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Autore: admin

L’America, l’integrazione e il Marocco – Il Messaggero di Sant’Antonio, marzo 2009

Dal 3 al 6 dicembre 2008 si è tenuto a Nashville, in Tennessee, un convegno internazionale organizzato da Tash (un’associazione internazionale di persone con disabilità, dei loro familiari e di professionisti che si battono per una società in cui l’integrazione di tutti sia la norma e non l’eccezione) incentrato sul tema: «Social Justice in the 21st Century» (credo non ci sia bisogno di traduzione…). Erano stati invitati rappresentanti provenienti da tutto il mondo per discutere e confrontarsi sulle politiche e le pratiche di integrazione sviluppate da ogni singolo Stato. Integrazione nell’ambito scolastico, lavorativo, sociale e culturale. Per rappresentare l’Italia e tracciare un quadro della situazione nel nostro Paese, siamo stati invitati io e Federica Bartoletti, assistente di Andrea Canevaro, docente di Pedagogia Speciale all’Università di Bologna e vero precursore in materia. Insieme a me, sempre del Centro Documentazione Handicap di Bologna, c’erano Sandra Negri e Roberto Parmeggiani, miei quotidiani colleghi di lavoro. Sono stato lì troppo poco per apprendere un inglese fluido e convincente, altrimenti vi avrei deliziato con un articolo scritto in quella lingua…

Mi è comunque difficile rendere conto di tutte le suggestioni e gli stimoli ricevuti, sia di quelli provenienti dal convegno sia di quelli che venivano dalla città stessa, Nashville, patria della musica country. Vorrei però dirvi una cosa: essendomi potuto confrontare con altre esperienze, mi sono sentito onorato e privilegiato di appartenere a un Paese che, negli anni, ha sviluppato l’idea di integrazione più complessa, profonda e articolata al mondo. Forse solo la Norvegia ci assomiglia, dal momento che da qualche anno ha intrapreso iter legislativi che avvicineranno le sue politiche alle nostre. Erano conoscenze e convinzioni che già avevo, il convegno le ha rafforzate. A conferma della nostra leadership in questo campo, mi piace sottolineare l’entusiasmo incredulo con cui è stato accolto il nostro intervento che ha cercato di affrontare la questione da un punto di vista più culturale che normativo, legale, giuridico e politico. Anche se la cultura è sempre, in un certo senso, politica e forse questa non può esistere senza la prima. Chi ha memoria ed esperienza delle battaglie combattute per arrivare fin qui, credo capisca bene cosa intendo. Da ultimo, una nota di colore. In America tutto è accessibile. Sapevo che gli americani si contraddistinguono per un certo pragmatismo nell’affrontare i bisogni delle persone con disabilità: ad esempio, sono specializzati in tutte quelle forme di ausili tecnologici che facilitano la comunicazione, e non solo. È anche vero che città ed edifici sono molto più recenti dei nostri, e meno legati a vincoli urbanistici di vario tipo, per cui intervenire e restaurare nel senso dell’accessibilità è di certo meno complicato.
Anche a Nashville ho potuto constatarlo: scivoli ovunque e al posto giusto (se c’erano da un lato della strada, c’erano anche dall’altro…), bagni sempre adatti alle esigenze e all’autonomia delle persone con disabilità, locali nei quali ci si può muovere agilmente. Eppure in sei giorni di permanenza avrò incontrato due persone disabili in tutto. È un Paese molto diverso dall’Italia, dove abbiamo una certa abitudine, quantomeno visiva, alla presenza in pubblico di disabili. Che vengano considerati, come in Marocco, doni divini da preservare e quindi nascondere? Ma di questo parleremo un’altra volta. L’intervento del rappresentante del Marocco mi ha fatto venire in mente tante cose che ci riguardano da vicino. Più di quanto possiate pensare. Stando così le cose, il motto di Obama Yes, we can è quanto mai appropriato. Che ne dite? Scrivetemi a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.
 

 

Alzati e cammina. Per favore – Il Messaggero di Sant’Antonio, febbraio 2009

Chissà quante volte in televisione avete visto immagini di Lourdes: carrozzine, stampelle, plaid rigorosamente a scacchi, accompagnatori. Ogni volta che mi capita di vedere qualcosa che ricorda la famosa mèta di pellegrinaggio, mi torna in mente il brano del «paralitico guarito», tratto dal Vangelo di Marco (Mc, 2,1-12). Una pagina che rappresenta una vera e propria «chicca» di pedagogia sulla disabilità e, al tempo stesso, un’iniezione di ironia perché, spesso, questi due termini − disabilità e ironia − vanno insieme anche se in pochi se ne accorgono. Una lezione sempre attuale quella del brano di Marco che, come molti altri passi del Vangelo, è ancora oggi attuale e condivisibile. A condizione che siamo noi lettori, credenti o meno, a trovare il modo di far vivere quel testo nel nostro mondo, di metterlo in dialogo con esso, di rinnovarlo riconoscendo la sua presenza e la sua vitalità.

Ma torniamo al paralitico e alla scena così come l’evangelista Marco la descrive. Ci troviamo a Cafarnao, tra una folla di gente silenziosa che si era radunata numerosissima per ascoltare Gesù che avrebbe «annunziato la parola» dalla casa nella quale era stato ospitato. A un certo punto si avvicinano quattro persone che accompagnano, su un letto, un uomo paralitico e, volendolo portare davanti a Gesù, sono costretti, data la calca, a fare un foro nel tetto della casa e a calare il letto dall’alto. Immaginiamoci una scena frenetica, dinamica, che cambia di continuo: a quel punto la gente attorno avrà cominciato a gridare, ad agitarsi, a urlare «attenzione!» «più in alto!» «calate ora!». Non appena Gesù vede i quattro e, ancor prima, la loro fede, dice al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Gesù entra subito in relazione con il paralitico, incurante del suo aspetto e attento a quel che lo accomuna o che, al contrario, lo distingue veramente dagli altri. Ma che tipo di relazione è? Come sappiamo anche da altri passi, Gesù intraprende sempre relazioni da pari a pari, non guarda mai dall’alto in basso, né con compassione o pietà, sentimenti lodevoli ma inefficaci, dal respiro corto, che non modificano i rapporti «di forza» ma contribuiscono, anzi, a mantenerli. Era un suo tratto distintivo: il tipo di relazione che instaurava cambiava profondamente il contesto dei rapporti. Era già questo un miracolo!
Spesso siamo portati a pensare che, nei confronti della disabilità, dobbiamo compiere delle azioni concrete, quali dare da bere, da mangiare, far alzare dal letto. Noi, con le nostre rappresentazioni del mondo, siamo in fondo gli «scribi che pensavano in cuor loro» del passo di Marco. Quelli che, senza esprimerlo, si chiedevano: «Perché Gesù parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». La risposta del Nazareno è fulminante: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cos’è più facile: dire a un paralitico “ti sono rimessi i peccati” o “alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”? […]». In altri termini: «È più facile compiere un’azione o cercare di instaurare una relazione?». Proprio qui sta il punto: Gesù, alla fine, compie il miracolo «atteso» dagli scribi, ma lo considera come un’azione residuale, marginale rispetto alla remissione del peccato, all’instaurazione della relazione (di fede, di fiducia, di stima, di rispetto…). Gesù conosce bene il limite insito in ogni azione: di non essere in grado di cambiare il contesto dato, mentre era proprio quella l’intenzione del suo annuncio. Sono solo le relazioni, le reciprocità che possono modificarlo. Anche noi, allora, possiamo compiere dei miracoli se interpretiamo il nostro stare al mondo secondo una prospettiva relazionale e con il fine di cambiare il contesto dei rapporti esistenti. Avete già compiuto dei miracoli di relazione? Raccontatemeli, scrivendo a claudio@accaparlante.it
 

