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autore: Autore: Francesco

In viaggio verso la persona

Il Centro Documentazione Handicap di Bologna (CDH), nato nel 1982, ha posto da sempre grande attenzione all’autonomia della persona disabile e al concetto di mobilità ed è stato quindi naturale per il Centro pensare al turismo accessibile e senza barriere e alla conseguente produzione di strumenti d’informazione e formazione che hanno accompagnato e affiancato questo settore. Certo ce ne siamo occupati sempre alla nostra maniera cercando di tenere intrecciati il contenuto – turismo, vacanze, mobilità – con una riflessione di taglio culturale che aiutasse a capire, noi per primi,  che cosa vuole significare l’attenzione ai temi del viaggio e della vacanza nei confronti della costruzione di un’identità piena della persona disabile, costruzione che implica sempre lo smantellamento di stereotipi e l’apertura  di nuove aree di interesse, quali appunto quelle di cui ci stiamo occupando, giudicate non più accessorie ma strutturali per un cambiamento di segno anche sociale.
Il turismo accessibile, allora, ci ha interessato e ci interessa come fattore di “inclusione sociale”: il viaggio, la vacanza, al di là dei diversi modi di realizzarla, rappresenta per tutti uno stacco della quotidianità che può aprirsi a occasioni di conoscenza di altri luoghi e stili di vita. Per la persona disabile esiste un valore aggiunto che va preso in considerazione; viaggiare, spostarsi, vivere un’occasione di vacanza sono tutti momenti in cui sperimentare una situazione di vita normale, slegata dai percorsi specialistici che ancora oggi rischiano di invadere molto degli spazi e dei tempi di vita delle persone disabili.

Gli itinerari tematici

Dai primi anni ’90 il CDH ha iniziato a produrre e a realizzare guide turistiche per tutti.
Quando intorno al 1994 vidi la prima guida turistica per tutti realizzata da Viviana Bussadori mi colpì molto l’attenzione, quasi maniacale, data alla descrizione degli spostamenti da un luogo all’altro “… in questo tratto di marciapiede vi consiglio il lato destro che è meno accidentato…” “… la Chiesa di… ha la piazzetta antistante in acciottolato di fiume, per arrivarci si consiglia di utilizzare il passaggio in lastroni che la circonda…”.
Proprio il concetto di itinerario insieme all’idea di mobilità fanno da riferimento nell’impostazione delle guide e itinerari tematici.
Le guide del CDH hanno sempre proposto degli itinerari in cui si è posta particolare attenzione agli spostamenti da un luogo all’altro, studiando e descrivendo il percorso più adatto  a chi si sposta con l’aiuto della carrozzina o ha problemi di mobilità, andando proprio a scoprire ad esempio il passaggio su marciapiedi provvisti di scivoli o la presenza di posti auto riservati in prossimità dei luoghi di visita.
Sono state queste attenzioni agli spostamenti da un luogo all’altro, inserite nelle descrizioni storiche delle città e dei luoghi da visitare, degli itinerari nella natura, nelle descrizioni dei bar e dei punti di ristoro, che mi hanno fatto capire il vero significato di Guida Per Tutti.
Non è un caso che proprio all’interno del Centro le guide sono state utilizzate e consumate da tutte le persone che ci lavorano, anche per proprie vacanze oltre che per lavoro. Colleghi disabili e obiettori di coscienza, amici appena diventati genitori, Gianluca che si è appena rotto una caviglia giocando a calcio ma non vuole rinunciare ad andare a Mantova con la fidanzata.
Pur sapendo quanto sia difficile spostarsi e fare i turisti nelle città, nelle aree verdi e anche nelle località turistiche propriamente dette non sempre è una impresa impossibile, soprattutto se si parte con uno strumento informativo che aiuti la persona, o chi deve organizzare il viaggio, e che la indirizzi immediatamente verso un itinerario il più possibile senza barriere.
Non uno strumento d’informazione che si snatura in sottrazione (una guida per disabili) ma una guida che si arricchisce di informazioni e descrizioni, con un’attenzione e una sensibilità che nasce dall’idea che viaggiare non è arrivare (nel luogo, accessibile o meno) ma che il raggiungere quel luogo è parte integrante, e spesso anche più importante, del viaggiare in posti e luoghi che non si conoscono.
Inalterati tutti gli stilemi propri della Guida, la storia e la gastronomia su tutto, la qualità e l’affidabilità di questi strumenti di comunicazione riguardano l’altra faccia del viaggio, che è proprio l’informazione verificata e mirata. Verificata perché ogni itinerario proposto nelle guide è sempre stato provato in prima persona, scelta questa impegnativa in termini di costi economici e organizzativi, ma garanzia di affidabilità. Mirata all’idea di dare informazioni organizzate lungo un itinerario di viaggio che permette alla persona non solo di disporre di unità di informazioni, magari anche molto complete ma frazionate, ma di averle in collegamento fra loro, collegamento che rende il più possibile concreta e utilizzabile l’idea che “un ambiente, in definitiva, è accessibile se ciascuno può: raggiungere luoghi ed edifici, entrare (e uscire) da questi edifici, utilizzare tutte le strutture”. (Viaggiare, si può) VALERIA: AUTORI E EDITORE SONO IN FONDO, NELLA BIBLIO, VANNO MESSI ANCHE QUI?

