{"id":802,"date":"2009-11-04T17:07:43","date_gmt":"2009-11-04T17:07:43","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=802"},"modified":"2026-02-04T13:16:36","modified_gmt":"2026-02-04T12:16:36","slug":"educatori-e-affettivit","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=802","title":{"rendered":"11. Educatori e affettivit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>di Davide Rambaldi<\/p>\n<p>In ogni professione che si occupi di relazioni (educative, assistenziali, terapeutiche, di apprendimento) l\u2019affettivit\u00e0 \u00e8 un nodo, un problema centrale che le diverse istituzioni e i diversi<!--break--> saperi professionali risolvono diversamente. In generale, nonostante siano passati quasi cento anni dalla prima teoria dell\u2019affettivit\u00e0 (la psicoanalisi), la considerazione dell\u2019incidenza delle pulsioni, motivazioni e ragioni affettive all\u2019interno delle professioni &#8220;relazionali&#8221; e nei servizi corrispondenti \u00e8 ancora molto scarsa. L\u2019unico ambito nel quale la riflessione sull\u2019affettivit\u00e0 \u00e8 costante e determina profondamente le pratiche (terapeutiche) della professione \u00e8 quello psicologico-psichiatrico, cio\u00e8 l\u2019ambito stesso in cui le teorie dell\u2019affettivit\u00e0 sono nate e sviluppate.<br \/>\n\u00c8 probabilmente una conseguenza di molteplici fattori il motivo per cui si sono utilizzate poco in chiave analitica ed euristica le potenzialit\u00e0 di tali teorie e riflessioni: in primo luogo per il profondo radicamento nell\u2019epistemologia moderna del modello (filosofico ed etico) razionalistico, che connota specificamente la cultura occidentale dai suoi albori; in seconda istanza per la parcellizzazione e la specializzazione del sapere nel Novecento e infine per una resistenza tenace degli altri saperi di difendere la propria specificit\u00e0, storia e identit\u00e0 epistemologica.<br \/>\nComunque sia, conseguenza di questo &#8220;ignoramento&#8221; sia della problematica affettiva sia degli esiti dei suoi approcci teorici nelle istituzioni che si occupano di relazioni, \u00e8 una ricaduta &#8220;pesante&#8221; nelle pratiche professionali -anche se negli ultimi anni vi \u00e8 un tentativo di un cambiamento di rotta-, giacch\u00e9 se l\u2019affettivit\u00e0 \u00e8 negata, rimossa o comunque non affrontata non vi \u00e8 la possibilit\u00e0 di elaborarla consentendone un maggior controllo e migliorando cos\u00ec i livelli di consapevolezza, comprensione e intervento delle pratiche istituzionali e professionali.<br \/>\nFacciamo alcuni esempi classici.<\/p>\n<p><strong>Il medico e il suo paziente<br \/>\n<\/strong>La pratica medica occidentale nega totalmente l\u2019affettivit\u00e0, in quanto per portare avanti i propri compiti ha fondato e sedimentato un sistema teorico e clinico che &#8220;oggettualizza&#8221; il corpo. In questo modo il chirurgo pu\u00f2 aprire la pancia del paziente e operare senza sentirsi coinvolto da processi emotivi che frenerebbero le possibilit\u00e0 di cura del malato. Negare completamente l\u2019affettivit\u00e0 della relazione \u00e8 insieme una strategia difensiva (non sentirsi coinvolti) e una strategia operativa (riuscire a curare).<br \/>\nIl problema della mancata elaborazione di questa negazione \u00e8 che la relazione medico-paziente non si esaurisce in questo caso nella pratica chirurgica o in generale nella pratica clinica, ma si inserisce in un contesto che ne riproduce il modello senza che questo sia funzionale ai compiti terapeutici. In altre parole: il chirurgo riesce diagnosticare e operare la mia milza malata e insieme rischia di trattarmi da milza; la disumanit\u00e0 dei rapporti di ruolo in un ospedale, la negazione del malato come persona sono conseguenze di questa mancata elaborazione. Non \u00e8 un caso che da pi\u00f9 parti vi sia un invito all\u2019epistemologia medica di riconsiderare i propri modelli teorici, clinici e terapeutici ai fini di migliorare le relazioni con il paziente e i contesti nei quali opera -senza che questo naturalmente significhi mettere in discussione globalmente un modello che sotto molti punti di vista si rivela vincente.