Scuola: semplificare esclude – Il Messaggero di Sant’Antonio, gennaio 2009

Il dibattito sulla riforma scolastica è ormai da tempo avviato, e sono tante e autorevoli le voci che hanno espresso opinioni a riguardo. Mi è capitato sotto mano, con qualche giorno di ritardo, un bell’articolo di Michele Serra («la Repubblica», 24 settembre 2008), che affrontava il tema, allargandolo a ogni aspetto della vita culturale, dal punto di vista della «complessità-semplicità», intese come modi alternativi di avvicinarsi al mondo e tentarne interpretazioni e rielaborazioni.

Il discorso, riferito alla riforma scolastica, in particolare alla reintroduzione del maestro unico, al di là di questioni strettamente politico-partitiche, regge benissimo e fa emergere spunti piuttosto interessanti. Serra sostiene che la complessità viene ormai vista come un lusso che la società, e quindi la scuola – che di essa è parte e spesso specchio – non può più permettersi.
L’editoriale si articola in modo più compiuto, ma a me interessa integrare alcune riflessioni del giornalista riguardo all’auspicata, da molti, semplicità o «semplificabilità» del mondo.
Ci sarebbe tanto da dire, ma mi limiterò a quegli aspetti a mio parere particolarmente paradossali. Il primo: sarebbe appunto paradossale retrocedere a una visione semplicistica, proprio mentre abbiamo a disposizione tutti gli strumenti, anche tecnici, per allargare i nostri orizzonti. E proprio mentre questo allargamento avviene anche a prescindere dalla nostra volontà, visto che è un dato di fatto. Altrettanto paradossale risulterebbe, in secondo luogo, abbracciare un pensiero «semplice» proprio quando l’eterogeneità delle persone, delle loro origini e delle loro culture, diventa un elemento vivo e caratterizzante la nostra società. Terzo paradosso, fare passi indietro nel riconoscimento dell’inevitabile e irriducibile varietà delle cose dopo che per anni in tanti hanno lavorato perché questo riconoscimento diventasse un sentire diffuso… Avete presente i segnali di inversione a «U»? Sembra che ci venga chiesto di intraprendere un cammino in senso contrario rispetto a quello percorso da tanto tempo. Non abbiamo fatto in tempo a ricordare i trent’anni della legge sull’integrazione scolastica. Ricorrono poi i trent’anni della legge Basaglia. Si tratta di due momenti importanti, per quanto solo aurorali, di un cammino che si proponeva anche di mostrare la bellezza delle «cose complicate» e la necessità del complicare per «umanizzare».
Questo movimento teso al riconoscimento delle differenze, all’integrazione delle diversità, alla complicazione del concetto-contenitore di «umano» non si poteva, non si può rea­lizzare, se alla base c’è un pensiero che semplifica, restringe il campo delle possibilità. Semplificare esclude, tendenzialmente. La semplificazione precede e provoca una perdita.
Non solo, allora, come scrive Serra, gli «strumenti critici (…) rischiano di diventare insopportabili impicci», ma le persone e le situazioni che creano criticità (e crescita) rischiano di diventarlo.
È molto azzardato mettere la scuola nelle condizioni di non poter affrontare questi nodi nella sua proposta educativa. In questo modo, infatti, viene essa stessa costretta a ridurre l’insegnamento a una sorta di acritica trasmissione delle nozioni, impoverendo così lo stesso apprendimento. Un intervento alquanto rischioso proprio perché l’istituzione scolastica rappresenta, invece, il primo luogo in cui quei nodi dovrebbero essere affrontati e discussi.

Mi farebbe piacere che il mio articolo diventasse per voi uno stimolo: indicatemi tutti i segnali di inversione a «U» che avete già incontrato o che, a vostro avviso, si profilano all’orizzonte.

Scrivetemi a claudio@accaparlante.it
 

Buone feste…muschiate! – Il Messaggero di Sant’Antonio, dicembre 2008

Cari lettori, in questo numero dicembrino ho pensato di dare voce a un vegetale e, con lui, di augurarvi buone feste.

«Sono stato per molto tempo lassù, all’ombra di quegli abeti che ricoprono i dolci pendii alpini. Mi chiamano “Muschio”, sono un vegetale, e come tale non mi muovo; vivo e respiro dove sono nato. Come avrei potuto immaginare di avere un destino che non contemplasse la mia permanenza nel sottobosco? E, invece − nessuno lo sa meglio di me − la vita è imprevedibile! Ed eccomi qui a raccontarvi la mia storia. Come vi dicevo, ero lassù, tranquillo e rilassato, a gongolarmi nella mia bella superficie morbida, di un verde intenso e profumato, quando vidi un bambino, armato di uno strano attrezzo, che, chinandosi verso di me, disse alla sua mamma: “Mamma guarda! Questo muschio è davvero bello… Lo so che manca ancora tanto al Natale, ma portiamolo a casa per il presepe!”. E io, lì, attonito, a chiedermi che cosa fossero il Natale o il presepe… E prima di trovare anche solo l’ombra di una risposta, mi ritrovai bello disteso dentro una scatola di cartone prontamente sfoderata dalla donna, per vivere un inaspettato lungo viaggio.

Ogni tanto il bambino apriva la scatola, e così potevo rendermi conto di quanta strada stessimo facendo. Insomma, dalla montagna mi ritrovai in città, a riposare per settimane dentro la mia scatola, ricevendo ogni tanto le visite di quel bambino che seppi poi chiamarsi Claudio. Quando venne freddo, Claudio venne a prendere la scatola e la portò alla mamma che, aprendo il coperchio, mi rese possibile vedere e intuire qualcosa in più. C’era di fronte a me un abete simile a quelli del bosco, pieno di oggetti luccicanti e poco più in là scorgevo un tavolo su cui stavano, tutti composti in pose diverse, piccoli ometti di plastica, tra i quali c’erano pescatori, falegnami, pastori e donne con cesti. In tutto questo tripudio di colori e forme spiccava una capanna, con una mangiatoia piena di fieno, in cui dormiva beato un frugoletto tanto vivo, mentre i suoi genitori, ben fissati al pavimento ligneo, lo ammiravano a mani giunte. Intuii: era quello il Natale! Ma io cosa ci facevo lì? Pazientai qualche minuto e la risposta arrivò puntuale. Dalla scatola mi ritrovai nelle mani della mamma di Claudio, che, maneggiandomi con cura, mi dispose qua e là, davanti alla luminosa capanna, ai piedi di pescatori e pastori, sulle rive di un ruscello di alluminio e sotto le montagne di carta. Intorno a me era tutto “finto” o, meglio, artificiale. A parte il Bambin Gesù, ero il solo a essere vivo; cresciuto in montagna, ero stato trasportato lì per dare un tocco autentico a quella creazione, la quale, per la cura usata da Claudio e da sua mamma, doveva avere necessariamente qualcosa di sacro.

