La scuola elementare spesso si definisce come luogo che insegna a leggere e scrivere, e a far di conto.
E velocemente, voglio aggiungere io, troppo velocemente.
I primi mesi della scuola elementare sono accompagnati spessissimo da un’ansia collettiva che pervade genitori, insegnanti, nonni e quindi bambini.
Aleggia come una paura che il bambino possa essere non del tutto normale se entro Natale non ha imparato a leggere e scrivere.
L’attesa può essere rimandata a gennaio o febbraio, ma se, dio ne guardi, il piccolo ad aprile non decifra ancora almeno parole semplici come "ape" o " banana", scoppia il caso. Il bambino spesso è l’unico nella classe a trovarsi in questa situazione così radicale di non apprendimento, a volte i bambini sono due.
Una sensazione di diversità negativa li circonda e si impossessa di loro.
Uno può diventare un ribelle-disturbatore, l’altro un introverso isolato.
Si cominciano a consultare psicologi e psicopedagogisti.
Alla scuola materna i bambini non avevano mostrato niente che non andava, a casa erano considerati "normali": hanno imparato a parlare, a lavarsi, a mangiare da soli….
Cosa è successo allora?
A questo punto, si indaga soltanto sul bambino "diverso", o ci si chiede se tutti gli altri bambini hanno imparato a leggere con la sufficiente serenità e gioia e nel rispetto dei propri ritmi?
0 meglio, hanno imparato a "leggere", o a "decifrare" scritti per mezzo di suoni, ignorando il senso e lo scopo degli strumenti culturali della lettura e della scrittura? Sono stati velocemente addestrati, o si sono realmente impadroniti di uno strumento fondamentale di comunicazione?
In Italia, e non solo, si lamenta un numero elevatissimo di "analfabeti di ritorno", e un numero molto basso di veri lettori.
Intellettuali, sociologi, linguisti si impegnano, su giornali e mezzi di comunicazione, in ampi dibattiti; si sprecano le statistiche, si mettono sotto accusa la televisione, la scuola; manca spesso una puntualizzazione che affronti il problema alle origini.
Certo molte sono le "responsabilità" della scuola: la mancanza di biblioteche, l’uso a volte dominante dei libri di testo uguali per tutti e di discutibile validità e via dicendo.

Se entro Natale non sai leggere…

Il punto che mi sembra non sufficientemente analizzato in profondità è quello che riguarda che cosa succede nei primi tre mesi della prima classe elementare, quando i bambini per la prima volta vengono a contatto in forma istituzionalizzata e con le aspettative di tutti sulle spalle, con il dovere di imparare a leggere e scrivere.
Se lo hanno fatto studiosi o gruppi di insegnanti (Clotilde Pontecorvo, il Movimento di Cooperazione Educativa), le loro ricerche e scoperte non sono divenute rinnovamento ampio della scuola, né tanto meno patrimonio dell’opinione pubblica.
Con l’approsimarsi dell’abbassamento dell’obbligo a cinque anni, anche se questo avverrà all’interno della scuola dell’infanzia, credo che sarebbe di fondamentale importanza aprire un ampio dibattito che coinvolga il mondo della cultura, gli addetti ai lavori e l’opinione pubblica in generale, proprio per evitare un pericolosissimo equivoco che potrebbe vedere abbassare l’età degli apprendimenti del leggere e dello scrivere, mantenendo metodi frettolosi, ansiogeni, spesso privi della conoscenza dei fondamentali studi epistemologici.
A questo proposito non posso fare a meno di citare la ricerca condotta in Argentina negli anni 1974-76 da Emilia Ferreiro e Ana Teberosky (La costruzione nella lingua scritta nel bambino, Giunti e Barbera, Firenze, 1985). Le due studiose della scuola svizzera di Piaget applicano per la prima volta nel mondo il metodo di indagine piagetiano all’apprendimento della lettura e della scrittura.
Si vengono così a conoscere i percorsi mentali dei bambini nei confronti della lingua scritta, che certo non hanno inizio né a 6 né a 5 anni ma molto prima, e procedono secondo tempi e ritmi diversificati, pur seguendo tappe comuni e identificabili. Le scoperte di queste studiose, come dice la Pontecorvo, che le ha fatte conoscere in Italia, confermano riguardo al metodo le grandi intuizioni di Freinet, e danno un supporto teorico al metodo naturale. Si tratta in breve di un metodo che, come dice la parola stessa, rispetta la natura del bambino, aspettando con la stessa serenità e la stessa fiducia con cui si è aspettato che il bambino aspettasse a parlare, senza contargli i mesi addosso, che impari a leggere e scrivere, cioè che costruisca questa fondamentale conoscenza attraverso strategie personali, nella sicurezza e nel piacere.
Saranno questi gli elementi che faranno di lui un buon lettore anche da adulto.
Nella mia più recente esperienza, al termine di una gioiosissima prima elementare, in una classe di 19 bambini, ve ne erano due che ancora non erano in grado di leggere e scrivere. Hanno tranquillamente imparato, e bene, durante il corso del secondo anno, sono sempre stati sereni e felici di venire a scuola, né loro né i loro compagni hanno mai rimarcato diversità spiacevoli. I genitori e i nonni, indispensabili coeducatori, hanno atteso senza smanie il naturale sviluppo conoscitivo dei loro bambini, ritrovando a volte insieme a loro il gusto e la gioia di leggere.