<br \/>\nSe consideriamo altri contesti relazionali, il problema della rimozione delle implicazioni affettive assume per certi versi esiti vistosi e paradossali e forse pi\u00f9 preoccupanti rispetto alle conseguenze che si verificano nel settore sanitario. Parliamo della scuola e dei processi di apprendimento.<\/p>\n<p><strong>A scuola nessuna affettivit\u00e0<br \/>\n<\/strong>Ancora oggi il modello scolastico propone una relazione tra insegnanti e allievi fondata sui contenuti da far imparare. Nessuna formazione -se non, oggi, per gli insegnanti elementari- sui processi affettivi che entrano nell\u2019apprendimento, sulla complessit\u00e0 psico-antropologica della relazione. L\u2019insegnamento \u00e8 affidato al caso (le naturali capacit\u00e0 relazionali insieme a quelle professionali, relative ai contenuti, dell\u2019insegnante) in un contesto in cui gli spazi, i tempi, i ruoli sono definiti istituzionalmente in un senso di potere assoluto -e spesso inutile, visti i risultati- dell\u2019adulto\/insegnante rispetto agli allievi (soggetti &#8220;ignoranti&#8221; e passivi a cui imprimere i saperi indiscutibili dell\u2019istituzione); l\u2019apprendimento \u00e8 completamente delegato agli allievi, cio\u00e8 alle loro risorse culturali e motivazionali, in definitiva sociali.<br \/>\nAnche in questo caso la negazione dei processi affettivi nella relazione, delle strategie affettive nei processi di apprendimento ha una ricaduta nella pratica istituzionale dell\u2019insegnamento: in primo luogo l\u2019impossibilit\u00e0 di riconoscere i motivi dei successi\/insuccessi scolastici, affidando la responsabilit\u00e0 di questi solo agli allievi, alle loro motivazioni, capacit\u00e0, risorse cognitive, psicologiche, culturali, alla loro provenienza sociale.<br \/>\nMa non \u00e8 solo un problema di incomprensione o rimozione del fallimento: dietro a questo vi \u00e8 un problema ancor pi\u00f9 pesante di resistenza al cambiamento. Attribuendo il fallimento agli allievi l\u2019istituzione non solo si deresponsabilizza ma impedisce il proprio cambiamento, delle pratiche di insegnamento, dei contesti di classe, dell\u2019organizzazione complessiva.<br \/>\nL\u2019incapacit\u00e0 di affrontare la resistenza all\u2019apprendimento di alcuni allievi \u00e8 speculare all\u2019incapacit\u00e0 di affrontare la propria (degli insegnanti) resistenza al cambiamento. Ammettendo che la resistenza all\u2019apprendimento di alcuni allievi sia di tipo cognitivo, epistemico, non pu\u00f2 negarsi che possa essere culturale ed emotiva. E\u2019 interessante notare come una gran parte degli insegnanti che frequentano corsi di aggiornamento, pur avendo, loro, capacit\u00e0 cognitive adeguate, in realt\u00e0 rifiutino di apprendere i contenuti degli aggiornamenti a causa delle loro motivate ragioni culturali ed emotive (che per\u00f2 negano agli allievi): che lo scarto tra i formatori (pedagogisti, psicologi, antropologi, ecc.) e loro \u00e8 abissale (&#8220;belle parole, dicono, ma noi siamo in prima linea&#8221;), che le condizioni di lavoro nella scuola sono impossibili, ecc. ecc. Ribaltando il ruolo nei corsi di aggiornamento (da insegnanti ad allievi) il gruppo insegnante si comporta ne pi\u00f9 ne meno come una normale classe scolastica: ci sono i motivati, gli arrabbiati, gli indifferenti, i rivoluzionari. Visto che le risorse cognitive sono indiscutibili, qui le resistenze sono culturali ed emotive, cio\u00e8 le medesime ancora una volta degli allievi. Senza avere idea di quali strategie, culturali e psicologiche, per scardinare queste resistenze, per fare spazio negli stereotipi culturali, per vincere la demotivazione, la rabbia, la timidezza, ancora una volta l\u2019apprendimento, il cambiamento \u00e8 lasciato al caso, \u00e8 affidato ai bravi (relazionalmente e professionalmente) insegnanti e formatori e ai motivati, stabili emotivamente e preparati allievi.