{"id":749,"date":"2009-11-04T17:07:32","date_gmt":"2009-11-04T17:07:32","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=749"},"modified":"2026-01-26T10:22:33","modified_gmt":"2026-01-26T09:22:33","slug":"il-mistero-della-diversit","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=749","title":{"rendered":"2. Il mistero della diversit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Andrea Tinti e Angela De Marinis<\/p>\n<p>Intervista a Giancarlo De Cataldo autore di &#8220;Il padre e lo straniero&#8221;, manifestolibri, Roma, 1977.<\/p>\n<p><strong>Da cosa nasce l\u2019idea di inserire l\u2019esperienza di pap\u00e0 di un bambino<!--break--> disabile all\u2019interno di una vicenda poliziesca? Chi \u00e8 Diego Marini?<\/strong><br \/>\nL\u2019idea nasce dall\u2019occasionale incontro con il padre arabo di un bambino handicappato nel cortile dell\u2019istituto di neuropsichiatria infantile di Roma un sabato di primavera. L\u2019idea nasce da un caff\u00e8 e da un sorriso. Le idee catturano dettagli profondi e, attraverso l\u2019esercizio della scrittura, si trasformano in un\u2019energia liberatrice. Mi \u00e8 stato rimproverato l\u2019uso del &#8220;genere&#8221; poliziesco, che secondo me, invece, \u00e8 il punto di forza del libro. Storie di handicap, pi\u00f9 o meno lacrimevoli, se ne scrivono tante. Volevo sfuggire a un clich\u00e9. Sono stato punito (editorialmente) da una serie di rifiuti: nell\u2019atteggiarsi della gente di fronte all\u2019handicap c\u2019\u00e8 una fortissima quota di rimozione che richiede rassicurazione: gli handicappati parlino di se stessi, al limite, ma non pretendano di raccontare &#8220;storie&#8221;. E\u2019 come se si temesse (paradossalmente) l\u2019affabulazione in negativo che pu\u00f2 generare da una condizione di diversit\u00e0. Nel libro si piange poco e si lotta molto (queste, almeno, le intenzioni). Fortuna che Marco Bascetta, editore della &#8220;Manifestolibri&#8221;, \u00e8 una persona in carne, ossa e coratella e non appartiene alla mala genia dei redattori-consulenti editoriali. Il cambio di passo (tra la prima e la seconda parte del romanzo) mima un passaggio esistenziale: dalla disperazione inerte all\u2019azione. Diego Marini \u00e8 un personaggio-simbolo, di un disagio esistenziale e di una condizione di passivit\u00e0 ai confini della depressione: all\u2019inizio della storia, Diego non sa vedere un futuro, non ha prospettive, \u00e8 nella notte nera. Poi cambier\u00e0. Il suo \u00e8 un viaggio, per certi versi, eroico, una discesa agli inferi che si conclude con la palingenesi. In questo caso, la nuova nascita \u00e8 anche concreta, reale, \u00e8 la procreazione di un altro figlio.<\/p>\n<p><strong>Quali i punti in comune tra l\u2019autore del libro e Diego Marini?<\/strong><em><br \/>\n<\/em>Molti e pochi. Molti per via della condizione comune (io ho una figlia con un handicap gravissimo), pochi per estrazione sociale, reazione individuale, prospettive di vita. Personalmente ho vissuto l\u2019handicap, dopo il primo momento di sgomento, come un\u2019occasione di rilancio. Ho pensato a come lavorare di pi\u00f9, guadagnare di pi\u00f9, assicurare alla famiglia (e a me stesso) condizioni di vita migliori. Di tanti risvolti, primo tra tutti l\u2019angoscia del &#8220;dopo&#8221;, preferisco non occuparmi. La rimozione aiuta sicuramente a guardare con occhi meno cupi il futuro. Del resto, siamo tutti in balia di demoni bizzarri, di quel Dio presente nelle discussioni tra Diego e Walid che si diverte a colpire uno a caso, uno ogni tanto, e con il quale \u00e8 difficilissimo impostare una seria e leale negoziazione. In fondo, non amo il martirio.<\/p>\n<p><strong>Quanto di terapeutico contiene la trasposizione sulla carta di una tale esperienza personale?<\/strong><br \/>\nMolto, anzi, moltissimo. &#8220;Il padre e lo straniero&#8221; rester\u00e0 il libro che amo di pi\u00f9, quello pi\u00f9 sincero, anche negli aspetti sgradevoli, quello meno ruffiano. E\u2019 un libro che ha cambiato la mia vita, mi ha dato un feedback, continua a darmelo: ho ricevuto lettere e conosciuto presone sensibili che ne hanno penetrato lo spirito. Fratelli di viaggio, che ti fanno sentire meno solo. Come outing, a me \u00e8 servito enormemente.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 ritiene che in generale il padre faccia pi\u00f9 fatica della madre ad accettare un figlio handicappato?