{"id":697,"date":"2009-11-04T17:07:20","date_gmt":"2009-11-04T17:07:20","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=697"},"modified":"2026-02-04T12:06:09","modified_gmt":"2026-02-04T11:06:09","slug":"estetica-dell-handicap","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=697","title":{"rendered":"8. Estetica dell&#8217;handicap"},"content":{"rendered":"<p>di Roberto Ghezzo<\/p>\n<p>&#8220;Bisogna collegare la parola handicap a parole vive, che non si facciano imbrigliare dal sapere scientifico&#8221;. &#8221; \u00c8 la percezione del limite, \u00e8 il come si vive questo limite che fa la differenza creativa&#8221;. Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito: per una nuova immagine dell&#8217;handicap.<!--break--><\/p>\n<p>Se qualcuno leggendo questo titolo dicesse:- &#8220;Ma cos&#8217;\u00e8 questa roba? Non legger\u00f2 mai questo articolo, alla larga!&#8221;- lo capirei, perch\u00e9 forse sarebbe stata la mia reazione qualche anno fa. In effetti la gente si tiene alla larga dall&#8217;handicap e dalle persone handicappate perch\u00e9 crede che non sia interessante o divertente stare con queste persone. Da un lato ci\u00f2 \u00e8 comprensibile e anche giusto (infatti se ritieni che stare con una persona non ti possa portare niente di utile \u00e8 bene starne lontani). Dall&#8217;altro \u00e8 sbagliato perch\u00e9 dell&#8217;handicappato abbiamo tutti una immagine spesso distorta, a cominciare dall&#8217;handicappato stesso.<br \/>\nA ben vedere questi articoli sull&#8217;estetica dell&#8217;handicap, fanno pensare a quei libri tipo Cento modi di fare la polenta. L&#8217;utilit\u00e0 \u00e8 data dalle connessioni, analogie, spunti per connettere il cosiddetto &#8220;mondo dell&#8217;handicap&#8221; al Mondo. Altrimenti la polenta (senza i cento contorni o modi di cuocerla) rimanesempre polenta e detto fra noi, da sola, senza neanche un minimo di olio, \u00e9difficile da affrontare (bisogna avere molta fame, o essere, come me, veneti).Questi articoli dunque non parleranno solo di handicap, ci mancherebbe. Anzi traggono spunto dall&#8217;handicap per parlare di qualcos&#8217;altro che \u00e8 molto pi\u00f9 interessante.<\/p>\n<p><b>9 punti non sono un quadrato<br \/>\n<\/b>Per spiegare meglio osservate e provate a risolvere questo celebre problemino:<br \/>\n.\u00a0 \u00a0.\u00a0 \u00a0.<br \/>\n.\u00a0 \u00a0.\u00a0 \u00a0.<br \/>\n.\u00a0 \u00a0.\u00a0 \u00a0.<\/p>\n<p>Connettere tutti i 9 punti con solo 4 linee senza staccare la penna dal foglio. La difficolt\u00e0 principale in questo gioco \u00e8 di considerare questi 9 punti come un quadrato. In effetti noi vediamo un quadrato formato da 9 punti, non vediamo i 9 punti presi singolarmente. La percezione del problema,l&#8217;immagine che ce ne facciamo gi\u00e0 inficia profondamente il nostro tentativo di trovare una soluzione. Prendiamo questo quadrato di 9 punti come una metafora dell&#8217;handicap: se cercheremo di superare o risolvere questo problema tracciando linee all&#8217;interno del quadrato non riusciremo mai a trovare la soluzione. La parola handicap \u00e8 una parola impoverita perch\u00e9 collegata troppo spesso solo a s\u00e8 stessa (ai disabili, i loro famigliari, gli operatori del settore,all&#8217;insegnante di sostegno, ecc &#8230; ). E&#8217; una parola povera di vita perch\u00e9collegata spesso ad un sapere tecnico, scientifico, specifico (medico, pedagogico, psicologico, ecc &#8230; ). L&#8217;unico modo di risolvere il problema dei 9 punti \u00e8 di uscire dal quadrato, scoprire che non c&#8217;\u00e8 