{"id":7004,"date":"2026-04-17T11:38:25","date_gmt":"2026-04-17T09:38:25","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=7004"},"modified":"2026-04-17T11:38:25","modified_gmt":"2026-04-17T09:38:25","slug":"7-proposta-degli-opertatori-per-lhandicap-adulto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=7004","title":{"rendered":"7. Proposta degli opertatori per l&#8217;handicap adulto"},"content":{"rendered":"<p>a cura del Collettivo Centro Diurno Handicappati USL n.27 Bologna Ovest<\/p>\n<p>Proliferano da qualche tempo documenti e riflessioni sugli handicappati &#8220;gravi&#8221; in et\u00e0 adulta e sulle possibili risposte. Non a caso i primi centri italiani risalgono a 20 anni fa e quindi, i bambini di allora sono diventati grandi, i loro genitori sono invecchiati, le possibilit\u00e0 di inserimento nel mondo del lavoro sono inesistenti, la riabilitazione viene sostituita dal &#8220;mantenimento&#8221;.<br \/>\nDall&#8217;altra parte ci sono le persone che lavorano nei centri per &#8220;gravi&#8221;: qualcuno di loro non si rassegna alla logica dell&#8217;assistenzialismo, non ingurgita acriticamente i progetti degli enti locali, non si lascia andare alla routine. Anzi , qualcuno pensa, produce, propone: ecco ad esempio qualche spunto teorico sull&#8217;handicap in et\u00e0 adulta, uno stralcio della relaizone annuale dle centro diurno di via Tovaglie, uyn centor per gravi, appunto!<\/p>\n<p>Ci pare inevitabile cercare di far luce su alcune questioni di fondo relative all&#8217;handicap in et\u00e0 adulta ma non solo; ed \u00e8 stata proprio la lettura dettagliata di alcuni scritti prodotti dagli Enti Locali sulla questione, ad acuire il bisogno di approfondire di pi\u00f9. Ci siamo imbattuti infatti in una grande confusione terminologica a cui \u00e8 sottesa, ci sembra, una scarsa chiarezza concettuale; vorremmo allora esprimerci in merito a tutta una serie di questioni di fondo sulle quali abbiamo riflettuto e scritto in questi anni di lavoro, sperando di stimolare un dibattito pi\u00f9 allargato che coinvolga non solo i livelli teorico-politici. Siamo fermamente convinti infatti che per progettare servizi per disabili in et\u00e0 adulta non si possa prescindere dal confronto con le diverse realt\u00e0 operative, dalla loro esperienza, dalle loro riflessioni su di essa; se cos\u00ec si fosse fatto si sarebbe evitato di proporre soluzioni marcatamente assurde (ad es.: documento A: lavoro a domicilio con rapporto 1 a 25, documento C: calcolo della metratura per le strutture semiresidenziali sulla base di una specie di &#8220;spazio vitale&#8221; per utente).<br \/>\nMa sarebbe inutile procedere ad una critica analitica punto per punto dato che il problema sta nei presupposti di base utilizzati per stilare queste liste di requisiti formalmente precise, ma concettualmente confuse. E allora veniamo ai presupposti. Abbiamo rilevato che, seppur sporadicamente, compaiono posizioni teoriche che contribuiscono a fare chiarezza; \u00e8 un peccato per\u00f2 che si trovino sistemate in appendice e spesso contraddette anche nell&#8217;ambito dello stesso scritto (Doc. A: &#8220;La disabilit\u00e0 \u00e8 il deficit subito dalla persona, l&#8217;handicap \u00e8 la barriera che il contesto sociale oppone al disabile; non necessariamente quindi tutte le persone disabili sono handicappate, sono per\u00f2 la fascia pi\u00f9 a rischio&#8221;).<br \/>\nQuesta sottolineatura del carattere politico e culturale dell&#8217;handicap (approccio funzionale) dovrebbe essere il punto di partenza di tutte le riflessioni; differenziando disabilit\u00e0 ed handicap, infatti implicitamente si critica un ordine sociale che vuole individui omologhi, ugualmente produttivi, che misconosce la diversit\u00e0 (un problema di tutti, non solo dei &#8220;diversi&#8221;) che riversa i suoi vizi di fondo sulle fasce sociali pi\u00f9 deboli dichiarandole poi malate, cattive, perverse e isolandole da s\u00e9 con la violenza fisica (carceri, manicomi, etc.). Se si presuppone tutto questo si dice implicitamente che \u00e8 la societ\u00e0 ad essere malata, non i disabili, non i &#8220;diversi&#8221;.<br \/>\nVi sono infatti due logiche che si fronteggiano escludendosi a vicenda e sono quelle dell&#8217;eccezione e quella dell&#8217;integrazione. O si considera il disabile, il diverso come un&#8217;eccezione e allora si potranno studiare per lui soluzioni anche avanzatissime tecnologicamente e superassistite che potranno fruttare eventualmente qualche voto in pi\u00f9, ma che rimarranno inevitabilmente qualcosa di estraneo rispetto alla societ\u00e0, oppure si considera il disabile una occasione di critica dell&#8217;ordine sociale, un&#8217;opportunit\u00e0 di cambiamento. E una societ\u00e0 con delle eccezioni non sar\u00e0 mai una societ\u00e0 per tutti.