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autore: Autore: Enrico Morganti

3. L’altra faccia del non profit

di Enrico Morganti

Che la revisione (non riforma!) del sistema di Welfare State (WS) italiano sia iniziata, non ci sono dubbi: i vari tentativi di tagli della spesa sociale (in qualche caso realizzati) e l’emergere di ricorrenti spinte verso la privatizzazione ne sono la prova.
Prende ogni giorno sempre più forma una mercato sociale (assistenza, formazione professionale, ecc.) che vede decrescere i finanziamenti statali ed aumentare forme di competizione tra agenzie pubbliche, imprese private e organizzazioni no profit.
Alcune scuole di pensiero e teorie economiche enfatizzano “la novità”: in alternativa tra intervento pubblico e privato si è trovata la terza via.
Per correttezza storica va detto che non siamo di fronte ad una novità. Da molti anni finanziamenti statali o regionali sono gestiti da enti che svolgono funzioni di pubblica utilità. È il caso della formazione professionale. La novità semmai sta nella attenzione che da un po’ di tempo a questa parte si riconosce a queste entità: non solo partner dello Stato nella fornitura di servizi di pubblica utilità, ma anche soggetto autonomo dello sviluppo economico e sociale del paese.
Val la pena di soffermarsi sulle teorie che, pur riconoscendo dei limiti, enfatizzano i vantaggi del terzo settore, affermando che le no profit sono “naturalmente” superiori in efficienza ed efficacia ai settori pubblico e privato. La riflessione ci deve aiutare ad evitare il rischio di legittimare scientificamente lo smantellamento del sistema pubblico di Welfare State, favorendo privatizzazioni selvagge.

Limiti e vantaggi delle organizzazioni
Incominciamo dai limiti (riconosciuti). Innanzitutto non dobbiamo dimenticare un dato storico: la nascita, il consolidamento e l’espansione sono avvenuti, in qualche caso, grazie a finanziamenti pubblici.
Secondariamente i cittadini e gli amministratori pubblici (che devono assicurare i servizi) sono spesso impossibilitati a scegliere sulla base di un calcolo comparato basato su criteri di costo/qualità, il fornitore più conveniente oaffidabile. Anche quando si può scegliere, basta la natura giuridica del soggetto per esprimere una opzione?
Infine si rilevano, a volte, comportamenti alquanto tradizionali e conservativi come ad esempio la scarsa propensione al miglioramento della qualità, forse anche perché‚ il finanziamento pubblico non è accompagnato da un serio controllo di gestione.
I vantaggi enfatizzati delle organizzazioni noprofit sono molteplici. Esse sono innanzitutto orientate al miglior servizio possibile, in forza della vocazione altruistica e solidaristica (e a volte anche religiosa) che le caratterizza.
Non hanno scopo di lucro, e i servizi offerti vengono definiti nel contesto di una relazione fiduciaria; pertanto il cittadino (o l’ente pubblico al quale compete la responsabilità di assicurare i servizi stessi) le trova più affidabili di altre.
Le organizzazioni no profit sono inoltre caratterizzate da minor vischiosità amministrativa e gestionale, ma soprattutto hanno costi mediamente più bassi, al riparo da aumenti ingiustificati.
Esse infine favoriscono la partecipazione e, in sintesi, fanno quadrare il cerchio: economia-solidarietà-democrazia.
È  evidente come l’approccio di queste teorie sia inaccettabile in quanto si basa sostanzialmente sul seguente assunto: la configurazione peculiare del noprofit garantisce di per sé‚ il raggiungimento di finalità di interesse collettivo, una buona efficienza e un’altrettanto buona efficacia.
L’approccio corretto è diverso: date, senza per altro darle per scontate, determinate finalità collettive, il profilo giuridico e organizzativo delle no profit consente il raggiungimento di risultati migliori rispetto ad altre configurazioni.
I motivi della vantaggiosità delle organizzazioni noprofit variano da paese a paese, da settore a settore, in quanto non derivano da una loro superiorità teorica, ma da ordinamenti giuridici e fiscali favorevoli, dall’accesso privilegiato a risorse umane e finanziarie altrimenti indisponibili, dal credito che si sono costruite nella società civile, dalla presenza di amministrazioni pubbliche favorevoli al loro sviluppo e, infine, dalla forza di alcune istituzioni particolari fortemente impegnate in campo sociale ed educativo (ad esempio la Chiesa cattolica in Italia).
In ogni caso, obiettivi di pubblica utilità non sono automaticamente presenti in qualsiasi organizzazione noprofit. Essi sono infatti il frutto di scelte, di orientamenti sociali e di competenze che emergono nella società civile e che trovano diverse forme organizzative di realizzazione (pubbliche-private-no profit).
Se su queste riflessioni si trova una condivisione di fondo, è possibileanalizzare le implicazioni per le politiche sociali che ne conseguono.
L’approccio errato delle teorie sopra esposte ha un punto critico, rappresentato dalla supposta superiorità competitiva delle organizzazioni no profit in mercati poco remunerativi e con asimmetria informativa. Certamente una regolazione pubblica più flessibile e meno invadente, nonché‚ un riconoscimento di maggior autonomia di azione e proposta, consentirebbe un’opera di calmiere, ma soprattutto di discontinuità verso rendite di posizione sia nel pubblico, che nel privato e nel terzo settore ingessato.

Commercializzazione del terzo settore
Anche se l’obiettivo rimane: servizi migliori agli stessi costi oppure stessi servizi a costi minori, ciò non significa una drastica riduzione dell’intervento pubblico, ma un sostanziale riequilibrio tra Stato, mercato, terzo settore.
Se non si adottano queste cautele si va incontro ad una serie di rischi. Innanzitutto alla spinta crescente verso la commercializzazione del terzo settore, che indebolirebbe la vocazione di molte organizzazioni no profit versole fasce deboli.
Secondariamente la sopravalutazione del comportamento “virtuoso” delle no profit potrebbe spingere a immaginare una contaminazione positiva degli altri settori. Ma se la logica degli appalti, che sta subentrando alle convenzioni, stimola una competizione elevata, la qualità passa in secondo piano e si diffondono comportamenti opportunistici. Non c’è quindi da stupirsi se aumentano i rischi di omologazione e di appiattimento in una logica mercantile per le organizzazioni no profit impegnate in gare di appalto che premiano esclusivamente la capacità di risparmio di denaro pubblico. Capacitàrealizzata (più o meno a ragion veduta) da competitori sempre più numerosi esempre più spesso privi di scrupoli.
I riflessi di queste gare al ribasso dei costi si osservano anche sul piano occupazionale dove sta emergendo un sottoproletariato dei servizi composto da lavoratori senza qualificazione, che vengono arruolati dove capita, offrendo così servizi di bassa qualità.
In conclusione la sfida che il terzo settore ha davanti a sé‚ è avvincente e,per essere vinta, deve superare l’idea che basta l’assenza di lucro per avere legittimazione sociale e finanziamenti. In un sistema di nuovo Welfare (Welfare-mix), sempre più attento all’efficenza ed efficacia, la non lucratività infatti non costituisce più una virtù sufficiente.