un quadrato ma solo 9 punti, scoprire che il quadrato \u00e8 solo un modo di vedere i 9 punti. Bisogna collegare la parola handicap a parole vive, che non si lascino imbrigliare dal sapere scientifico: ad esempio collegare l&#8217;handicap allo sport, alla danza, al lavoro (vedi ad esempio il calcio in carrozzina, la CanDoCo Dance o per mia esperienza diretta il Progetto Calamaio). La nostra rivista HP-Accaparlante gi\u00e0 dal suo nome presuppone proprio questo: una H, lettera muta, che invece parla, non solo di se stessa ma anche di esperienze, di strumenti, di creativit\u00e0. Non \u00e8 il parlarsi addosso, non \u00e8 la logica triste delle varie &#8220;giornate dell&#8217;handicappato&#8221;, sempre pi\u00f9 simili alle sagre della castagna, che tuttavia almeno un significato gastronomico ce l&#8217;hanno. A Torino, durante uno dei corsi di formazione che teniamo come Progetto Calamaio, una insegnante, persuasa dai nostri argomenti e dal dubbio che gi\u00e0 da tempo aveva maturato, ha fatto autocritica promettendo che si sarebbe adoperata per cambiare il nome della sua associazione, Gruppo Amici Handicappati (GAH). Quando la percezione che abbiamo dell&#8217;handicap \u00e8 sbagliata inevitabilmente, pur in buona fede, si commettono degli errori ed \u00e8 per questo che noi del Progetto Calamaio sosteniamo che l&#8217;handicap prima di tutto \u00e8 un problema di tipo culturale. E proprio per questo siamo anche molto ottimisti: quando un bambino di otto anni vede in televisione una gara fra atleti disabili non potr\u00e0 fare a meno di considerare come naturale il desiderio di un disabile di fare sport, per lo stesso motivo per cui solo pochi anni fa ci\u00f2 sarebbe stato impossibile. L&#8217;immagine del disabile cambia e molto in fretta grazie ai mezzi di comunicazione.<\/p>\n<p><b>I punti immaginari<br \/>\n<\/b>Una volta abbiamo proposto il problema dei 9 punti in una scuola media e una ragazza ha detto: &#8220;Forse per risolverlo bisogna fare perno sui punti immaginari!&#8221; e subito dopo ha risolto il problema. E&#8217; proprio qui il segreto, fare perno su punti immaginari esterni al quadrato (le parole vive di cui si parlava prima), sforzarsi di immaginare questi punti, produrre una nuova immagine di handicap. Qui dobbiamo fare perno sulla nostra creativit\u00e0 perch\u00e9 una caratteristica essenziale dell&#8217;atto creativo \u00e8 proprio quella di uscire dagli schemi cui il pensiero abitudinario ci imbriglia. \u00c8 per questo che vale la pena di affrontare una tematica come quella dell&#8217;estetica dell&#8217;handicap. Certo un po&#8217; alla volta, perch\u00e9 non si pretendono cambiamenti improvvisi: anche dopo aver trovato la soluzione, dopo cio\u00e8 aver fatto lo sforzo di liberarsi dalla percezione del quadrato, i 9 punti continuano a vederli come un quadrato. Allo stesso modo i seguenti due segmenti<\/p>\n<p>A &lt;&#8212;-&gt;\u00a0 \u00a0 \u00a0 B &gt;&#8212;&#8212;&lt;<\/p>\n<p>e continuamo a vederli uno pi\u00f9 lungo e l&#8217;altro pi\u00f9 corto anche se a misurarli abbiamo visto che sono della stessa lunghezza. L&#8217;importante \u00e8 iniziare, mettendo in crisi i luoghi comuni, facendo emergere quello che non si lascia facilmente acchiappare, come ad esempio lo sfondo (ci accorgiamo dell&#8217;importanza dell&#8217;estremit\u00e0 dei segmenti quando li confrontiamo fra loro), o le cose troppo evidenti. C&#8217;\u00e8 un bellissimo racconto di Edgar Allan Poe, La lettera rubata, nel quale la polizia e i servizi segreti cercano senza trovarla una lettera sottratta ad un importante ministro. La cercano nella casa del sospettato, la cercano dappertutto, sezionano i mobili uno per uno. Non la trovano perch\u00e8 la lettera \u00e8 un po&#8217; bruciacchiata fra le carte del camino, in bella mostra. Non la trovano perch\u00e8 \u00e8 troppo evidente, nessuno l&#8217;avrebbe nascosta l\u00ec e di conseguenza nessuno la cerca l\u00ec.