2. Prostituzione: una proposta inaccettabile?
- Autore: Nicola Rabbi e Andrea Tinti
- Anno e numero: 1988/1
di Nicola Rabbi
Partendo dal presupposto che in qualsiasi contesto culturale, almeno occidentale, l’handicappato ha sempre avuto grosse difficoltà ad esprimere la propria sessualità, e quindi è stato per così dire costretto a ricorrere alla “puttana del villaggio”, cerchiamo adesso di capire se e in che misura tale fenomeno è valido ancora oggi come fenomeno abituale. Nel fenomeno della prostituzione esiste o no uno “specifico” dell’handicap? Ovvero, i motivi che portano una persona handicappata, ad avere rapporti con prostitute e la relazione con esse, operano in un contesto particolare riferibile solo alla persona handicappata fisica o possono essere generalizzati anche per le altre categorie di clienti non disabili? Cerchiamo indirettamente di rispondere. Quasi immancabilmente nei convegni e nelle sedi in cui si parla di handicap e sessualità emerge puntuale la problematica che vede l’handicap legato quasi a filo doppio con la prostituzione. Del resto i luoghi comuni che si riferiscono alla figura del cliente della prostituta lo mostrano spesso come un individuo con forti problemi psicologici o difetti fisici.
Per motivi di spazio e tempo abbiamo limitato la nostra piccola indagine al campo dell’handicap fisico lasciando scoperto tutto quel filone assai complesso che è la diversità psichica. Non è molto il materiale che siamo riusciti a raccogliere sul tema e siamo stati costretti a “crearci” i dati tramite delle interviste da noi elaborate, diverse a seconda delle categorie di persone interpellate. Abbiamo individuato tre categorie: persone disabili, operatori/educatori e, infine, prostitute. I tre soggetti sociali maggiormente coinvolti, nonché interagenti tra loro. I limiti del nostro lavoro sono fondamentalmente due: il primo si riferisce al genere di intervistate che ha come principale caratteristica un livello culturale medio-alto, sono quasi tutte persone ben inserite nel contesto sociale; il secondo, collegato al primo, è il numero ridotto di persone intervistate.
Le persone con handicap
Ogni persona da noi intervistata vive una propria situazione di rapporto con sé stesso e con il mondo, che traspare dalle risposte date alle varie domande. Il primo gruppo di domande verte sul modo in cui gli intervistati vivono il rapporto con l’altro sesso. Dalle risposte emerge una varietà di atteggiamenti: “A” giudica abbastanza buoni i suoi rapporti con l’altro sesso, con il quale però riesce ad avere solo rapporti di carattere sentimentale e sessuale; per “B” sembra che l’handicap non sia ungrosso ostacolo a questo fine. “C” mostra una discreta sicurezza nei rapporti con le ragazze, ma al momento di instaurare una relazione di carattere più intimo, puntualmente l’altra persona si tira indietro. “D” è un caso atipico nell’universo dei nostri intervistati, in quanto pur avendo un rapporto di coppia vi ha rinunciato per motivazioni di carattere religioso. Questo fatto lo si può vedere anche nei rapporti che ha instaurato con l’altro sesso che sono di tutta tranquillità. Con “E” si entra in una conflittualità molto accesa in cui la donna è vista allo stesso tempo come meta e come nemico. “F” attualmente è sposato, vive il suo rapporto felicemente anche se in passato aveva avuto esperienze relativamente tranquille. G” afferma di trovarsi abbastanza bene e di non avere problemi conl’altro sesso. Il secondo gruppo di domande tocca direttamente l’argomento, specifico dei rapporti mercenari; anche in questo caso emerge una varietà di atteggiamenti e risposte al problema. “A” dice: “Non sono andato ancora a puttane, qualche volta ci ho pensato, ma ho concluso che la soddisfazione era solo sessuale e non affettiva… ma la cosa rimane una ipotesi aperta in futuro”.
“B” afferma: “Ho preso in considerazione questa possibilità ma non ci sono mai andato, perché non ne ho mai avuto bisogno, ho potuto sfogarmi con altre ragazze”. Per “B” è meglio avere rapporti sessuali con la propria ragazza, anche se andare con delle prostitute può servire a sentirsi più “uomo”, nonostante l’handicap.
La risposta di “C” è molto conflittuale al suo interno, nel senso che pur non escludendo l’ipotesi, non la mette in atto per motivi etico-religiosi; del resto ci si rende conto che un rapporto mercenario non può certamente soddisfare le proprie esigenze psico-affettive. Come “B” pensa che comunque possa servire ad affermarsi come uomo nella sfera sessuale e fisica. “D” rifiuta in modo categorico l’ipotesi: “Non vorrei avere un amore barattato, l’amore è un valore più grande… e poi non risolve i tuoi problemi, quando hai scopato sei daccapo”. Con “E” si passa alla concreta attuazione dell’ipotesi: ci va da otto anni, una volta alla settimana accompagnato da amici. “Quando incontro una che mi piace più delle altre le chiedo dove abita, chi è, vorrei avere un piccolo rapporto di amicizia, però è difficile… Ultimamente ho avuto una storia con una ragazza carina ma dopo dieci volte mi ero rotto i coglioni, mi viene voglia di cambiare, lo scelgo… Mi sento soddisfatto dopo il rapporto, senti di avere fatto una buona scelta…”.
