{"id":791,"date":"2009-11-04T17:07:41","date_gmt":"2009-11-04T17:07:41","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=791"},"modified":"2026-02-18T12:57:32","modified_gmt":"2026-02-18T11:57:32","slug":"professioni-affettive","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=791","title":{"rendered":"15. Professioni affettive"},"content":{"rendered":"<p>a cura di R. De Sanctis<\/p>\n<p>&#8220;Nelle lezioni del corso di formazione per assistente di base viene ripetutamente sottolineata la necessit\u00e0 di non essere emotivamente implicati.&#8221; Intervista a Paola Burnelli, assistente di base che lavora in una casa protetta che ospita degli anziani&#8221;.<!--break--><\/p>\n<p>P<strong>restare assistenza significa anche essere coinvolti in un rapporto non solo professionale con l\u2019altro?<\/strong><br \/>\nIo penso che il lavoro sociale sia per definizione un\u2019attivit\u00e0 di relazione in cui la professionalit\u00e0 non \u00e8 scindibile dalla personalit\u00e0 individuale: e una relazione determina necessariamente il coinvolgimento in dinamiche interpersonali alle quale ogni operatore d\u00e0 un\u2019impronta che risente del proprio carattere, attitudini, formazioni. Il rapporto con un altra persona non lascia mai indifferenti semplicemente perch\u00e9 la comunicazione \u00e8 un processo circolare: dunque non \u00e8 possibile non essere implicati. Si tratta poi di verificare il livello di autoconsapevolezza delle nostre risposte e di quelle che noi provochiamo perch\u00e9 all\u2019interno di queste c\u2019\u00e8 gran parte della professionalit\u00e0 dell\u2019assistente di base.<br \/>\nSto per\u00f2 dicendo cose che &#8220;per legge&#8221; non sono previste; anzi, nelle lezioni del corso di formazione per assistente di base viene ripetutamente sottolineata la necessit\u00e0 di non essere emotivamente implicati; e c\u2019\u00e8 una parte di verit\u00e0 in questo, nel senso che il risultato finale di un lavoro basato sulla risposta a bisogni anche emotivi deve essere una risposta professionale e non spontanea, istintiva. La differenza fra ci\u00f2 che viene richiesto &#8220;tout court&#8221; e ci\u00f2 che dovrebbe essere sta nel fatto che l\u2019implicazione deve poter essere elaborata; questo richiede una serie di strumenti (autovalutazione, analisi, confronto col gruppo di lavoro, possibilit\u00e0 di raccontare le proprie emozioni, anche quelle &#8220;moralmente riprovevoli&#8221;, affinch\u00e9 possano essere non rimosse ma liberate, conosciute e quindi gestite) che non sono previsti n\u00e9 nella formazione n\u00e9 nello svolgimento del lavoro di assistenza. Il profilo professionale di assistente di base, previsto da una Commissione nazionale e fatto proprio dalla regione Emilia-Romagna (delibera 1619\/90 e 3591\/92) identifica un operatore caratterizzato prevalentemente da un\u2019attivit\u00e0 pratica ed \u00e8 per questo che viene formato. Cito dalla dispensa &#8220;Lezioni di metodologia del lavoro sociale&#8221; del centro di formazione Galilei, comune di Bologna, corso per Assistente di base:<br \/>\n&#8220;L\u2019assistente di base \u00e8 solo con l\u2019utente e quindi pu\u00f2 essere coinvolto in dinamiche di relazioni spesso difficili da gestire e che possono sconvolgere il piano di lavoro e il progetto complessivo. Pertanto riemerge l\u2019importanza di seguire l\u2019iter procedurale (piano di lavoro) e i principi di etica professionale (&#8230;). Osservazione oggettiva senza correre il rischio di influenzare la valutazione con particolari aspetti del rapporto che si \u00e8 instaurato con l utente (simpatico, antipatico) e di dinamiche che si sono sviluppate nelle relazioni con l\u2019utente (&#8230;). La tecnica \u00e8 imparare a guardare ci\u00f2 che succede e a descriverla obiettivamente, i fatti e le condizioni&#8221;.<br \/>\nDel resto i requisiti per svolgere questo lavoro sono: scuola media inferiore e certificato di sana e robusta costituzione.<br \/>\nSo che la mia esperienza personale (psicoanalisi, ausiliario in un gruppo di psicodramma) d\u00e0 un impronta molto particolare al mio lavoro di assistente di base: ho conosciuto direttamente e in pratica il significato della comunicazione empatica; \u00e8 uno strumento che posso utilizzare e non una pura definizione teorica.<\/p>\n<p><strong>La dimensione affettiva che ruolo gioca nella realizzazione dei progetti?