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Le Guide per Tutti del CDH

Firenze
Ravenna e Rimini
Garda
Lucca e Pisa
Le Autostrade del Nord – Le Autostrade del Centro e del Sud  1998/1999
Roma     2000
Bologna 2000
Venezia  II edizione 2000
Riviera del Conero
Pienza
Dolomiti II edizione 2001
Palermo   2002

Mantova  2003

 

Formarsi per informare

Realizzare alcune delle guide per tutti del CDH per me è stato, dal punto di vista professionale, un vero e proprio corso di formazione in giornalismo.
Fare una guida turistica è fare informazione.
Acquisire nella mia abitudine lavorativa un occhio particolare all’accoglienza e all’accessibilità di luoghi o eventi ha significato veramente pensare e scrivere per tutti.
Informazione e formazione, dicevamo, è un legame che sarebbe importante superasse i confini di chi, per esperienza professionale o personale, vive o è vicino all’esperienza della disabilità.
Uno degli aspetti che ritengo molto importante è proprio la formazione dei giornalisti. Questo aspetto, in qualche modo, sta emergendo anche in questo periodo di sovraffollamento di iniziative e convegni sul turismo accessibile.
Intendo la formazione dei giornalisti alla fonte, non solo per chi si occupa di turismo o chi si specializza in opere dedicate.
Penso alle scuole di giornalismo, all’Ordine dei giornalisti, agli esami da giornalista professionista; credo sarà importante avviare forme di collaborazione tra chi si occupa di turismo accessibile e queste strutture di formazione. Un’altra barriera potrà essere più facilmente superata quando in questi posti si studieranno anche i testi sull’accessibilità, sulla mobilità, si faranno ricerche sulle guide turistiche per tutti.
Dall’esperienza di lavoro condotta in questi anni dal CDH emergono alcuni punti per una formazione di diverse categorie professionali (dagli operatori dell’informazione agli operatori turistici), coinvolte con differenti livelli di dettaglio e di approfondimento, ovviamente in considerazione delle differenti professionalità.
Questi punti hanno come denominatore comune il taglio culturale, formativo e informativo, la promozione di una cultura sulla persona e sul senso del viaggiare che è, anche, divertimento, rottura degli schemi, conoscenza di sé e degli altri. Si distinguono poi aspetti tecnici e aspetti relazionali.
Gli aspetti tecnici presuppongono la conoscenza del “cliente” e delle sue esigenze in relazione alle varie tipologie di disabilità: ad esempio nello scegliere una struttura alberghiera o un itinerario si deve sapere cosa significa accessibilità e quindi saper interpretare in maniera corretta e critica le informazioni a disposizione, valutarne la reale affidabilità e saper porre le domande giuste sia al cliente sia ai fornitori di servizi.
Gli aspetti relazionali toccano il modo di comportarsi quando si entra in contatto con persone disabili; sono uno snodo fondamentale nella predisposizione di una buona accoglienza e comunicazione.
Di fronte ai meccanismi di difesa che scattano più facilmente nei rapporti occasionali con persone disabili (imbarazzo, evitamento, sostituzione… ), la struttura formativa deve anche essere occasione in cui affrontare il tema dell’immagine mentale e sociale della persona disabile e i meccanismi di discriminazione, spesso sotterranei e non riconosciuti.

Box
1.         Cultura della diversità
– La promozione di una cultura che mette in primo piano la persona.
– Come cambia l’immagine della persona disabile e ruolo sociale: dal deficit alla diversità, alle diverse abilità.
– I meccanismi di discriminazione.
– Quali disabilità?
– Oltre le barriere: architettoniche, culturali, sociali, di comunicazione.