E adesso vi sto parlando proprio da questo bel tavolino, dal quale vi ho narrato di me e della mia storia, e di come ho scoperto che essere un vegeta­le non è assolutamente all’origine di una esistenza scontata. Dietro all’immobilità c’è una vita, c’è un modo di essere che forse non ci aspettiamo, c’è qualcosa di unico che può dare un tocco vivace e autentico a un contesto, una creazione che senza tutto questo sarebbe incompleta e molto meno affascinante. Ho sentito che ci sono delle persone vegetali. Ma anch’io lo sono. Ho sentito parlare spesso di una sensazione di limite, di negatività, di tristezza, e di ari­dità. Ma io, qui, sono vivo e sono felice come una Pasqua… anche se è Natale. Per me il trucco sta nel contesto: ogni elemento ha bisogno di essere collocato nella giusta situazione per manifestare tutte le sue potenzialità». Vi faccio una domanda: vi è mai capitato di fare nella vostra vita la parte del muschio nel presepe? Avete mai provato a cambiare contesto? Scrivetemi a claudio@accaparlante.it. E… Buon Natale a tutti!

Disabilità non fa rima con solitudine – Il Messaggero di Sant’Antonio, novembre 2008

Qualche mese fa mi trovavo al concerto tenuto a Bologna da Jovanotti, artista particolare che ha saputo proporsi nel tempo in modo sempre diverso. Un grande comunicatore di concetti, oltre che un ottimo compositore ed esecutore. Quando il pubblico ha sentito l’attacco di Fango («Io lo so che non sono solo…») subito è partito in un coro tale da sovrastare la voce del cantante. Fino a quel momento avevo apprezzato questa canzone senza dare troppo peso al messaggio che veicolavano quelle parole, ma, dopo aver sentito tutte quelle persone che la cantavano all’unisono, ho pensato che quel testo volesse dire qualcosa di più, e che forse toccava questioni che tutti sentiamo a noi vicine. Con spirito da scolaro diligente – quale non sono mai stato – mi son messo ad analizzarne le parole. È vero: alcuni punti sono davvero interessanti. A una prima lettura, quelli più degni di nota mi erano sembrati i passaggi relativi al rischio di diventare come anestetizzati rispetto alle cose del mondo, quelle magari più comuni, che spesso diamo così per scontate che non ci accorgiamo nemmeno di trascurarle. «Ma l’unico pericolo che sento veramente / è quello di non riuscire più a sentire niente (…) il battito di un cuore dentro al petto / la passione che fa crescere un progetto / l’appetito, la sete, l’evoluzione in atto / l’energia che si scatena in un contatto». Quest’ultima parte mi ha fatto pensare anche al film Centochiodi di Ermanno Olmi.

Però, leggendo e rileggendo il testo della canzone, l’occhio in realtà mi cadeva sempre su un’altra frase, non a caso il ritornello: «Io lo so che non sono solo / anche quando sono solo / io lo so che non sono solo / e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango».
Quella della solitudine è una delle paure più sentite da ognuno di noi. Non è solo il timore di perdere chi più ci è vicino. Piuttosto, in generale, è il timore di essere soli al mondo. Rispetto a questa angoscia diffusa, la disabilità è un ottimo «monitor» sociale e antropologico. Infatti, una delle cose che impedisce un rapporto paritario tra le persone disabili e i normodotati è proprio l’immagine intimorita, diffidente che questi ultimi hanno della condizione di disabilità, quasi fosse sinonimo di solitudine irreversibile. Questa immagine si accompagna ad altre simili, come quella che associa disabilità a sofferenza, o ad assistenza. In qualche modo il rapporto disabile-«normale» riflette la paura diffusa della solitudine, restituendocela in maniera più nitida. Insomma, la disabilità ci spaventa anche perché pensiamo che, semmai ci trovassimo in quella situazione, saremmo condannati a una vita isolata. È come se, temendo la solitudine, avessimo paura di chi ci sembra vivere appieno quella condizione di totale distacco.
Ma c’è un altro messaggio che il testo ci trasmette: la solitudine è uno stato apparente, quasi un auto-convincimento. Mi sembra che Jovanotti ci inviti a considerarla come una condizione non-data, cioè in divenire e nelle nostre mani: siamo noi a poterne determinare tempi e caratteristiche.
Una simile visione della solitudine comporta, però, anche la dismissione di associazioni di idee, come quelle di cui parlavamo sopra, che solo apparentemente sono nocive e discriminanti per gli altri, ma che in realtà limitano le nostre stesse vite. Per cui associamo con facilità la solitudine a determinate situazioni esistenziali (immobilità, dipendenza, deficit, o altre), mentre l’essere soli è una condizione di vita che dipende dal modo in cui percepiamo noi stessi e ciò che ci sta attorno.

Se l’argomento vi sta a cuore, se vi siete sentiti spesso soli, scoprendo poi che non di vera solitudine si trattava… o semplicemente se siete dei fans di Jovanotti, scrivete a: claudio@accaparlante.it
 

 

“Contanimazione”, maneggiare con cura – Il Messaggero di Sant’Antonio, ottobre 2008

Giocare con le parole è stata da sempre una mia passione. Ricordo che, quando ero piccolo, mi divertivo a invertire le lettere all’interno di alcuni sostantivi per vedere se potevano trasformarsi in una parola diversa e comunque sensata o se diventavano una successione di suoni alla quale io potevo dare il significato che preferivo.
Potevo creare così un mondo di parole inventate che rappresentassero cose reali o anche di parole inventate con le quali nominare cose inesistenti. Ma, se si gioca a coniare termini che non siano di uso comune, si corre il rischio di non poter comunicare questa creazione. Per riuscire a farlo c’è bisogno di un linguaggio (qualsiasi) che sia condiviso.

Col tempo, pur non rinunciando privatamente a inventare parole-concetti «irreali», ho imparato a sfruttare questa mia inclinazione in modo più comprensibile e, quindi, condivisibile e comunicabile.
La parola, e il suo uso creativo, sono un potente mezzo di espressione di sé e di azione nel mondo. Ma per agire nel mondo dobbiamo conoscerne, almeno in parte, il linguaggio e non parlarne o intenderne uno del tutto estraneo.
Se si gioca con le parole anche con questa consapevolezza, esse ci danno davvero la possibilità di interpretare e intervenire «nella» e «sulla» realtà, e di fornirne visioni nuove, meno asfittiche, di sovvertire pregiudizi.
Ma, senza poter stare nel mondo, senza poterlo calcare, è difficile, se non impossibile, imparare coscientemente il suo linguaggio. E questo è tutt’altro che scontato per una persona con disabilità.

Se ho potuto imparare le parole, tanto da poter fare del loro utilizzo «creativo» (in ogni senso) uno degli aspetti fondanti del mio lavoro e di quello del Centro di Documentazione che presiedo, è proprio perché ho cercato e avuto la possibilità di stare effettivamente nel mondo, di esserci in modo non virtuale, mediato. Di apprendere dal mondo, di subirlo, a volte, di gioirne e rattristarmene.
Conoscere il mondo e la sua lingua (anzi le sue lingue) è il primo passo per poter contribuire all’«animazione» del mondo stesso.
A proposito di «animazione» e di tutto il discorso fin qui fatto, è di qualche giorno fa un’ulteriore piccola invenzione, la parola «contanimazione»: questa nasce dall’accostamento di due termini reali che produce come uno slittamento, un surplus di senso. Essa richiama più concetti, senza esaurirne alcuno.