\u00a0 \u00c8 nascosta perch\u00e8 non \u00e8 nascosta, \u00e8 nascosta agli occhi di chi complica le cose pensando che le cose siano complicate. Nell&#8217;handicap la bellezza \u00e8 una lettera rubata.<\/p>\n<p><b>Gli handicappati sono brutti?<br \/>\n<\/b>Partiamo da questa domanda che forse potr\u00e0 apparire in un primo momento brutale ma ha il pregio di essere diretta e di porre con forza la questione. In molti casi vi \u00e8 uno sviluppo del pensiero quando si \u00e8 in grado di porre nuoved omande perch\u00e8 sono le domande ad aprire nuovi orizzonti. Wittgenstein per\u00f2 avverte che una risposta \u00e8 possibile solo se la domanda ha un senso, il che in altri termini significa che quando \u00e8 possibile una domanda \u00e8 possibile anche una risposta. La sensazione \u00e8 che ormai sia venuto il tempo (culturale e sociale) in cui possa emergere la problematica dell&#8217;estetica dell&#8217;handicap. In punta di piedi si fa avanti una maturazione culturale che permette le sfilate di moda per donne handicappate o di corsi di trucco per donne cieche. Ma in che senso parleremo di bellezza in questa serie di articoli? Sono convinto che l&#8217;essenza della bellezza sfugga alle parole, ad un discorso su di essa. Il grande compositore italiano Luciano Berio alla domanda &#8220;Che cos&#8217;\u00e8 la musica?&#8221; ha risposto candidamente: &#8220;Se sapessi che cosa \u00e8 non la farei&#8221;.<br \/>\nIn che cosa consiste la bellezza della musica? Se la sua bellezza fosse esprimibile in parole, se fosse trasmissibile esattamente attraverso i concetti sarebbe riducibile a qualcos&#8217;altro e quindi cesserebbe di essere qualcosa di assoluto, di autonomo. Ma, nonostante questo, parlare della bellezza ha sensoperch\u00e8 nasce dall&#8217;esigenza di esprimere una esperienza, fa parte dell&#8217;esigenza dell&#8217;uomo di comunicare, che a sua volta diventa attivit\u00e0 artistica.<br \/>\nCome si pu\u00f2 parlare di Dio, se la sua essenza \u00e8 per noi inesprimibile? Dio si nasconde perch\u00e8 la sua presenza ci annienterebbe e annientandoci non potremmo essere quindi liberi. La bellezza dunque si rivela ma anche si nasconde. Questa serie di articoli vuole stimolare il pensiero pi\u00f9 che dare risposte o suggerire ricette. Non vogliamo dunque &#8220;dimostrare&#8221; qui la bellezza degli handicappati, perch\u00e8 \u00e8 un&#8217;operazione che non ha senso. Anzi \u00e8 dannosa perch\u00e8presuppone una forzatura che nell&#8217;estetica non \u00e8 ammessa, cio\u00e8 il &#8220;devivedere&#8221; le cose in un certo modo. La bellezza invece si lascia vedere da chi \u00e8 in grado di vederla, da chi si \u00e8 preparato a riceverla. Bisogna smetterla di pensare alle cose come riducibili ad un sapere di tipo scientifico e oggettivo, che non mostra le cose ma che le dimostra. 0 meglio possiamo direche esiste un tipo di sapere che si configura in un certo modo matematico e chefunziona in un certo ambito di discorso. In altri ambiti bisogna utilizzare altre regole, altri giochi.<\/p>\n<p><b>Tre obiezioni<br \/>\n<\/b>Ma torniamo alla domanda:&#8221; Gli handicappati sono brutti?