{"id":810,"date":"2009-11-04T17:07:46","date_gmt":"2009-11-04T17:07:46","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=810"},"modified":"2026-02-20T10:41:45","modified_gmt":"2026-02-20T09:41:45","slug":"il-welfare-siamo-noi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=810","title":{"rendered":"2. Il Welfare siamo noi"},"content":{"rendered":"<p>di Mariano Bottaccio<\/p>\n<p>Il Terzo settore chiede di contare di pi\u00f9 nella progettazione delle politiche sociali. E promette due cose: un ampliamento della partecipazione democratica e la creazione di nuovi posti di lavoro.<!--break--> Ma quale sviluppo intende promuovere? Quale ruolo devono avere cittadini nella promozione del benessere della comunit\u00e0?<br \/>\nTerzo settore, terzo sistema, economia civile, economia solidale. La confusione comincia gi\u00e0 dal nome. Ed aumenta se proviamo ad elencare i soggetti che ne farebbero parte: la Fondazione Agnelli e le cooperative sociali, le associazioni di volontariato e l&#8217;universit\u00e0 Bocconi, le Ipab (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, che gestiscono molte case di cura) e le fondazioni bancarie. Un ambito segnato da una grandissima eterogeneit\u00e0, per il quale manca una definizione soddisfacente.<br \/>\nIl vasto mondo che non \u00e8 riconducibile n\u00e9 allo stato n\u00e9 al mercato -terziet\u00e0 residuale, per alcuni- \u00e8 oggi apprezzato sia da Giovanni Agnelli, icona vivente del capitalismo nostrano, sia da Marco Revelli, punto di riferimento di una sinistra che non si vuole &#8220;integrare&#8221;. E in Francia il Terzo settore, insieme alla riduzione dell&#8217;orario di lavoro e al reddito minimo, \u00e8 uno dei tre punti dell&#8217;Appello dei 35, firmato dal gruppo antiutilitarista di Alan Caill\u00e9 e Serge Latouche e da esponenti del cattolicesimo sociale di Esprit, dell&#8217;anima tecnocratica ed elitaria di Transversales, del radicalismo post-rivoluzionario di Futur ant\u00e9rieur.<\/p>\n<p><strong>Un processo di aggregazione crescente<br \/>\n<\/strong>Dal canto suo, quello che ora \u00e8 definito &#8220;Terzo settore&#8221; \u00e8 in piena effervescenza.<br \/>\nSi assiste, pur tra diffidenze e rivalit\u00e0 non sempre celate, ad un processo di aggregazione crescente, ad un proliferare di coordinamenti, consulte, forum. Il 16 dicembre del 1994 si costituisce, per iniziativa di 20 organizzazioni nazionali, l\u2019associazione &#8220;Verso la Banca etica&#8221;, che il giugno del 1995 si trasforma in cooperativa. L&#8217;obbiettivo \u00e8 ambizioso: costituire una banca che, secondo principi di trasparenza e partecipazione, finanzi le attivit\u00e0 del settore. Il capitale da raccogliere &#8220;per partire&#8221; \u00e8 di 5 miliardi. La scadenza prevista \u00e8 il giugno &#8217;96. Ma non si va oltre i due miliardi e la Banca d\u2019Italia esige ora che si dia vita a una banca popolare con capitale minimo 12,5 miliardi. Il 25 marzo 1995 nasce &#8220;Libera&#8221;, un\u2019organizzazione a cui aderiscono 600 gruppi nazionali e locali, dal Gruppo Abele alla parrocchia di Reggio Calabria.<br \/>\nIl fine, recita lo statuto, \u00e8 di &#8220;promuovere una cultura della legalit\u00e0, della solidariet\u00e0 e dell&#8217;ambiente basata sui principi della Costituzione&#8221; e &#8220;l&#8217;elaborazione di strategie di lotta non violenta contro il dominio mafioso del territorio&#8221;: Subito un successo: l\u2019approvazione della legge per la confisca dei beni ai mafiosi per destinarli a fini sociali, due giorni prima dell&#8217;ultimo scioglimento delle Camere. Il 28 novembre 1995 si tiene a Roma la prima assemblea nazionale del &#8220;Forum permanente del Terzo settore&#8221;, un organismo che riunisce le pi\u00f9 importanti organizzazioni di quest&#8217;ambito: Arci ed Acli, Legambiente e Gruppo Abele, Cnca e Agesci, Focsiv e Cipsi, Lila e Movi, per dirne alcune. Primi atti del Forum: la costituzione di un Tavolo di consultazione permanente con i gruppi parlamentari e l&#8217;istituzione di un tavolo quadrangolare con un governo, sindacati e Confindustria.