<\/strong><br \/>\nNon so se questo sia del tutto vero. Io non faccio fatica ad accettare un figlio handicappato, faccio fatica ad amarlo. Perch\u00e9 rappresenta la negazione di un futuro possibile e &#8220;normale&#8221;, perch\u00e9 cristallizza la mia immagine come in uno specchio fallimentare. Quel che \u00e8 certo \u00e8 che le madri soffrono con maggiore intensit\u00e0: la loro bellezza (avete mai fatto caso a quante donne belle e intelligenti sono madri di bambini handicappati?) e la loro forza sono come per sempre offuscate. La ferita non si potr\u00e0 mai rimarginare, per loro. Per questo sono terribilmente ammirevoli, le madri.<\/p>\n<p><strong>Il comune destino di sofferta paternit\u00e0 unisce, nel libro, i due protagonisti. Ma \u00e8 solo questo? O ci sono altri elementi quali il desiderio di evasione di Diego o il desiderio di quotidianit\u00e0 di Walid?<\/strong><br \/>\nQuel che veramente unisce i due amici \u00e8 il profondo senso di condivisione. Ho catturato i miei protagonisti al culmine di un &#8220;fatal flow&#8221;, all\u2019apice di una crisi di vuoto interiore che soltanto una carezza fraterna pu\u00f2 sperare di colmare. Ci sono situazioni-limite in cui non esistono diversit\u00e0 ne di classe, ne di et\u00e0, ne di abitudini, mentalit\u00e0, credo religioso. Esiste solo un calore animale, un\u2019empatia irrazionale, un trasporto quasi mistico che annulla ogni distanza. Walid esiste: io l\u2019ho conosciuto e ci ho preso insieme un caff\u00e8, non so se sia una spia o un terrorista, probabilmente \u00e8 solo uno dei tanti stranieri che frequentano Roma. Ma \u00e8, soprattutto, un padre come me, e dovunque si trovi adesso gli auguro ogni felicit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Durante la lettura del libro, uno degli intervistatori, disabile, ha pensato: &#8220;Avrei desiderato un padre come Diego Marini&#8221;. Quanto l\u2019atteggiamento del padre di un bambino disabile influisce sul suo futuro rapporto con la realt\u00e0?<\/strong><br \/>\nNon so se sono un buon padre. Sicuramente potrei fare di pi\u00f9, certo ho scelto una via di mezzo tra l\u2019indifferenza e il martirio. Ho scelto di non precipitare nella mistica della diversit\u00e0, di continuare ad occuparmi del mio lavoro, di mia moglie, ho voluto (abbiamo voluto) un altro figlio in una decisione che sta tra il risarcimento e i bisogno di riversare le proprie cure e il proprio amore su qualcuno che non fosse solo Francesca. Il futuro&#8230; e chi ne sa niente?<\/p>\n<p><strong>Il figlio disabile come portatore di sofferenza o di nuove opportunit\u00e0. Pu\u00f2 un vissuto iniziale di sofferenza profonda convertirsi in energia positiva e creativa?<\/strong><br \/>\nHo spesso incontrato genitori che sono un autentico esempio di orgoglio della diversit\u00e0. E\u2019 un sentimento che provo anch\u2019io, di tanto in tanto. Sarebbe a dire: che ne sapete voi, che non avete attraversato lo Stige, e parlate, parlate, ma vi manca questa esperienza cardine del dolore. Ne avrei fatto volentieri a meno. Tuttavia, da quando c\u2019\u00e8 Francesca i momenti di felicit\u00e0 sono enormemente pi\u00f9 intensi, i piaceri vissuti meglio, l\u2019energia pi\u00f9 creativa, e il tempo per occuparsi delle banalit\u00e0 semplicemente abrogato.<\/p>\n<p><strong>In che misura la nascita di un figlio handicappato funge da cartina di tornasole per il rapporto di coppia? Disgrega o consolida?<\/strong><br \/>\nLa madre ama da subito, senza riserve, il padre deve imparare ad amare. Si crea inevitabilmente un solco. Se non lo si colma subito, le distanze si fanno infinite e la rottura \u00e8 assicurata. E\u2019 un esercizio duro e quotidiano. A me e a Tiziana (mia moglie) \u00e8 andata bene, soprattutto grazie alla decisione di fare un secondo figlio. La nostra complicit\u00e0 \u00e8 granitica, anche se i problemi non mancano mai. In ogni caso, cerco di non dare mai giudizi, visto che una parte di me comprende e giustifica chi si sente cos\u00ec profondamente pressato dal richiamo della vita (e della vitalit\u00e0) da gettare la spugna. Non condannerei mai chi non ce la fa ad affrontare una situazione cos\u00ec difficile. Se c\u2019\u00e8 qualcuno da condannare, sono gli indifferenti e gli ipocriti.<\/p>\n<p><strong>Cosa si sentirebbe di comunicare ad una coppia che ha da poco appreso la situazione di grave handicap del figlio?