{"id":786,"date":"2009-11-04T17:07:40","date_gmt":"2009-11-04T17:07:40","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=786"},"modified":"2026-01-26T11:30:56","modified_gmt":"2026-01-26T10:30:56","slug":"il-punto-di-vista-della-creatura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=786","title":{"rendered":"Il punto di vista della creatura"},"content":{"rendered":"<p>di Alvise Anastasi<\/p>\n<p>Non si pu\u00f2 parlare di creativit\u00e0 senza considerare il rapporto tra creatore e creatura, senza prendere per una volta le parti della creatura, assumendone il punto di vista.<br \/>\nPartiamo<!--break--> da questa domanda: che cosa ferma la mano del pittore, che cosa lo induce a considerare il suo quadro come terminato? Una volta ho visto un filmato televisivo dedicato a Mir\u00f2 che mi ha molto colpito. Il pittore era gi\u00e0 anziano e lavorava ai suoi quadri nell&#8217;atelier. Si percepiva che questo luogo era qualcosa di sacro e Mir\u00f2 nel suo lavoro era concentratissimo; la sua azione, il suo dare qua e l\u00e0 delle pennellate, era scandita da altrettanti momenti in cui si fermava ad osservare il risultato. Qualche volta si staccava lentamente dal quadro e si sedeva su una sedia a dondolo per osservarlo con pi\u00f9 comodit\u00e0. Mi ha colpito questa devozione, questo enorme rispetto per l&#8217;opera. Mi \u00e8 apparso chiaro che l&#8217;artista \u00e8 solo uno dei momenti della creazione e non, come invece siamo abituati a considerare, il centro di tutto. Quello che l&#8217;artista pu\u00f2 fare \u00e8 di prepararsi a ricevere l&#8217;ispirazione, da un lato studiando e impadronendosi delle varie tecniche, dall&#8217;altro esponendosi alla vita, caricandosi di suggestioni ed idee. Ma l&#8217;atto creativo \u00e8 qualcosa di pi\u00f9, che supera il creatore e che lo lega molto profondamente al destino della sua creatura.<br \/>\nPicasso diceva: &#8220;Io non cerco, io trovo&#8221;. Sarebbe sbagliato considerare solamente il punto di vista dell&#8217;artista, della sua ricerca, del suo travaglio. L&#8217;atto creativo si aggrappa alla creatura, trae senso dall&#8217;oggetto creato. Picasso \u00e8 grande, pi\u00f9 grande di altri, non solo perch\u00e9 ha cercato ma soprattutto perch\u00e9 ha trovato. Molti artisti, anzi teoricamente tutti gli artisti, chi pi\u00f9 chi meno, cercano, sperimentano, si impratichiscono e si impadroniscono delle varie tecniche. Ma ci\u00f2 che fa la differenza \u00e8 che alcuni trovano ed altri invece rivisitano luoghi gi\u00e0 scoperti. Se la cosa pi\u00f9 importante fosse la tecnica, la dimensione del fare, allora anche il prodotto diventerebbe meno importante. Mir\u00f2 non si siederebbe ad ammirare un proprio quadro (se non forse per dire: &#8220;quanto sono stato bravo&#8221;) perch\u00e9 non ci sarebbe pi\u00f9 quel legame cos\u00ec profondo tra creatore e creatura.<br \/>\nEcco perch\u00e9 anche la creativit\u00e0 ha un limite che \u00e8 dato proprio dalla creatura. La creativit\u00e0 non deve essere intesa tanto come potenza, dominio sulle cose, capacit\u00e0 di trasformare gli eventi ma assume un pieno significato quando \u00e8 al servizio della creatura. Quando le necessit\u00e0 della creatura sono soddisfatte allora anche il creatore trova il riposo, il pittore smette di lavorare al quadro (per tornare alla domanda dalla quale siamo partiti), l&#8217;educatore si ferma ad ammirare il bambino che gioca. Se la creativit\u00e0 fosse solo potenza di produzione, capacit\u00e0 di controllare le cose, non avrebbe limite, non troverebbe riposo.<br \/>\nQuando il piccolo principe di Sant\u2019Exupery incontra l&#8217;uomo d&#8217;affari si stupisce che quest&#8217;uomo si illuda di accumulare ricchezze contando e ricontando le stelle, depositando il loro numero in banca e pensando cos\u00ec di possederle.<\/p>\n<p>&#8211; &#8220;Io,&#8221; disse il piccolo principe &#8220;possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. Perch\u00e9 spazzo il camino anche di quello spento. Non si sa mai. E&#8217; utile ai miei vulcani, ed \u00e8 utile al mio fiore che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle&#8230;&#8221; L&#8217;uomo d&#8217;affari apr\u00ec la bocca ma non trov\u00f2 niente da rispondere e il piccolo principe se ne and\u00f2.