Richiama, in primis, l’idea di contaminazione, la quale presuppone una compresenza, un’esperienza comune, un esserci insieme. Non prevede, cioè, l’esclusione, ma al contrario la partecipazione, la possibilità di accesso a una condizione di «assorbimento», di acquisizione. La presenza nel mondo, d’importanza vitale, di cui parlavamo prima.
Inoltre, il neologismo richiama l’immagine dell’animazione, il secondo momento fondamentale: quello in cui le persone disabili, ormai contaminate dal mondo e padrone dei suoi linguaggi, a loro volta contaminano, contribuiscono cioè all’animazione del mondo, alla determinazione dei contesti e delle situazioni. Si fanno, cioè, «animatori».
Da un lato quindi poter stare nel mondo, farsi contaminare, acquisire conoscenza (in ogni senso); e dall’altro poter animare, aprire nuove prospettive, produrre cultura (in ogni senso): alla realizzazione di queste due condizioni è legata un’attiva presenza delle persone disabili nella realtà sociale.
Per questo vi faccio un appello. Se avete «pericolose» esperienze di «contanimazione» da raccontarmi, maneggiatele con cura e… contaminatemi pure, scrivendo a claudio@accaparlante.it
 

Il pastore che apre i recinti – Il Messaggero di Sant’Antonio, settembre 2008

Era una domenica di aprile, il cielo nuvoloso come il clima politico dell’Italia chiamata a votare per le elezioni. Dopo aver espresso il mio voto mi sono recato, come ogni domenica, a messa. Il Vangelo proposto era il famoso brano di Giovanni che recita: «Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce». La mia attenzione è subito caduta sulla manovra del pastore, una mossa davvero rischiosa. Mio padre, abruzzese, da piccolo mi portava sulle sue montagne a vedere le pecore, che a sera i pastori portavano dentro il recinto. In fondo un pastore ha paura che le sue pecore scappino, che si allontanino, o che si mescolino con altri greggi. È proprio una mossa strana quella descritta dal Vangelo… È un’immagine di liberazione: il pastore fa uscire le pecore dallo steccato, dal recinto dove sono state rinchiuse fino a quel momento. Anche il sacerdote, don Maurizio Marcheselli, nell’omelia ha messo l’accento sul termine «condurre», spiegando che si tratta soprattutto di spingere fuori gli animali, perché di per sé una pecora non esce da sola: bisogna sospingerla, e si fa anche fatica.
In fondo il recinto è un luogo sicuro e comodo, dove si può mangiare, bere e riposare. Cosa significa questo spingere fuori dai recinti? E soprattutto: di quali recinti si tratta? Il fatto è che noi viviamo all’interno di molti recinti: culturali, politici, religiosi, psicologici, morali, e chi più ne ha più ne metta. In fondo, anche la disabilità può diventare un recinto all’interno del quale ci si sente protetti e sicuri. Un recinto all’interno del quale nessuno può metterci in discussione e che, allo stesso tempo, evita agli altri di mettersi in gioco criticamente. Conosco molte persone diversabili che dietro lo steccato ci stanno proprio bene e che non ne vogliono sapere di uscire; anzi, il recinto è praticamente casa loro.
Ma che cosa vuol dire oltrepassare lo steccato? Ognuno nasce in un contesto culturale che non si è scelto e che, volente o nolente, lo condiziona. Ciò non significa però che questo contesto debba rimanere immutato per tutto l’arco della vita. È possibile uscire, sperimentare realtà, contesti e recinti diversi. Non per «digerire» passivamente tutto quello che si incontra, ma per scegliere criticamente ciò che la vita propone e per proporre noi stessi alla vita un personale contributo di idee e azioni.

È possibile costruirsi da soli il proprio edificio culturale, meglio se senza recinti o steccati invalicabili. Come una casa dove gli altri possono entrare e uscire quando e come vogliono lasciandoci, a ogni transito, la possibilità di scegliere se accogliere, assecondare o rifiutare le variazioni e le imprevedibilità che ogni passaggio umano può comportare. Molte cose estranee alle nostre abitudini possono non piacerci o non convincerci appieno, ma se, supponiamo, il mio vicino ha una spezia particolare, in grado di migliorare la mia ricetta preferita, sarebbe stupido non provarla. Ma torniamo al pastore del Vangelo. Se spinge fuori le pecore, significa che non ha paura di perderle. Anzi, vuole che sperimentino situazioni diverse da quella nella quale si trovano. Il pastore ha un trucco: chiama le pecore per nome. Le conosce una per una, ha fiducia nelle loro potenzialità e anziché imporre un’unica strada, un unico pensiero, un imperativo dogmatico, scommette sulle loro capacità di apprendere e conoscere grazie a esse. Solo così è possibile evadere dai recinti.
E voi, quanti steccati avete oltrepassato? C’era un pastore fiducioso ad aiutarvi o avete abbandonato il vostro recinto da soli? Scrivete a claudio@accaparlante.it
Buona «evasione» a tutti!

 

Comunicare all’epoca del santo – Il Messaggero di Sant’Antonio, luglio/agosto 2008

Col mio commensale pranzavo alla mensa di un centro commerciale nella quale di solito mangiano le persone frenetiche. Una frenesia, la loro, acquisita a causa del lavoro e diventata con il tempo una peculiarità del carattere. Le osservavo con molta attenzione: mi affascinava pensare che dietro ognuno di loro ci fosse una storia e, allo stesso tempo, mi spaventava il pensiero che non avessero tempo per raccontarla e, gli altri, per ascoltarla e farla propria. È strano, direte, avere questo timore proprio oggi che i mezzi di comunicazione si sono moltiplicati: c’è il cellulare, la posta elettronica, la chat, myspace, il blog e, al contempo, sopravvivono i classici mezzi di comunicazione.
Ma a tutto questo che cosa corrisponde? Voglio dire: che cosa ci diciamo realmente, quando abbiamo il tempo di parlare, e quanto resta di quello che diciamo? Quanto è significativo quello che «chattiamo», «myspaciamo»? Che cosa resta dell’essenza delle parole che pronunciamo e di quelle che ci arrivano all’orecchio? Non rischiano di perdere forma e sostanza, sacrificate alla presunta efficacia dell’accumulo di dati? E soprattutto: che peso resta di ogni singola notizia se questa rischia in ogni momento di affogare tra tante altre? Di non avere lo spazio per entrare in noi e, in un certo senso, di «respirare» dentro di noi? Respirare per rimanere in vita almeno il tempo necessario a farci riflettere, a muoverci all’azione, alla reazione, alla relazione…

