{"id":892,"date":"2010-03-26T15:10:14","date_gmt":"2010-03-26T15:10:14","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=892"},"modified":"2010-03-26T15:10:14","modified_gmt":"2010-03-26T15:10:14","slug":"un-cartellone-scomodo-e-uno-troppo-comodo---superabile-febbraio-2010---2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=892","title":{"rendered":"Un cartellone scomodo e uno&#8230;troppo comodo &#8211; Superabile, febbraio 2010 &#8211; 2"},"content":{"rendered":"<p>Il meccanismo doveva essere pi&ugrave; o meno simile a quello utilizzato in Italia nel 1991 per lanciare la serie televisiva &ldquo;Twin Peaks&rdquo; diretta da David Lynch. Ricordate? Compariva la frase &ldquo;Chi ha ucciso Laura Palmer?&rdquo; senza altre aggiunte. Un tormentone sopravvissuto alla soluzione del caso e alla fine della serie. Poi arrivarono le puntate, peraltro tra le cose pi&ugrave; belle della tv degli ultimi venti anni. <br \/>\nVerso la fine del 2009 in Svizzera &egrave; scoppiata una forte polemica a seguito dell&rsquo;affissione di alcuni manifesti che inizialmente recitavano, nero su bianco: &ldquo;I disabili devono restare a casa&rdquo; e &ldquo;I disabili non vogliono lavorare&rdquo;. La campagna pubblicitaria era stata voluta dal locale Ufficio Federale per le Assicurazioni sull&#8217;Invalidit&agrave; e prevedeva che, a seguito dei primi perentori cartelloni, ne uscissero altri in cui l&rsquo; &ldquo;offensivit&agrave;&rdquo; delle frasi veniva contestualizzata e, cos&igrave;, spiegata. L&rsquo;intento della prima esposizione, quella fulminea e provocatoria, doveva essere quello di creare, appunto, una sensazione di disorientamento, tensione, imbarazzo o, almeno, di curiosit&agrave; nei passanti-lettori. <br \/>\nMa, a seguito di proteste diffuse, anche da parte di associazioni ed enti del &ldquo;settore disabilit&agrave;&rdquo;, il meccanismo &egrave; stato interrotto prima che potesse terminare il suo corso naturale. E&rsquo; stato accelerato. Insomma, l&rsquo;Ufficio Federale per le Assicurazioni sull&#8217;Invalidit&agrave; ha dovuto pubblicamente svelare l&rsquo;intento antidiscriminatorio dei cartelloni, sostituendoli subito con quelli maggiormente esplicativi e concilianti, del quale vedete un esempio nella foto in alto: &ldquo;I disabili devono restare a casa. Perch&eacute; non hanno un lavoro&rdquo;. E l&rsquo;altro: &ldquo;I disabili non vogliono lavorare&hellip;meno degli altri&rdquo;. <br \/>\nAl di l&agrave; del giudizio etico-estetico sulla trovata pubblicitaria, e al di l&agrave; del fatto che l&rsquo;intento antidiscriminatorio poteva essere intuito anche senza la successiva precisazione, credo che le modalit&agrave; comunicative utilizzate siano giustificabili. In che senso? A mio avviso testimoniano di quanta strada ancora si debba fare perch&eacute; si possa parlare di una integrazione reale e non solo formale. I toni solitamente si esasperano o, come in questo caso, si fanno provocatori, di fronte a situazioni che stentano a cambiare e prendere una direzione diversa, cos&igrave; da risultare esse stesse provocatorie (per chi le subisce) e frustranti. <br \/>\nTornando, invece, agli elementi di forma e significato dei manifesti, mi &egrave; tornata in mente una campagna pubblicitaria di circa un anno fa, forse qualcosa di pi&ugrave;, che non sollev&ograve; alcuna polemica, ma che mi mise a disagio. Si trattava di cartelloni che ritraevano i volti delle classiche figure &ldquo;deboli&rdquo; della societ&agrave;: immigrati, vecchi, disabili&hellip; ognuna di queste persone portava impressa sulla fronte il tipo di azione che avrebbe dovuto &ldquo;subire&rdquo; per godere di una condizione migliore: ad esempio, sulla fronte dell&rsquo;immigrato campeggiava la scritta &ldquo;accogliere&rdquo;, su quella dell&rsquo;anziano &ldquo;assistere&rdquo; o gi&ugrave; di l&igrave;. Non ricordo quale fosse l&rsquo;ente promotore della campagna pubblicitaria, ma non &egrave; questo che importa. Importa, invece, il tipo di messaggio che veniva trasmesso, che inevitabilmente relegava queste figure in uno stato di passivit&agrave; e in una condizione di bisogno a prescindere. E dava l&rsquo;idea che fosse solo &ldquo;il gi&agrave; incluso&rdquo;, &ldquo;il gi&agrave; accolto&rdquo;, &ldquo;il gi&agrave; educato&rdquo; a detenere il diritto di parola e la consapevolezza di quello che serve all&rsquo;altro. In sostanza a determinare le regole e i trattamenti, a sapere cosa si deve fare. <br \/>\nCredo che la pubblicit&agrave; volesse descrivere gli ambiti d&rsquo;intervento di quell&rsquo;ente o invitare le persone a realizzare quel tipo di azioni o, ancora, poneva in modo paradossale quelle figure deboli come dispensatrici delle stesse; ma, involontariamente, a me trasmetteva un&rsquo;idea di fondo che non potevo condividere e mi faceva perdere completamente di vista il messaggio principale e intenzionale. Potere della forma&hellip;<br \/>\nSe un elemento di debolezza si pu&ograve; contestare alla campagna pubblicitaria svizzera &egrave; che forse, oggi, siamo sin troppo abituati a espressioni di quel tenore, per cui pi&ugrave; che realizzare una vera provocazione, cartelli come quelli strappano al massimo un sorriso passeggero. E&rsquo; difficile stimolare sensazioni forti e durature e pensieri profondi che sappiano trasformarsi in pratiche di reale inclusione. E&rsquo; molto difficile in questo ambito trovare le modalit&agrave; giuste per sensibilizzare le persone, trovare parole che non siano offensive o al contrario innocue, avanzare rivendicazioni minime e legittime. Forse la debolezza &egrave; insita nel fatto stesso che di rivendicazioni si tratta. Ai punti, comunque, direi che vince la pubblicit&agrave; svizzera che almeno ha il pregio di essere avvertita meno come una delega a qualcun altro a parlare a nome delle persone disabili o deboli. E che punta a creare le condizioni per una loro presenza attiva nella societ&agrave; (il lavoro, in questo caso) piuttosto che a garantire loro prestazioni assistenziali quali che siano.<br \/>\nDue esempi che, comunque, confermano quanto sia importante, anche per il cd. Terzo Settore, porre la giusta attenzione alle pratiche, alle forme e agli strumenti di comunicazione. E voi, lettori-pubblicitari, con che modalit&agrave; fareste una campagna di sensibilizzazione? Quali strategie utilizzereste? Scrivetemi a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.<\/p>\n<p>Claudio Imprudent<br \/>\n&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il meccanismo doveva essere pi&ugrave; o meno simile a quello utilizzato in Italia nel 1991 per lanciare la serie televisiva &ldquo;Twin Peaks&rdquo; diretta da David Lynch. Ricordate? Compariva la frase &ldquo;Chi ha ucciso Laura Palmer?&rdquo; senza altre aggiunte. Un tormentone sopravvissuto alla soluzione del caso e alla fine della serie. 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