{"id":742,"date":"2009-11-04T17:07:31","date_gmt":"2009-11-04T17:07:31","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=742"},"modified":"2026-03-02T13:49:33","modified_gmt":"2026-03-02T12:49:33","slug":"educatori-e-linguaggi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=742","title":{"rendered":"10 . Educatori e linguaggi"},"content":{"rendered":"<p>di Marco Grana<\/p>\n<p>Il linguaggio usato dagli educatori \u00e8 legato alla loro prassi quotidiana, e si torva all&#8217;incorcio di linguaggi diversiu: quello dei tecnici (psicologi, pedagogisti, medici..) delle istituzioni e delle famiglie. Il loro &#8220;modo di esprimersi&#8221; diventa cos\u00ec un insieme eterogeneo e disarticolato di altri linguaggi. Interrogarsi sull&#8217;esistenza di un linguaggio specifico degli educatori significa interrogarsi sulla specificit\u00e0 dell&#8217;oggetto del loro lavoro.<b><\/p>\n<p>Il linguaggio degli educatori: un codice tra i codici<br \/>\n<\/b>Ogni professione, notoriamente, ha un suo linguaggio definito da un vocabolario specifico, una certa grammatica, un contesto al<!--break--> quale \u00e8 legato dai significati e nel quale \u00e8 riconosciuto valido dagli attori che lo utilizzano. All&#8217;interno di un linguaggio professionale generale possono esistere dei linguaggi pi\u00f9 ristretti parlati all&#8217;interno di un gruppo particolare di professionisti.<br \/>\nQuesto vale, in linea di principio, anche per gli educatori professionali, ma non appena ci si avvicina all&#8217;argomento ci si accorge che il tentativo di identificarne vocabolario e grammatica \u00e8 votato ad alcune difficolt\u00e0 specifiche.<\/p>\n<p><b>Difficolt\u00e0 storico culturali<br \/>\n<\/b>Anche se non \u00e8 corretto dire che il lavoro educativo sia qualcosa di nuovo, \u00e8 vero che allo stato attuale \u00e8 ancora qualcosa di non sufficientemente definito, basti pensare al fatto che nel 1996 non \u00e8 ancora previsto un inquadramento legislativo della figura e delle mansioni dell&#8217;educatore professionale. D&#8217;altra parte la storia di questa professione \u00e8 la storia del passaggio della funzione di cura e di aiuto dalla famiglia o dalle istituzioni caritatevoli a soggetti e istituzioni dalla natura completamente diversa (Usl, cooperative, agenzie, associazioni) che operano in ambito diverso (da quello familiare o comunque dell&#8217;appartenenza a quello lavorativo) con stili e fini completamente diversi, e quindi con una stratificazione di riferimenti culturali estremamente eterogenea. L&#8217;esempio pi\u00f9 notevole \u00e8 fornito dalla compresenzadegli educatori provenienti dal volontariato cattolico o dall&#8217;impegno politico di sinistra e quelli che semplicemente ad un certo punto della ricerca di un lavoro si sono imbattuti in una opportunit\u00e0 occupazionale.<\/p>\n<p><b>Difficolt\u00e0 legate al contesto<br \/>\n<\/b>Qui il problema \u00e8 ancora pi\u00f9 complicato. L&#8217;indefinitezza legislativa e culturale sopra esposta provoca (almeno in parte) una situazione di subalternit\u00e0 dell&#8217;educatore rispetto alle altre figure professionali da cui normalmente \u00e8 circondato: lo psichiatra, lo psicologo, il pedagogista, l&#8217;assistente sociale. Queste figure dispongono di un loro linguaggio e lo parlano; l&#8217;educatore, che da una parte si trova in mezzo (tra tecnici e utenti,tra famiglie e istituzione), dall&#8217;altra si trova al di sotto (dei tecnici), si trova facilmente ad assumere in modo piuttosto acritico frammenti, parti, segmenti dei loro linguaggi. Cos\u00ec, per esempio, si ritrovano educatori che piuttosto che descrivere un comportamento emettono una diagnosi, o ancora di pi\u00f9 che faticano a formulare una certa domanda perch\u00e9\u201a non riconoscono dignit\u00e0 alle parole (e quindi mancano dei concetti corrispondenti) che servono a identificare un problema all&#8217;interno di una situazione quotidiana.