<br \/>\nNon vi sono infatti vite che valgono di meno o di pi\u00f9, vi sono esperienze diverse. Tutte le situazioni sono complicate, ma per le vite &#8220;normali&#8221; ci sono schemi interpretativi gi\u00e0 pronti, e per quanto banali possano essere, essi vengono utilizzati. Per le esperienze di vita di persone che non rientrano in questi schemi ci si trova di fronte alla sfida della complessit\u00e0, che non si \u00e8 pi\u00f9 abituati ad accettare. \u00c8 in questo momento che \u00e8 forte la tentazione a considerare eccezioni queste persone, abituati ormai a rimuovere le nostre diversit\u00e0 e a sentirci normali. Con questo non si vuole saltare a pie pari la realt\u00e0 della lesione, della disabilit\u00e0, si vuoi solo far notare che quando ci si trova di fronte ad una disabilit\u00e0 rilevante si \u00e8 spesso ai limiti delle possibilit\u00e0 di comprensione dell&#8217;uomo: si tratta di un incremento della difficolt\u00e0 non di un&#8217;eccezione.<br \/>\nLa disabilit\u00e0 come eccezione permette di confermare la regola ed \u00e8 questo il punto.<br \/>\nSe ogni esistenza ha lo stesso valore, allora per ogni esistenza ha senso che vi sia un progetto ed una storia. Ma vi sono situazioni talmente gravi e compromesse da giustificare l&#8217;interrogativo &#8220;ne vale la pena?&#8221; oppure &#8220;ha senso progettare se la sua comprensione del reale \u00e8 cos\u00ec limitata?&#8221;. Noi siamo convinti che esista una quota notevole di imponderabilit\u00e0 nella comprensione di ci\u00f2 che le persone sentono e capiscono, al di l\u00e0 di tutti i test psico-diagnostici o dei giochi di simulazione a cui non si nega valore. E lavorare ai confini della comprensione implica un atteggiamento possibilista: \u00e8 sempre possibile l&#8217;azione educativa, \u00e8 sempre possibile il progetto. Nulla giustifica l&#8217;assistenza come semplice mantenimento in vita.<br \/>\nQuesta prospettiva elimina la logica della separazione tra attivit\u00e0 educativa (o pi\u00f9 correttamente &#8220;pedagogica&#8221;) e attivit\u00e0 assistenziale correlata alla &#8220;gravita dell&#8217;handicap&#8221;: quella secondo cui oltre una certa &#8220;gravita&#8221; non vale pi\u00f9 la pena di progettare ma \u00e8 sufficiente assistere. L&#8217;assistenza intesa come serie di pratiche che si \u00e8 obbligati a svolgere per mantenere in vita una persona pu\u00f2 senza dubbio essere un ambito importante (a volte quasi l&#8217;unico) entro cui organizzare l&#8217;attivit\u00e0 pedagogica, entro cui progettare. Su questi termini (assistenza, educativo, pedagogico) c&#8217;\u00e8 infatti a nostro parere una notevole confusione: nei documenti sopra citati c&#8217;\u00e8 la distinzione tra attivit\u00e0 educativa ed attivit\u00e0 assistenziale in relazione alla &#8220;gravita dell&#8217;handicap&#8221;, cosa che noi non condividiamo, ma non compare mai, ci pare, il termine &#8220;pedagogico&#8221;. Non \u00e8 un caso. Piero Ber-tolini nel suo testo &#8220;Pedagogia e scienze umane&#8221; (CLUEB) fa notare che l&#8217;azione educativa pu\u00f2 essere del tutto casuale. Tutto educa: una caduta, una contravvenzione etc.; l&#8217;azione pedagogica viceversa ha come sua caratteristica peculiare la riflessione sull&#8217;azione educativa e quindi la fissazione di obiettivi, l&#8217;elaborazione di strategie per raggiungerli, la verifica dei risultati.<br \/>\nSe pensato in questo modo il rapporto tra assistenza ed attivit\u00e0 pedagogica non ha pi\u00f9 i contorni dell&#8217;antinomia: l&#8217;assistenza pu\u00f2 essere considerata un sottoinsieme dell&#8217;attivit\u00e0 pedagogica; questo le toglie quel carattere di rinuncia che in genere la caratterizza e permette di recuperare positivamente questa dimensione della relazione con l&#8217;utenza. Diviene allora possibile pensare ad un progetto educativo anche per una persona portatrice di una disabilit\u00e0 molto grave: ha senso progettare una evoluzione possibile anche per chi non ne comprende il senso, se questo pu\u00f2 dare la possibilit\u00e0 di essere maggiormente presente a se stesso ed agli altri.