{"id":750,"date":"2009-11-04T17:07:33","date_gmt":"2009-11-04T17:07:33","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=750"},"modified":"2026-02-18T11:55:56","modified_gmt":"2026-02-18T10:55:56","slug":"la-storia-di-merrik","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=750","title":{"rendered":"9. La storia di Merrik"},"content":{"rendered":"<p>di Matteo Baraldi, dell&#8217;associazione culturale Hamelin<\/p>\n<p>Raccontare l\u2019esistenza di John Merrick, l\u2019Uomo elefante vissuto nella Londra vittoriana fra il 1862 e il 1890, \u00e8 una scommessa destinata al fallimento. Si ha infatti la tentazione di fare di lui un archetipo della diversit\u00e0, una creatura dell\u2019orrore paragonabile a Dracula, al mostro di Frankenstein, magari a Jekyll &amp; Hyde o a Gwynplaine\u2026<!--break--><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Ma l\u2019uomo elefante non \u00e8 paragonabile a nessuno di loro, ci si ritrae rattristati da questo proposito non appena si ricorda che, contrariamente a queste creature, John Merrick, l\u2019Uomo elefante, non \u00e8 stato un personaggio , ma una persona. Per tutti i cinefili la sua vita appartiene ormai al film di David Lynch e prima ancora era di pertinenza della medicina grazie agli studi clinici compiuti su di lui dal dottor Frederick Treves. Il dolore dell\u2019Uomo elefante non \u00e8 stato vissuto solo nelle pagine di un libro di patologia, nella pellicola di Lynch o nella pi\u00e8ce teatrale che ne porta il nome. Eppure proprio la pi\u00f9 preziosa delle testimonianze, l\u2019unica voce &#8211; quella di Merrick, appunto &#8211; che potrebbe sciogliere il mistero di una vita tormentata e straordinaria, tace, e ci costringe ad inseguirne il significato ora nelle pagine lasciate da Treves in cui si alternano considerazioni scientifiche e slanci umanitari, ora nei lavori teatrali e cinematografici che hanno cercato di interpretarlo. La sofferenza della creatura di Frankenstein e di Dracula, l\u2019ambiguit\u00e0 di Jekyll &amp; Hyde, la storia di Gwynplaine appartengono a tutti coloro che abbiano lette, viste e amate le avventure di questi mostri. La sofferenza, l\u2019ambiguit\u00e0 e la storia di John Merrick, l\u2019Uomo elefante, sono appartenute soltanto a lui.<br \/>\nSe la sua esistenza \u00e8 stata vissuta in una continua rappresentazione della diversit\u00e0, prima nei baracconi maleodoranti dei freak show, quindi nelle aule di medicina, la sua morte non ha significato una liberazione da questo destino. Il film, il dramma, i saggi e le biografie a lui dedicate continuano a ostentarlo come una sacra reliquia, e questa attenzione, nel suo aspetto pi\u00f9 specioso, \u00e8 culminata nella morbosit\u00e0 di una consistente offerta &#8211; dignitosamente rifiutata &#8211; fatta da Michael Jackson per ottenere il corpo di Merrick dalla Royal Society.<br \/>\nAnche noi, scrivendo questo articolo, sottoponiamo l\u2019Uomo elefante alla ribalta di una nuova esibizione in cui l\u2019unico punto di riferimento possibile non \u00e8 la sua vita, ma sono le rappresentazioni che di essa sono state date, a partire dalla pi\u00f9 celebre\u00a0: l\u2019Elephant man (1980) di David Lynch.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>L\u2019Elephant man di David Lynch<br \/>\n<\/strong>Quando nel 1977 Stuart Cornfeld, un produttore cinematografico, telefon\u00f2 a David Lynch per complimentarsi dell\u2019originalit\u00e0 del suo primo lungometraggio intitolato Eraserhead (Eraserhead. La mente che cancella, 1976), chiedendogli a che progetto stesse lavorando in quei giorni si sent\u00ec rispondere: &#8220;aggiusto tetti. L\u2019accoglienza al film non \u00e8 stata molto positiva e non ho ricevuto altre proposte&#8221;. Era il principio di un sodalizio che spinse Cornfeld ad aiutare Lynch a trovare nuove possibilit\u00e0. Intanto il cineasta cominciava a farsi un nome fra gli appassionati di midnight movie. Una formula gi\u00e0 conosciuta e rilanciata dal distributore Ben Barenholtz la cui strategia di mercato era di proiettare film eccentrici e particolari agli spettacoli notturni lasciando loro il tempo di diventare una sorta di rito collettivo. Eraserhead era strano quanto bastava allo scopo di Barenholtz tanto che il motto di chi ne aveva fatto esperienza era &#8220;I saw it&#8221; (&#8220;l\u2019ho visto&#8221;). Il film pi\u00f9 che una normale struttura narrativa, seguiva le suggestioni di un incubo in un bianco e nero evocativo