Se non riusciamo a distinguere le cose, come potremo riuscire a capire per quale di esse vale la pena mobilitarci? A proposito di mobilitazione: ho chiuso gli occhi per rilassarmi e mi è tornata in mente una storia su san Francesco e sant’Antonio, che da piccolino mia nonna mi raccontava spesso e che poi ho scoperto essere falsa, dal momento che non risulta nella biografia di nessuno dei due santi. Secondo questo racconto, sant’Antonio era a Lisbona e aveva saputo che san Francesco era gravemente malato. Subito decise di partire per Assisi perché voleva assolutamente incontrarlo e parlargli. Dopo molte disavventure, giunse ad Assisi proprio quando Francesco stava per morire. Che cosa ci trasmette questo racconto? È un ottimo esempio di come, in un tempo in cui la circolazione delle infor­mazioni era molto più lenta, quelle davve­ro significative circolavano velocemente. Quindi, la rapidità di circolazione era le­ga­ta all’importanza della notizia. Come se, dovendosi adattare alla mancanza di mezzi, gli uomini riuscissero meglio a selezionare le priorità. E queste informazio­ni erano così significative che spingevano subito all’azione. Perché erano in grado di toccare quella parte dell’animo umano che, se non avesse reagito, avrebbe sofferto di un’inquietudine troppo intensa.
È proprio questo il punto: accumulare informazioni ci rende apparentemente consapevoli delle cose ma, nella difficoltà di attribuire loro una gerarchia, rischiamo di sentirci impotenti di fronte alla loro quantità e di rimanere inattivi. Dopo tutte queste considerazioni ho riaperto gli occhi e ho visto che la gente continuava freneticamente a comunicarsi notizie di tutti i generi. Sant’Antonio sapeva che riuscire a realizzare quell’incontro con Francesco avrebbe significato tanto per lui: sia nel momento stesso dell’incontro sia per la sua futura azione nel mondo. Per questo motivo egli, ricevuta la notizia della malattia di Francesco, ha «vissuto la notizia», ha dato concretezza alle parole. In fondo, non sono forse le parole stesse a chiederci un appiglio forte alle cose di questo mondo? Esse non sono creazioni che prescindono da noi uomini. Sono uno strumento per descrivere il mondo (anche quello della fantasia) e per agirvi e creare in esso relazioni. O, almeno, tali dovrebbero essere. Avete parole-azioni da raccontarmi?

Scrivetemi a: claudio@accaparlante.it

 

Storie di Calamai e di altre creature straordinarie – Il Messaggero di Sant’Antonio, giugno 2008

Nella relazione con persone disabili la reazione più immediata è un senso di disorientamento. Una reazione ben presto superata però: l’essere umano, infatti, facilmente si abitua a contesti differenti, per renderli più accettabili e gestibili. Questa capacità ci consente di vivere agevolmente nel mondo. Ma è sufficiente affinché noi riusciamo a vivere anche con il mondo? Perché ciò possa accadere non possiamo prescindere da un coinvolgimento diretto in quello che viviamo. Solo così potrà avvenire quel reciproco mutamento – nostro e di ciò che sta fuori di noi – che indica un’azione da parte nostra sul mondo e del mondo su di noi. Questo vuol dire stabilire una relazione con le cose, essere aperti alla novità, anche di noi stessi. Ho sempre pensato che se non si mantiene un’apertura al mondo non si può diventare esperti: delle cose, ma anche delle persone. Superare il disorientamento, allora, non è sufficiente. Diciamo così: senza andare oltre non possiamo tentare neppure di avere una coscienza più piena. Ne avremo solo una falsata, mancante, come se la nostra capacità di vedere fosse limitata, se potessimo guardare ma senza poter alzare lo sguardo, abbassarlo o voltarci indietro.

Mi colpisce la testimonianza di Anna Pazzaglia, tratta da Storie di calamai e di altre creature straordinarie (Edizioni Erickson): «Quando nel settembre del 2006 entrai a fare parte del gruppo Calamaio, il sentimento che provai, e che ora riesco a riconoscere e a mettere sulla carta, fu di completo disorientamento. Mi aspettavo di trovare un ambiente di lavoro e nient’altro. Invece quello che mi sembrava di poter cogliere, sebbene in maniera confusa, erano delle relazioni che non riuscivo a discriminare e a decodificare». Di solito nelle relazioni con il mondo delle diversabilità tende a prevalere la dimensione del «fare», piuttosto che quella dello «stare con». Infatti, Anna continua affermando l’importanza dello «stare nella relazione»: «Fino ad allora per me quelle tre parole non avevano nessun significato, non le legavo né a un’esigenza, né a un’esperienza precedente». Personalmente credo che il fulcro della relazione stia nel fare esperienza dell’altro, e dell’altro come «diverso». Solo così si può mettere in atto una logica dell’accoglienza. Infatti, sempre secondo la testimonianza di Anna, «accoglienza significa che partendo dall’osservazione dell’altro, e dalla sintonizzazione emotiva, si agisce come casse di risonanza, e si crea uno spazio di comunicazione e ascolto». E di azione. Perché senza relazionarci risulta difficile la realizzazione delle nostre stesse azioni.

Ma a questo punto vi starete domandando: «Che cos’è il “Gruppo del Calamaio”?». Da oltre vent’anni il Progetto Calamaio promuove nelle scuole di tutta Italia percorsi formativi ed educativi sulla cultura delle abilità diverse. Esso è caratterizzato dalle persone che lo animano, lo vivono, lo pensano, lo realizzano, lo adattano ai diversi contesti, lo condividono con i vari gruppi che lo ospitano. Ogni persona che compone il gruppo diventa protagonista con la sua storia. L’intrecciarsi di tutte queste relazioni – quelle che si instaurano fra gli educatori e i ragazzi, gli insegnanti, i genitori che si conoscono a ogni incontro – permette di toccare con mano la cultura dell’integrazione. Anche questo è il Calamaio: l’incontro e lo scambio con altre parti di umanità che talvolta capita di incrociare, condividendone un tratto di strada. Una conoscenza che permette alle persone di avvicinarsi, che è stimolo al desiderio di modificare e modificarsi continuamente.

Perché la conoscenza, per definizione, non è mai definitiva, ma sempre «da raggiungere», continuamente mobile, sempre davanti a noi.

E qual è il vostro modo di conoscere?

Scrivetelo a: claudio@accaparlante.it
 

C’è sempre una prima volta – Il Messaggero di Sant’Antonio, maggio 2008

Chi non si ricorda quando è caduto il suo primo dentino? Chi di voi non lo ha nascosto sotto un bicchiere sperando che la fatina (o la formichina o il topolino…) portasse un dono? E ancora: chi non ricorda il primo bacio? Quante emozioni, quanti desideri rimangono impressi in maniera indelebile nel nostro cuore per tutta la vita! Sono infinite le possibili «prime volte» di ciascuno. Credo che abbiano un’importanza fondamentale nella crescita umana e spirituale di ognuno, che segnino una tappa nel cammino personale. Ma, mentre alcune di queste occasioni vengono vissute come esperienze indimenticabili perché bellissime, altre ci mettono con forza in discussione.
Cari lettori, adesso vi propongo una riflessione sul vostro primo incontro con la disabilità. Per far questo vi rendo partecipi di una lettera – ricevuta da poco – che a questo proposito potrebbe offrire un buono spunto. È stata scritta da una ra­gazza che… ma non aggiungo altro, lascio a lei la parola:
«Posso dire di essere fortunata, perché il primo disabile incontrato (avevo quasi 12 anni) è stato proprio Claudio Imprudente. L’altra fortuna è viverci insieme, nella stessa comunità, nell’appartamento sopra al suo. Quindi sono cresciuta con lui, con la diversabilità e con un esempio di accettazione e riconoscimento del proprio deficit davvero straordinario. Molti sanno già chi è Claudio, che cosa fa, magari un po’ meno dove vive: è presidente del Centro documentazione handicap di Bologna, un centro che forma, documenta, informa sull’handicap e organizza incontri nelle scuole, per sensibilizzare alla diversità. Sin da bambina ho stretto un bel rapporto con lui e crescendo siamo diventati amici: a volte usciamo insieme e ci confidiamo i nostri pensieri. Ma che cosa intendevo per “riconoscimento del deficit davvero straordinario”? Intendevo un percorso di vita nel quale Claudio ha dovuto combattere con la sua diversità, soffrendo e domandandosi perché dovesse trovarsi in quella situazione… Ma non si è fermato: combatte ancora e vince ogni giorno.