<br \/>\nPer qualcuno si tratta di una lobby che gioca per la difesa dei propri interessi, e ricorda la spartizione indecorosa avvenuta per l&#8217;elezione dei comitati di gestione dei &#8220;centri di servizio per il volontariato&#8221;, strutture previste dalla legge sul volontariato del 1991.<br \/>\nPer i promotori, invece \u00e8 nato un soggetto sociale e politico unitario che intende battersi per &#8220;garantire un ruolo di pari dignit\u00e0, nella distinzione di ruoli e di responsabilit\u00e0, tra le organizzazioni dei cittadini e i poteri pubblici, al fine di promuovere una costruttiva cooperazione per assicurare l&#8217;effettiva tutela e l&#8217;ampliamento dei diritti di cittadinanza&#8221;, riconoscendo &#8220;come nostro ruolo specifico promuovere la partecipazione attiva dei cittadini agli istituti della vita democratica&#8221;.<br \/>\nCosa chiede il Terzo Settore? Ce ne facciamo un&#8217;idea scorrendo l&#8217;Appello diffuso in occasione della manifestazione nazionale organizzata a Napoli, il 4 e 5 ottobre, dal Forum, da Libera e dall&#8217;Unione degli studenti: la riforma dell&#8217;obiezione di coscienza e della cooperazione allo sviluppo, poteri reali di coordinamento ed intervento per il ministero per la Solidariet\u00e0 sociale, politiche sociali basate sui nuovi diritti di cittadinanza, una politica di maggior attenzione nei confronti dei giovani e delle attivit\u00e0 formative, una nuova legge organica sull&#8217;immigrazione. Ma certo salta all\u2019occhio la fitta serie di richieste che riguardano la promozione del settore: la deducibilit\u00e0 fiscale dei costi sostenuti da singoli e famiglie per una serie di servizi alla persona; una normativa di incentivazione per l&#8217;imprenditorialit\u00e0 sociale che comporti anche un miglior accesso al credito; l\u2019utilizzo di parte del patrimonio pubblico immobiliare o delle aree dismesse per assicurare una sede ai soggetti del Terzo settore, e via di questo passo. E una richiesta su tutte: &#8220;Che si approvi la proposta di legge sulla defiscalizzazione delle organizzazioni non lucrative di utilit\u00e0 sociale (Onlus)&#8221;.<br \/>\nLa normativa sulle Onlus \u00e8 il primo provvedimento legislativo con il quale si regolamenta, seppure limitatamente all&#8217;aspetto fiscale, tutto il mondo del no profit.<br \/>\nUna valanga di interventi e polemiche ha accompagnato e seguito il lavoro della commissione creata ad hoc dalI&#8217;ora ministro delle Finanze Fantozzi, e presieduta dall&#8217;economista Stefano Zamagni. Per godere, infatti, delle agevolazioni fiscali previste da questa normativa &#8211; approvata dal governo come disegno di legge governativo il 14 dicembre 1995 &#8211; occorre rispondere a determinati requisiti.<br \/>\nChi \u00e8 rimasto fuori come le Ipab &#8211; ha gridato all&#8217;ingiustizia. E molti hanno sottolineato il rischio che dietro lo schermo del no profit si possano piuttosto celare corposi interessi: molte imprese for profit avranno interesse a creare organizzazioni no profit per usufruire indirettamente di esenzioni e di deducibilit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Il lavoro che c&#8217;\u00e8<br \/>\n<\/strong>Ma che cosa offre in cambio il Terzo settore? Il lavoro.