<\/p>\n<p><b>Difficolt\u00e0 strutturali<br \/>\n<\/b>Si tratta di un problema di carattere epistemologico: il linguaggio che glieducatori impiegano per dire deve avere un riscontro e nascere nella prassi quotidiana. Questa prassi \u00e8 definibile in primo luogo come vicinanza e contatto (o contenimento e cura se si preferisce) con il cambiamento, con la sofferenza, con la diversit\u00e0, con il bisogno. Ci\u00f2 significa che il contenuto principale che il linguaggio degli educatori veicola \u00e8 una fluttuazione di emozioni, sentimenti, ansie, paure e desideri, da un soggetto a un altro. Quando un educatore dice il suo lavoro non parla di oggetti separati da s\u00e9\u201a ma parla di qualcosa che si d\u00e0 tra s\u00e9\u201a e un altro, dice anche di s\u00e9.<br \/>\nPer avvicinarsi al linguaggio degli educatori occorre quindi in primo luogopartire dai soggetti che ruotano intorno agli educatori, perch\u00e9\u201a \u00e8 a questi che l&#8217;educatore dice, e sono questi che all&#8217;educatore dicono; in secondo luogo occorre interrogarsi sulle implicazioni della specificit\u00e0 della situazione educativa.<\/p>\n<p><b>Il linguaggio dei tecnici<br \/>\n<\/b>Il linguaggio dei tecnici \u00e8 per definizione tecnico\/scientifico. \u00c8 cio\u00e8 sufficientemente astratto e denotativo perch\u00e9\u201a lo si possa utilizzare in contesti differenti e indipendentemente da un individuo particolare. Per semplificare la comprensione, si pu\u00f2 opporre il tecnico all&#8217;artigiano: il tecnico pu\u00f2 trasmettere il suo sapere attraverso il linguaggio perch\u00e9\u201a tutto quello che sa o fa \u00e8 definibile a parole e concetti, l&#8217;artigiano no, l&#8217;artigiano pu\u00f2 trasmettere il suo saper fare solo attraverso l&#8217;esempio, l&#8217;imitazione e l&#8217;osservazione prolungata dell&#8217;allievo. L&#8217;artigiano non esaurisce quello che lui sa fare nel linguaggio verbale. Questo succede perch\u00e9\u201a nellavoro dell&#8217;artigiano \u00e8 presente una componente di corporeit\u00e0 e di esperienza specifica che non \u00e8 trasmissibile a parole.<br \/>\nIl linguaggio tecnico\/scientifico ha anche altre caratteristiche: \u00e8 preciso, \u00e8 coerente, consente di identificare chiaramente e quindi distinguere il soggetto dal suo oggetto, consente di formulare ipotesi e di verificarle, porta adanalizzare la realt\u00e0 in modo operativo, cio\u00e8 in modo da poter intervenire su di essa per modificarla intenzionalmente.<br \/>\nI tecnici dei servizi educativi in genere sono psichiatri, pedagogisti, psicologi. Dire che i rispettivi linguaggi corrispondano esattamente a quanto detto sopra sarebbe una forzatura, tanto pi\u00f9 che in alcune di queste discipline esiste una seria riflessione a carattere epistemologico che investe anche i problemi a cui si fa riferimento. Rimane comunque vero che, almeno formalmente, i tecnici dei servizi educativi dispongano di linguaggi codificati e riconosciuti, fatti di teorie, ipotesi e dizionari.<\/p>\n<p><b>Il linguaggio dell&#8217;istituzione<br \/>\n<\/b>Per istituzione si intende qui l&#8217;istituzione pedagogica o terapeutica. Il suo linguaggio \u00e8 per definizione quello dei progetti, degli obiettivi e delle strategie e di norma \u00e8 un linguaggio scritto. \u00c8 quindi un linguaggio rigido, contestualizzato, specifico e per quanto possibile, operativo.<br \/>\nIl linguaggio dell&#8217;istituzione ha due implicazioni fondamentali: consente diverificare costantemente ci\u00f2 che si sta realizzando confrontandolo con ci\u00f2 che si aveva intenzione di realizzare e quindi d\u00e0 la possibilit\u00e0 di correggere l&#8217;azione nel suo corso.