«Spesso mi sono chiesta come si sentisse una persona imprigionata in un corpo muto. In realtà quegli occhi che saltellano da una lettera a un’altra mi hanno fatto capire che non si tratta di una prigione, e lui è proprio il primo ad averlo compreso. Claudio parla di sfortuna diventata sfida: una sfida che ha vinto con fatica e con dolore ma con un ottimo risultato, ovvero quello di aiutare a capire che siamo tutti – ma proprio tutti – diversabili, cioè tutti abili in qualcosa di diverso… Non saprei essere una fonte di gioia, benessere e testimonianza come Claudio è riuscito a diventare, né saprei mai avere la sua capacità di cogliere piccole cose nascoste come sa fare lui, grazie alla sua sensibilità.
«Claudio è davvero una lezione di vita: per prima cosa bisognerebbe ringraziare la sua famiglia, per come ha saputo crescerlo, nella fiducia negli altri e nella sua e per gli strumenti che ha saputo e potuto dargli».

Eleonora Pilò

Questa è solo la testimonianza di un’esperienza quotidiana, che mostra l’importanza di un incontro tra due realtà totalmente diverse, da cui però può scaturire una relazione che fa crescere entrambe: la cultura dell’integrazione passa proprio da qui! È importante fare memoria e tesoro di quei momenti per affrontare la paura della diversità, perché sono opportunità che la vita ci offre e come tali vanno colte. Scommetto che anche voi avete vissuto la vostra prima volta con il mondo della diversità: se riuscite a richiamare i ricordi di quell’esperienza, vedrete che vi tornerà in mente l’immagine di una relazione divertente, ricca e significativa. Perché non recuperate quel file nei meandri della memoria e non mi raccontate la vostra storia cliccando su claudio@accaparlante.it? Che dire: buona prima volta a tutti!

 

La Tavoletta magica – Il Messaggero di Sant’Antonio, aprile 2008

Molti di voi, forse, si saranno chiesti che cosa sia quello strano oggetto che, nella fotografia all’interno della mia rubrica, si frappone tra voi e il primo piano del mio viso. Sarà forse un vezzo artistico di chi ha scattato la fotografia? Ci saranno sotto chissà quali significati simbolici o subliminali? È un modo per dire che, mentre tanti hanno la testa tra le nuvole, io preferirei avere la testa sempre tra le lettere? Ebbene, è giunto il momento di svelare l’arcano.

Partiamo, allora, da quella che è la storia della tavoletta. Si tratta, infatti, di una tavoletta di plexiglass nella quale sono impresse tutte le lettere dell’alfabeto, in un ordine un po’ diverso da quello di un vocabolario, ma solo apparentemente confuso. Avete capito allora a che cosa serve? Dal momento che non riesco ad articolare le parole con la mia voce, io comunico con quella tavoletta trasparente alfabetizzata. Dall’altro lato della tavoletta, anche se nella fotografia non si riesce a vedere, c’è un’altra persona che, seguendo il movimento dei miei occhi, compone, lettera dopo lettera, le parole e le frasi che io voglio costruire e comunicare, e le ripete a voce alta, così che io possa interagire con le altre persone.
In realtà, quando la confidenza e la relazione con chi «legge i miei occhi» aumentano, il funzionamento della tavoletta è più simile a quello di un sistema T9 in uso sui telefoni cellulari, perché non sempre per comprendere la parola intera devo comporre dalla prima all’ultima lettera. Così come non sempre il mio collaboratore compone la parola in modo giusto, e allora si ripete pazientemente il processo. Comunque, al contrario di quanto possa sembrare, la comunicazione avviene in modo piuttosto rapido e, anzi, il lieve rallentamento può servire anche… a dire cose più sensate.

Ho «scelto» questo metodo quando ancora non ne esistevano altri: oggi potrei sostituirlo con altri tecnologicamente più avanzati, che mi permetterebbero di fare tutto da solo: scrivere una lettera, intrattenere una conversazione telefonica o vis a vis o così via. Perché, allora, non l’ho ancora cambiato, né ho intenzione di farlo? Questa tavoletta è molto più che un ausilio alla comunicazione: è soprattutto un ausilio alla relazione, uno strumento che invita a ragionare secondo una «logica della lentezza». Essa crea tra me e chi riferisce quel che dico un rapporto speciale, un confronto serrato, una vicinanza emotiva che difficilmente potrebbe emergere con metodi di comunicazione altamente tecno­logici. Tenete presente che chi legge i miei occhi è solitamente la persona con cui sto dialogando e non una persona che fa da tramite tra me e un terzo. E la tavoletta, che sembra frapporre una distanza maggiore tra me e l’altro, in realtà avvicina, perché tiene sempre in tensione e in contatto i nostri sguardi. E potete immaginare quante cose passino e si trasmettano attraverso gli occhi.

Questa modalità di comunicazione, come dicevo, prevede un ritmo ridotto, perché aiuta a considerare le cose secondo un punto di vista (espressione particolarmente azzeccata in questo caso) totalmente diverso. Aiuta a soffermarsi sulle parole, per non perdere il piacere di dar peso a quanto si dice e di associare un singolo termine a un concetto, non considerando quest’ultima un’operazione del tutto scontata e banale.
Dunque, parlare della storia della mia tavoletta è stata anche un’occasione per affrontare questioni ulteriori, quali la natura delle relazioni e la bellezza di una comunicazione profonda e pienamente vissuta. Così come la tavoletta è stato un modo efficace per migliorare la qualità della mia vita sotto tanti punti di vista, allo stesso modo avrei piacere di sapere quali e quanti tipi di tavolette adoperate per rendere migliore la qualità della vostra vita. Rispondete cliccando su claudio@accaparlante.it

 

Una Barbie può modificare la cultura? – Il Messaggero di Sant’Antonio, marzo 2008

Mi hanno tolto un’altra certezza anche se, al contrario di molti, ne conservo ancora tante. A volte la nostra attenzione è richiamata dalla fine o dal cambiamento di modelli che pensavamo immutabili, proprio perché apparentemente meno legati a vicissitudini storiche, conflitti ideologici, orizzonti di senso. Di che cosa sto parlando? Lei è sempre stata di forma slanciata, occhi azzurri, capelli biondi e leggermente mossi, con vestiti all’ultimo grido che su un corpo così non potevano che calzare a meraviglia. Persino i suoi gentili piedini plastificati non hanno mai mostrato segni di decadimento. Ovviamente il personaggio in questione è la bambola più celebre del pianeta terra, quella che ultimamente ha fatto parlare di sé per le vernici tossiche con le quali avevano osato colorarla, e per la scarsa perizia con cui ne avevano assemblato le parti. La «poveretta» emanava tossine e si smontava con troppa facilità. Da qualche tempo Barbie ha fatto scalpore anche per un’altra ragione, apparentemente meno nociva per un bambino, ma potenzialmente più pericolosa per chiunque volesse soffermarsi a ragionare.

