MI CHIAMO ANTONELLA  ED ANCH’IO, COME HA FATTO STEFANO TOSCHI NELLO SCORSO
NUMERO DI ACCAPARLANTE, PORTO COME ESEMPIO QUELLA CHE È STATA LA MIA
ESPERIENZA UNIVERSITARIA; MOLTO MENO POSITIVA DELLA SUA (NON SI È INFATTI
CONCLUSA CON UNA "LAUREA IN…") MA, FORSE PROPRIO PER QUESTO,
ALTRETTANTO VALIDA E SIGNIFICATIVA DI COME POSSA ANCHE ESSERE IL VISSUTO DI UNO
STUDENTE ALL’INTERNO DELL’UNIVERSITÀ. UNO STUDENTE "PARTICOLARE"
COME VEDREMO CHE NON È NATO "DISABILE" MA LO È DIVENTATO STRADA
FACENDO IN ETÀ ADULTA, CON TUTTI PROBLEMI CHE QUESTO COMPORTA SIA DI TIPO
FUNZIONALE E PSICOLOGICO CHE SOCIALE. IN PARTICOLARE AVENDO, COME HO IO, UNA MALATTIA CRONICA O PROGRESSIVAMENTE
INVALIDANTE, QUALE È LA SCLEROSI MULTIPLA.

Ritengo che l’Università riservi poche attenzioni, forse fin poco rispetto, peri propri studenti come dimostrano le difficoltà cui gli iscritti, soprattutto ifuori sede, vanno incontro ancora oggi nonostante tutti gli sforzi, i"buoni propositi" dell’Azienda Comunale per il diritto allo studiouniversitario (come attesta l’intervista di A. Canevaro ad A. Genovese apparsasempre sull’ultimo numero di Accaparlante). Così iscriversi all’Universitàancora oggi non vuole dire solo frequentare le lezioni e dare esami, comepotrebbe sembrare dall’esterno, ma vuole dire anche e soprattutto fileinterminabili in segreteria, file alla mensa, difficoltà a reperire unposto-letto ecc.; in poche parole inconrare tutti quei disservizi di cui una Istituzione (Università) è dotata. In mezzo a tutto questo bisognapoi il più delle volte anche "lavoricchiare" per potersi mantenereagli studi e gravare meno sulla famiglia. Questa è più o meno la situazioneche normalmente uno studente trova all’Università: un ragazzo o una ragazzacome tanti, con due braccia, due gambe, che cammina, salta, corre, sale escende scale, passa da un istituto all’altro in quel famoso "quarto d’oraaccademico". Una continua sfida giornaliera ad impiegare sempre meno tempo,ad escogitare e trovare vie più brevi, nella famosa "caccia ai posti inprima fila" – così il docente ti vede alle lezioni; insomma per intendercilo studente "normodotato". lo al primo anno di Università, facoltàdi Medicina e Chirurgia, ho avuto questo stesso tipo di esperienza e, strano adirsi e a credersi, mi piaceva e affascinava moltissimo questo aspetto delvivere da universitaria; certo potevo permettermelo! Il mio motto è semprestato, e purtroppo vorrebbe esserlo ancora, quel "meglio un giorno da leoni che…".
Ma ad un certo punto ti accorgi che qualcosa sta cambiando e vivi quel momento,nel mio caso non traumatico ma graduale, inesorabile e crudele, in cui avvienequel famoso "salto di qualità" della tua vita: giorno dopo giorno,anno dopo anno, ti accorgi di ritardare sempre più il "quarto d’ora"perché dopo pochi passi senti di doverti fermare, le tue gambe sono sempre piùrigide, pesanti, dolenti, malsicure. Ma l’aspetto era ed è ancora buono…
Questo, per intenderci, è lo studente "particolare" a cui facevoriferimento prima e, nel mio caso, ma cl Narrow][COLOR=blue]6. ???? ??? ?????? ??????? ???? –[COLOR=black]???????? ?? ?????[/COLOR]–.[/COLOR][/FONT][/SIZE][/B]

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82.194.51.232 82.194.62.22?;?Proprio per costruirmi questo "progetto di vita… fino ai massimi livellipossibili" penso oggi di poter tornare all’Università. Primo perchéritengo di avere ancora qualcosa da dire, di avere ancora delle possibilità perriuscire (cosa che non ho avuto a suo tempo) e secondo perché penso così dipotere sfuggire (con una qualifica migliore, con una laurea) alle liste dicollocamento cosiddette "protette"; questo per quanto concerne uneventuale lavoro che oggi "così come sono" non riesco a trovare (maquesto è un’altro angoscioso problema!). Mi chiedo però se l’Università possarealmente essere vista come una "opportunità di inserimento eintegrazione" per uno studente handicappato. Cosa fa l’Università adesempio, nei confronti dell’handicap? Cosa oltre a quello che viene riportatonel Bando di concorso per "interventi a favore di studenti portatori di handicap al fine di favorire(non sarebbe meglio dire "assicurare", come da Sentenza 3 Giugno ’87?)l’accesso all’istruzione universitaria? In tal senso esiste carenza soprattuttodi informazioni e se questo è un problema per tutti lo è ancor di più per undisabile. Le notizie che si riescono ad avere sono sempre frammentarie il che mifa pensare che un discorso di questo tipo non sia stato ancora affrontato o, perlo meno, non in modo corretto e confacente alle esigenze dei disabili. Adesempio mi chiedo come posso recarmi, oggi, a pagare le tasse, come posso andareda un’istituto all’altro per seguire le lezioni, frequentare le esercitazioni, ilaboratori, le cliniche o altro dal momento che la mia facoltà, come moltealtre, è per persone prive di handicap (o nomodo-tati se vi pare)?
Perché certe facoltà (Magistero, Scienze Politiche, Lettere… e poi?) sonopiù favorevoli ad avere fra i loro iscritti studenti handicappati? Accoglienzao tolleranza? Questo di fatto non realizza forse una ghettizzazione e unamancata (o meglio ridotta) socializzazione-integrazione?
Concludo ribadendo il concetto che tutto si può superare o sopportare o viveremeglio, persino malattie come la mia, e si riesce anche a convivere con essa e asorridere perché: "… un sorriso da riposo nella stanchezza,
rinnova il coraggio, illumina le ore buie…"
Mi disturbano sì le cosiddette "barriere architettoniche" (queste avolte a fatica, bene o male, riesco sempre a superarle) ma le "barriereculturali" mi disturbano ancora di più e per riuscire a superare anchequeste mi occorre molto più tempo e fatica.