 

2.         Gli approcci al viaggio e alla vacanza
– Il senso di vacanza.
– Inclusione sociale e potenziale economico (Ricerca Touche Ross).

3.         Mobilità e accessibilità
– Il significato e il sistema complessivo della mobilità.
– L’accessibilità nelle strutture, gli interni, gli spostamenti, il concetto di itinerario.

4.         Informazione e documentazione
– Una buona comunicazione per tutti.
– Informazione e formazione, aggiornamento dei dati.
– Opportunità e risorse della rete telematica – Internet.

 

 

Il viaggio verso la persona

Il tempo libero è da sempre uno dei punti di attenzione di chi professionalmente lavora nel “pianeta handicap”, come veniva definito quel particolare mondo popolato da persone che, certo non erano marziani, ma, proprio perché terminologicamente collocati in un differente oggetto celeste,  sicuramente neanche umani.
Scrive Claudio Imprudente, nel celebre articolo Salve sono un geranio, che per una pianta, un vegetale, un diverso, un abitante del pianeta handicap, servono tre movimenti per farla diventare persona: bisogna sforzarsi di mettersi al suo livello, guardarla dritto negli occhi e instaurare con lei una relazione alla pari. Questi tre movimenti sono necessari anche da parte della persona disabile e così si ottiene una vera reciprocità. L’integrazione non è solo l’accoglienza da parte della normalità del diverso, ma anche il diverso che accoglie la normalità in un cambiamento reciproco. Un modello di approccio mentale e culturale è stato sorpassato, un salto di qualità che è insieme politico e culturale è stato fatto. Politico/culturale certo, ma anche culturale/economico.
Lo “scarto” e lo “sforzo” culturale degli ultimi anni è stato proprio far coincidere e incrociare i movimenti da parte della società e da parte delle persone disabili, spostando l’attenzione, finalmente, sulla persona.
Ecco allora che dal coraggio delle persone disabili, dei loro familiari e da chi in questi anni ha lavorato e si è occupato anche di questo tema si è passati alle possibilità e poi all’appetibilità.
Se la persona disabile viene riconosciuta come una persona a tutto tondo, può essere anche un consumatore di pacchetti turistici con dignità di cliente. Dunque di interesse per il mercato, sempre, e per definizione, alla ricerca di nuovi target.
Tutta l’attenzione al turismo accessibile, così di moda di questi tempi, credo segnali anche questo: il pianeta handicap è popolato da persone. E intorno alle persone ruotano sempre fattori politici/economici/culturali.
La valutazione di reale cambiamento/acquisizione rispetto all’attenzione dichiarata credo passi ancora dal significato del viaggio, non del turista, dalle opportunità per la costruzione di un’immagine e di una identità che è necessaria per ognuno di noi e in ogni momento della nostra vita, bambini, adolescenti, adulti.

Viaggi e miraggi

Turismo per tutti: informazione, esperienze, pensieri

INTRODUZIONE

   Viaggiare è bellissimo.
Il viaggio, sin dagli albori, è sempre stato centrale nella nostra storia, la storia dell’uomo e della donna sulla terra.
Ci è stato raccontato dai poeti, dai cantastorie; la tradizione orale ha pensato ai viaggi e alle avventure in terre sconosciute che affascinano tanto i nonni quanto i bambini, poi la musica, i libri, ora il web, con tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione nel tempo abbiamo s/parlato di viaggio e viaggi.
Viaggiare lo considero un bene primario dell’uomo e delle donne, proprio come l’acqua e il carbone per intenderci, come l’informazione tra l’altro, cioè quei beni di cui l’umanità ha sempre avuto bisogno per lo sviluppo di qualunque attività.
Anche le rivoluzioni nei campi più diversificati hanno attinto significati e parole proprio da quei significati che ognuno di noi ha del viaggio. Elaborati in prima persona e poi collettivamente.
La scoperta dell’LSD, la droga sintetica degli anni ’60-70, il trip, non a caso chiamata “il viaggio” perché altera la percezione della coscienza, e poi il World Wide Web, la tripla w di Internet, una rete di informazione/i grande come il mondo che puoi navigare.
È proprio qui, nell’intreccio tra beni primari, tra informazione e cultura, movimento mente-corpo, (bisogno di) alterazione della normalità, che si insinua il mio viaggiare è bellissimo.
E questo è un territorio di tutti e di tutte. Di tutte le età e le estrazioni sociali. Di tutti i colori. Di tutti diritto.