<br \/>\nSulla scia di Riflkin, infatti, si va ripetendo come l&#8217;ambito dei servizi alla persona e della salvaguardia all&#8217;ambiente sia l\u2019unico che possa garantire in futuro un numero consistente di nuovi posti di lavoro, se opportunamente sostenuto, s&#8217;intende. Sulla qualit\u00e0 di questo lavoro, per\u00f2, i pi\u00f9 sorvolano. In realt\u00e0 non vi \u00e8 attualmente un&#8217;altra area del mercato del lavoro pi\u00f9 deregolamentata (nessun contratto nazionale specifico avente forza di legge), sottopagata e desindacalizzata. Ed \u00e8 ormai uso chiedere ai &#8220;prestatori d&#8217;opera&#8221; &#8211; che di assunzione non se ne parla &#8211; un sovrappi\u00f9 di &#8220;volontariato&#8221;, cio\u00e8 ore di lavoro non retribuite.<br \/>\nA qualcuno viene &#8220;chiesto&#8221; di aprire la partita Iva, fingendosi &#8220;libero professionista&#8221;. A questo bisogna aggiungere l&#8217;alto turn over del privato-sociale (&#8220;appena trovo un lavoro migliore, me ne vado&#8221;) e i frequenti spostamenti, in funzione dei finanziamenti pubblici, dalle case-famiglia alle unit\u00e0 di strada, dai servizi ai minori a quelli per le persone con handicap. Paga l&#8217;operatore, ma paga anche &#8220;l\u2019utente&#8221; naturalmente, perch\u00e9 la qualit\u00e0 di un servizio, e in particolare di quello alle persone, dipende anche dalla soddisfazione che ne ricava chi quel lavoro lo fa. E dalla possibilit\u00e0 di usufruire di formazione e supervisione del lavoro svolto (che per\u00f2, sfortunatamente, hanno un costo). Questa situazione non pare preoccupare &#8211; e indigna re &#8211; gli addetti ai lavori. Non i sindacati, ch\u00e9 gli opera tori sociali non hanno tessera; non i dirigenti del privato-sociale, ch\u00e9 loro hanno da pensare a come abbassare i costi nelle micidiali gare d&#8217;appalto; non gli operatori, purtroppo, ridotti al rango di &#8220;braccianti sociali&#8221; (anche per propria responsabilit\u00e0), con scarsa soggettivit\u00e0 e inesistente capacit\u00e0 contrattuale.<br \/>\nNon stupisce, dunque, che la proposta avanzata da Ugo Ascoli, preside della facolt\u00e0 di economia all&#8217;universit\u00e0 di Ancona &#8211; &#8220;perch\u00e9 non inserire fra i criteri che identificano un&#8217;organizzazione non lucrativa di utilit\u00e0 sociale anche criteri come la retribuibilit\u00e0, i compensi, i rapporti di lavoro?&#8221; &#8211; non sia una priorit\u00e0 nell&#8217;agenda di alcuno.<\/p>\n<p><strong>Il welfare market<br \/>\n<\/strong>Il rischio \u00e8, allora, che il Terzo settore finisca per essere, com&#8217;\u00e8 negli intendimenti della Confindustria e diversi economisti, e con la complicit\u00e0 pi\u00f9 o meno consapevole di molti altri soggetti, un mercato del lavoro &#8220;di serie B&#8221;, per chi non \u00e8 in grado di inserirsi in quello &#8220;di prima categoria&#8221;.<br \/>\nIl Terzo settore sarebbe un ammortizzatore sociale per evitare una conflittualit\u00e0 sociale troppo elevata a causa dell&#8217;uscita dal mondo del lavoro e dell&#8217;esclusione di una parte consistente della popolazione. In questa prospettiva, come nota in un pregevole saggio apparso su Animazione sociale (giugno\/luglio &#8217;96) il sociologo Massimo Campedelli &#8211; il &#8220;teorico&#8221; del Gruppo Abele -. non si intende &#8220;dare pari dignit\u00e0&#8221; ai lavori di manutenzione sociale. Anzi, \u00e8 proprio la flessibilit\u00e0 nella remunerazione del fattore lavoro che in queste aziende di manutenzione dovrebbe permettere di far quadrare il difficile bilancio, visto che le risorse verranno ridotte&#8221;. <span class=\"T286Pc\" data-sfc-cp=\"\">\u00c8<\/span>\u00a0 da questo fronte che si propaganda l&#8217;idea del &#8220;welfare market&#8221;, di un grande mercato dei servizi incui vige il principio della concorrenza, unica via possibile per l&#8217;efficienza. E allora ecco spuntare la proposta del &#8220;voacher&#8221;: un buono spesa, rilasciato dallo stato, che si pu\u00f2 spendere presso agenzie diverse per ottenere un certo servizio. L&#8217;operatore sociale diventa un &#8220;venditore&#8221; e l&#8217;utente un &#8220;cliente&#8221;. Quale sia il risultato della concorrenza tra organizzazioni, quanto costi ad operatori ed utenti, lo si pu\u00f2 vedere gi\u00e0 ora. In pi\u00f9 il voacher, rivela Campedelli, spingerebbe le organizzazioni ad offrire pacchetti integrativi di servizi, oltre quelli ottenibili con il contributo statale, pagati a parte: &#8220;L&#8217;agenzia non profit sar\u00e0 spinta a vendere le proprie prestazioni prima di tutto a quelle persone che sono in grado di acquistare la parte integrativa a loro spese e solo in seconda battuta a tutti gli altri.[&#8230;] Non \u00e8 impossibile che i &#8220;non paganti&#8221; possano anche essere in qualche modo non presi in carico&#8221;.<\/p>\n<p><strong>Per un walfare municipale<br \/>\n<\/strong>Ma c&#8217;\u00e8 una altra considerazione da fare: questo modello pone gli individui, e le organizzazioni del Terzo settore, come entit\u00e0 isolate: ho un bisogno, quindi cerco l\u2019organizzazione che mi offre il miglior servizio. Si tratta di una prospettiva individualistica assolutamente inadeguata rispetto ai problemi del nostro tempo. Quelli di un tessuto sociale lacerato, in cui si fa sempre pi\u00f9 fatica a prendersi cura degli altri: quasi 9 milioni di persone, tra cui un milione di bambini, vivono in Italia sotto la soglia della povert\u00e0; il tasso di disoccupazione \u00e8 intorno al 12% (oltre 2.700.000 persone); 500.000 ragazzi sotto i 14 anni lavorano, 300.000 ogni anno sono oggetto di violenze, 700 so no scomparsi, dai 30 ai 50.000 sono abbandonati e vivono in istituto; 35.000 ragazzi ogni anno abbandonano la scuola dell&#8217;obbligo (il 90% vive nel mezzogiorno); un anziano su quattro vive in situazione di povert\u00e0, 2.800.000 vivono soli e oltre un milione non sono autosufficienti e sono privi di assistenza. E la crescita dei tassi di suicidio, dell&#8217;uso di psicofarmaci tra gli adolescenti&#8230;bastano i dati ISTAT a chi ha orecchie per intendere.<br \/>\nIn questo quadro, il lavoro sociale va inteso come &#8220;produzione di socialit\u00e0&#8221;. E Campedelli arriva cos\u00ec a criticare la tradizionale concezione del Welfare come &#8220;una specie di grande macchina amministrativa che raccoglie ricchezza e la ridistribuisce in beni e servizi, per via politica, alle diverse componenti sociali&#8221;, propugnando invece una nuova legittimazione: favorire l\u2019autorganizzazione dei cittadini per la promozione del benessere della comunit\u00e0. Retorica? A Venezia, a Milano, a Vicenza c&#8217;\u00e8 gi\u00e0 chi opera nella prospettiva dello &#8220;sviluppo di comunit\u00e0&#8221;: si aiutano gli abitanti di un territorio a prendere coscienza dei problemi della loro comunit\u00e0, a co-progettare insieme gli interventi, a costituire comitati che gestiscono le azioni decise in assemblea, a creare dei coordinamenti tra i vari comitati. Una vera e propria riappropriazione del territorio. Ci\u00f2 \u00e8 possibile solo in una dimensione territoriale ristretta, in cui istituzioni, profit, no profit, sindacati, banche, cittadini si uniscono in un patto per lo sviluppo della comunit\u00e0. Un Welfare municipale, appunto.<\/p>\n<p><strong>&#8230;E una sinistra &#8220;anarchica&#8221;<br \/>\n<\/strong>Questo significa interrogarsi non solo sullo sviluppo del Terzo settore, ma su quale sia lo sviluppo che il Terzo settore intende promuovere. E questa domanda investe tutta la sinistra. Ora che lo stato non \u00e8 pi\u00f9 in grado di reggere il peso del Welfare state, per Marco Revelli &#8211; autore de &#8220;Le due destre&#8221; (Bollati Boringhieri) &#8211; la sinistra deve mettere in discussione uno dei suoi dogmi: che lo stato \u00e8 il garante istituzionale del principio di uguaglianza. &#8220;Se la sinistra sopravviver\u00e0 a questa