del cinema dei primordi e raffigurava un mondo interiore di orrore ed inquietudine che fece subito pensare a Lynch quando una sceneggiatura sulla vita dell\u2019Uomo elefante, firmata da Christopher De Vore ed Eric Bergren e acquistata da Jonathan Sanger, fin\u00ec sulla scrivania di Cornfeld. Ma la caccia a una casa di produzione disponibile al progetto sarebbe risultata per un certo periodo infruttuosa, almeno fino a quando Cornfeld non propose l\u2019idea a un personaggio apparentemente incongruo con la nostra storia: Mel Brooks, il regista e interprete di numerose parodie comiche nonch\u00e9 fresco fondatore della Brooksfilm. Dopo che questi ebbe visto Eraserhead, Lynch e Cornfeld temevano una sua reazione negativa, ma tutto quello che il comico, incantato dalla visionariet\u00e0 del film, riusc\u00ec a dire a Lynch fu: &#8220;sei pazzo, ma ti adoro&#8221;, apostrofandolo con quella definizione di &#8220;un James Stewart venuto da Marte&#8221; che lo avrebbe accompagnato a lungo nella sua carriera. Cos\u00ec Lynch si trovava a lavorare per la prima volta con una produzione dalla risorse ragguardevoli, fuori dal suo paese e su un soggetto che non era stato sviluppato interamente da lui. L\u2019operazione era tanto pi\u00f9 delicata se si considera che al declinare degli anni \u201970 la vita di John Merrick era un argomento alla moda. Nel 1978 il critico Leslie Fiedler gli aveva dedicato alcune pagine toccanti nel suo saggio sui freak. Accanto ad esse si collocavano le opere di Ashley Montagu e Frederick Drimmer, una biografia scritta da Michael Howell e Peter Ford, oltre all\u2019opera teatrale di Bernard Pomerance interpretata da David Bowie con cui la troupe del film fin\u00ec col percepire un particolare antagonismo. In realt\u00e0 il film e il dramma non avevano altro in comune se non il titolo e le fonti da cui trarre ispirazione, perch\u00e9 per il resto, a partire dalle scelte stilistiche fino ad arrivare al mezzo espressivo, tutto era diverso. Tanto da suggerire a Bruce Kawin, acuto critico di Film Quarterly, uno stimolante paragone.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">\u00abLa scelta pi\u00f9 rilevante compiuta da Pomerance \u00e8 stata di non dare un ruolo centrale al make-up dell\u2019Uomo elefante. Al contrario quest\u2019ultimo \u00e8 interpretato da un &#8220;normale&#8221; attore che adatta postura e portamento mentre agli spettatori sono mostrate fotografie originali di Merrick. La platea, quindi, \u00e8 continuamente costretta a ricordare che Merrick \u00e8 grottescamente deforme, mentre contempla l\u2019evidenza che \u00e8 un essere meraviglioso. Il compito dell\u2019attore \u00e8 di alludere ai suoi handicap fisici e al contempo di manifestarne l\u2019intelligenza e la sensibilit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>Lo sguardo degli altri<br \/>\n<\/strong>Il critico americano osserva poco oltre che Lynch compie una scelta pressoch\u00e9 antitetica a quella di Pomerance. Nel film la deformit\u00e0 dell\u2019Uomo elefante sar\u00e0 ricostruita attraverso un <i>make-up<\/i> raffinato e sapiente ideato da Cristopher Tucker che costringer\u00e0 John Hurt, l\u2019attore che interpreta il ruolo di Merrick, a sette ore di seduta giornaliera in sala trucco. Inevitabilmente, scrive Kawin, il cinema non si pu\u00f2 permettere una scelta cos\u00ec &#8220;intima&#8221; come quella di separare l\u2019apparenza e l\u2019interiorit\u00e0 dell\u2019Uomo elefante. \u00ab[&#8230;]il teatro come la letteratura incoraggia il suo pubblico a crearsi un\u2019immagine partendo da un mondo concettuale laddove un film, presentando un mondo visivo, incoraggia lo spettatore a interiorizzare quelle immagini in concetti, emozioni e metafore celate in quanto si \u00e8 visto\u00bb. Osservazioni non dissimili saranno espresse da un altro critico, Gerard Courant, in un paragone che non riguarder\u00e0 pi\u00f9 una rappresentazione teatrale, ma il gi\u00e0 citato Eraserhead. Scrive Courant che Lynch \u00ab\u00e8 riuscito in ci\u00f2 che pochi cineasti avevano tentato prima di lui: fare del suo secondo film (Elephant man) il contrario del primo (Eraserhead). [&#8230;] in Elephant man, l\u2019orrore si \u00e8 spostato, quasi normalizzato. Il film non mostra pi\u00f9 l\u2019interno (del cervello) del protagonista [Courant si riferisce agli incubi che popolano Eraserhead], ma lo sguardo che gli altri portano su quest\u2019uomo &#8220;dalla testa di elefante&#8221;\u00bb. Molti