<\/strong><br \/>\nLa dimensione emotiva svolge un ruolo enorme nella realizzazione di progetti, specialmente se non viene attentamente elaborata. Il caso pi\u00f9 frequente \u00e8 la tendenza ad occuparsi &#8220;di pi\u00f9&#8221; (pi\u00f9 tempo, pi\u00f9 attenzione, pi\u00f9 risorse) di alcuni anziani a scapito degli altri. In un reparto protetto di 40-60 ospiti questo \u00e8 un problema etico non di poco conto, che va contenuto. Penso sia impossibile abolirlo perch\u00e9 siamo persone e come tali sensibili a simpatie, affinit\u00e0 che credo non debbano essere negate, ma sicuramente controllate. Vi faccio alcuni esempi: un operatore ottiene dall\u2019assistente sociale il permesso di portare fuori a pranzo un ospite. Ammirevole iniziativa, ma io che ho fatto il turno di notte di quello stesso giorno ho visto la sua compagnia di stanza piangere di gelosia finch\u00e9 non \u00e8 riuscita ad addormentarsi. In altri casi le situazioni non si scompensano solo perch\u00e9 si tratta di persone con deficit cognitivi moderati\/gravi e che quindi non protestano. Per esempio i dementi vanno incontro, dalla fase di stato della malattia in poi, a gravi difficolt\u00e0 di alimentazione cosi, se \u00e8 &#8220;simpatico&#8221; e pi\u00f9 probabile che si dedichi pi\u00f9 tempo, anche fino a camminare su e gi\u00f9 per la stanza insieme a lui, per convincerlo a mangiare: ma se \u00e8 aggressivo, maleodorante la pazienza dell\u2019operatore pu\u00f2 esaurirsi prima e nel tempo favorire la comparsa di malnutrizione. In questi casi sono la professionalit\u00e0 e la propria etica personale che devono impedire tali errori. D&#8217;altra parte la dimensione emotiva pu\u00f2 anche essere gestita come risorsa, se espressa ed elaborata dall\u2019intero gruppo di lavoro: nel senso che tra tanti operatori probabilmente le affinit\u00e0 sono le pi\u00f9 varie ed \u00e8 infatti in questa direzione che viene di solito scelta la figura del &#8220;tutor&#8221;, ovvero dell\u2019affiancamento &#8220;personalizzato&#8221; di un assistente a 1-2 ospiti.<i>\u00a0<\/i><\/p>\n<p><strong>Il coinvolgimento emotivo \u00e8 una difficolt\u00e0 o una risorsa nella relazione con l&#8217;altro?<\/strong><br \/>\nCredo che il problema sia ancora quello della totale mancanza di strumenti e punti di riferimento attraverso i quali analizzare il tipo e l\u2019entit\u00e0 del coinvolgimento emotivo e valutare poi se costituisce una risorsa o una difficolt\u00e0 nella relazione. Come ho gi\u00e0 detto nel campo dell\u2019assistenza \u00e8 l\u2019intero argomento a non essere &#8220;previsto&#8221;. Vi faccio ancora un esempio: io lavoro da 2 anni in un reparto protetto e, arrivata da poco in struttura, ho accettato di essere il tutor di una ospite psicotica cronica (schizofrenica da sempre) che, passata l\u2019intera vita da una struttura psichiatrica all altra, essendo diventata anziana \u00e8 finita in una casa protetta. Ero rimasta attratta da lei perch\u00e9 era una persona molto &#8220;affettiva&#8221; (piangeva, rideva, diceva &#8220;io ti voglio bene e tu mi vuoi bene?&#8221;), difficile da gestire nella maggior parte dei casi (non si faceva lavare, non teneva il pannolino&#8230;). Mi sentivo speciale per essere riuscita ad instaurare un rapporto preferenziale con lei, grazie al quale mi ascoltava, e rispondeva quasi sempre alle mie sollecitazioni a lavarsi, cambiarsi il vestito sporco&#8230; Ma un simile rapporto implicava molti rischi che nessuno in reparto sembrava essere in grado di leggere: infatti di fronte ad un peggioramento delle sue condizioni, con richieste affettive pressanti che io non riuscivo pi\u00f9 ad esaudire la mia risposta \u00e8 stata quella di ristabilire un p\u00f2 le distanze, provocando forse un ulteriore peggioramento della crisi. \u00c8 stata poi inviata in una struttura psichiatrica perch\u00e9 ormai ingestibile nel nostro reparto, e l\u00e0 \u00e8 morta, allettata, per broncopolmonite. C\u2019\u00e8 stato qualcosa nel mio comportamento che ha determinato o peggiorato la crisi? Oppure, al contrario, dove potevo cercare gli strumenti necessari per affrontare questa evoluzione naturale, ma drammatica e intensa, della sua storia? L\u2019unica persona con cui ne ho potuto parlare \u00e8 stata lo psichiatra del corso di formazione per assistente di base che stavo nel frattempo frequentando, insieme al quale ho potuto fare solo delle ipotesi visto che lui non conosceva personalmente il caso. Ma in struttura non sono previsti psicogeriatri, psicologi e psichiatri che possono essere di aiuto agli operatori per l\u2019analisi delle varie dinamiche di relazione con gli utenti (senza dimenticare quanto sarebbero indispensabili per un pi\u00f9 autentico rapporto tra i membri del gruppo di lavoro, per mettere in luce casi burn-out oggi assolutamente lasciati a se stessi, ecc).