<\/p>\n<p><strong>I servizi socio-sanitari: alla ricerca del proprio modello<br \/>\n<\/strong>I servizi socio-sanitari e socio educativi presentano altre problematiche che per\u00f2 si apparentano alle precedenti.<br \/>\nQuesti servizi si propongono come compito di produrre cambiamento -inteso come miglioramento, sviluppo, integrazione- in soggetti socialmente deboli, svantaggiati, emarginati. Questi servizi hanno una storia giovane, sono il prodotto di una cultura dell\u2019integrazione che non ha pi\u00f9 di 30 anni. I modelli epistemologici, psicologici, organizzativi di tali istituzioni si avvalgono anche di una approfondita riflessione sui processi razionali e affettivi per produrre cambiamento, tant\u2019\u00e8 che l\u2019affettivit\u00e0 qui non \u00e8 negata o rimossa ma \u00e8 ritenuta una componente fondamentale per portare avanti il compito. Si pensi, per fare un esempio, ai servizi per l\u2019handicap in cui professionalit\u00e0 specificamente educative lavorano sul fondamento di relazioni profondamente &#8220;empatiche&#8221;, affettivamente forti, per orientare intenzionalmente, razionalmente, interventi di cambiamento.<br \/>\nQui allora il problema che si pone \u00e8 diverso: il problema \u00e8 il controllo di queste relazioni, l\u2019equilibrio, come dicono gli operatori, tra &#8220;coinvolgimento&#8221; e &#8220;distanza&#8221;, tra affettivit\u00e0 e razionalit\u00e0, ripetutamente, per non affidare al caso il cambiamento.<br \/>\nSe da una parte quindi, per la loro relativa giovinezza, i servizi socio sanitari e socio educativi hanno saltato a pi\u00e8 pari la tradizionale istituzione ottocentesca, burocratica, anaffettiva, autoritaria, dall\u2019altra si trovano a fare i conti con una poco approfondita elaborazione degli strumenti di controllo necessari per non &#8220;impaludarsi&#8221; in relazioni che inconsapevolmente possono riprodurre modelli parentali, amicali, di volontariato. La metodologia del progetto e del lavoro di gruppo, per esempio, che si \u00e8 andata costruendo in questi anni \u00e8 ancora lontana dal raggiungere una sua stabile definizione teorica e un\u2019affermata conoscenza e consapevolezza nel bagaglio professionale degli operatori; cosicch\u00e9, a fronte di modelli epistemologici (teorici, metodologici, clinici, pratici) sanitari affermati, potenti e vincenti sul piano sociale e dei risultati, di quelli psicoterapeutici sempre pi\u00f9 forti, quelli socio sanitari e socio educativi sono in una continua e confusa ricerca di un proprio modello.<br \/>\nIl mancato approfondimento degli strumenti metodologici relativi al controllo dell\u2019affettivit\u00e0 nella relazione rimanda comunque ad una poco approfondita ricerca ed elaborazione circa i meccanismi e i processi affettivi che si attivano tra operatori e utenti e tra gli operatori stessi. Cio\u00e8: non basta dire che l\u2019affettivit\u00e0 \u00e8 necessaria a produrre cambiamento; perch\u00e9? Come? Quali sono i meccanismi affettivi che hanno contribuito a produrre quel successo terapeutico, educativo, assistenziale? Come gestire il desiderio, l\u2019ansia? Come elaborare il rifiuto (dell\u2019operatore, dell\u2019utente)? Cosa succede nei gruppi di lavoro? Come gestire il conflitto? E se il conflitto \u00e8 rimosso?<br \/>\nPortiamo ad esempio alcune osservazioni condotte in servizi per handicappati gravi e per tossicodipendenti.<\/p>\n<p><strong>Alcuni casi concreti<br \/>\n<\/strong>In alcuni centri per gravi \u00e8 emerso che il gruppo di lavoro, consapevolmente e inconsapevolmente, ha smesso di credere nel cambiamento degli utenti: di fronte a questa utenza incomprensibile e frustrante hanno rinunciato a investire nel cambiamento. Questa strategia difensiva ha parallelamente prodotto un aumento di benessere nel gruppo di lavoro, \u00e8 sparito il confronto\/conflitto sul compito e ha innalzato la produttivit\u00e0 creativa -esclusiva degli operatori- delle attivit\u00e0, investendo sulla visibilit\u00e0 esterna (partecipazione a mostre, sagre, mercati, con il banchetto e i prodotti del centro). Il