notarono inoltre che se Eraserhead era un film underground, Elephant man adottava scelte narrative di un rigore classico al punto da far dire che l\u2019unico elemento di continuit\u00e0 fra le due opere era rappresentato dall\u2019utilizzo del bianco e nero. Non si deve per questo attribuire troppa importanza al fatto che Lynch potesse essere influenzato da fattori esterni nella sua prima produzione non del tutto autonoma, o dal fatto che avesse ereditato una sceneggiatura non elaborata da lui. Pare che Mel Brooks abbia lasciato una certa libert\u00e0 al giovane regista e, soprattutto, che il copione di De Vore e Bergren sia stato ampiamente rimaneggiato dall\u2019intervento di Lynch. Infatti per quanto egli avesse espresso un parere positivo sulla sceneggiatura questa, a suo dire, manteneva un rapporto troppo diretto con la vera storia di Merrick, perdendo cos\u00ec, di afflato drammatico e narrativo. Paradossalmente la vita dell\u2019Uomo elefante interessava al cinema, ma per poter essere rappresentata doveva essere spettacolarizzata, o, quanto meno, modificata. Anche il film di Lynch, inevitabilmente e consapevolmente, diventer\u00e0 allora un freak show. E come tutti i freak show avr\u00e0 bisogno di un prologo e di una vicenda movimentata ed avvincente.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>Le nostre paure, la paura del freak<br \/>\n<\/strong>Scorgiamo sullo schermo gli occhi enormi di una donna ritratta in una fotografia che capiremo essere della madre di Merrick, e udiamo la melodia di un carillon. Si sovrappongono le sequenze deformate di una marcia di elefanti di cui \u00e8 ingrandita la grinzosit\u00e0 della pelle, la donna ora \u00e8 riversa a terra e urla terrorizzata scuotendo la testa, quindi sentiamo il pianto di un bambino accompagnato dalla visione di un piccolo fungo di fumo bianco. La convinzione che la forza immaginativa, in seguito a uno choc subito dalla madre nell\u2019atto del concepimento o durante la gravidanza, potesse provocare un parto abnorme che riproducesse le caratteristiche dell\u2019elemento traumatizzante, aveva origini antiche e, come sentiremo dalle parole dell\u2019imbonitore e padrone di Merrick, era ancora ben radicata nell\u2019Ottocento vittoriano. Dopo ci\u00f2 vediamo il dottor Frederick Treves, interpretato da un giovane Anthony Hopkins, aggirarsi per i baracconi di una fiera popolare alla ricerca dell\u2019attrazione principale: l\u2019Uomo elefante. Pur non riuscendovi subito a causa dell\u2019intervento della polizia, ottiene da Bytes, il sordido &#8220;impresario&#8221; di Merrick, di avere una visione privata del suo &#8220;protetto&#8221;. Lo spettatore non ha modo n\u00e9 ora, n\u00e9 per buona parte del film, di vedere direttamente Merrick, ma coglie la reazione di chi lo osserva, in questo caso Treves, i cui occhi si riempiono silenziosamente di lacrime. Il medico ha il permesso di Bytes di visitare il malato in clinica, dove viene presentato in un nuovo tipo di freak show: un convegno di patologi. Qui, attraverso una tenda scorgiamo come un\u2019ombra cinese la sagoma del suo corpo martoriato dalla neurofibromatosi multipla, tumore dei nervi periferici del cranio e della pelle. Treves scoprir\u00e0 poi che Bytes maltratta brutalmente Merrick e glielo sottrarr\u00e0 per ricoverarlo in ospedale dove gli viene assegnata una camera personale. Una giovane infermiera viene incaricata di portargli il pranzo e seguiamo con ansia il suo avvicinamento alla porta chiusa, posta all\u2019ultimo piano dell\u2019ospedale. In una sequenza che sfrutta tutti i canoni del cinema horror ci aspettiamo che finalmente venga rivelato l\u2019aspetto di Merrick e in effetti l\u2019attesa sar\u00e0 soddisfatta, ma all\u2019urlo di terrore dell\u2019infermiera si accompagner\u00e0 anche lo spavento dell\u2019Uomo elefante. Lo spettatore vede cos\u00ec \u00abche questo mostro che deve fargli paura, ha paura a sua volta. \u00c8 in questo momento che Lynch libera lo spettatore dalla trappola che gli ha teso fin dall\u2019inizio [&#8230;], come se egli dicesse: non sei tu che conti, \u00e8 lui, l\u2019Uomo elefante; non \u00e8 la tua paura ad interessarmi, \u00e8 la sua; non \u00e8 la tua paura di aver paura che voglio manipolare, \u00e8 la sua paura di far paura, la paura che egli ha di vedersi nello sguardo dell\u2019altro\u00bb.