<br \/>\nD\u2019altra parte ci sono opportunit\u00e0 che possono essere colte solo se lasciamo la nostra parte affettiva libera di uscire; cos\u00ec, ad esempio, una sera nel mettere a letto una signora affetta da demenza mi sono fermata un p\u00f2 con lei, accarezzandole i capelli e poi tenendole una mano sul petto: &#8220;Che caldo qui&#8221;, ha detto mettendo la sua mano sulla mia e poi ha recitato quasi per intero una preghiera, mentre di solito non dice tre parole di fila che abbiano un senso compiuto. \u00c8 stato un bell\u2019episodio, ma ho finalmente, a mie spese, imparato a dare il giusto valore a quella soddisfazione per un risultato raggiunto, nel senso che \u00e8 importante non fare confusione tra gratificazioni nel lavoro e vita affettiva personale. Nel primo caso si tratta di una relazione d\u2019aiuto rivolta a persone che hanno bisogno e che possono risponderci con ringraziamenti, cioccolatini, seduzioni o manifestazioni emotive, senza che questo significhi che si sia instaurato un rapporto alla pari. In momenti difficili della nostra sfera privata si pu\u00f2 rischiare questa confusione e ci\u00f2 che ne nasce \u00e8 inevitabilmente un disastro. Augurerei perci\u00f2 a tutti gli operatori, educatori, ecc&#8230; di avere una vita affettiva personale piuttosto soddisfacente!<\/p>\n<p><strong><i>\u00a0<\/i>L\u2019immagine mentale del corpo, dell\u2019aspetto fisico dell\u2019altro, come incide nell\u2019incontro diretto?<\/strong><br \/>\nBeh, ricordo che la prima volta che ho messo piede in reparto mi sono trovata di fronte una donna anziana in carrozzina con una gamba amputata; aveva addosso solo la biancheria intima (avrei scoperto poi che si spoglia continuamente perch\u00e9 \u00e8 intollerante al caldo) e quindi si vedeva &#8220;tutto&#8221;. So di avere pensato &#8220;Oddio&#8221; e non so che altro; certo mi sentivo a disagio, volevo e non volevo guardare &#8220;l\u00ec&#8221; e sapevo (nel senso che avevo la nozione teorica, del resto assolutamente condivisa) che una persona non va identificata con la menomazione fisica (che si trasformerebbe cos\u00ec in handicap) ma che va considerata nella sua globalit\u00e0. Facile da imparare, pi\u00f9 difficile da mettere in pratica finch\u00e9 non ci si fa l\u2019abitudine. Credo che in questi casi abitudine sia sinonimo di conoscenza. Si impara che certi fenomeni patologici (in senso medico) piaghe di decubito, amputazioni, emiplegie, cattivi odori possono capitare alla nostra attenzione senza per questo avere il potere di farci scordare che siamo in relazione con una persona. \u00c8 che nell\u2019epoca del fitness e dei deodoranti queste cose non sono esperienza comune, magari finch\u00e9 per disgrazia non capitano a un proprio familiare.<br \/>\nIl contatto con la malattia (fisica e\/o psichica) in casa protetta (dunque una struttura socio-assistenziale a rilevanza sanitaria per anziani non autosufficienti) \u00e8 in realt\u00e0 un punto intermedio rispetto al rapporto che pi\u00f9 in generale c\u2019\u00e8 col corpo dell\u2019anziano (che non \u00e8 per forza sinonimo di malato) prima e coll\u2019impatto con la morte, poi. L\u2019invecchiamento fisico e la morte di una persona sono quanto di pi\u00f9 naturale possa esistere qualcuno pu\u00f2 forse dimostrare il contrario?!) ed \u00e8 questo pensiero che mi accompagna nel lavoro, consapevole che \u00e8 innaturale non farci i conti e, anzi, di quanto si rischia di rimetterci facendo finta di essere, noi adulti, onnipotenti ed eterni nei nostri modi e scelte di vita, dimenticando a volte che saremo il risultato delle opportunit\u00e0 prese o lasciate, della vita affettiva e sessuale vissuta, della capacit\u00e0 di essere contenti di noi.<br \/>\n&#8220;(&#8230;) La porzione fisica di ci\u00f2 che definisco &#8220;me&#8221; non \u00e8 destinata a durare in eterno. Non di meno (&#8230;) nei miei interessi c\u2019\u00e8 la stessa sensualit\u00e0 di quando avevo 35 anni, sebbene non possa dire altrettanto circa la mia capacit\u00e0 nelle prestazioni. (&#8230;) Cos\u00ec, sono ben consapevole di essere ovviamente vecchio. Eppure, dentro, sono sempre sotto molti aspetti la stessa persona, n\u00e9 vecchio n\u00e9 giovane&#8221;.<br \/>\n(Rogers)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Nelle lezioni del corso di formazione per assistente di base viene ripetutamente sottolineata la necessit\u00e0 di non essere emotivamente implicati.&#8221; Intervista a Paola Burnelli, assistente di base che lavora in una casa protetta che ospita degli anziani&#8221;.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3593],"edizioni":[87],"autori":[2843],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3618],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/791"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=791"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/791\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6604,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/791\/revisions\/6604"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=791"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=791"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=791"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=791"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=791"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=791"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=791"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=791"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=791"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}