16. Iperprotezione? No grazie
- Autore: Claudio Imprudente
- Anno e numero: 1987/1
di Claudio Imprudente
La menomazione del figlio provoca soprattutto nella madre, un annullamento di tutti i progetti e di tutte le sicurezze createsi nei nove mesi di attesa e toglie ogni punto di riferimento identificatore in quanto i genitori si trovano improvvisamente di fronte a un’immagine di se che non riescono ad accettare. Questa possibilità di identificazione opera generalmente un rifiuto nei confronti del figlio handicappato. Tale rifiuto viene mascherato e trasformato in iperprotezionismo ma ciò non riesce a nascondere il grossissimo senso di colpa che il genitore si ritrova poiché di fatto si ritiene colpevole dell’handicap del figlio.
Nella mia esperienza personale questi “meccanismi” generali si sonoverificati tutti a differenza che i miei genitori seppero del mio handicap soltanto quando io avevo due mesi.
Fu una doccia fredda…, i miei genitori non sapevano minimamente cosa volesse dire handicap.
Oltretutto lo seppero da un medico che non spiegò loro nulla: “guardi che suo figlio non camminerà mai, non sarà intelligente, non potrà condurre una vita normale…, l’unica cosa da fare è di consultare uno specialista”.
Cominciò così la trafila da uno specialista all’altro perché l’unico punto diriferimento che ai miei genitori rimaneva era la speranza; speranza di portarmi, nel limite del possibile verso la “normalità”. L’handicap viene così considerato come una privazione, un qualcosa meno rispetto al normale, infatti la gente comune pensa: “non può camminare”, “non può studiare”, “non può farsi una famiglia”. L’handicap è visto sotto una luce negativa quindi l’handicappato è considerato solo come una persona da dover portare a una condizione “normale”. Ma qual è la normalità? Chi la stabilisce? La nostra società ha costruito l’immagine dell’uomo “tipo”: bello, intelligente, ricco, al quale ognuno deve conformarsi se. vuole essere accettato nel mondo. Ora, l’handicappato non può assolvere del tutto a tale compito quindi o è da nascondere o è da compatire! Questa mentalità comune non fa altro che suscitare insicurezze e frustrazioni non solo da parte del portatore di handicaps ma anche dei genitori. Riguardo a queste ultime cose, ritengo di essere stato molto fortunato perché fin dapiccolissimo, i miei genitori mi hanno trattato come un qualunque genitore tratta un figlio che ama. Fondamentale è stato per me il sentirmi stimato e accettato per quello che ero e non per quello che potevo diventare, il sentire che non facevano distinzione tra ciò che sono fisicamente e ciò che sono inferiormente. Per loro ero Claudio e non Claudio-handicappato. Ricordo che nonsi sono mai vergognati di portarmi fuori, in mezzo alla gente: ai giardini agiocare con gli altri bambini, a guardare le vetrine dei negozi, al ristorante,e la domenica o a fare qualche lungo giro in collina o al cinema. Nelle vacanze poi, si andava in montagna oppure al mare a prendere il sole sulla spiaggia e a fare il bagno. Mi parlavano in continuazione, facendomi partecipe dei loro problemi e delle loro gioie. Quando si trattava di fare delle scelte, non decidevano mai per me, questo perché avevano rispetto di me in modo assoluto. Hanno cercato, fin da quando iniziai ad andare a scuola, a rendermi indipendente, ero responsabile delle mie azioni quindi nelle situazioni critiche (litigi coi compagni, rimproveri da parte dei professori) non prendevano semprele mie difensive, pur interessandosi di quello che mi succedeva al di fuori delle mura di casa, lasciavano che i miei “nodi” li sbrogliassi da solo. È importante, a mio avviso, che i genitori non prendano il posto del figlio perché possa maturare responsabilmente.
I miei genitori mi hanno sempre spinto ad uscire dalla piccola cerchia familiare, ritenendo indispensabile non solo il contatto con loro e con la scuola, ma anche con gli amici. Questo mi porta ad essere attivo e a prendere l’iniziativa. Sono stato sempre attorniato da amici un po’ per il mio carattere estroverso, un po’ per l’affabilità degli altri. Vorrei sottolineare che l’avere amici o comunque contatti col mondo esterno, comporta necessariamente un atteggiamento quanto mai attivo e una grande disponibilità a fare il primo passo. Spesso purtroppo, capita che nella famiglia di un disabile ci sia un generale atteggiamento di vittimismo… come se gli altri debbano riconoscere loro aiuto e “amicizia”. Proprio qui nasce la compassione: un’arma a doppio taglio che realizza le aspettative immediate (contatti con gli altri) mache crea falsi rapporti e quindi frustrazioni.
Per cambiare questa cultura sbagliata non bisogna quindi partire dalla società ma da noi stessi, lasciandoci gestire da colui che ci ha desiderati e amati così come siamo, e qui vorrei rivolgermi soprattutto agli handicappati e alle loro famiglie, lo credo che il problema non sia nella diversità bens ìnell’accettarsie nell’amarsi così come siamo stati creati, che non è rassegnarsi, ma scoprire che in ognuno di noi c’è un piano prestabilito e meraviglioso per realizzarenon solo noi stessi ma il Regno di Dio. All’inizio, anche io ero succube di questa immagine poi, attraverso la testimonianza di altri, ho compreso la sua falsità e ho scoperto la strada per non lasciarmi schiacciare da essa,intravedendo la possibilità di essere libero nella diversità. Questo cambiamento di vedute, ha trasformato la mia vita familiare. Infatti cinque anni fa abbiamo intrappreso insieme un cammino spirituale con un padre gesuita, ma quello che più mi preme dire è che non avrei mai pensato di poter condividere con mia madre gli stessi ideali e le stesse speranze. Da qui con alcune giovani coppie, maturò l’idea di formare una comunità. In questo modo veniva alleviato uno dei più grossi problemi che il portatore di handicaps deve affrontare: il “dopo famiglia”.
Ormai convinti di tale progetto comprammo una grande casa nella campagn abolognese. Da quel momento gettammo le basi concrete della comunità che sento, con intensità crescente, come inno di lode e di gioia, infatti l’abbiamo battezzata col nome Maranà-Tha (vieni Signore nostro).
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