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>Lo spettacolo continua<br \/>\n<\/strong>Per convincere il direttore dell\u2019ospedale della sensibilit\u00e0 del suo paziente e quindi della necessit\u00e0 della sua permanenza in ospedale, Treves gli fa imparare alcune frasi di circostanza ed una citazione biblica che Merrick per\u00f2 ripeter\u00e0 meccanicamente. Ma una volta svelato l\u2019espediente ed usciti dalla stanza, i due uomini sono sorpresi dal fatto che Merrick continui la citazione oltre quanto gli era stato insegnato, e pi\u00f9 precisamente con il salmo del buon pastore, le cui parole, in quest\u2019occasione, inducono a un sorriso di amara ironia e ad un moto di commozione (&#8220;Il Signore \u00e8 il mio pastore:\/ non manco di nulla;\/ su pascoli erbosi mi fa riposare,\/ ad acque tranquille mi conduce&#8230;Se dovessi camminare per una valle oscura,\/ non temerei alcun male, perch\u00e9 tu sei con me&#8221;). L\u2019Uomo elefante finir\u00e0 col fare breccia non solo negli affetti del personale ospedaliero, che lo accoglier\u00e0 stabilmente, ma nell\u2019immaginario di tutta l\u2019alta societ\u00e0 vittoriana, il cui ultimo vezzo sar\u00e0 quello di recargli visita. Merrick, che certamente ha migliorato la sua condizione, non abbandona per\u00f2 il ruolo di fenomeno da esibire. Al suo capezzale si alternano ora la principessa Alessandra, una celebre attrice dell\u2019epoca, Madge Kendal, con cui scambier\u00e0 alcune battute tratte da Romeo e Giulietta, e la moglie stessa del dottor Treves, commossa dalla sensibilit\u00e0 da lui dimostrata. In tutti questi incontri, sia attraverso i &#8220;volti di reazione&#8221; &#8211; come scrive Chion nella sua monografia &#8211; sia attraverso la tecnica della dissolvenza in nero, anche lo spettatore viene invitato ad esprimere la sua reazione. O meglio, la sua commozione. Cos\u00ec Lynch stacca sulla sorpresa di Merrick quando la Kendal gli dice che lui ha la natura di un Romeo, o addirittura dissolve l\u2019immagine quando Anne Treves, durante il suo colloquio con Merrick, scoppia in lacrime e questi offre a lei, e simbolicamente alla platea, un fazzoletto, sussurrando dolcemente &#8220;prego&#8221;. Le dissolvenze, questi &#8220;angoli bui in cui singhiozzare&#8221;, come le definisce Chion, non sono solo gli stratagemmi di uno dei film pi\u00f9 efficacemente strappalacrime della storia del cinema, ma anche un breve spazio in cui far riflettere lo spettatore, perch\u00e9 se in definitiva tutta l\u2019esistenza di Merrick e molte sequenze del film si sono svolte alle luci di una ribalta, non importa che sia quella polverosa di una fiera o quella asettica di una conferenza medica, Lynch non dimentica che anche quella che sta mostrando ora \u00e8 una nuova rappresentazione, un\u2019inedita ribalta per Merrick stesso. Lo sguardo dello spettatore deve cos\u00ec necessariamente affiancare quello dei curiosi, dei medici e quelli dell\u2019alta societ\u00e0 vittoriana.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>I colpi di mano della gente<br \/>\n<\/strong>Il film a questo punto parrebbe arenarsi nelle secche di un\u2019acquisita serenit\u00e0, ma Lynch, per uscirne, inventa l\u2019episodio dickensiano del guardiano dell\u2019ospedale. Questi, rendendosi conto del profitto che potrebbe ricavare facendo da anfitrione alla suburra londinese desiderosa di vedere l\u2019ormai celebre fenomeno, incomincia ad organizzare delle visite notturne che si tingono anche di un sottofondo erotico. Merrick vivr\u00e0 cos\u00ec un\u2019esistenza assolutamente duplice e speculare. Da una parte i giorni scanditi dalle visite della haute bourgeoisie vittoriana, dall\u2019altra le notti che lo riportano all\u2019umiliazione delle sue esperienze precedenti. In una di queste notti Merrick verr\u00e0 rapito dal redivivo Bytes e portato fuori dall\u2019Inghilterra, ad esibirsi in una fiera di Ostenda, dove trattato senza piet\u00e0 verr\u00e0 liberato da altri fenomeni da baraccone in una congiura dei diversi che rende omaggio al vecchio film Freaks di Tod Browning. Ritornato alla stazione di Londra sar\u00e0 importunato da un bambino che gli chiede insistentemente il motivo per cui si nasconde sotto il suo inquietante copricapo di sacco. L\u2019Uomo elefante cerca di scappare in una sequenza angosciante la cui tensione \u00e8 esasperata dal frastuono e dal sibilo dei treni, culminando nel momento in cui, nel suo tentativo di fuga, travolge involontariamente una bambina. Una piccola folla si mette allora ad inseguirlo smascherandolo e costringendolo nei