&#8221; per vedere se \u00e8 una domanda che ha un senso e come tale ha gi\u00e0 una risposta che baster\u00e0 scoprire. Inizialmente vale la pena di considerare tre obiezioni possibili all&#8217;emergere della domanda stessa, ovvero:<br \/>\n1) gli handicappati hanno problemi pi\u00f9 importanti (assistenza, trasporto, ecc&#8230;) per cui non ha senso affrontare questo problema che tutto sommato \u00e8 secondario;<br \/>\n2) gli handicappati sono belli o brutti quanto le persone normodotate. Una estetica dell&#8217;handicap non ha ragione di essere, anzi ghettizza ulteriormente perch\u00e9 presuppone due categorie speciali, la bellezza e la bruttezza degli handicappat\u00ec, come se fossero separate dalla Bellezza e Bruttezza con le B maiuscole.<br \/>\n3) gli handicappati SONO BRUTTI (e detto per inciso tu che ti poni questa domanda per lo meno hai una mancanza di tatto nel ricordare una cosa cos\u00ec evidente).<\/p>\n<p><strong>Prima obiezione<\/strong><br \/>\nEvidentemente qui si considera la bellezza un problema di superficie di contro a problematiche di sostanza, essenziali, primarie. In realt\u00e0 ci si \u00e8 resi contoche il problema handicap \u00e8 un problema culturale, prima che medico e assistenziale. Sopravvivere non \u00e8 la stessa cosa di vivere, come essere vestiti non \u00e8 la stessa cosa di essere vestiti bene. Teniamo presente solo che appena trent&#8217;anni fa era una cosa rivoluzionaria uscire in carrozzina ed andarsene per le strade. Adesso forse sono rivoluzionarie una carrozzina colorata o una ragazza disabile con le calze a rete, \u00e8 solo questione di tempo. \u00c8 certo cheil cammino dell&#8217;autostima passa anche per una valutazione estetica di noi stessi.Una insegnante una volta ci ha raccontato l&#8217;episodio di una sua alunna disabile che le ha fatto questa domanda: &#8220;Professoressa, perch\u00e8 mi hanno chiamata brutta handicappata?&#8221;. Di fronte ad una domanda del genere chiunque si sarebbe trovato imbarazzato nel trovare una risposta. Credo che sia importante costruire giorno per giorno una nuova consapevolezza, attraverso atti semplici e quotidiani troppo spesso dimenticati: scegliersi un vestito, mettersi un profumo, personalizzare la carrozzina. Se il terreno \u00e8 preparato anche domande angoscianti, come quella della ragazza disabile, possono trovare risposta. Certo non possiamo dare a qualcuno quello che non abbiamo gi\u00e0 noi stessi. Non possiamo pretendere la fiducia in se stessa in una persona cui non diamo la nostra fiducia. E l&#8217;immagine che abbiamo degli altri \u00e8 strettamente collegata all&#8217;immagine che abbiamo di noi stessi. L&#8217;angoscia dell&#8217;insegnante \u00e8 l&#8217;angoscia dell&#8217;alunna, come l&#8217;handicap del disabile \u00e8 l&#8217;handicap del normodotato. Questi articoli che sto scrivendo possono suggerire risposte nella misura in cui capiamo che la domanda sulla bellezza dei disabili \u00e8 una domandache interessa tutti.<\/p>\n<p><strong>Seconda obiezione<\/strong><br \/>\n\u00c8 pi\u00f9 subdola perch\u00e8 si basa su una evidenza tutta razionale del tipo &#8220;La Bellezza \u00e8 uguale per tutti&#8221; come se al tribunale dell&#8217;estetica non valesse anche il principio che la giustizia non \u00e8 dare a tutti la stessa cosa ma dare a ciascuno il suo. Una sinfonia di Beethoven, un coro sardo, un raga indiano: sono tre delle innumerevoli forme musicali, diversissime tra di loro ma nell&#8217;essenza del loro mistero accomunate. Ci\u00f2 non significa che non vadano ascoltate, studiate e capite proprio esaltando le loro differenze, le concezioni musicali cos\u00ec per certi versi opposte dalle quali scaturiscono. Questa serie di appunti che vado scrivendo, che pomposamente chiamo estetica dell&#8217;handicap, vogliono solo essere una serie di suggestioni per guardare all&#8217;handicap da una angolazione forse poco frequentata.