“F” dice no: “Non mi piace, mi fa schifo, non mi basta come tipo di cosa, lo trovo molto riduttivo… Faccio fatica a separare il discorso affettivo da quello sessuale!”. Per “G”, “tutti quanti lo hanno pensato, sì anch’io, per forza, se una persona non riesce a trovare un approccio con l’altro partner… allora se li inventa, se li crea con la sua fantasia… ma io non voglio, perché ci devo andare per forza, io quella soluzione la rifiuto personalmente, con tutte quelle belle malattie che ci sono in giro… Non è l’amore vero, è artificiale”. Con “H” si torna alla concretizzazione del rapporto mercenario: ci va da 10 anni con i soldi e l’aiuto di amici. Ci va perché non ne può più di stare senza donne e dopo il rapporto si sente scaricato. “Preferirei un rapporto normale, ma se ciò non viene continuerò”. In ultimo a tutto abbiamo domandato cosa ne pensassero dell’istituzione, come avviene in altri paesi, di apposite operatrici sessuali per persone handicappate, operatrici anche con una adeguata preparazione sul problema dell’handicap. Mentre “D”, “F” e”G” rifiutano questa possibilità equiparando le operatrici sessuali a delle prostitute, gli altri giudicano favorevolmente la cosa anche se con sfumature diverse, in ogni modo certi problemi, come le esigenze affettive, rimangono.
Una prostituta
Questa intervista è stata effettuata in casa della professionista. È stata resa possibile dalla mediazione di una terza persona che l’ha realizzata materialmente. È l’unica testimonianza del genere che siamo riusciti a raccogliere.
Le è mai capitato di lavorare con una persona handicappata fisica?
Si, ho due utenti fissi da quindici anni, uno accompagnato dal padre e uno dall’operatore.
Che tipo di emozione le ha suscitato il suo primo rapporto con una personahandicappata?
….Con lui (si riferisce all’operatore che ha mediato la nostra intervista, ndr) avevo una conoscenza profonda di fiducia e affetto perché mi aveva risolto problemi pratici di ricovero in Istituto per alcuni miei bambini… di fronte alla sua richiesta di prestazioni per rallegrare qualche ragazzo che non aveva mai avuto delle donne, ho ritenuto di provare, come maestra. In un primo momento l’operatore mi ha umiliato dicendo che avrebbe pagato il servizio, lo lo facevo per fargli un favore. In seguito conoscendo i ragazzi ho avuto meno problemi.
Che tipo di prestazioni ha di solito? Come sono i preliminari?
Li metto a loro agio, si deve sempre parlare, il tempo è molto più lungo rispetto agli altri clienti. Lavorando in casa, nell’attesa, li faccio accomodare in salotto dove c’è la televisione; poi sono a loro disposizione, li rilasso sul letto con massaggi vari mentre parlano dei loro problemi.
La persona handicappata le ha mai fatto confidenze sul perché la venga a cercare? Per lei, perché viene?
Mi viene a cercare perché non ci sono donne che lo vogliono, le donne non vogliono una scopata con l’handicappato perché gli fa schifo.
Nota delle differenze di comportamento nei suoi confronti tra una persona “normale” e una persona handicappata?
L’handicappato è più sensibile nei preliminari ed è molto pudico nello spogliarsi e nella prestazione. Anche se è molto svelto non ha problemi e non chiede perché se gli metto il preservativo, non fa problemi come gli altri.
Ha dei rapporti extraprofessionali con loro?
No, sono tutti portati dall’operatore.
Cosa ne penserebbe di operatrici sessuali che lavorano in maniera specifica con persone handicappate?
Non sono competente, tutto andrebbe delegato alla disponibilità della singola persona, salvaguardando la sua situazione personale.
Gli operatori
Gli operatori sono parte attiva nell’eventuale rapporto tra persona handicappata e prostituta per quanto riguarda i problemi logistico-organizzativi (il contatto con la prostituta, il trasporto…). Naturalmente non sono solo gli operatori a svolgere queste funzioni, poiché come trapela dalla nostra inchiesta, molte volte sono gli amici, o addirittura i familiari, a farlo. Abbiamo però scelto di ascoltare gli operatori poiché il problema li coinvolge nella loro professione.
La sfera della sessualità è ritenuta da tutti gli intervistati come un problema “aperto”, un problema che li ha coinvolti più volte e a cui si è fatto fronte con difficoltà e mancanza di mezzi. E che sovente li ha colti alla sprovvista. A proposito dell’uso della prostituta per risolvere le esigenze sessuali dei loro utenti, L dice: “non avrei impedimenti morali, fondamentalmente sarei d’accordo, cercherei però di salvare un po’ di contenuto nel rapporto… comunque non potrei farlo con una persona (utente) che conosco a malapena, ci vuole un minimo di confidenza”.
Aggiunge M.: “Individualmente queste sono cose difficili da affrontare”. In altri operatori ritorna la distinzione già incontrata trasfera sessuale e sfera affettiva, che in tale rapporto rimane comunque scoperta. In generale tra gli operatori c’è una certa disponibilità a sperimentare ogni strada che possa essere utile se non alla soluzione comunque a sollevare il problema.
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