{"id":946,"date":"2010-04-12T15:07:01","date_gmt":"2010-04-12T15:07:01","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=946"},"modified":"2010-04-12T15:07:01","modified_gmt":"2010-04-12T15:07:01","slug":"una-paralisi-non-basta-a-salvarci---il-messaggero-di-sant-antonio-aprile-2010","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=946","title":{"rendered":"Una paralisi non basta a salvarci&#8230; &#8211; Il Messaggero di Sant&#8217;Antonio, aprile 2010"},"content":{"rendered":"<p>A volte mi capita di incontrare amici disabili che non vedo da tempo e coi quali ho condiviso gli anni della scuola e poi tante occasioni formali e informali. A colpirmi &egrave; sempre il fatto che persone pi&ugrave; o meno coetanee, provenienti dalla stessa citt&agrave;, e qui residenti per buona parte della loro vita, con una formazione scolastica e culturale analoga, spesso con lo stesso tipo di disabilit&agrave;, abbiano avuto delle esistenze molto diverse l&rsquo;una dall&rsquo;altra. &Egrave; vero, infatti, che le differenze che caratterizzano le nostre vite possono essere lette come il segno della libert&agrave; con la quale abbiamo potuto determinarle; ma alcune di queste esistenze hanno caratteristiche tali per cui le definirei &laquo;incompiute&raquo;, almeno in parte. Vite passate all&rsquo;interno di una struttura, con possibilit&agrave; ridotte di sviluppare rapporti di amicizia&hellip; che confronto con la mia esperienza, connota&shy;ta da caratteristiche di segno opposto, soprattutto in relazione a questi aspetti: il domicilio (come spazio fisico e di socialit&agrave;) e l&rsquo;amicizia (la rete di relazioni).<br \/>\nNon riuscivo a farmi un&rsquo;idea chiara della questione finch&eacute; non mi &egrave; tornato in mente, di nuovo, il brano del paralitico guarito (Mc 2,1-12), di cui gi&agrave; ho parlato in un articolo sul &laquo;Messaggero di sant&rsquo;Antonio&raquo; del febbraio 2009. Quel brano del Vangelo mi ha fornito una chiave di lettura non consolatoria, n&eacute; riduttiva. Nell&rsquo;articolo precedente associavo la remissione del peccato all&rsquo;instaurazione della relazione, cosa diversa e meno semplice dell&rsquo;&laquo;azione&raquo; rappresentata dal compimento finale del miracolo e unica in grado di mutare il contesto e i rapporti di forza: era proprio questo che i farisei non capivano o non volevano capire&hellip; Qui, quello che mi interessa sottolineare &egrave; che Ges&ugrave;, come prima cosa, non &laquo;risolve&raquo; la disabilit&agrave; del paralitico: avrebbe dovuto, allora, risolvere quella di tutti i paralitici, per non essere &laquo;ingiusto&raquo; e, ancor prima, avrebbe dovuto vedere in quella disabilit&agrave; qualcosa da rimuovere. Si preoccupa, invece, di riconoscere il valore salvifico e rivoluzionario dei rapporti di fiducia, di amicizia e fede in cui il paralitico stesso era inserito: tanto che si potrebbe dire che lui viene salvato dalla fede di chi ha attorno e l&rsquo;ha aiutato a raggiungere Ges&ugrave;, pi&ugrave; che dalla propria; dalle sue relazioni e non dallo stato di paralisi in cui versava. Infatti, la guarigione &egrave; il &laquo;residuo&raquo; del gesto di Ges&ugrave;, non l&rsquo;obiettivo. Ges&ugrave;, quindi, vuole modificare il contesto in cui un paralitico vive: solo un cambiamento a questo livello pu&ograve; portare a un salto di qualit&agrave; nei rapporti delle persone con il paralitico stesso e, da qui, tra le persone in generale. Con la remissione del peccato, Ges&ugrave; vuole valorizzare, di fronte alla folla che assiste, l&rsquo;importanza del contesto relazionale del paralitico: perch&eacute; la folla ne capisca il valore e possa interrogarsi, modificando a sua volta le proprie relazioni.<br \/>\nHo come la sensazione che per alcuni disabili il rapporto con il proprio deficit sia tutt&rsquo;altro che risolto e che essi lo considerino, anche dopo tanti anni di &laquo;convivenza&raquo;, una condizione dalla quale fuggire, da nascondere e non da condividere: da qui la vita in una struttura e la mancanza di rapporti d&rsquo;amicizia e fiducia. Sono come concentrati sull&rsquo;obiettivo sbagliato, secondario &ndash; la loro condizione e il suo eventuale superamento (peraltro impossibile, in senso fisico) &ndash; e non riescono a partecipare alla creazione di un contesto di fiducia che, unico, pu&ograve; portare a un salto di qualit&agrave; culturale e politico. Sono il primo a sapere che &egrave; necessario attendere un cambiamento da parte degli altri nei confronti delle persone con disabilit&agrave;; ma &egrave; altres&igrave; fondamentale che siano anche queste a disegnare i contorni e a costruire la sostanza di questo cambiamento. E voi, cari lettori, in che modo siete riusciti a farlo? Scrivete a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A volte mi capita di incontrare amici disabili che non vedo da tempo e coi quali ho condiviso gli anni della scuola e poi tante occasioni formali e informali. 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