<\/p>\n<p><strong>Terza obiezione<\/strong><br \/>\nPi\u00f9 che una obiezione alla domanda ne \u00e8 una risposta, e definitiva, inappellabile. Cercheremo di andare oltre questa immediatezza dell&#8217;uguaglianza bruttezza-handicap. \u00c8 l&#8217;immediatezza che va messa in discussione e questa \u00e8 la cosa pi\u00f9 difficile. Nel racconto La lettera rubata, Edgar Allan Poe avverte che proprio le cose pi\u00f9 evidenti risultano essere invisibili. Nei processi creativi la consapevolezza dei contorni, dello sfondo \u00e8 fondamentale perch\u00e8 \u00e8 proprio una non consapevolezza che determina la nostra incapacit\u00e0 ad influenzare il nostro ambiente. Una persona creativa \u00e8 in grado e si sente in grado di influire sulle cose, \u00e8 consapevole del proprio ruolo di trasformatore della realt\u00e0. Bisogna mediare l&#8217;immediatezza, svelare ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 svelato, bisogna agguantare ci\u00f2 che \u00e8 sfuggente proprio perch\u00e8 da sempre \u00e8 sotto i nostri occhi.<br \/>\nUn&#8217;ultima precisazione prima di continuare. Ero abbastanza indeciso se parlare di estetica dell&#8217;handicap o di estetica del deficit. L&#8217;handicap, come difficolt\u00e0, richiama tutta una serie di categorie (lotta, coraggio, vittoria-sconfitta, eroe-antieroe) mentre il termine deficit mi sembra richiami pi\u00f9 il concetto di limite. Non mi interessa l&#8217;estetica del coraggio, dell&#8217;Enrico Toti che lancia la stampella contro i nemici, o la tragicit\u00e0 di certe figure di deformi della nostra letteratura. Pure questo aspetto c&#8217;\u00e8 e andrebbe approfondito, ma mi sembra gi\u00e0 esplorato, anche troppo. Mi interessa invece parlare di handicap in senso pi\u00f9 ampio, includendo anche l&#8217;estetica del deficit.<\/p>\n<p><b>Handicap e identit\u00e0<br \/>\n<\/b>Certamente la prima spinta verso un nuovo modo di pensare che tiene conto anche dell&#8217;aspetto estetico delle persone disabili viene da queste stesse persone che fra le tante contraddizioni (e nei prossimi HP ne passeremo in rassegna alcune) con cui si trovano ad aver a che fare, vivono contemporaneamente una duplice alternativa: da un lato la tendenza a emanciparsi dal proprio deficit e dall&#8217;altro a riconsiderarlo non solo in termini negativi ma anche positivi. Una cosa di cui soffre una persona condeficit \u00e8 l&#8217;identificazione, operata dagli altri e da se stessa, della propria persona con il proprio deficit. Esemplifico: quando vedo un normodotato vedo una persona umana ma quando vedo una persona con tetraparesi spastica vedo un handicappato. \u00c8 successo e succede cos\u00ec anche alle donne che da anni cercano di modificare la loro immagine di sesso debole per misurarsi con il modello forte di uomo. Per\u00f2 c&#8217;\u00e8 un&#8217;altra tendenza che \u00e8 quella che porta un handicappato non tanto a superare il deficit, il che \u00e8 utopico perch\u00e8 non \u00e8 possibile annientarlo, ma a riconsiderare in modo concreto e realistico le proprie caratteristiche determinando la nascita di un che di originale. Consideriamo ad esempio gli sport per disabili, in cui i disabili non competono con i normodotati ma nello stesso tempo la bellezza ed i valori essenziali dello sport