 

Viaggiare è inutile.
L’umanità, tranne rare ed elitarie eccezioni, non ha mai viaggiato per piacere, solo per costrizione o per far guerra.
E proprio oggi che il viaggio è così raccontato, pubblicizzato, reso feticcio diviene esperienza impossibile, almeno per chi vive nella parte a occidente del mondo. Spesso diventa solo illusorio, tentativo di cambiare qualcosa di noi cambiando la coreografia intorno.
Il viaggiatore si è fatto turista e sempre più vacanziere. I viaggi, le vacanze diventano obblighi sociali da assolvere non per risposta a un bisogno interno di stacco e straniamento ma per convenzioni sociali che spaccano la nostra, unica, vita in sfere separate e artefatte. Si è persa per noi inevitabilmente l’esperienza globale dell’essere attraversati (più che dell’attraversare) che i viaggiatori mitici riportavano per sempre con sé alla fine di ogni ritorno.
In tempi sempre più rapidi ci spostiamo in luoghi sempre più uguali, da cui pretendiamo risposte e stimoli, non in funzione di una comprensione reale, anche se inevitabilmente relativa, di quei paesi e di quelle popolazioni, ma delle immagini convenzionali a cui operatori turistici e addetti all’informazione ci hanno ormai educato. Gli unici viaggi sono spostamenti, i ricordi sono cartoline, i racconti aneddoti.
Per questo mi ritrovo sempre più spesso a pensare che lasciare l’aria entrare nei pensieri della mia testa  sia oggi l’unico viaggio per cui valga la pena di spendersi.

Di Francesco Ghighi di Paola e Giovanna Di Pasquale

 La lettura    

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa sapere con precisione quanti – avendo in tasca poco o punto denaro e, a terra, nulla che mi interessasse in modo particolare, pensai di andarmene per mare, a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque. È uno dei miei sistemi per scacciare la tristezza e regolare la circolazione del sangue. Ogniqualvolta mi accorgo che la ruga attorno alla mia bocca si fa più profonda; ogniqualvolta c’è un umido tedioso novembre nella mia anima; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, davanti alle agenzie delle pompe funebri o dietro a tutti i funerali che incontro; e, specialmente, ogni qualvolta l’insofferenza mi possiede a tal punto che io devo far appello a un saldo principio morale per trattenermi dal discendere in strada e buttar giù metodicamente il cappello in testa ai passanti, giudico allora sia venuto il momento di prendere il mare al più presto possibile.
Herman Melville, Moby Dick, libro primo

 

Giù, giù, giù. Avrebbe mai finito di cadere? “Chissà quanti chilometri è che sto cadendo?” disse a voce alta. “Starò avvicinandomi più o meno al centro della terra. Vediamo un po’: dovrebbe fare un seimila chilometri e qualche di profondità, penso…” (giacché, dovete sapere, Alice aveva imparato molte cose del genere durante le lezioni a scuola, e benché questa non fosse l’occasione più adatta per far sfoggio di cultura, dato che il pubblico era scarsino, tuttavia era sempre il momento buono per fare un po’ di ripasso) “… sì, dovrebbe essere la distanza esatta…ma  allora chissà a quale Latitudine o Longitudine mi trovo!”
(Alice non aveva la minima idea né sulla Latitudine né sulla Longitudine, ma erano pur sempre dei gran bei paroloni da tenere pronti.)
A questo punto riattaccò: “Chissà se sto attraversando tutta la terra! Che numero sbucare fra quella folla di gente che cammina a testa in giù! Tantipodi, se non erro…” (stavolta fu abbastanza contenta che non ci fosse nessuno a ascoltarla, questa parola non le appagava l’orecchio) “… ma dovrò chiedergli il nome del paese, naturalmente. Scusi, signora, qui siamo in Nuova Zelanda o in Australia?” (e mentre parlottava cercò di fare la riverenza – figurati, fare la riverenza intanto che stai precipitando nel vuoto! Credete di esserne capaci voi?) “Penserà che io sia una paesanella ignorante! No, non sarà proprio il caso di far domande: ci sarà pure un cartello stradale da qualche parte”.
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie

 