bagni della stazione, dove Merrick, nell\u2019unico momento di disperazione che si conceder\u00e0 geme : &#8220;I\u2019m not an elephant ! I\u2019m not an animal ! I\u2019m an human being&#8230;&#8221; (&#8220;Non sono un elefante! Non sono un animale! Sono un essere umano&#8230;&#8221;) La polizia accorre identificandolo e riportandolo in ospedale. Successivamente, per festeggiare il suo ritorno, Treves accompagner\u00e0 Merrick a teatro dov\u2019\u00e8 di scena una pantomima del Gatto con gli stivali in cui recita anche la Kendal. Come scrive Kawin questo &#8220;\u00e8 l\u2019unico momento in cui Elephant man offre una visione soggettiva ed oggettiva insieme, la visione della rappresentazione che ha lo spettatore e quella che ne ha Merrick si sovrappongono&#8221;. Quasi a dire che il solo modo in cui possiamo fare nostra la sua prospettiva \u00e8 offerto dall\u2019esperienza fantastica del teatro e, quindi, del cinema. Alla fine della rappresentazione la Kendal inviter\u00e0 la platea a dedicare un applauso all\u2019ospite d\u2019onore. Per la terza volta nel film, come in una singolare via crucis, si dovr\u00e0 alzare, anche se ora non gli si chiede di farlo in veste di freak da baraccone, n\u00e9 in un consesso medico, ma per ricevere un omaggio che tuttavia non pu\u00f2 che avvenire nel ristretto spazio di una finzione dove il suo volto deturpato \u00e8 accettabile come quello di una maschera. Fatto ritorno a casa e terminata la ricostruzione della cattedrale di San Filippo &#8211; una rielaborazione ideale, in realt\u00e0, perch\u00e9 la vista della chiesa gli \u00e8 in gran parte ostruita dagli edifici circostanti &#8211; Merrick si sdraia in una posizione per lui fatale, togliendo i cuscini che lo costringono a dormire seduto per evitare che la voluminosa massa del suo cranio renda difficoltosa la respirazione fino al soffocamento. I critici si sono dibattuti sul significato di questo gesto e l\u2019ineffabile Kawin lo collega giustamente a quell\u2019ovazione tributatagli in teatro a mo\u2019 di apoteosi.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">\u00abLa platea applaude. A Merrick viene richiesto di alzarsi e ci\u00f2 significa che \u00e8 ancora una volta &#8220;in scena&#8221;. Quando si alza il pubblico gli concede una <i>standing ovation<\/i>. Questo potrebbe essere interpretato in due modi e voi dovrete scegliere fra essi (ricordando che ci\u00f2 condizioner\u00e0 il senso del conseguente suicidio di Merrick [&#8230;]). Se cio\u00e8 egli si tolga la vita perch\u00e9 comprende che non potr\u00e0 mai fare interamente parte di un pubblico &#8211; dell\u2019umanit\u00e0 stessa -, ma che costituir\u00e0 sempre e comunque lo spettacolo, oppure perch\u00e9 questo pubblico, applaudendolo calorosamente, piuttosto che sbalordirsi e urlare alla sua vista, rappresenta un buon pubblico e riconosce il suo valore\u00bb.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>La morte su un morbido cuscino<br \/>\n<\/strong>Il suo gesto estremo non somiglia tuttavia alla scelta prometeica di lasciarsi morire eroicamente e sdegnosamente che contraddistingue altri personaggi come Quasimodo e Gwynplaine. Merrick non toglie i cuscini perch\u00e9 vuole suicidarsi, ma per dormire come fanno tutti malgrado questo rappresenti la morte. Se prestiamo ascolto alle testimonianze dirette di chi lo conobbe, tutta l\u2019esistenza di Merrick dal momento in cui venne accolto nelle protettive mura dell\u2019ospedale non rappresenta pi\u00f9 il destino di un reietto, ma la condizione di un malato rassegnato eppure insofferente del suo incolmabile distacco dalla normalit\u00e0. Un resoconto efficace, pur nel suo perbenismo di maniera, ce lo offre F. C. Carr Gomm, il direttore dell\u2019ospedale in cui era ricoverato Merrick, in una sua lettera pubblicata sul &#8220;Times&#8221;.