<br \/>\n\u00c8 evidente che da queste premesse deriva un&#8217;immagine del centro diurno molto diversa da quella che ci viene proposta dai documenti presi in esame; lo si pu\u00f2 definire luogo di progettazione e di sperimentazione. Questo implica un&#8217;utenza differenziata sia come tipologia della disabilit\u00e0, sia come &#8220;gravita&#8221; della lesione: non si potrebbe pi\u00f9 parlare, finalmente, di &#8220;centro per gravi&#8221;. Da esso potrebbero uscire proposte per risolvere problemi abitativi, lavorativi\/occupazionali, di assistenza di base degli utenti, cercando di pensare a soluzioni che prevedano un&#8217;uscita dal centro a vantaggio di una integrazione reale nella vita.Pensiamo che dovrebbero essere comunque evitate le soluzioni residenziali che finiscono spesso per diventare dei piccoli istituti.<br \/>\nNon \u00e8 passato molto tempo da quando Andrea Canevaro, in una tranquilla chiacchierata ci raccontava due episodi che vogliamo riportare. Il primo riguarda la chiusura, in Francia, di un istituto di disabili; in questo caso per ogni utente \u00e8 stata progettata una soluzione abitativa e lavorativa: l&#8217;equipe che via ha lavorato ha saputo sfruttare tutte le risorse di cui l&#8217;ambiente disponeva (trovate anche attraverso annunci sulla stampa). Questo fatto fa emergere un altro punto importante: non si pu\u00f2 fare a meno, per elaborare progetti individuali, di conoscere in dettaglio tutte le risorse che il territorio pu\u00f2 offrire. E ci pare che in nessuno dei tre documenti analizzati sia presente la prospettiva di un lavoro di ricerca sulle opportunit\u00e0 di integrazione che l&#8217;ambiente sociale pu\u00f2 offrire, ricerca mai fatta una volta per tutte, sempre da ripensare e da adattare ad ognuno. Il secondo caso \u00e8 quello di un ragazzo a cui \u00e8 venuto a mancare il genitore che si occupava di lui e per il quale sono stati pensati e trovati sul territorio diversi sostegni che uniti insieme hanno ricreato l&#8217;appoggio che lui aveva in precedenza (almeno a livello materiale): in questo caso si \u00e8 evitata l&#8217;istituzionalizzazione e , cosa ancora pi\u00f9 importante, si \u00e8 dimostrata la possibilit\u00e0, attraverso un attento e intelligente utilizzo delle risorse esistenti, di trovare una soluzione ad hoc per questa persona.<br \/>\nNei documenti esaminati abbiamo infatti riscontrato la carenza di analisi delle possibilit\u00e0 del territorio anche per ci\u00f2 che concerne il lavoro. Da un lato si sostiene che i laboratori protetti e le cooperative di lavoro non offrono percorsi di reale integrazione, dall&#8217;altro si ipotizzano soluzioni che vanno dal lavoro protetto in azienda, al lavoro protetto in un centro fino ad arrivare al lavoro a domicilio. Cos\u00ec si rischia, pur sostenendo l&#8217;indispensabilit\u00e0 di uno sbocco occupazionale anche per i pi\u00f9 &#8220;gravi&#8221;, di difendere la logica che permette l&#8217;accesso ai luoghi reali di lavoro solo alle persone lievemente disabili e che confina gli altri &#8220;pi\u00f9 gravi&#8221; nei luoghi della &#8220;produzione simulata&#8221; o peggio ancora del lavoro nero.<br \/>\nNoi vorremmo opporre a questa logica quella che rivaluta un tipo di produzione diversa da quella del profitto: la produzione di relazioni umane. Essa \u00e8 fondamentale e connaturata al lavoro, alla sua dimensione sociale e costituisce lo sfondo di ogni attivit\u00e0 lavorativa vera e propria. \u00c8 necessario quindi metterla in conto quando si cerca di risolvere un problema di inserimento lavorativo od occupazionale: solo attraverso lo sfruttamento di tutte le opportunit\u00e0 che l&#8217;ambiente circostante offre, il collegamento di tutte le realt\u00e0 che si occupano del problema, il coinvolgimento a pieno titolo nella programmazione cittadina dei servizi, tutto ci\u00f2 potr\u00e0 avere qualche prospettiva. Ed \u00e8 proprio partendo da questa produzione di relazioni umane che abbiamo capito che la presenza di persone &#8220;diverse&#8221; nella realt\u00e0 di tutti renderebbe un servizio alla collettivit\u00e0 in termini di crescita culturale, politica, sociale, umana di grande valore. Perch\u00e9 saremmo obbligati, tutti, a renderci conto che volendo educare loro educhiamo anche e innanzitutto noi stessi: alla tolleranza, all&#8217;accettazione della diversit\u00e0 che esiste anche dentro di noi, all&#8217;elasticit\u00e0 mentale, alla semplicit\u00e0 ed all&#8217;ironia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>a cura del Collettivo Centro Diurno Handicappati USL n.27 Bologna Ovest Proliferano da qualche tempo documenti e riflessioni sugli handicappati &#8220;gravi&#8221; in et\u00e0 adulta e sulle possibili risposte. 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