-<\/p>\n<p>Possedere non \u00e8 pi\u00f9 l&#8217;esercizio di un dominio ma un utilizzare-prendersi cura dell&#8217;oggetto (che \u00e8 il contrario della cultura dell&#8217;usa e getta o, forse ancor peggio, dell&#8217;abitudine di comprare oggetti che poi non useremo n\u00e9 mai ripareremo). Mir\u00f2 forse pu\u00f2 &#8220;dominare&#8221; la tecnica con la quale dipinge il quadro, ma non pu\u00f2 dominare il quadro, la sua opera d&#8217;arte, pi\u00f9 di quanto possa dominare se stesso. Ammirare il quadro nel suo farsi e portarlo a compimento non risponde alla logica del produttivismo, dell&#8217;accumulo senza limiti: il piccolo principe non potrebbe n\u00e9 vorrebbe possedere cento vulcani per lo stesso motivo per cui sarebbe impensabile un Mir\u00f2 che lavorasse freneticamente per sfornare ogni giorno cento quadri. Il creatore si prende cura della sua creatura ed \u00e8 per questo che l&#8217;atto creativo diventa pienamente tale quando \u00e8 anche un atto d&#8217;amore. Don Milani diceva che un uomo riesce realmente ad amare un numero limitato di persone (non pi\u00f9 di 300 o 400, che per me \u00e8 gi\u00e0 una stima da santo) e che bisogna incominciare dai prossimi, da chi ci sta vicino. L&#8217;atto creativo ha un termine, ha un limite, si esercita in uno spazio ben definito.<br \/>\nSpesso si parla di creativit\u00e0 come insieme di tecniche (vedi i libri ad uso dei manager) in vista di uno scopo, come se il risultato finale non contasse pi\u00f9 di tanto ma fosse importante il come ci si \u00e8 arrivati. Anche Hitler, da un punto di vista meramente tecnico, potrebbe essere considerato un artista, un geniale uomo di stato che \u00e8 riuscito a piegare la realt\u00e0 al suo volere e a creare il Terzo Reich. Ma se la creatura implica distruzione, genocidio e guerra \u00e8 evidente che, per quanto abbiamo utilizzato tecniche creative, ci siamo allontanati da una strada veramente creativa. Ogni atto creativo \u00e8 tale solo se si armonizza con la totalit\u00e0 della realt\u00e0.<br \/>\nL&#8217;articolo che abbiamo riportato dal Notiziario (n\u00b032 del settembre 1996) della Rete Radi\u00e9 Resch ci d\u00e0 tantissimi suggerimenti e siamo convinti che inserirlo all&#8217;interno di questa parte di HP dedicata alla creativit\u00e0 veramente allarga gli orizzonti, ci apre ad una comprensione pi\u00f9 profonda di quello che stiamo affrontando. L&#8217;articolo di Leonardo Boff pu\u00f2 ricordare ad ogni educatore di considerare il proprio lavoro come al servizio di uno spirito di vita, che travalica la dimensione della relazione educatore-educato per raggiungere una dimensione pi\u00f9 cosmica. La mistica quotidiana e molto concreta che Boff sta vivendo assieme ai poveri del suo paese, il Brasile, allarga la nostra consapevolezza e ci apre gli occhi su quello che \u00e8 il nostro ruolo nel mondo. L&#8217;uomo \u00e8 inserito come essere vivente in un grande essere vivente che gli indigeni chiamano Madre Terra, Pachamama. L&#8217;uomo \u00e8 creatura e creatore al tempo stesso ma, accecato dal mercato che vuole il profitto e l&#8217;accumulazione lineare crescente, sta diventando il distruttore della natura e il distruttore di se stesso. Solo se sapremo ritornare veramente creativi, ritrovando il limite alla nostra creativit\u00e0, potremo, come dice Boff, abitare la terra amandola, rispettandola, creatori e creature, fratelli e sorelle di tutti gli esseri viventi.<\/p>\n<p><strong>Pachamama, terra madre della liberazione<br \/>\n<\/strong>di Leonardo Boff, Monica Di Sisto<\/p>\n<p>La macchina di morte che stermina il genere umano \u00e8 il sistema neoliberale dello Stato minimo, della privatizzazione, che ha come effetto un&#8217;esclusione immensa, inimmaginabile. Secondo dati recenti della Banca mondiale la logica dell\u2019accumulazione lineare mondialmente integrata dal capitale esige ogni due giorni una Hiroshima-Nagasaki di vittime umane, cio\u00e8 180 mila morti per fame e per degrado. Una realt\u00e0 di genocidio continua, che sono loro, le stesse vittime, a denunciare e combattere. L&#8217;Argentina non mai avuto fame nella sua storia. E&#8217; il Paese con la pi\u00f9 imponente esportazione di carne nel mondo. Eppure oggi ci sono regioni in cui non ci sono n\u00e8 gatti n\u00e8 cani: se li sono mangiati tutti. In Brasile io ci vivo: 150 milioni di abitanti, un progetto sociale del governo per soli 80 milioni di persone, gli altri 70 milioni restano tagliati fuori, senza speranza.