<br \/>\nCrea una doppia illusione sul tempo: da una parte la scrittura, la definizione di procedure, di passi successivi, di obiettivi, producono un oggetto (il lavorare e l&#8217;oggetto del proprio lavoro) che si blocca all&#8217;immagine che ne vienedata ad un certo momento (cio\u00e8 al momento della stesura del progetto). Dall&#8217;altra la logica progettuale porta a ragionare come se fosse possibile una gradualit\u00e0, mentre i processi di apprendimento e di cambiamento (a cui fanno riferimento gli educatori) non sono quasi mai graduali, n\u00e9\u201a seguono una logica riconoscibile; al contrario sono spesso improvvisi, contengono una certa dose di violenza e sono spesso difficilmente comprensibili.<br \/>\nPer il lavoro degli educatori il senso della presenza di un progetto non \u00e8 semplicemente di carattere produttivo: il fatto di avere cio\u00e8 un riferimento in qualche modo oggettivato con cui confrontarsi non dovrebbe rispondere solo ad una logica di razionalizzazione della produttivit\u00e0, come potrebbe essere in una fabbrica di automobili, ma dovrebbe rispondere alla necessit\u00e0 di mantenere un riferimento terzo rispetto a tutte le soggettivit\u00e0 coinvolte nel processo educativo. Dovrebbe avere cio\u00e8 una funzione molto simile (ma ad un altro livello) a quella del quadro normativo esplicito che definisce il setting o il contesto nel quale si lavora. In questo preciso senso il progetto, o la semplice definizione degli obiettivi e delle strategie, sono strumenti utili ed essenziali, ma a condizione che oltre ad essere punti di riferimento, siano anche oggetti criticabili, cos\u00ec come devono poterlo essere le varie istanze soggettive. Il limite e la difficolt\u00e0 del linguaggio dei progetti sta nella sua forma e nella sua storia: \u00e8 scritto, \u00e8 per forza di cose unidimensionale rispetto alla realt\u00e0 da cogliere (tutto \u00e8 descritto in termini di bisogni\/risorse, problemi\/soluzioni, obiettivi\/strategie) e quindi la semplifica indebitamente. Per queste sue caratteristiche \u00e8 difficile da criticare.<\/p>\n<p><b>Il linguaggio delle famiglie<br \/>\n<\/b>Vi \u00e8 un altro soggetto importante che, essendo coinvolto nella realt\u00e0 dellavoro degli educatori, li attornia. \u00c8\u00a0 il soggetto che delega le sue naturali funzioni di cura, di educazione, di aiuto, di vicinanza. In genere questosoggetto \u00e8 la famiglia. Essa per\u00f2 \u00e8 anche il luogo sociale di sintesi di un soggetto pi\u00f9 grande o almeno di altri soggetti che si incrociano con essa: il quartiere, il paese, la scuola, il gruppo di amici, i vicini di casa, il luogo di lavoro. In altre parole \u00e8 il sociale. \u00c8 quella parte specifica di sociale acui appartiene l&#8217;utente, ed \u00e8 quello stesso sociale a cui pi\u00f9 genericamente appartiene l&#8217;educatore, e ancora lo stesso che pi\u00f9 genericamente produce elegittima l&#8217;istituzione.<br \/>\nLa famiglia che delega in realt\u00e0 non \u00e8 solo la famiglia, ma \u00e8 la famiglia, pi\u00f9 il vicinato, pi\u00f9 il datore di lavoro, pi\u00f9 il gruppo di amici; essi non si limitano a chiedere qualcosa per la persona handicappata, tossico dipendente,folle, chiedono qualcosa anche per se stessi. Chiedono per la precisione che cessi o diminuisca la fatica di una vita con un figlio completamente dipendente, che cessino i furti in casa o il terrore-desiderio di una morte improvvisa, che cessi di essere visibile lo scandalo della follia, cio\u00e8 della negazione effettiva e attuata della normalit\u00e0. La dimensione sociale di questo soggetto, il suo potere legittimante sia indirettamente nei confronti del ruolo dell&#8217;educatore, sia direttamente nei confronti dell&#8217;istituzione, fa si che questa seconda domanda sia in realt\u00e0 un mandato, ed in particolare un mandato che \u00e8 interiorizzato anche dall&#8217;educatore dal momento che egli stesso appartiene a questo sociale.