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">\u00abQui, dunque, il povero Merrick pot\u00e9 trascorrere gli anni rimanenti della propria vita nella solitudine e nel conforto. Le autorit\u00e0 ospedaliere, il personale medico, il cappellano, le suore e gli infermieri si unirono per alleviare il pi\u00f9 possibile la miseria della sua esistenza, ed egli impar\u00f2 a chiamare la propria camera &#8230; la sua casa. Ricevette inoltre molte visite gentili, tra le quali quelle delle pi\u00f9 alte personalit\u00e0 del paese &#8230; era un vorace lettore e veniva abbondantemente fornito di libri; per la cortesia di una signora, uno degli ornamenti pi\u00f9 luminosi della professione teatrale gli fu anche insegnato a intrecciare panieri e pi\u00f9 di una volta fu portato a vedere commedie, alle quali assisteva nascosto in un palco privato. Trasse grande beneficio dagli insegnamenti religiosi del nostro cappellano &#8230; e nell\u2019ultima conversazione che ebbe con lui gli espresse la propria profonda gratitudine per &#8230; la misericordia di Dio nel portarlo in questo luogo. Ogni anno molto si rallegrava delle sei settimane di vacanza che trascorreva in un tranquillo <i>cottage<\/i> di campagna, ma al ritorno era sempre lieto di ritrovarsi &#8220;a casa&#8221;. Nonostante tutte queste soddisfazioni era un uomo sereno e alla buona , assai grato per ci\u00f2 che si faceva per lui e pronto ad accettare le restrizioni che si rendevano necessarie\u00bb.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Una vita quieta, dunque, rallegrata dalle visite degli amici, connotata dall\u2019abitudine borghese della villeggiatura estiva e da quella tranquilla regolarit\u00e0 che aveva costretto Lynch a lavorare di fantasia in sede di sceneggiatura per movimentare il film. Non ebbe bisogno invece di idee particolarmente fuorvianti per il finale. Quella morte cos\u00ec poeticamente nipponica non \u00e8 frutto del lavoro del regista ma costituisce l\u2019episodio culminante della vita di Merrick, come testimonia Treves nelle sue memorie.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">\u00abCirca sei mesi dopo il suo ritorno dalla campagna, Merrick fu trovato morto nel proprio letto. Accade nell\u2019aprile 1890. Giaceva supino come se stesse dormendo ed era evidentemente morto all\u2019improvviso e senza soffrire, non essendo in disordine neppure il copriletto. Il suo modo di morire fu singolare. Aveva la testa talmente grossa e pesante che non poteva dormire sdraiato. Quando si metteva in posizione distesa, il suo cranio enorme tendeva a cadere indietro, causando non poche sofferenze. La posizione che era quindi costretto ad assumere quando dormiva era assai curiosa. Stava seduto sul letto, con la schiena sorretta da una pila di cuscini, le ginocchia alzate e le braccia allacciate intorno alle gambe, mentre la testa riposava sulla punta delle ginocchia piegate. Mi diceva spesso che avrebbe voluto poter sdraiarsi per poter dormire &#8220;come gli altri&#8221;. Penso che quell\u2019ultima notte abbia voluto, con una certa determinazione, fare questo esperimento. Il cuscino era molle e la testa, quando vi si era appoggiata sopra doveva essersi piegata indietro provocando la rottura dell\u2019osso del collo. La sua morte fu insomma dovuta al desiderio che aveva dominato tutta la sua vita, l\u2019aspirazione patetica ma irrealizzabile ad essere &#8220;come gli altri&#8221;\u00bb<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>Essere come tutti<br \/>\n<\/strong>Lynch ha rispettato questa aspirazione alla normalit\u00e0 e la sua scelta, alla fine di un ventennio che della diversit\u00e0 aveva fatto un vessillo e che aveva definito la propria cultura come &#8220;freak&#8221;, gli cost\u00f2 non poche critiche. Fra le recensioni italiane da noi passate in rassegna la pi\u00f9 severa in questo senso \u00e8 sicuramente quella di Emanuela Martini, apparsa su &#8220;Cineforum&#8221; del maggio \u201981. La Martini rimprovera a Lynch di aver ricomposto &#8220;in una dimensione di pietismo mistico una storia che pietosa non \u00e8 e che poteva essere risolta semmai, nel senso di una dolorosa e rabbiosa autoaffermazione&#8221;. Continua sostenendo che \u00abcerto, il vero, disgraziatissimo John Merrick aveva tutte le ragioni per volere a tutti i costi essere accettato dall\u2019universo di ipocrita raffinatezza che lo aveva sfiorato; ma dal John Merrick della finzione filmica ci saremmo aspettati un po\u2019 pi\u00f9 di combattivit\u00e0, pi\u00f9 domande, rifiuti, amarezza e dolore pari a quelli che il vero Uomo elefante deve aver provato\u00bb. Queste parole non sono toccate dall\u2019idea che proprio l\u2019aspetto pi\u00f9 nuovo di tutto il film potesse essere la normalit\u00e0 e la remissivit\u00e0 del suo eroe. Per lungo tempo l\u2019arte aveva adottato la figura del &#8220;diverso&#8221; come emblema delle classi sociali disagiate, di una difficile condizione esistenziale o della marginalit\u00e0 stessa dell\u2019artista dando un\u2019accezione eroica a quello che la Martini, in vertiginosa successione, chiama &#8220;il