{"id":865,"date":"2010-03-26T12:29:14","date_gmt":"2010-03-26T12:29:14","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=865"},"modified":"2010-03-26T12:29:14","modified_gmt":"2010-03-26T12:29:14","slug":"la-diversit-nei-mass-media-tra-opportunit-e-limiti-intrinseci---il-messaggero-di-sant-antonio-ottobre-2009","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=865","title":{"rendered":"La diversit\u00e0 nei mass media, tra opportunit\u00e0 e limiti intrinseci &#8211; Il Messaggero di Sant&#8217;Antonio, ottobre 2009"},"content":{"rendered":"<p>La presenza della disabilit&agrave; in tv, e sui mass media in generale, deve essere considerata da un punto di vista quantitativo e qualitativo al tempo stesso: quanto se ne parla e come? Rispetto a qualche anno fa sono stati fatti importanti passi avanti, ma il tempo che viene dedicato alla disabilit&agrave; &egrave; ancora molto limitato: soprattutto in tv &egrave; ancora considerata il &laquo;problema&raquo; di una minoranza e per questo viene relegata ai margini del flusso comunicativo. Se poi ci domandiamo se il messaggio trasmesso sia qualitativamente adeguato, ci rendiamo conto della frattura ancora esistente tra mondo mediatico e mondo reale della disabilit&agrave;. Continua a prevalere l&rsquo;approccio che potremmo definire da &laquo;esempi di vita&raquo;. Molto spesso, la vicenda viene raccontata con taglio pietistico: se ne parla nei termini di una disgrazia che ha colpito una famiglia e il suo contesto. Ma &egrave; evidente che questa impostazione non rende la realt&agrave; dei fatti e pu&ograve; addirittura essere pericolosa, perch&eacute; il modo di proporre un messaggio incide sulla percezione dei destinatari. Io, per esempio, rifuggo costantemente da questa logica e non parlo mai della mia situazione, ma di ci&ograve; che ho capito e realizzo attraverso di essa.<\/p>\n<p>Il mondo mediatico agisce da &laquo;filtro&raquo; dell&rsquo;esperienza: ci permette di vivere gli eventi senza esserne fisicamente partecipi. I media ci forniscono dei surrogati che noi, tendenzialmente, assimiliamo senza protestare o approfondire. Come dicevo, gli approcci stessi vanno a influire sulle percezioni degli spettatori: da questo punto di vista, &egrave; fondamentale che la disabilit&agrave; passi dagli schermi nel modo &laquo;giusto&raquo;, come &laquo;soggetto di un processo&raquo;, e non come &laquo;oggetto di una notizia&raquo;. Camminiamo in un sentiero stretto: il confine tra una rappresentazione adeguata e una sensazionalistica &egrave; labile, anche perch&eacute; poca &egrave; l&rsquo;abitudine a veder rappresentati e riconosciuti sui media certi argomenti. Smettiamola, per&ograve;, di pensare che l&rsquo;unico modo per &laquo;far passare&raquo; l&rsquo;handicap in tv sia quello di indurre alla commiserazione o di parlarne in modo tecnico-medico. L&rsquo;alternativa c&rsquo;&egrave;: affrontare la disabilit&agrave; come soggetto di comunicazione, protagonista attiva di un suo spazio e potenziale artefice di un cambiamento culturale. Un esempio in questo senso &egrave; rappresentato da una puntata di Screensaver (Raitre) cui partecipai qualche anno fa. Le modalit&agrave; di rappresentazione, davvero inusuali, vennero decise, insieme con me, da alcuni miei collaboratori e dal conduttore del programma, Federico Taddia. Risultato: quella puntata ottenne il doppio di share rispetto alle precedenti. <br \/>\nCosa significa questo esempio? Che il parlare di disabilit&agrave; fuori dai soliti schemi pu&ograve; diventare interessante per tutti, secondo logiche simili a quelle che determinano il successo o l&rsquo;insuccesso di tanti appuntamenti mediatici. Porre la persona disabile in televisione come soggetto significa riconoscerla a capo di una comunicazione sua, che pu&ograve; e sa gestire, con un messaggio che acquista pari dignit&agrave; e non &egrave; strumentalizzabile. La si riconosce cos&igrave; capace di decidere i mezzi, i modi, l&rsquo;immaginario cui riferirsi o che intende costruire. Inoltre, la presenza della disabilit&agrave; in tv diventa tanto pi&ugrave; vincente quanto pi&ugrave; esce dal confine della disabilit&agrave; stessa per parlare di &laquo;altro&raquo;. Ci si potrebbe, infine, chiedere se i tempi e i modi che caratterizzano la produzione di informazione (in senso lato) nei mass media sia effettivamente il pi&ugrave; idoneo a parlare di disabilit&agrave;. A volte nutro dubbi a riguardo, ma questo all&rsquo;interno di una diffidenza pi&ugrave; generica rispetto a certi tipi di grammatica televisiva e mediatica. La visibilit&agrave; mediatica, infatti, tende troppo facilmente a recidere i legami con il contesto per vivere di vita propria e si impone come protagonismo assoluto. Scrivetemi a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La presenza della disabilit&agrave; in tv, e sui mass media in generale, deve essere considerata da un punto di vista quantitativo e qualitativo al tempo stesso: quanto se ne parla e come? 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