<\/strong><br \/>\nSe potete, fatene un altro, due, tre, fatene una barca, di figli. E se non potete, adottatene uno. E se nemmeno questo vi \u00e8 possibile, non dimenticate comunque mai di pensare a voi stessi. Se non vi amerete pi\u00f9, come potrete amare il bambino?<\/p>\n<p><strong>Cosa ne pensa in generale dell\u2019handicap nella letteratura e in particolare nella narrativa italiana?<\/strong><br \/>\nIl tema \u00e8 scabroso, l\u2019ho accennato prima. Il libro \u00e8 anche circolato in ambienti di cinema, e un paio di registi, dopo un iniziale interesse, si sono ritirati, spaventati dall\u2019idea di affrontarlo. Come se non avessimo gi\u00e0 visto &#8220;Tot\u00f2 l\u2019hero&#8221; o &#8220;L\u2019ottavo giorno&#8221;. Comunque, nessuno ne ha parlato meglio e con pi\u00f9 commozione e lucidit\u00e0 di Kenzaburo Oe (penso alla storia di Tori-bird e a &#8220;Insegnaci a superare la nostra pazzia&#8221;). In Italia mi piacciono molto alcune cose di Clara Sereni (una grande scrittrice) e resta una pietra miliare la paginetta di Flaiano con l&#8217;apologo della seconda resurrezione di Cristo (guarisce gli storpi, converte un prete, poi il padre di un handicappato gli chiede di insegnargli ad amare suo figlio, e lui risponde: questo non posso farlo).<\/p>\n<p><strong>Al termine del libro Diego Marini decide di avere un secondo figlio. In che misura, in generale, la scelta di un secondo figlio pu\u00f2 essere influenzata dalla non completa accettazione del primo figlio disabile?<br \/>\n<\/strong>Credo di aver gi\u00e0 risposto: un altro figlio significa, in termini di autogratificazione dei genitori, che anche in una famiglia particolare \u00e8 possibile un inserimento di &#8220;normalit\u00e0&#8221;. Poi andrebbe fatta un distinzione sui tipi e generi di handicap. Dal mio punto di vista, un figlio paraplegico, o cieco, o un ragazzino con la spina bifida sarebbero un paradossale fortuna. Un bambino gravissimo non \u00e8 e non sar\u00e0 mai autonomo, autosufficiente, inserito in un tessuto lavorativo e via dicendo. Per gli adulti handicappati gravissimi, venuta meno la tenera bellezza del pargolo, le cose diventano ancora pi\u00f9 complicate. Un altro figlio ti aiuta a dividere il peso della corazza che devi costruirti per affrontare una societ\u00e0 che non ama particolarmente i diversi.<br \/>\nIntendiamoci: sempre meglio la sopportazione della rupe Tarpea o dei lager (sapete, Hitler, prima ancora che dagli Ebrei, cominci\u00f2 dagli handicappati) e comunque non vorrei mai che mio figlio Gabriele dedicasse la sua vita alla sorella: per quello ci siamo io e la madre.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 Walid organizza una festa in occasione della morte del proprio bambino?<\/strong><br \/>\nE&#8217; la prima volta che me lo chiedono. Bravi. C&#8217;\u00e8, nella scena, un particolare esotico (l&#8217;arabo che festeggia) frutto di antiche letture di antropologia e della mia origine di terrone al 100%: da noi, come dagli ebrei osservanti, la morte \u00e8 &#8211; o era fino a qualche tempo fa &#8211; un evento collettivo da celebrare alla stregua di una festa. Io credo fortemente che i morti abbiano bisogno dello strepito delle nostre voci, perch\u00e9 vanno a stare al buio e si portano appresso parecchie nostalgie. Anche quei morti, come il piccolo Yusuf, che apparentemente non hanno niente da rimpiangere perch\u00e9 si presume che non abbiano sentimenti. E invece, se c&#8217;\u00e8 un terreno sul quale il bambino con handicap gravissimo pu\u00f2 darci lezioni \u00e8 proprio quello dei sentimenti e dell&#8217;affettivit\u00e0. E poi, nella scena affiora questo grande rimosso di tutti noi &#8220;normali&#8221; che quotidianamente conviviamo con la diversit\u00e0: il desiderio di morte. Negarlo sarebbe ipocrita, ci si deve convivere, sino ad annientarlo, con la forza della ragione ma pi\u00f9 ancora con la forza del sentimento. Io me lo sono portato dentro, questo desiderio oscuro, finch\u00e9 Francesca non \u00e8 stata a un passo dal lasciassi. E\u2019 stato durante un ricovero in ospedale, quando le condizioni erano davvero critiche, che ho capito davvero che preferivo la sua presenza al fantasma della sua perdita.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervista a Giancarlo De    Cataldo autore di Il padre e lo straniero, manifestolibri, Roma, 1977.    D. 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