T10:50:47","modified_gmt":"2026-04-10T08:50:47","slug":"18-curiosa-professione-far-stare-bene","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=6960","title":{"rendered":"18. Curiosa professione: far stare bene"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-size: large;\">di Adriana Mari<\/p>\n<p>Continua il dibattito sui centri diurni per l&#8217;handicap<br \/>\n<\/span>Nove anni di lavoro nel sociale di cui gli ultimi cinque presso il centro diurno per handicappati gravi &#8220;Nelda Zanichelli&#8221; di San Lazzaro.<br \/>\nQuesto in estrema sintesi il percorso di Adriana Mari, educatrice, che \u00e8 approdata a questa professione spinta da una motivazione di fondo: &#8220;credere alla solidariet\u00e0 in quanto pratica di vita, solidariet\u00e0 vissuta con spirito laico e con un certo disincanto&#8221;. A partire da questo &#8220;sfondo&#8221;, ma astraendo dalla dimensione individuale, Adriana Mari cerca di rintracciare in questo articolo i contenuti comuni che condivide con i suoi colleghi, cosciente comunque della parzialit\u00e0 di qualsiasi interpretazione: &#8220;quali sono le motivazioni profonde che portano una persona non tanto ad iniziare quanto a continuare a fare l&#8217;educatore? A riconoscersi in una professione che coinvolge l&#8217;individuo nelle sue totalit\u00e0, che non offre grosse gratificazioni n\u00e9 dal punto di vista economico ne da quello dell&#8217;immagine sociale?&#8221;.<\/p>\n<p>Non \u00e8 facile raccontare cosa significa essere un educatore in un centro per handicappati gravi, non lo \u00e8 se si tenta di uscire dallo schema della professionalit\u00e0 e se si cerca di esprimere la scelta esistenziale che sta alla base di questo lavoro in quanto ogni persona esprime un vissuto diverso. Lavorare con degli handicappati gravi significa innanzitutto accettazione della diversit\u00e0, pu\u00f2 sembrare unoslogan ma in questo caso \u00e8 pratica quotidiana. Il grave non \u00e8 solo una persona &#8220;altro da te&#8221;, \u00e8 anche modalit\u00e0 comunicativa, percezione del mondo, qualit\u00e0 dell&#8217;essere nel suo estrinsecarsi, profondamente distinta e non solo da te educatore, che in qualche modo rappresenti la normalit\u00e0, ma anche profonda diversit\u00e0 tra un utente e l&#8217;altro. Pu\u00f2 sembrare una considerazione poco &#8220;cllnica&#8221; ma la patologia offre una gamma di &#8220;risultati&#8221; molto pi\u00f9 varia della cosiddetta normalit\u00e0 ed i tentativi di omologazione, se si prescinde dalle tassonomie mediche (ndr tassonomia significa un sistema di descrizione e catalogaziene), nella pratica sono alquanto difficili. Confronto quindi costante con tante diversit\u00e0 ognuna delle quali richiede risposte e strategie ad hoc, mentre nel contempo la struttura comunitaria impone anche la ricerca di strategie comuni. Strumento principale dell&#8217;educatore \u00e8 la relazione, quindi il primo passo che egli compie verso l&#8217;utente \u00e8 quello di cercare una modalit\u00e0 di comunicazione dove la comunicazione verbale resta fondamentale ma molto spesso viene integrata da quella gestuale, corporea, affettiva. (Parlo sempre con il &#8220;ragazzo&#8221; anche se so che quello che arriva non \u00e8 tanto il senso delle parole bens\u00ec il suono delle stesse, il tono di voce; posso accompagnare le parole con un abbraccio, un segno d&#8217;affetto ma quello verbale resta il codice privilegiato. La risposta che mi arriva pu\u00f2 essere molteplice, spesso non \u00e8 verbale o, anche se lo \u00e8, richiede in ogni caso una decodifica).<br \/>\nL&#8217;educatore quindi a seconda dell&#8217;utente che ha di fronte deve continuamente leggere e tradurre dei &#8220;segni&#8221; i quali variano da persona a persona. Ecco quindi che gli viene richiesto di lavorare in toto, non solo con la sua intelligenza ma anche con la sua intuizione, sensibilit\u00e0, non solo con la mente ma anche con il corpo: l&#8217;esposizione \u00e8 totale poich\u00e9 la base fondamentale per questo tipo di relazione \u00e8 l&#8217;affettivit\u00e0.