<br \/>\nCosa fa la chiesa? Ci sono i vescovi-autorit\u00e0 religiose, che stanno nei palazzi, in diocesi, nei loro spazi chiusi, sacrali, e ci sono vescovi che gridano, profeti inascoltati. La lotta ormai non \u00e8 pi\u00f9 lotta di liberazione, ma di sopravvivenza. La teologia della liberazione in questo contesto diventa teologia della vita, teologia che garantisce un pasto al giorno per tutti. Io e mio fratello Waldemar abbiamo messo in piedi a Petropolis, settanta chilometri da Rio de Janeiro, il S.E.O.P. &#8211; Servizio di educazione e organizzazione popolare. Tredici operatori per dodici favelas, millecinquecento bambini di strada che ogni giorno mangiano il grande minestrone comunitario e frutta, si incontrano, attivano contatti umani, iniziano un percorso di coscientizzazione. Alternative: la fame e la disperazione. Organizzare la zuppa \u00e8 un atto altamente evangelico, \u00e8 un atteggiamento pastorale, l&#8217;unico possibile nei confronti degli affamati. Perch\u00e9 mai come oggi la chiesa si deve chiedere come lavorare con gli esclusi, quelli che non hanno lavoro che non sanno come mangiare, dove vivere. Un dio di vita contro gli dei di morte. Un dio di vita che non passa per le curie, per quel Vaticano che \u00e8 solo un sistema di potere, interessato all\u2019autofinalizzazione della chiesa. Pochi si chiedono, in quei grandi palazzi romani, in funzione di chi esiste la chiesa, come se essa avesse in se stessa un fine.<\/p>\n<p><strong>Vecchio, stanco, mondo<br \/>\n<\/strong>La teologia della liberazione intende se stessa come parola seconda. La prima parola spetta alla pratica di liberazione contro l&#8217;oppressione, ogni volta concreta, degli indios, delle popolazioni negre, delle donne, dei &#8220;sem terra&#8221;, in America Latina come in Asia, in Africa. Al centro sta il processo reale di liberazione che i poveri, gli oppressi mettono in atto quando si organizzano. Quando i cristiani, sia come soggetto di questo processo che come alleati, come chiese, fanno una riflessione su questa pratica, nasce quella che chiamiamo teologia della liberazione. In questo senso sono convinto che sia una teologia sempre vivente, e che avr\u00e0 sempre futuro nella misura in cui ha futuro la lotta di resistenza e di liberazione dei cristiani contro l&#8217;oppressione concreta dei propri simili. Oggi, negli anni Novanta, la sfida principale \u00e8 la denuncia profetica e chiara dell\u2019immensa e sanguinaria esclusione che Paesi interi, classi sociali intere, milioni di persone patiscono.<br \/>\nLa seconda grande sfida \u00e8 quella ecologica, un tema su cui convergono sia il Nord che il Sud del Mondo perch\u00e9 il pericolo \u00e8 comune dell&#8217;umanit\u00e0 intera. Le chiese sono sempre state ostaggi di un certo antropocentrismo, di una certa lettura dei testi delle scritture che portavano a considerare l&#8217;essere umano al di sopra delle cose, e non insieme alle cose. Non ci si deve chiedere oggi che futuro ha la chiesa, o il cristianesimo, ma che futuro ha il pianeta terra, l&#8217;umanit\u00e0 e in che misura il cristianesimo pu\u00f2 aiutare a garantire questo futuro che non \u00e8 affatto scontato.<br \/>\nIl nuovo paradigma di benevolenza, di fratellanza, di convivenza con la natura \u00e8 l&#8217;insieme di sogni di atteggiamenti, di pratiche che fanno la persona umana, uomo e donna, esseri insieme ad altri esseri, una specie che non distrugge gli altri ma che condivide l&#8217;avventura planetaria e cosmica, e che si assume la sua responsabilit\u00e0 etica di essere l&#8217;angelo custode della natura e non il satana della natura. Il mercato vuole il profitto e l&#8217;accumulazione lineare crescente. Questa voracit\u00e0 porta alla distruzione delle risorse e pone in pericolo l&#8217;equilibrio fisico e chimico del pianeta Terra. Gi\u00e0 lo diceva Gandhi: &#8220;la terra pu\u00f2 alimentare tutte le persone, per\u00f2 non \u00e8 sufficiente per la voracit\u00e0 dei consumisti&#8221;. Abbiamo di fronte una rivoluzione culturale che deve far nascere un nuovo modello di societ\u00e0, una economia della sufficienza al posto di un\u2019economia della mera crescita dei beni e dei servizi.