{"id":817,"date":"2009-11-04T17:07:47","date_gmt":"2009-11-04T17:07:47","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=817"},"modified":"2026-02-18T12:40:39","modified_gmt":"2026-02-18T11:40:39","slug":"go-home-hirenaus","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=817","title":{"rendered":"9. Go home, Hirenaus"},"content":{"rendered":"<p>di Alexander Langer<\/p>\n<p>&#8220;Occorre una cultura della convivenza che sappia sviluppare l\u2019arte dell\u2019accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio&#8230; La comprensione delle differenze ela capacit\u00e0 di sentire la differenza etnica o culturale non come un handicap ma come una condizione oggi assai frequente&#8221;. Uno degli ultimi interventi del noto esponente ecologista.<br \/>\nHa ragione Eibl-Eibesfeldt: la tendenza alla xenofobia, all&#8217;ostilit\u00e0 verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l&#8217;equilibrio relazionale e di potere esistente, \u00e8 generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare all&#8217;esperienza di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino di mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto, interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e &#8211; orrore! &#8211; far arrivare anche i suoi cari, senz&#8217;altro pi\u00f9 rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri. E pi\u00f9 affollato sar\u00e0 il mondo, pi\u00f9 mobili i suoi abitanti e pi\u00f9 forti le ragioni che spingono alla migrazione, pi\u00f9 frequentemente lo <i>xenos <\/i>ci apparir\u00e0 non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.<br \/>\nEpper\u00f2 &#8211; tutta la storia culturale dell&#8217;uomo non \u00e8 forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell&#8217;omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del pi\u00f9 forte, della violenza in tutte le sue forme &#8211; insomma, un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e costruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettivit\u00e0, che per l&#8217;appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?<br \/>\nNon c&#8217;\u00e8 dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e pi\u00f9 pericolose sfide del nostro tempo. Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno, ma non \u00e8 detto che l&#8217;eventuale affinit\u00e0 con comportamenti bestiali renda pi\u00f9 scusabili certi comportamenti inumani. I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l&#8217;espulsione di marocchini e zingari, ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi da l\u00ec, non possono certamente pretendere alcuna mobilitazione scientifica.<br \/>\nAnzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ci\u00f2 che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l&#8217;arte dell&#8217;accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio, con tutti gli opportuni accorgimenti perch\u00e9 possano crescere la conoscenza e l&#8217;inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacit\u00e0 di sentire la diversit\u00e0 etnica o culturale n\u00e9 come provocazione n\u00e9 come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. Non tutti si convinceranno che \u00abinter-etnico \u00e8 (pu\u00f2 essere) bello\u00bb; anzi, risulta pi\u00f9 popolare, nei fatti, lo slogan opposto \u00abetnico \u00e8 bello\u00bb).<br \/>\nMa la realt\u00e0 \u00e8 che non esiste una astratta e teorica possibilit\u00e0 di scelta. Le societ\u00e0 moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneit\u00e0 etnica gran parte del mondo d&#8217;oggi, e soprattutto le grandi citt\u00e0. Converr\u00e0 allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si pu\u00f2 migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perch\u00e9 convivere \u00e8 brutto ed oltretutto innaturale.<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p>Articolo tratto da La Nuova Ecologia, 6 maggio 1995<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&quot;Occorre una cultura della convivenza che sappia sviluppare l&rsquo;arte dell&rsquo;accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio&#8230;La comprensione delle differenze ela capacit&agrave; di sentire la differenza etnica o culturale non come un handicap ma come una condizione oggi assai frequente&quot;. 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