<br \/>\nIl mandato e la delega sono due atti sociali e comunicativi che, nello specifico, implicano posizioni relazionali differenti. La delega si conferisce dal basso: una famiglia chiede ad una istituzione di occuparsi di un suo membroe, qualche volta, ha un piccolo margine di contrattazione; ma maggiore \u00e8 il suo bisogno e maggiormente dovr\u00e0 accettare le condizioni poste dall&#8217;istituzione. D&#8217;altra parte se \u00e8 vero che \u00e8 il sociale a legittimare l&#8217;istituzione, allora le richieste che questo fa per s\u00e9\u201a (che sono fondamentalmente di ripristino della normalit\u00e0) assumono il valore di un mandato, mandato per il quale l&#8217;istituzione era nata, mandato che l&#8217;educatore ha gi\u00e0 interiorizzato, mandato che pone la famiglia in una posizione di superiorit\u00e0 rispetto all&#8217;istituzione.<br \/>\nDi qui due ipotesi: questo trovarsi contemporaneamente up e down sia da parte della famiglia, sia da parte dell&#8217;istituzione \u00e8 all&#8217;origine di una serie di problemi di rapporto tra questi due soggetti. L&#8217;interiorizzazione da parte dell&#8217;educatore di un mandato contemporanea alla assunzione di una delega all&#8217;interno del suo ruolo provoca anch&#8217;essa una serie di atteggiamenti contraddittori, se si \u00e8 in assenza di una consapevolezza critica del proprio linguaggio e del proprio ruolo.<\/p>\n<p><b>Il linguaggio degli educatori<br \/>\n<\/b>Il linguaggio degli educatori, quello cio\u00e8 che gli educatori usano per dire, \u00e8 dunque un insieme eterogeneo e tendenzialmente disarticolato di altri linguaggi.<br \/>\nIl linguaggio ordinario che potremmo definire una &#8220;riserva di buonsenso&#8221; che a volte \u00e8 necessaria e utile e altre volte \u00e8 di impedimento alla comprensione e all&#8217;azione.<br \/>\nIl linguaggio dell&#8217;istituzione che emerge con evidenza quando si comincia a parlare di verifica degli obiettivi o di protocolli di osservazione.<br \/>\nI linguaggi tecnici della pedagogia, della psicologia (in particolare quella sistemica), della medicina, del diritto, qualche volta della sociologia e della psicanalisi.<br \/>\nMa insieme a questi linguaggi esiste almeno in stato embrionale un linguaggio specifico degli educatori?<br \/>\nInterrogarsi sull&#8217;esistenza di un linguaggio specifico degli educatori significa interrogarsi sulla specificit\u00e0 dell&#8217;oggetto del loro lavoro. Il lavoro degli educatori \u00e8 in primo luogo un lavoro di relazione che risponde al bisogno-desiderio di relazione nel presente di una persona.<br \/>\nIl linguaggio degli educatori \u00e8 quello capace di comunicare ed esprimere qualcosa che si d\u00e0 nel presente, dove il presente \u00e8 il presente di una relazione tra persone o gruppi, dentro un contesto che \u00e8 allo stesso tempo istituzionalit\u00e0 e quotidianit\u00e0.<br \/>\nIn questo linguaggio la descrizione precede la spiegazione, la connotazione precede la denotazione, la memoria \u00e8 pi\u00f9 utilizzata dell&#8217;astrazione, la spiegazione \u00e8 pi\u00f9 una ricerca di significati che di cause, la denotazione serve pi\u00f9 a rendere possibili dei confronti che a emettere delle diagnosi o incasellare i fenomeni in categorie.<br \/>\nIl linguaggio degli educatori, diversamente da quello dei tecnici, non tende a categorizzare ma a descrivere, non identifica con precisione un oggetto ma aderisce alle fluttuazioni della relazione tra s\u00e9\u201a e un altro; non spiega un episodio ma lo racconta; l&#8217;educatore, per dire, sforza la memoria, il tecnico sforza la sua competenza a collegare informazioni che stanno su differenti piani di astrazione; ma la cosa enormemente pi\u00f9 importante \u00e8 che il soggetto educatore che dice, dice di s\u00e9, anche se di s\u00e9\u201a in un altro momento.