A quanto pare è entrato in commercio un nuovo modello, che si affianca, ma in modo più problematico, ai tanti già esistenti (Barbie hostess, Barbie pilota, Barbie a la playa, Barbie baseball, eccetera), sempre leggere variazioni sul tema «Barbie donna in carriera», «Barbie donna vincente» e messaggi simili. Perché chi vede Barbie vestita da giocatrice di baseball o da manager in tailleur, non è nemmeno sfiorato dall’idea che lei possa perdere una partita o sbagliare un colpo in Borsa.

Il nuovo modello ritrae e rappresenta, invece, un personaggio più contraddittorio, cioè «Barbie musulmana velata». Di poche settimane fa è anche la notizia, giunta dalla Spagna, di un bambolotto con i tratti di un bambino con sindrome di Down. Anche questa notizia si inserisce nel discorso che vorrei fare a proposito della Barbie «musulmana». In che senso questo nuovo personaggio si pone come problematico? Lasciamo da parte le recenti polemiche e discussioni sulla liceità o meno dell’utilizzo in pubblico del velo (chador, burqa, e altri modelli). Soffermiamoci su un altro aspetto: se finora Barbie cercava di rappresentare un prototipo di realizzazione perfetta (secondo canoni discutibili) all’interno del mondo occidentale, appoggiando e favorendo l’affermazione di una serie di stereotipi molto riconoscibili, ora, almeno apparentemente, sembra volersi smarcare da questo ruolo per farsi più rappresentativa di «altri» mondi che, con quegli stereotipi, entrano in conflitto.

E se il personaggio Barbie sembra svolgere con perfezione il compito di congelare un pregiudizio di un certo tipo, non avvierà forse lo stesso meccanismo con un modello differente? Mi spiego meglio: non rischia di evidenziare e accentuare una differenza, piuttosto che invitare a uno scambio, a una relazione e a dar vita a una chiara discussione? O ancora: non rischia di descrivere una parte di un mondo facendoci credere di poterlo descrivere per intero e nella sua essenza («questa è una donna musulmana»)? Sostenendo cioè l’equiparazione: «Barbie musulmana» uguale donna musulmana tout court?

In questo senso, infatti, commetterebbe un secondo errore nel momento stesso in cui sembra voler correggere il primo, finendo per rappresentare in modo grossolano una realtà diversa dopo aver già rappresentato in modo distorto e incompleto la nostra.

Non ho un’idea certa sull’argomento: tutte le domande che mi pongo, quindi, sono domande che rivolgo anche a voi. Aspetto le vostre risposte per fare un po’ di chiarezza. Intanto torno a giocare con la lussuosa auto di Ken…

Per rispondermi, cliccate su claudio@accaparlante.it.

Buona (?) Barbie a tutti.
 

Andiamo al cinema con i mutanti – Il Messaggero di Sant’Antonio, febbraio 2008

Il discorso sulla disabilità soffre spesso di fraintendimenti grossolani. Il primo è pensare la persona diversamente abile come bisognosa di aiuto e assistenza, dimenticando di riconoscerla come soggetto con diritti e doveri, capace di azione, pensieri, relazioni. Affermo da sempre quanto sia necessario passare da una visione statica della persona disabile, come «oggetto di cura», a una dinamica, che consideri la persona come «soggetto di cultura».

Questo fraintendimento – vera banalizzazione dell’individuo – si rinnova ogni volta che si pensa a come è affrontato il tema ampio della disabilità: convegni grigi per specialisti, riviste di settore, libri di stampo scientifico, didattico o sociale. Eppure non immaginate quanti film, canzoni, libri e favole affrontino l’argomento con prospettive talmente inaspettate, che spesso non cogliamo nemmeno i riferimenti alla disabilità che contengono. Tali produzioni artistiche apportano idee e visioni interessanti, soprattutto se l’elemento estetico non si trasforma in pratica estetizzante, cioè quando si rinuncia a mitizzare e a sclerotizzare la figura del disabile, parlandone in maniera indiretta, inserendolo in un contesto non prevedibile, o presentandolo «sotto mentite spoglie». Un esempio positivo è La Cosa di John Carpenter, che ben descrive l’imbarazzo di fronte al non conosciuto, che ci si rifiuta di capire.

Di solito faccio proprio fatica a vedere i film di fantascienza. Un giorno, però, alcuni amici mi invitarono al cinema per X-Men 3 – Conflitto finale. Accettai, senza conoscere i due episodi precedenti, soprattutto per la birra che avremmo bevuto insieme dopo la proiezione: ma a posteriori posso dire che ne valse davvero la pena! Eppure in che modo questo film si inserisce nel filone di quelli che affrontano l’argomento della diversità e del rapporto che l’uomo sa instaurare con essa? Credo che il regista non avesse la minima intenzione di esprimersi in proposito: ricordate la trama del film? Il governo Usa, temendo di perdere potere, elabora una cura capace di annientare per sempre il gene mutante, quello appunto che dà vita e forma diversa ai vari Wolverine, Tempesta, Magneto, eccetera. Sottesa a questa azione c’è un’idea della diversità come di una malattia da debellare: la visione diffusa e condivisa di «normalità» porta molti mutanti a chiedersi se non sia il caso di accettare questa cura, incerti se considerare la propria diversità un difetto da estinguere o, al contrario, una risorsa da conservare, approfondire e ampliare, in un mondo in cui vivere la propria diversità comporta comunque rischi, ostacoli e mille difficoltà.

Credo che partendo da questo film si possano toccare temi fondamentali, come l’idea erronea che la diversità e la disabilità debbano per forza essere affrontate come patologie, creando con esse un rapporto solo di tipo assistenziale e curativo. È un atteggiamento giusto, ma solo in prima istanza, perché poi a esso deve subito far seguito una relazione più articolata, alla pari.

Un altro nodo centrale è il tema dell’identità: se una persona sente di doversi adeguare a un modello diffuso, avvertendo nell’ambiente che lo circonda una richiesta, anche tacita, di normalità, questo non può che portare alla rinuncia di ciò che si è realmente. Il film, per l’appunto, è in grado di parlarci di ciò che percepiamo come normale, di come questa percezione tende a fagocitare identità e rappresentazioni di sé differenti, inducendo gli stessi «portatori» di diversità a considerarsi come un’anomalia da correggere. Un argomento, in questo periodo, di stringente attualità.