crisi &#8211; afferma Revelli -, dovr\u00e0 farlo inventando soluzioni al dilemma della socialit\u00e0 esterne e contrapposte al terreno della statualit\u00e0 [&#8230;] sperimentando forme di socialit\u00e0 capaci di recuperare l&#8217;autonomia delle origini, la forza positiva &#8211; pragmatica e operativa &#8211; del mutualismo, la ricchezza associativa che fu della societ\u00e0 di mutuo soccorso, fondate sul principio del &#8220;fare da s\u00e9&#8221;, dell&#8217;associarsi per e non solo contro, dell&#8217;elaborazione di strumenti tecnici per l&#8217;autoamministrazione&#8221;. Certo, in questo momento \u00e8 opportuno che lo statoconservi, ai vari livelli, le funzioni della programmazione dei servizi fondamentali della comunit\u00e0, del coordinamento delle risorse, del controllo. Ma in un orizzonte che sfida la deregulation individualistica sul suo terreno, aprendo processi di socializzazione dal basso che rendono la societ\u00e0 civile sempre pi\u00f9 protagonista. L\u2019autonomia delle origini&#8221; del movimento operaio, I&#8217;autonoma socialit\u00e0 &#8211; esterna al mondo statuale &#8211; fondata sulla solidariet\u00e0 e su un fitto reticolo di patti federativi. E il Terzo settore diviene la forma di un&#8217;economia riconciliata con le esigenze dell&#8217;individuo e della societ\u00e0, una sfera di rapporti non retificati, non impersonali, fondati sul principio di reciprocit\u00e0 e non su quello dell\u2019utilit\u00e0, in cui si \u00e8 produttori autonomi. Autorganizzazione, mutuo soccorso, autoamministrazione: \u00e9 curioso vedere come le parole d&#8217;ordine dell&#8217;anarchismo &#8211; l\u2019unica componente della sinistra che non ha accettato quel dogma &#8211; siano oggi ripetute non solo da intellettuali come Revelli, ma anche da misurati ministri dell&#8217;Ulivo. Un sindacalista pugliese mi diceva che negli anni &#8217;70 il sindacato organizzava i lavoratori contrastando il caporalato; oggi le sue sedi territoriali si sono trasformate in centri di servizio per chi deve sbrigare qualche pratica burocratica. Le grandi organizzazioni di massa hanno perso il loro radicamento sociale, rifugiandosi, con la fine del conflitto di classe, nella esangue prospettiva dei diritti di cittadinanza. Ci si rivolge ad un pubblico indifferenziato tramite i mass media &#8211; accreditandosi come i paladini dei diritti sociali. Come se ci fosse qualcuno &#8211; dice Pietro Barcellona ne &#8220;La strategia dei diritti come nucleo della teoria democratica&#8221; (contenuto in Democrazia: quale via di scampo?, ed. La Meridiana) &#8211; che, ad esempio, non sia a favore dell&#8217;esistenza di un &#8220;diritto dei bambini a crescere bene e a sviluppare tutta la loro personalit\u00e0; &#8220;eppure questo diritto cos\u00ec radicato nella coscienza comune non pu\u00f2 essere realizzato &#8220;giuridicamente&#8221;, attraverso una legge, perch\u00e9 richiede spazi attrezzati, piazze, strade e parchi naturali dove muoversi e incontrare altri bambini, tempo per costruire i suoi giochi e le sue scoperte dell&#8217;ambiente circostante, affetto non oppressivo degli adulti che gli stanno accanto. &#8220;Insomma &#8211; continua Barcellona &#8211; la libert\u00e0 dei bambino richiede un&#8217;altra citt\u00e0 [&#8230;], una riforma del nostro vivere e del nostro abitare, della nostra organizzazione urbana e sociale, dello stesso nostro modo di pensare&#8221;. In breve, fare societ\u00e0. La carne e il sangue della politica. Qualcuno della &#8220;sinistra di governo&#8221; l\u2019ha capito?<\/p>\n<p>(Tratto dal numero di gennaio della rivista Confronti)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Terzo settore chiede    di contare di pi\u00f9 nella progettazione delle politiche sociali. 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