gruppo, pur continuando a gestire gli utenti con affettivit\u00e0 e rispetto, ha smesso qualsiasi progetto sull\u2019utente e si \u00e8 definito in una identit\u00e0 collettiva (operatori, utenti e famiglie) come centro rispetto all\u2019esterno, identificando il compito non pi\u00f9 nel cambiamento degli utenti e nel cambiamento sociale ma solo in quest\u2019ultimo, promuovendo l\u2019integrazione degli handicappati attraverso attivit\u00e0 rivolte all\u2019esterno, attraverso la &#8220;visibilit\u00e0&#8221; e l\u2019affermazione\/rivendicazione di s\u00e9. Di fronte al mancato cambiamento degli utenti, la responsabilit\u00e0 \u00e8 fatalmente loro, nel loro destino di handicappati gravi.<br \/>\nUn processo analogo \u00e8 successo in un Ser.T. in cui ho svolto una ricerca. Di fronte alla profonda frustrazione prodotta dalla difficolt\u00e0 di una stabile riabilitazione del tossicodipendente, il gruppo di lavoro, del tutto inconsapevolmente, ha deciso di utilizzare l\u2019\u00e9quipe come evento rituale della propria socialit\u00e0 (amicale) evitando di affrontare la complessit\u00e0 del compito (la cura e al riabilitazione del tossicodipendente) nei termini di una continua analisi degli interventi, rielaborazione degli errori, dei limiti personali, professionali, emotivi degli operatori. Nessuno critica nessuno, nessuno critica s\u00e9 stesso, tutti rassicurano e si autogratificano. A livello individuale ogni operatore porta avanti il compito al meglio delle proprie alte risorse professionali, ma a livello di gruppo evitano di affrontare qualsiasi rielaborazione critica del proprio lavoro. Il risultato (il cambiamento) \u00e8 nuovamente affidato al caso, alla coincidenza di fattori diversi, alla capacit\u00e0 relazionale e professionale dell\u2019operatore, alle capacit\u00e0\/potenzialit\u00e0 dell\u2019utente. E la cronicizzazione dell\u2019utenza \u00e8 alta (cio\u00e8, quantitativamente, il cambiamento prodotto \u00e8 basso).<br \/>\nIn conclusione l\u2019appello per un\u2019approfondimento della ricerca sulle dinamiche relazionali in ambiti che esulano dallo specifico contesto psicologico \u00e8 pi\u00f9 che mai necessario. Il patrimonio di conoscenze che le teorie dell\u2019affettivit\u00e0 hanno prodotto in cento anni di storia \u00e8 alto, le potenzialit\u00e0 euristiche ancora di pi\u00f9. Se abbiamo intenzione di migliorare la qualit\u00e0 dei servizi prodotti dalle istituzioni, credo che non se ne possa fare a meno. Senza che questo significhi riempire di psicologi il mondo: \u00e8 della condivisione del sapere che abbiamo bisogno e non di una ulteriore egemonizzazione di un sapere su altri, che nelle dinamiche sociali finisce sempre per coincidere in dinamiche di potere fini a s\u00e9 stesse.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In ogni professione che si occupi di relazioni    (educative, assistenziali, terapeutiche, di apprendimento) l&#8217;affettivit\u00e0 \u00e8 un nodo,    un problema centrale che le diverse istituzioni e i diversi<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3593,3589],"edizioni":[85],"autori":[193],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3620],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/802"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=802"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/802\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6493,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/802\/revisions\/6493"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=802"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=802"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=802"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=802"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=802"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=802"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=802"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=802"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=802"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}