restano intatti, restano gli stessi. Continuando l&#8217;analogia con il mondo femminile, come le donne, emancipandosi da una immagine negativa, riscoprono escoprono il piacere di essere donne, cos\u00ec anche gli handicappati, anche se il cammino in questo senso \u00e8 ancora lungo, scoprono che \u00e8 importante una emancipazione sia da s\u00e8 che dal modello forte di uomo. Cio\u00e8 si cerca di uscire dalla diversit\u00e0, intesa come estraneit\u00e0, e nello stesso tempo si scoprononella propria diversit\u00e0 delle risorse ed una unicit\u00e0 che vale la pena di valorizzare.<\/p>\n<p><b>La bellezza della imperfezione<br \/>\n<\/b>Consideriamo queste due pubblicit\u00e0 molto famose qualche anno fa:<br \/>\nTelevisore Supertriniton. La Perfezione<br \/>\nFiat Punto. La Risposta<br \/>\nSiamo portati ad associare alla bellezza il concetto di perfezione. Una cosa che non ha difetti, non ha deficit, \u00e8 il massimo cui un uomo possa aspirare, diventa desiderabile e pertanto bella. Una cosa bella \u00e8 una risposta, colma una lacuna, una insoddisfazione. \u00c8 una pienezza che avvolge, che non lascia altri desideri. La perfezione ha una particolarit\u00e0 che la rende interessante per la nostra ricerca: esce dal tempo. Una cosa perfetta non \u00e8 perfettibile, cio\u00e8 \u00e8 il risultato di un processo che si \u00e8 compiuto, di un viaggio che \u00e8 terminato. Una cosa perfetta rimane tale e quale nel tempo, non ha pi\u00f9 senso parlare di un presente, passato o futuro.<br \/>\nLa perfezione per i greci ha a che fare con le cose finite, per i cristiani con l&#8217;Essere infinito. Per i greci l&#8217;infinito \u00e8 un concetto negativo, irrazionale, al quale hanno contrapposto la bellezza e divinit\u00e0 di un mondo sferico, limitato ed armonico. Per i cristiani invece l&#8217;infinito \u00e8 un attributo di Dio accanto alla potenza, alla sapienza al non aver limiti di alcun genere. I Dei greci si possono rappresentare perch\u00e9 razionalmente indagabili, mentre il Dio cristiano \u00e8 al di l\u00e0 della portata umana, \u00e8 imperscrutabile e non essendoci la possibilit\u00e0 di farcene una idea non \u00e8 possibile rappresentarlo se non indicandolo solamente, per via indiretta. Il Dio cristiano \u00e8 un Dio nascosto, non si pu\u00f2 vedere perch\u00e9 lo sguardo umano non potrebbe sopportarne la vista. Quindi tutte le cose sono imperfette, tutte sono creature e uno solo \u00e8 il Perfetto, il Creatore.<br \/>\nCome \u00e8 possibile una bellezza della imperfezione? Bella \u00e8 una cosa che ispirain noi il senso dell&#8217;infinito, di Dio, del sacro, pur necessariamente essendo finita ed imperfetta. La perfettibilit\u00e0 diventa un attributo di tutte le cose perch\u00e8 finite ed imperfette, anzi pi\u00f9 una cosa \u00e8 perfettibile e pi\u00f9 sar\u00e0 in un certo senso tendente all&#8217;infinito. Questo spiega perch\u00e9 un quadro non finito pu\u00f2 essere pi\u00f9 bello del quadro finito. Il suo non-essere finito stimola l&#8217;immaginazione e ci mette nella possibilit\u00e0 di entrare in rapporto con l&#8217;infinito.<br \/>\nDa questo punto di vista che differenze ci sono tra esseri umani ed esseri umani con deficit? Non in senso assoluto, perch\u00e8 sia un essere umano che un essere umano con deficit non sono perfetti, sono in trasformazione ed evoluzione. Certo se li confrontiamo c&#8217;\u00e8 una differenza ma \u00e8 la condizione umana che li accomuna.