{"id":7008,"date":"2026-04-17T12:00:32","date_gmt":"2026-04-17T10:00:32","guid":{"rendered":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=7008"},"modified":"2026-04-17T12:00:32","modified_gmt":"2026-04-17T10:00:32","slug":"14-al-maestro-non-far-sapere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=7008","title":{"rendered":"14. Al maestro non far sapere&#8230;.."},"content":{"rendered":"<p>di Giovanni Cocchi e Graziella Roda<br \/>\n<b><\/b><\/p>\n<p>Ancora scuola, ancora insegnanti di sostegno: una testimonianza di come il &#8220;mestiere si vive&#8221;: qual \u00e8 l&#8217;atteggiamento da assumere? Quali cambimaenti intervengono sulle persone che svolgono questo lavoro? \u00c8 probabilmente questo il versante in cui si collocano le maggiori difficolt\u00e0 e non solo in relazione alle propensioni indiviuali: un&#8217;impreparazione nel porsi rispetto all&#8217;alunno handicappato, rispetto ad un rapporto che comunque implica il mettersi in discussione. Alla fine per\u00f2 c&#8217;\u00e8 anche chi scopre una piccola, semplicissima regola.<\/p>\n<p>Prendiamo il titolo del nostro intervento, con una leggera modifica, da quello dell&#8217;incontro tenutosi al Gramsci di Bologna, il 19\/1\/88: &#8220;All&#8217;handicappato non far sapere&#8230;&#8221; (che \u00e8 cresciuto, che ha diritto a frequentare la scuola superiore e ad avere un lavoro dignitoso, ecc.).<br \/>\nLo usiamo per introdurre una seconda riflessione sulla nostra esperienza di integrazione nella scuola elementare. La precedente era condotta sul mestiere, su come esso si fa. Stavolta invece vorremmo soffermarci un momento parlando di come il mestiere si vive.<br \/>\nSi \u00e8 parlato spesso della impreparazione degli insegnanti sulla questione dell&#8217;integrazione, e lo si \u00e8 fatto intendendo sempre che essi non possiedono gli strumenti culturali, generali e specifici, e quelli operativi, per condurre in porto costruttivamente un rapporto educativo e didattico con un bambino handicappato e con la classe di cui egli fa parte. Ci\u00f2 \u00e8 in molti casi drammaticamente vero e fa parte di una precisa politica di abbandono della scuola di stato pi\u00f9 volte denunciata dagli stessi insegnanti.<br \/>\nVi \u00e8 per\u00f2 un altro settore di impreparazione, a nostro parere e per la nostra esperienza, ancora pi\u00f9 pericoloso per le ripercussioni che pu\u00f2 avere proprio sulle persone pi\u00f9 umanamente disposte e sensibili. Vogliamo fare un esempio. Una collega, sapendo che ci occupiamo di integrazione da diverso tempo ci ha raccontato di una sua esperienza.<br \/>\nEntrando in supplenza in una classe vi ha incontrato un bambino focomelico. La sua reazione, per tutto il giorno, \u00e8 stata di dolore, di angoscia, di &#8220;chiusura di stomaco&#8221;. E di questo si \u00e8 sentita, e si sentiva parlandone, profondamente colpevole. &#8220;Come? &#8211; diceva &#8211; io sono contro la discriminazione, a favore dell&#8217;integrazione e ritengo mio dovere impegnarmi e lavorare con questi ragazzi. Allora, perch\u00e9 ho reagito cos\u00ec?&#8221;&#8230; e si angosciava. Era il suo primo impatto con un bambino handicappato. Cominciava a temere il secondo.<br \/>\nAltro esempio. Un neuropsichiatra, presentandoci un bambino in situazione di handicap, ci ha detto: &#8220;Soprattutto , non fatevi coinvolgere&#8221;. Allora, crediamo che ci sia bisogno di molta riflessione collettiva su questo. Se per &#8220;farsi coinvolgere&#8221; si intende farsi inghiottire dai problemi ed annegarci dentro, \u00e8 evidente che occorre evitarlo.<br \/>\nRifuggire da atteggiamenti caritatevoli, missionaristici, spontaneistici, \u00e8 il primo insegnamento della pedagogia conduttiva. Tuttavia chi \u00e8 gi\u00e0 passato pi\u00f9 volte attraverso esperienze di integrazione sa che dentro di lui accadranno delle cose, sa che uscir\u00e0 dall&#8217;esperienza diverso da come era entrato. Sa che ci saranno momenti di paura, di dolore, di fatica, di rabbia e di angoscia. Sa che prover\u00e0 sentimenti forti. Sa che avr\u00e0 voglia di fuggire. SA PER\u00d2 ANCHE ALTRE COSE.<br \/>\nSa che un rapporto educativo non pu\u00f2 sfuggire alla regola della verit\u00e0; che nessuno deve voler essere quel che non \u00e8, esattamente come non dobbiamo pretendere dai nostri ragazzi che siano altro da se stessi. Quel che agli insegnanti NON VIENE FATTO SAPERE \u00e8 che solo a partire dalla propria sincerit\u00e0 con se stessi si pu\u00f2 costruire un valido rapporto.<br \/>\nNon viene loro detto che, avanzando lungo la strada e continuando con serenit\u00e0 ed impegno a fare il proprio mestiere, potranno trovare le risorse di forza necessarie a superare anche le paure.<br \/>\nNon gli viene fatto sapere che la rabbia potr\u00e0 diventare voglia di lottare, che il desiderio di fuga si far\u00e0 impegno nel lavoro, che l&#8217;angoscia si scioglier\u00e0, e presto, nella bellezza di un rapporto umano basato sulla sincerit\u00e0 e di un mestiere che rimane importante come pochi.<br \/>\n\u00c8 questa, crediamo, la sempre maledetta &#8220;solitudine&#8221; di chi lavora nell&#8217;integrazione, questa &#8220;negazione a sapere&#8221;.<br \/>\nSolitudine istituzionale e quindi colpevole per chi avrebbe il dovere di preparare gli insegnanti non solamente su specifiche &#8220;tecnologie&#8221; didattiche ma anche su come si troveranno ad essere persone davanti ad altre persone. Per chi dovrebbe e non fa, n\u00e9 l&#8217;una n\u00e9 l&#8217;altra cosa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Giovanni Cocchi e Graziella Roda Ancora scuola, ancora insegnanti di sostegno: una testimonianza di come il &#8220;mestiere si vive&#8221;: qual \u00e8 l&#8217;atteggiamento da assumere? 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