coraggio della differenza&#8221;, &#8220;lo snobismo solitario&#8221;, &#8220;la follia altezzosa&#8221; e dimenticando che nella diversit\u00e0 non esiste solo il coraggio, ma anche la paura e che nella solitudine, oltre all\u2019orgoglio, si manifesta sempre un legittimo desiderio di sincera appartenenza a un gruppo. Chion fa giustamente notare che se vi sono alcune sequenze in cui l\u2019ansia di normalit\u00e0 di Merrick deborda nel ridicolo &#8211; quando, ad esempio, vestito per la prima volta con abiti &#8220;da gentiluomo&#8221;, si pavoneggia come un <i>dandy<\/i> in un\u2019immaginaria conversazione &#8211; \u00e8 altrettanto vero che questa aspirazione \u00e8 tanto profonda quanto drammatica. Non dimentichiamo che il suo unico momento di rivolta sar\u00e0 proprio per invocare uguaglianza con gli altri essere umani. &#8220;Ed \u00e8 forse questo ad aver dato fastidio: il non-rispetto di una tradizione, in fin dei conti contestabile, che rifiuta al diverso il diritto all\u2019anonimato della normalit\u00e0&#8221;. Una normalit\u00e0 che naturalmente non si limitava agli atti umili e quotidiani, tanto notevoli agli occhi di Merrick proprio perch\u00e9 a lui negati, come prendere il t\u00e8 e dormire come tutti, ma che naturalmente si estendeva a questioni pi\u00f9 vitali, come il suo bisogno di avere accanto una donna, che per\u00f2 non sarebbe mai stato veramente soddisfatto. Molte andranno a rendergli visita e gli concederanno il proprio affetto, ma nessuna fra queste pot\u00e9 mai esser quella &#8220;donna idealmente cieca su cui amava fantasticare&#8221; e Treves testimonia che &#8220;la sua deformit\u00e0 fisica aveva lasciati intatti gli istinti e le sensazioni dei suoi anni&#8221;. In The Transaction of the Pathological Society of London il medico annotava poi come fosse singolare, in un soggetto devastato dalla malattia nell\u2019ottanta per cento del suo corpo, &#8220;che la pelle del pene e dello scroto fosse normale sotto ogni aspetto&#8221;.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>Tra l\u2019uomo e l\u2019animale e il Dio Ganesha<br \/>\n<\/strong>Treves avrebbe poi spiegato che, per gli stessi motivi per cui Merrick suscitava una singolare attrazione, provocava una repulsione altrettanto indomabile. Il segreto di questa ambiguit\u00e0 era gi\u00e0 svelato dall\u2019insegna che reclamizzava lo spettacolo cui si poteva assistere per l\u2019economica spesa di due pence. \u00abUna rozza immagine raffigur[ante] una spaventosa creatura che sarebbe stata possibile solo in un incubo. Era la figura di un uomo con le caratteristiche di un elefante. La metamorfosi non era molto avanzata. C\u2019era ancora pi\u00f9 dell\u2019uomo che della bestia. Questo fatto &#8211; che fosse ancora umana &#8211; era l\u2019attributo pi\u00f9 repellente della creatura. Non c\u2019era nulla in essa della miseria del malformato o del deforme, n\u00e9 del grottesco del freak, ma solo la disgustosa insinuazione di un uomo mutato in animale\u00bb. Fiedler commenta le considerazioni del medico accostando un\u2019altra immagine, non appartenente alla cultura occidentale, accanto a quella di Merrick, e cio\u00e8 l\u2019icona di Ganesha, la divinit\u00e0 ind\u00f9 saggia e sorridente dalla testa di elefante, la cui nascita viene anch\u2019essa spiegata secondo &#8220;l\u2019impressione&#8221;, poich\u00e9 i suoi divini genitori lo concepirono assistendo all\u2019accoppiamento fra due pachidermi. Quando il critico americano si baloccava con queste considerazioni la realizzazione del film era ancora da venire e quindi non poteva prevedere le reazioni di protesta, motivate da uno scandalo religioso, che alla sua uscita avrebbe suscitato in India e che a tutt\u2019oggi ne ostacolano la regolare distribuzione in quel paese. Secondo quanto scrive nel suo Bombay Duck F. Dhondy, un romanziere anglo-indiano, per la cultura ind\u00f9 non \u00e8 possibile tollerare la contaminazione dell\u2019immagine sacra con quella di un uomo affetto da una dolorosa malattia. Ma quella qui dimostrata \u00e8 solo una delle possibili manifestazioni di censura operate nei confronti dell\u2019Uomo elefante. Se l\u2019elemento di oltraggio per la cultura indiana era stato determinato dall\u2019accostamento con un dio dalla testa di pachiderma &#8211; una divinit\u00e0 gi\u00e0 di per s\u00e9 inconcepibile per un occidentale &#8211; ci domandiamo allora quale possa essere lo scandalo suscitato da Merrick nella cultura vittoriana. Probabilmente Treves non era andato lontano dall\u2019indovinarlo parlando di un\u2019indefinibile animalit\u00e0 che si innestava su un corpo umano, non abdicando n\u00e9 all\u2019una, n\u00e9 all\u2019altra condizione, ma confondendole inestricabilmente.