<\/p>\n<p><b>Saggi e scarafaggi<br \/>\n<\/b>A proposito della perfezione \u00e8 interessante ricordare che lo scarafaggio \u00e9uno degli animaletti pi\u00f9 antichi, sopravvissuto a cambiamenti ed a eregeologiche. Il suo segreto? Ha (o \u00e8) un organismo perfettamente adeguato all&#8217;ambiente da non avere pi\u00f9 bisogno di modifiche. Ha (o \u00e8) un organismo nel suo genere perfetto. In che senso \u00e8 bello? Per la maggior parte delle persone uno scarafaggio fa schifo ma quando Gregor Samsa si trasforma, nel racconto Metamorfosi di Kafka, in un enorme insetto, tutto sommato vive la sua nuova esistenza con piacere anche se sente tragicamente brutta l&#8217;inadeguatezza rispetto alla propria famiglia. L&#8217;idea di perfezione contiene molte sfaccettature e forse bisogna imparare a relativizzarla. L&#8217;essere umano in s\u00e8 ha un deficit di perfezione ma forse il problema non \u00e8 il tendere ad uno stato senza difetti, senza disabilit\u00e0, senza tempo, ma il fare i conti con il limite. \u00c8 la percezione del limite, \u00e8 il come si vive questo limite che fa la differenza.<br \/>\nQuando durante un corso di formazione abbiamo fatto vedere un filmato sul calcio in carrozzina dove si vedeva una rovesciata in area con conseguente gol, un corsista ha esclamato: &#8220;Bello!&#8221;. Questo atto sportivo \u00e8 stato perfetto, perch\u00e8 con perfetta scelta di tempo e un perfetto movimento, il pallone \u00e8 stato calciato in porta. Eppure \u00e8 stato un atto sportivo in uno sport, il calcio in carrozzina, dove giocano sia atleti normodotati sia atleticon deficit. Non \u00e8 dunque il limite, ma la percezione del limite, il nostro rapporto con il limite che determina ora la bellezza ora la bruttezza. Bisogna meditare a fondo questo proverbio orientale: &#8220;Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito&#8221;. Certo forse \u00e8 pi\u00f9 comprensibile l&#8217;atteggiamento dello stolto nel caso il saggio abbia nella mano un unico dito perch\u00e8 gli altri sono amputati. Non si vede mica tutti i giorni una mano con un solo dito! Eppure lo stolto continuer\u00e0 a perdersi la bellezza della luna, per guardare quella che per lui \u00e8 la mano non di un uomo saggio ma solo di un uomo disabile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Bisogna collegare la parola handicap a parole vive, che non si facciano imbrigliare dal sapere scientifico&#8221;. &#8220;E&#8217; la percezione del limite, \u00e8 il come si vive questo limite che fa la differenzacreativa&#8221;. Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito: per una nuova immagine dell&#8217;handicap<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3611,3586,3591],"edizioni":[98],"autori":[296],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3625],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/697"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=697"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/697\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6469,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/697\/revisions\/6469"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=697"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=697"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=697"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=697"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=697"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=697"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=697"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=697"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=697"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}