3. È facile gridare allo scandalo
- Autore: Cristina Pesci
- Anno e numero: 1988/1
di Cristina Pesci
“Meglio che niente” è l’espressione che per prima mi è venuta alla mente leggendo le interviste e i commenti all’inchiesta su handicap e prostituzione.
“Meglio che niente” sembra una frase dettata dalla superficialità, dal facile compromesso come filosofia di vita, e spesso infatti diventa uno “stile” nella quotidianità di una persona con handicap. Gli ambiti incui questo stile detta legge sono talmente frequenti che, ribaltando il problema, sarebbe interessante scovare situazioni di vita in cui la persona handicappata non sia, per definizione, quella che deve accontentarsi.
Tornando in particolare sul tema, che evidentemente mi porta a deviare…, si può scoprire che realtà come quella della prostituzione hanno inaspettatamente punti d’incontro non troppo artificiosi col mondo dell’handicap, anche se, messa in questi termini, è facile gridare allo scandalo.
Ma, in fondo, non penso che le grida saranno mai troppo alte, in fondo “a mali estremi, estremi rimedi”; così si dice e così diventa una soluzione possibile, pensare alla prostituzione come risposta alla domanda di un rapporto affettivo o sessuale di chi è handicappato. Il tema facilmente potrebbe allargare il campo su altri aspetti della diversità e troveremmo che le soluzioni non si discostano di tanto.
Fin qui nulla di nuovo: la domanda iniziale “Esiste uno specifico dell’handicap nel fenomeno della prostituzione” forse avrebbe già trovato una risposta adeguata, probabilmente già scontata in partenza. L’handicap, come tema troppo spesso sotterraneo e di pochi, non rappresenta in fondo che una delle tante facce di un isolamento affettivo molto più diffuso e generale. Così anche per la prostituzione, che normalmente è un aspetto ritenuto distante e diverso e che poi si scopre molto più conosciuto e vicino.
E allora, dov’è il problema? Il dubbio che in definitiva non esista, o che il tutto faccia parte di una falso problema, come spesso viene definito il tema della sessualità quando rapportato all’handicap, è legittimo. E allora i conti tornano… peccato che dietro le sigle “A”, “B”,”C”, e potremmo tranquillamente arrivare in fondo all’alfabeto, si nascondano persone che sulla propria pelle, e quindi anche sul proprio corpo,vivono i segni tangibili di questo isolamento. Il compromesso, il “meglioche niente”, come unica opportunità è molto spesso la chiave comune al mondo dell’handicap, a quello della prostituzione e alle persone che abitano in questi mondi; compromesso per esistere, per sentire, per “sentirsi uomo” come sottolineano alcune interviste. E le donne con handicap? Cosa hanno a che fare con una simile soluzione, dove sta per loro un compromesso? Nessuna nota di rivendicazione. Forse solo un altro punto interrogativo: chi scrive è “pur sempre” una donna. E così fare un commento conclusivo ad un lavoro che ha avvicinato l’handicap alla prostituzione diventa facile e difficile allo stesso tempo: dipende, guarda caso, dai punti di vista, dai panni che ciascuno desidera rivestire. Allo stesso modo può esser facile e difficile ascoltare il racconto di chi, a vario titolo, testimonia le proprie personali convinzioni aspettandosi quasi inevitabilmente un giudizio. Il viaggio può anche concludersi qui e una strada possibile diventa quella di riconoscere il rischio che facilmente si corre nel frammentare i significati, dimenticando la storia che comunque costituisce lo sfondo di ciascuna persona
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