Sostengo – disse Andrew Stuart – che le probabilità sono a favore del ladro, che non può non essere un uomo abile!
Andiamo, via! – rispose Ralph – non c’è più un solo paese nel quale possa rifugiarsi.
Per esempio!
Dove volete che vada?
Io non lo so – rispose Andrew Stuart – ma, dopo tutto, la Terra è abbastanza vasta.
Lo era una volta… – disse a mezza voce Phileas Fogg. Poi: Sta a voi tagliare, signore – aggiunse presentando le carte a Thomas Flanagan.
La discussione restò sospesa durante il robbie. Ma subito Andrew Stuart la riprendeva  dicendo:
Come, un tempo! Forse che la Terra è diminuita per caso?
Senza dubbio – rispose Gauthier Ralph – Sono dell’opinione del signor Fogg. La Terra è diminuita, giacché la si percorre adesso dieci volte più presto di cento anni fa. Ed è questo che, nel caso di cui ci occupiamo, renderà le ricerche più rapide.
E renderà anche più facile la fuga del ladro!
A voi giocare, signor Stuart – disse Phileas Fogg.
Ma l’incredulo Stuart non era convinto e, a partita finita:
Bisognerà convenire – riprese – che avete trovato un modo ameno per dire che la Terra è diminuita! E così, siccome se ne fa adesso il giro in tre mesi…
In ottanta giorni solamente – rispose Phileas Fogg.
Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

 

Dissi che avrei provveduto io a fare i bagagli.
Mi vanto alquanto della mia abilità nel riporre la roba. Fare i bagagli è una delle tante cose nelle quali sento di essere più esperto di qualsiasi altra persona al mondo (e mi sorprende, a volte, constatare quanto siano numerose tali cose). Convinsi George e Harris della mia capacità e dissi loro che sarebbe stato preferibile se avessero lasciato fare soltanto a me.
Essi accettarono la proposta con una prontezza che ebbe dell’incredibile. George caricò la pipa e si allungò sulla poltrona; Harris, dal canto suo, appoggiò le gambe al tavolo e accese un sigaro.
Questo non corrispondeva affatto alle mie intenzioni naturalmente…
In ogni modo modo, non dissi niente e cominciai a metter via ogni cosa. Il lavoro risultò essere molto più lungo di quanto avessi creduto; ma finalmente terminai di riempire la valigia, e vi sedetti su, e strinsi le cinghie.
– Non ce li metti gli stivali? – domandò Harris.
Mi guardai attorno e constatai che li avevo dimenticati. Ecco com’è Harris. Si era ben guardato dal pronunciare una parola prima che io avessi chiuso la valigia e stretto le cinghie, naturalmente. E George rise, con una di quelle sue risatine esasperanti, insensate, simili al raglio  di un somaro, che mi rendono furente.
Riaprii la valigia e vi ficcai dentro gli stivali; poi, proprio mentre stavo per richiuderla, mi balenò nella mente un’idea orribile. Avevo ricordato di metterci lo spazzolino da denti? Non so come sia, ma non riesco mai a ricordare se ho già messo nella valigia lo spazzolino da denti. Lo spazzolino da denti è un oggetto che mi ossessiona quando viaggio, e che mi infelicita l’esistenza. Sogno di non averlo messo nella valigia, mi sveglio di soprassalto, madido di freddo sudore, e salto giù dal letto e dò la caccia allo spazzolino. Poi, al mattino dopo, lo metto nella valigia prima di essermene servito, e devo riaprire la valigia per prenderlo; e, naturalmente, è sempre l’ultimo oggetto che vi trovo; in seguito, rifaccio la valigia e dimentico lo spazzolino da denti, e devo salire di corsa al primo piano all’ultimo momento per prenderlo, e sono costretto a portarlo alla stazione avvolto nel fazzoletto.
Naturalmente ora dovetti togliere dalla valigia ogni maledetto oggetto, e naturalmente non riuscii a  trovare lo spazzolino. Frugai dappertutto fino a ridurre ogni cosa nello stesso stato in cui doveva essersi trovata prima che il mondo venisse creato, quando regnava il caos. Naturalmente, trovai almeno diciotto volte gli spazzolini da denti di George e di Harris, ma non riuscii a trovare il mio.
Rimisi tutto nella valigia, un oggetto per volta, scrollandolo prima a mezz’aria e finalmente trovai lo spazzolino dentro uno stivale.
Riempii allora di nuovo, e richiusi, la valigia.

Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca (per non parlar del cane)