Morale della favola? A volte, per ragionare su argomenti complessi e contradditori, è sufficiente andare al cinema! E voi, che genere di film prediligete? Cliccate su claudio@accaparlante.it

 

Dimmi come puzzi e ti dirò chi siamo – Il Messaggero di Sant’Antonio, gennaio 2008

Mi sono spesso domandato che cosa fanno i poveri su questa terra e, di conseguenza, che cosa può fare e fa Gesù per loro. Difficile rispondere: ci sono mille teorie sull’esistenza della povertà. Una volta un’amica mi ha detto che la povertà è funzionale all’esistenza e al rafforzamento di un clima di solidarietà. Di primo acchito questa teoria mi ha colpito, ma subito dopo mi ha fatto innervosire. La solidarietà è di sicuro una bella cosa, ma non può giustificare la povertà.Mi sembra anzi una teoria che rischia di mettere a tacere la coscienza e di placare le nostre ansie. Certo, le cause della povertà sono molteplici, e il discorso, qualora lo si affronti, comincia a ramificarsi in tantissime direzioni senza che un aspetto prevalga sugli altri e senza che, risolto un problema, gli altri trovino immediata soluzione. Vorrei, però, affrontare l’argomento dal punto di vista di come noi ci relazioniamo con chi è povero. Mi viene in mente il brano del Vangelo in cui si racconta del lebbroso, dove si legge: «Gesù lo toccò e disse…». In questa sede non è importante sapere come si conclude la storia: mi interessa il fatto che il lebbroso puzzava, in primo luogo per la putrefazione della sua carne, poi perché soffriva una condizione di povertà. Peraltro questa persona viveva ai margini del villaggio e non aveva acqua a disposizione per lavarsi. Ancora, emanava puzza di sudore per essere corso incontro a Gesù. Ecco che cosa fanno i poveri, spesso: puzzano!

La domanda conseguente è istantanea: qual è il nostro rapporto con le puzze? Credo che tutti noi ne siamo terrorizzati: chi emana cattivo odore viene allontanato perché selvaggio, animalesco, marginale. Proprio per scongiurare ogni possibilità di puzza abbiamo creato vaste gamme di prodotti per annullarla. Non è forse vero che se dobbiamo uscire per una festa o per andare al lavoro trascorriamo ore in bagno a deodorarci? Certo, l’atto del profumarsi esprime la cura di sé, ma al tempo stesso nasce dalla paura connaturata di emanare odori sgradevoli e dell’immagine che questi trasmetterebbero di noi. L’equazione allora non sbaglia: chi incontra i poveri e chi vive accanto a loro si trova a confronto con le puzze e con la paura che ne ha.

Un esempio: sono andato in questura a tentare di certificare un moldavo e lì ho trovato oltre cento extracomunitari stipati in una micro-stanza, accomunati da uno stato di indigenza ed emarginazione. C’erano una donna indiana che dava da mangiare alla sua bambina; tre marocchini con il giubbotto di pelle che bevevano birra; tre donne polacche che fumavano; due rom che discutevano animatamente a piedi nudi; c’erano cinque rumeni reduci dal lavoro in un cantiere edile; due donne nigeriane che, si capiva, avevano passato tutta la notte fuori; una famiglia di cinesi forse venditori di abbigliamento a buon mercato, ecc… Tutte persone che, per condizione sociale, e in parte per ragioni culturali, non avevano modo di eliminare o nascondere le proprie puzze, tra odore acre di birra, sudore, alito cattivo… In quel frangente sono giunto alla conclusione che tutta l’umanità puzza! Ho pensato che anch’io, in quella situazione, ai loro nasi comunicavo la mia puzza. Quindi, partendo da una situazione particolare come quella della povertà, ho capito che il discorso riguarda tutti. Ma allora: che cosa ha fatto Gesù incontrando la puzza della gente? L’ha toccata e annusata, senza averne paura. Ha mescolato il suo odore con quello del lebbroso accogliendolo e abbracciandolo. Ecco, credo che il punto sia proprio questo: recuperare l’arte di annusare le puzze. Solo così possiamo lavorare e relazionarci con gli altri. Sarebbe un ottimo esercizio! Non abbiate paura di annusare e ditemi che puzza preferite, cliccando su claudio@accaparlante.it
 

La liberazione delle carrozzine – Il Messaggero di Sant’Antonio, dicembre 2007

Quando ero bambino avevo l’abitudine di passare ore sul terrazzo, come un piccolo guardiano del faro, a contare le macchine che transitavano sotto casa mia. Non so se fosse più un modo per abituarsi a far di conto o una passione per le macchine stesse, per le loro forme, la velocità, i colori. Comunque, ricordo che quell’attività mi piaceva molto: spesso poi, si sa, la passione infantile diventa un «vizietto» nell’età matura.
Vi racconto un episodio capitatomi quest’estate. Diciamo che più che essermi capitato, l’ho fatto capitare. Ero seduto sotto la veranda di un ristorante nel centro di Cattolica (vado spesso nella località balneare, quando l’estate sta iniziando e anche quando l’estate sta finendo…) davanti a una strada pedonale, aspettando di mangiare una succulenta frittura mista di pesce. A un certo punto mi sono messo a contare le carrozzine che passavano. Ma non solo le contavo: come con le macchine, ne osservavo la forma, le dimensioni, i colori, le ruote, i freni e… i proprietari, perché se c’è una cosa bella è che le carrozzine fanno vedere tutto anche di chi ci è seduto sopra. Faccio una breve rassegna: persone in sandali, col pareo, senza pareo, occhiali da sole, infradito, bikini o costume intero, abbronzate o meno, copricapo, bandana, cappello di paglia…
Mi ha colpito il numero: nemmeno un’ora e ne erano passate ventuno. Subito la mia mente è andata indietro di trent’anni, quando non era nemmeno immaginabile una cosa simile. Le carrozzine erano più rare delle Ferrari nere quando stavo affacciato al balcone. Ma senza che allo scarso numero corrispondesse lo stesso fascino. Figuriamoci.

Liberarsi da chi e da che cosa?

Mi è venuto un flash improvviso, un termine: liberazione. Ma dovevo giustificare questa immagine e spiegarla meglio anche a me stesso: liberazione da chi e da che cosa? Dalla logica della vergogna, per un corpo che così poco si adatta all’idea di bellezza fisica vigente, ma anche dal disagio di un corpo «trasportato» da un altro. È liberazione dai pregiudizi, quelli veicolati anche dagli sguardi, anzi soprattutto dagli sguardi, che penetrano dentro chi è guardato e creano un forte disagio. Liberazione, inoltre, dalla poca fiducia in se stessi, che sfocia in una ancora minore autonomia e, allo stesso tempo, nella mancanza di relazioni forti con le altre persone. La storia del cane che si morde la coda la conoscete tutti. Perché senza sviluppare autonomia e relazione aumentano la vergogna, i pregiudizi e la sfiducia, e più queste crescono più le altre continueranno a mancare.

Ma, secondo me, la liberazione, che pure sta avanzando, soprattutto in questi anni, non è sufficiente. Perché significa solo «libera-azione». Ci vuole qualcosa di più: una «libera-rel-azione». Cerco di spiegare meglio la differenza tra queste due possibilità. Un’azione è limitata al suo attore, non solo nel momento stesso della sua realizzazione, ma il più delle volte anche nei benefici che può portare.

Una «rel-azione» implica un coinvolgimento maggiore, fatto di tante sinergie e contatti. Implica vivere le differenze reciproche insieme, e fare di queste il presupposto, il punto di partenza e il mezzo stesso di ogni «fare». Un «fare con».

E voi, tentate un processo di «liber-azione» o di «liber-relazione»?

Raccontatemelo su: claudio@accaparlante.it