<br \/>\nUn esempio: per il tecnico la parola &#8220;contenimento&#8221; indica una serie di azioni che hanno un determinato scopo: una interpretazione ben data ad un utente molto ansioso pu\u00f2 avere una certa capacit\u00e0 di contenimento, cos\u00ec come pu\u00f2 averla una benzodiazepina o il comportamento rassicurante di un educatore.<br \/>\nPer un educatore &#8220;contenimento&#8221; \u00e8 un fatto pi\u00f9 o meno quotidiano che si d\u00e0 tra s\u00e9\u201a e un altro e che \u00e8 prodotto da, comporta, e rinforza un clima di vicinanza e di reciproca comprensione. Quando un tecnico parla dicontenimento parla o di un concetto o di uno strumento; quando ne parla un educatore, questi parla di s\u00e9, o, per essere pi\u00f9 precisi, parla di unaqualit\u00e0 o di uno stato della sua relazione con l&#8217;utente.<\/p>\n<p><b>La comunicazione tra educatori e famiglie<br \/>\n<\/b>Un secondo esempio nel settore della tossicodipendenza \u00e8 una tipica e semplicissima domanda che i familiari rivolgono agli educatori e che mette gli educatori in estremo imbarazzo: &#8220;come sta mio figlio?&#8221;. L&#8217;idea di star bene per un familiare deve corrispondere pi\u00f9 o meno ad una condizione di una certa serenit\u00e0 d&#8217;animo, di ragionevole rispetto delle condizioni richieste per la permanenza e di un buono stato di salute. Nei servizi residenziali per la tossicodipendenza non solo \u00e8 piuttosto rara la compresenza di queste tre condizioni, ma \u00e8 certo che ove queste fossero la norma, i servizi stessi non avrebbero ragione di esistere.<br \/>\nInoltre, nella visione dell&#8217;educatore, la famiglia del tossicodipendente \u00e8 quasi sempre una parte importante del sistema patologico ed \u00e8 parzialmente e implicitamente utenza presa in carico.<br \/>\nPer l&#8217;educatore la domanda che potrebbe corrispondere a &#8220;come sta mio figlio&#8221; \u00e8 &#8220;questo utente si sta impegnando?&#8221;. Un utente che si impegna o che si sforza all&#8217;interno di un centro residenziale per\u00a0 tossicodipendenti \u00e8 una persona che non sta affatto bene, che probabilmente \u00e8 nervosa e non dorme la notte, ma che impiega le sue energie per costringere s\u00e8 stesso a rimanere all&#8217;interno di una situazione normativa e relazionale per lui difficilmente tollerabile.<br \/>\nBisogna rilevare che gli educatori in genere si rivolgono alle famiglie utilizzando il linguaggio in termini professionali per comunicare delle informazioni; invece le famiglie si rivolgono agli educatori in termini affettivi per ottenere una attenzione particolare e personalizzata per i loro figli, per rinforzare una immaginaria o reale collusione che di volta in volta ha come &#8220;nemico&#8221; o l&#8217;utente-figlio stesso, o l&#8217;istituzione vista come cattiva, o un certo psichiatra incapace, o un altro educatore. Qui non si trattatanto di sottolineare gli scopi di questi linguaggi, quanto piuttosto di sottolineare la differenza e l&#8217;incomunicabilit\u00e0 dei registri che vengono utilizzati: professionali e distaccati gli educatori, affettivi e personalistici i familiari.<\/p>\n<p><b>Il rapporto con gli utenti<br \/>\n<\/b>Un&#8217;altra direzione del dialogare degli educatori \u00e8 quella che conduce agli utenti. Il loro linguaggio \u00e8 apparentemente identico a quello dei familiari; si\u00a0 tratta di una semplificazione dovuta al fatto che non si dispone delle categorie capaci di leggere e schematizzare il linguaggio della sofferenza, o della debolezza. Occorre prendere in considerazione un&#8217;idea presente in questo linguaggio e confrontarla con quella (non) corrispondente degli educatori: l&#8217;idea di cambiamento.<br \/>\nPer gli educatori l&#8217;idea di cambiamento si articola fondamentalmente su due poli: uno \u00e8 la &#8220;devianza&#8221;, l&#8217;altro \u00e8 la &#8220;normalit\u00e0&#8221;. In mezzo ai due poli c&#8217;\u00e8 un iter terapeutico, un progetto pedagogico, una stradadi cambiamento.