<br \/>\nPer lavorare correttamente bisogna far attenzione a non cadere in un rapporto di tipo fusionale ma cercare continuamente una sorta di equilibrio tra la profonda partecipazione, che permette di creare un&#8217;empatia controllare e valutare continuamente lo stesso. Pu\u00f2 sembrare schizofrenico ma all&#8217;interno di questa relazione l&#8217;educatore deve simultaneamente essere nella relazione e contemporaneamente vedere e valutare lo svolgimento della stessa. \u00c8 questa la specificit\u00e0 del lavoro di educatore, un lavoro che chiama in campo non solo la professionalit\u00e0 e le varie competenze ma la persona nella sua globalit\u00e0. Certo un lavoro che espone cos\u00ec totalmente la persona, a volte anche alle aggressioni fisiche, pu\u00f2 facilmente diventare fonte di frustrazione poich\u00e9 spesso con i &#8220;gravi&#8221; ci\u00f2 che non si riesce. Non \u00e8 solo una battuta dire che si lavora con il microscopio; di fatto le acquisizioni sono, rispetto al metro della normalit\u00e0, minuscole e spesso effimere e la sensazione che si prova a volte \u00e8 quella di &#8220;arrampicarsi sui vetri&#8221;. Si pu\u00f2 quindi spostare l&#8217;obiettivo e dire che le acquisizioni sono marginali e, soprattutto con gli adulti si lavora sulla qualit\u00e0 della vita. Ci\u00f2 significa quindi vivere il centro come &#8220;tempo di vita&#8221; dove unico fine reale \u00e8 il benessere che si riesce a creare e tutto il resto, attivit\u00e0, momenti informali, potenziamento della comunicazione\/relazione, deve concorrere a questo. Curiosa professione: far star e l&#8217;educatore in quanto singolo ma il gruppo cos\u00ec che l&#8217;altra faccia della professionalit\u00e0 diventa la capacit\u00e0 di creare buone relazioni interpersonali con i colleghi; un buon clima, vivace ma rilassato, familiare, non si lu\u00f2 creare artificiosamente ma solo mantenendo gli stessi margini di disponibilit\u00e0 e tolleranza con le persone con le quali si lavora.<\/p>\n<p><b>Routine e frustrazioni: frappole per l&#8217;educatore\u00a0<\/b><br \/>\nQuesti descritti sono i punti nodali, escludendo le specifiche competenze del lavoro di educatore ribadendo come questa professione implichi un&#8217;alta esposizione alle frustrazioni: il pericolo dell&#8217;appiattimento all&#8217;interno di una routine quotidiana che da inf rastruttura dell&#8217;interazione utente\/educatore pu\u00f2 rischiare di diventare il fine ultimo poich\u00e9 la ripetizione di gesti, a cui ci condanna in certa misura questa utenza pu\u00f2, a lungo andare, svuotare gli stessi delle loro motivazioni con il\u00a0 rischio di cadere in un &#8220;fare per fare&#8221; meccanicistico ed alienante per tutti.<br \/>\nAccanto a queste &#8220;trappole&#8221; interne l&#8217;educatore si deve anche confrontare con l&#8217;immagine sociale del proprio lavoro, immagine che non \u00e8 certo delle pi\u00f9 appaganti. Molto si potrebbe dire su come, esaurita la spinta della solidariet\u00e0 sociale, stiamo vivendo in un clima generale che sempre di pi\u00f9 prende le distanze da lavori che implicano un rapporto con la sofferenza, la malattia, il corpo disabile. Si potrebbe anche azzardare che dietro a tutto ci\u00f2 vi sia una sorta di esorcismo di massa della morte e quindi di tutto ci\u00f2 che la richiama per associazione.<\/p>\n<p><b>Le motiviazioni non si reggono da sole<br \/>\n<\/b>Esiste poi quello che dovrebbe essere dovuto a chi fa questo lavoro: una maggiore gratificazione economica sia per la complessit\u00e0 e difficolt\u00e0 di questa professione in quanto tale, sia per i titoli che richiede (scuola superiore pi\u00f9 diploma d&#8217;educatore professionale). \u00c8 infatti assurdo equipararlo a chi fa un tranquillo lavoro d&#8217;ufficio. Fondamentale poi, per il lavoro in s\u00e9, \u00e8 una pratica di &#8220;formazione permanente&#8221; intesa come rivivificazione della realt\u00e0 operativa attraverso l&#8217;acquisizione di nuove informazioni, ci\u00f2 per sfuggire al pericolo della sclerotizzazione sempre presente. Dovrebbe essere inoltre dovuta, agli educatori per centri per gravi, la possibilit\u00e0 dopo un certo numero di anni, non pi\u00f9 di cinque, di cambiare tipologia di servizio; questo non solo per sfuggire al logoramento a cui si \u00e8 sottoposti lavorando con un identica utenza, ma anche per utilizzare diversamente l&#8217;insieme, sicuramente notevole, di competenze che questo lavoro permette d&#8217;acquisire. Il burn-out \u00e8 la malattia professionale degli educatori ed evitarla dovrebbe essere nell&#8217;interesse di tutti. \u00c8 infatti impensabile ed anche un po&#8217; ipocrita chiedere ad un educatore di lavorare per il benessere degli altri se non gli si garantisce il suo star bene.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Adriana Mari Continua il dibattito sui centri diurni per l&#8217;handicap Nove anni di lavoro nel sociale di cui gli ultimi cinque presso il centro diurno per handicappati gravi &#8220;Nelda Zanichelli&#8221; di San Lazzaro. 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