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>Jekyll e Hyde<br \/>\n<\/strong>Se per Fiedler le foto di Merrick rimandavano inevitabilmente al dio Ganesha, per noi la bestiale umanit\u00e0 dell\u2019Uomo elefante porta ad un altro protagonista della temperie vittoriana: al Mister Hyde di Stevenson. Quando Enfield parla ad Utterson del suo aspetto lo fa in questi termini: \u00abNon \u00e8 facile da descrivere. C\u2019\u00e8 qualcosa che non va, nel suo aspetto; qualcosa di spiacevole, qualcosa di senz\u2019altro detestabile. Non ho mai visto un uomo che mi repugnasse tanto, ma non saprei dire veramente perch\u00e9. Dev\u2019essere deforme, in qualche modo; d\u00e0 una forte impressione di deformit\u00e0, bench\u00e9 non si riesca, poi, a mettere il dito su niente di preciso. La stranezza sta nell\u2019insieme, pi\u00f9 che nei particolari\u00bb. Il lettore accorto non ha esitazioni nel riconoscere nel ritratto offerto dal gentiluomo inglese quello stesso Marchio della Bestia di cui parlava anche Treves. Per sottolineare la contiguit\u00e0 fra Hyde e Merrick, Lynch trasse dal romanzo un episodio quasi senza modificarlo. Enfield vede per la prima volta l\u2019alter ego di Jekyll quando questi, camminando di notte ad andatura sostenuta non si avvede di una bambina e la travolge, calpestandola. Una folla minacciosa lo circonda subito per pretendere giustizia. Sar\u00e0 pressoch\u00e9 identica la sequenza in cui Merrick, in fuga fra i binari della stazione, far\u00e0 cadere anch\u2019egli una bambina &#8211; ci dev\u2019essere una predisposizione delle piccole inglesi a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, oppure si tratta della stessa bambina abbattuta da Hyde -, verr\u00e0 a sua volta accerchiato, ma contrariamente ad Hyde dichiarer\u00e0 rabbiosamente, dolorosamente la sua natura umana. Stevenson scrisse il suo racconto nel 1885, mentre Merrick ancora si esibiva nelle fiere e si muoveva nascosto dal suo cappuccio negli slum londinesi. Hyde e l\u2019Uomo elefante sono quindi contemporanei e non \u00e8 difficile comprendere che se l\u2019abiezione dell\u2019uno era morale, quella dell\u2019altro era fisica. La natura corrotta di Hyde rivelava qualcosa che doveva rimanere celato agli occhi dell\u2019etica vittoriana cos\u00ec come il corpo devastato di Merrick, presentato in uno strip-tease progressivo ma impietosamente integrale, doveva essere a sua volta nascosto.<br \/>\nIl film di Lynch trae energia da quella stessa ambiguit\u00e0 che anima il racconto di Stevenson. L\u2019esistenza stessa di Merrick ci viene raccontata come nettamente divisa in due. Duplice, ci viene detto, \u00e8 la sua natura: umana e ferina. Due le condizioni sociali con cui viene a contatto, quella miserabile dei quartieri pi\u00f9 sordidi, della gente pi\u00f9 abbruttita, e quella della buona societ\u00e0, tanto disposta ad accoglierlo quanto solerte ad occultarlo. E soprattutto due saranno i suoi tutori. Primo, interpretato non senza grandezza da Freddie Jones, Bytes, laido ubriacone legato al mondo delle fiere e delle loro bizzarre attrazioni che proprio in epoca vittoriana, sotto l\u2019egida di un onnipotente positivismo, troveranno nuova collocazione nella teratologia, scienza incarnata da Frederick Treves. Questi due presentatori &#8211; tale \u00e8 la loro funzione &#8211; potrebbero costituire l\u2019inquietante binomio creato da Stevenson se gi\u00e0 questo non fosse tutto contenuto nel singolare rapporto che lega il medico alla sua &#8220;creatura&#8221;, e che sar\u00e0 per Treves il motivo di un profondo turbamento. &#8220;Sono buono o cattivo?&#8221;si chieder\u00e0 consapevole sia del fatto che Merrick gli deve tutto, sia del fatto che lui stesso gli \u00e8 debitore della sua fama di patologo. &#8220;Sono buono o cattivo?&#8221;<br \/>\nL\u2019ambiguit\u00e0 di John Merrick, come quella di Hyde, rivela inevitabilmente l\u2019ambiguit\u00e0 di chi la osserva.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Raccontare l\u2019esistenza di John Merrick, l\u2019Uomo elefante vissuto nella Londra vittoriana fra il 1862 e il 1890, \u00e8 una scommessa destinata al fallimento. 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