<br \/>\nLa devianza pu\u00f2 essere uno stato di sofferenza, di insufficienza di competenze, di insufficienza di risorse. La normalit\u00e0 \u00e8 un idea di salute in genere non meglio precisata, ma affidata appunto ai significati intuitivi e non criticati gi\u00e0 presenti nel linguaggio. Gli educatori in genere sanno per esperienza che il processo di cambiamento \u00e8 doloroso, ansiogeno, ha poco di romantico e molto di antipatico.<br \/>\nPer l&#8217;utente l&#8217;idea di cambiamento \u00e8 a due livelli, uno superficiale e uno profondo. A livello superficiale il cambiamento \u00e8 il passaggio da uno stato di malessere\/insufficienza ad uno stato di benessere\/sufficienza. In questa idea \u00e8 molto presente la percezione della sofferenza in atto mentre in genere \u00e8 assente la consapevolezza della sofferenza o della fatica insita nel processo di cambiamento, sofferenza-fatica che \u00e8 di tipo nuovo e quindi spaventa anche di pi\u00f9. A livello profondo il cambiamento \u00e8 un cambiamento di identit\u00e0, e un cambiamento di identit\u00e0 equivale ad un suicidio dell&#8217;anima.<br \/>\nA partire da questa differenza di significati, tra educatori e utenti, in assenza di una riflessione critica e di una elaborazione comune, si danno tutta una serie di difficolt\u00e0; il fenomeno pi\u00f9 evidente e comune \u00e8 che l&#8217;utente comincia ad incolpare l&#8217;educatore del fatto che sta male come prima o peggio di prima, mentre l&#8217;educatore comincia a dire o pensare: &#8220;ma allora sei tu che non vuoi cambiare!&#8221;.<br \/>\nEcco un esempio di cosa si intende per disarticolazione ed eterogeneit\u00e0 del linguaggio degli educatori.<br \/>\nTra gli effetti pi\u00f9 visibili di questo stato di cose si possono ricordare l&#8217;insoddisfazione, ovvero la difficolt\u00e0 a esprimere e comunicare che \u00e8 difficolt\u00e0 a cogliere la sostanza della sua fatica quotidiana, quella per la quale \u00e8 pagato; la subalternit\u00e0 rispetto a chi \u00e8 visto (con maggiore o minore precisione) essere proprietario di un linguaggio, pu\u00f2 produrre a volte anche invidia nei suoi confronti e quindi ulteriore difficolt\u00e0 ad apprendere e a comunicare.<br \/>\nA questo vanno aggiunte le limitazioni nello svolgimento dei propri compiti, quando questi sono osservazione e comprensione di ci\u00f2 che accade.<br \/>\nQueste difficolt\u00e0, questo sforzo supplementare richiesto all&#8217;educatore, producono per\u00f2 anche effetti positivi come una acquisita capacit\u00e0 a comunicare in linguaggi completamente diversi e conseguentemente a collegare tra loro domande e risposte, problemi e risorse, sofferenze e cure che rimarrebbero altrimenti distanti tra loro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il linguaggio degli educatori: un codice tra i codiciOgni professione, notoriamente, ha un suo linguaggio definito da unvocabolario specifico, una certa grammatica, un contesto al<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3587,3593],"edizioni":[89],"autori":[2712],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/742"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=742"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/742\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6759,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/742\/revisions\/6759"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=742"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=742"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=742"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=742"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=742"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=742"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=742"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=742"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=742"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}