<\/p>\n<p><strong>Dagli indigeni un nuovo paradigma<br \/>\n<\/strong>Bisogna superare il tema &#8220;sviluppo sostenibile&#8221; che \u00e8 un discorso proprio dell\u2019ecocapitalismo, profondamente falso. Non bisogna infatti pi\u00f9 discutere di sviluppo sostenibile, ma di societ\u00e0 sostenibile, di pianeta sostenibile. Il primo infatti non ha superato ancora il paradigma della crescita infinita, che ha come presupposto una prima illusione &#8211; l\u2019inesauribilit\u00e0 delle risorse &#8211; e una seconda illusione, il fatto che si possa portare all&#8217;infinito questo modello di sviluppo, che invece non \u00e8 universale, n\u00e8 universalizzabile. Quello che \u00e8 sostenibile per le culture andine non lo \u00e8 altrove, perch\u00e9 nelle culture andine non c&#8217;\u00e8 questa idea di accumulazione lineare, ma c&#8217;\u00e8 una cultura della sufficienza per tutti, della condivisone, della socializzazione di tutti i beni, della soddisfazione delle esigenze collettive, ma non a scapito della natura. Gli indiani d\u2019America erano particolarmente ghiotti di fagioli rossi, che trovavano in grandi quantit\u00e0 nelle tane dei topi del deserto. Quando scovavano uno di questi rifugi ne tiravano fuori i fagioli rossi, ma ci lasciavano altre granaglie e alla fine pregavano l&#8217;amico topo di perdonarli e di accontentarsi del cambio. Una persona maya lavora cinquantatr\u00e9 giorni all&#8217;anno per alimentare una famiglia di cinque persone, e gli altri giorni condivide la vita della comunit\u00e0 nella costruzione di scuole, templi, e partecipa della gratuit\u00e0 della vita, delle feste, del teatro, della convivenza. Questa forma di organizzazione \u00e8 altamente umana, ha il diritto di essere rispettata e non assoggettata all&#8217;oppressione della politica mondiale.<br \/>\nLa disoccupazione strutturale causata dall&#8217;evoluzione tecnologica e dalla prescindibilit\u00e0 del lavoro umano dobbiamo salutarla come un processo irreversibile. L&#8217;ecologia mentale vuole rielaborare la tradizione della solidariet\u00e0 tra esseri viventi, della compassione come &#8220;sentire con&#8221; gli altri esseri, nella stessa origine, nello stesso destino, nella stessa avventura planetaria. E&#8217; trattare la terra non come un insieme di metalli, rocce, polvere e acqua, ma come la &#8220;pachamama&#8221;, la grande madre recuperando il discorso delle culture originarie alla luce del simbolo pi\u00f9 contemporaneo della terra come un superorganismo vivo, Gaia. Le persone umane sono dunque figli e figlie della terra, di questa terra che sente, che ama, e non sono semplicemente esseri che ci vivono castigati e aspirano all&#8217;altro mondo.<br \/>\nBisogna inoltre capire che la terra non \u00e8 sola nell&#8217;universo ma \u00e8 solo una particella nell\u2019universo pi\u00f9 ampio, solare, galattico. Il nostro corpo \u00e8 fatto di materiali che sono pi\u00f9 vecchi della terra e del sistema solare, sono elementi quasi infiniti che entrano nel corpo. Tutti i viventi, dall\u2019ameba originaria all\u2019uomo sapiens sono fratelli e sorelle, perch\u00e9 hanno lo stesso codice genetico, sono fatti con lo stesso sistema alfabetico della vita, e questa esperienza totale di comunione li deve aiutare a costruire il nuovo paradigma. E&#8217; un ritorno alla terra come patria, anzi la &#8220;matria&#8221; comune di Dio.<\/p>\n<p><small>Il Notiziario della Rete Radi\u00e8 Resch \u00e8 a cura del gruppo di Quarrata. Redazione: C.P. n\u00b0 87 -51039 Quarrata (PT), Tel. 0573\/72.297 -71.85.91- 71.71.79, fax 73.85.65. I contributi per la stampa vanno versati sul C.C.P. n\u00b011468519 intestato a Notiziario della Rete Radi\u00e8 Resch, Via Piave 22, 51039 Quarrata (PT).<\/small><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non si pu\u00f2 parlare di creativit\u00e0 senza considerare    il rapporto tra creatore e creatura, senza prendere per una volta le parti della creatura,    assumendone il punto di vista.     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