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autore: Autore: Claudio Imprudente

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Per iniziare il nuovo anno con il giusto spirito ci trasferiamo per un minuto in un pub… È successo davvero qualche tempo fa in uno spot americano di una nota marca di birra. Ne abbiamo riparlato insieme … Eccovi il risultato della conversazione!

Caro Claudio,
ti scrivo in merito all’articolo che hai recentemente scritto, commentando la pubblicità di una nota marca di birra che ha utilizzato un ragazzo con disabilità come “modello”. Può essere visto in chiave positiva o negativa, a seconda credo dell’idea di pubblicità.
Parto dalla percezione negativa. La pubblicità è per definizione uno spazio in mano alle aziende per promuovere la conoscenza e quindi la vendita delle proprie marche, prodotti e servizi. È quindi per definizione uno spazio commerciale. Secondo questa logica, l’utilizzo di persone diversabili potrebbe risultare sgradevole o, come minimo, opportunistico e quindi si crea una situazione di “sfruttamento” di immagine a fini utilitaristici. Estremizzando (molto) potremmo dire che vengono utilizzate le sfortune altrui per vendere di più. Questa logica, se vogliamo molto rispettosa dei ruoli, vive il processo di comunicazione solo come un mezzo per far arrivare al proprio target un messaggio e quindi non ammette che vengano passati certi limiti di condotta per vantaggi commerciali ed economici. Una specie di “codice deontologico” non scritto. La visione più aperta e positiva vede invece la pubblicità come una delle componenti sociali che aiutano a formare gli stili di vita delle persone, consigliandole, informandole e dando loro la possibilità di scelta. La pubblicità assume perciò un valore sociale, in quanto si fa partecipe della rappresentazione della nostra società e della formazione della propria coscienza civile. Ora è vero che molta della roba pubblicitaria che passa sotto i nostri occhi tutti i giorni non si può certamente inscrivere nel novero della “pubblicità progresso” però è anche vero che, nel bene o nel male, essa è uno specchio della società civile. Nona caso aziende, agenzie pubblicitarie, creativi, ecc. si avvalgono di ampi studi sui mutamenti e sulle tendenze della società in cui viviamo. Secondo questa logica, quindi, il messaggio che persone con e senza handicap possano giocare insieme uno sport agonistico, trovarsi insieme intorno a una birra, condividere luoghi serali come pub, è certamente un messaggio importante che un’azienda commerciale riesce a mettere in prima serata.
Ora, il tema è lungo e può assumere livelli di distinguo anche molto ampi. lo, da professionista della comunicazione, credo che le pubblicità abbiano il dovere di parlare alla società e non solo dei propri prodotti e marche, in quanto, se lo fanno bene, riescono a portare a  casa risultati molto più rilevanti. Credo che l’esempio della scura (bello il tuo titolo) vada nella direzione corretta.
Tu cosa ne pensi?
Un abbraccio, Federico.

Il rischio strumentale è sicuramente molto alto, ma in tutta sincerità preferisco mille volte uno spot come questo (ognuno lo interpreta con la sensibilità che ha)a uno di quelli che fanno leva sul lusso o, peggio ancora, sull’eros più o meno esplicito.
Tonia Baviello

lo invece lo reputo un bel messaggio di integrazione… L’ho capito nel senso che il disabile non può giocare da normodotato … sono quindi i suoi amici che devono sedersi sulla sedia a rotelle per poter giocare con lui … E poi tutti a bersi una birra in compagnia! Non ci trovo nulla di scandaloso, anzi manda un messaggio a tutti coloro che vedono noi disabili come soggetti estranei alla società.
Ivo Parmiggiani

Gli amici si “disabilitano” per essere al “livello” dell’amico, per poter giocare ancora assieme… con l’ex-compagno “abile” di una squadra di basket… ma tutti con lo stesso spirito e la stessa abilità nel bere in compagnia una buona birra… per me geniale!!! La seconda parte dell’articolo mi trova totalmente in disaccordo sulla strumentalizzazione… ma li avete visti come giocano? Si menano come fabbri!!! Molto più fisici e di contatto del basket. .. nemmeno per un momento ho pensato a “poverini”.
Andrea Berto

Ciao Claudio, tu hai avanzato due considerazioni apparentemente contrapposte. E se, invece, alla base di questa scelta, ci stessero tutte e due? Il cambiamento verso il positivo, penso, storicamente non può seguire una strada sola, una strada facile. Magari una strana commistione di “pietismo”, buoni propo-siti e realtà mostrata così com’è porterà lentamente a dei risultati. Della serie, purché se ne parli. Ti saluto con affetto.
Ancilla Artusi

Caro Federico e cari tutti, anche io ho riflettuto su questo spot e dico che dieci anni fa non avrei mai pensato che si potessero utilizzare dei ragazzi con disabilità, o la disabilità stessa, per promuovere e pubblicizzare un prodotto come la birra. Nell’immaginario collettivo infatti la disabilità e la birra sono agli antipodi. La birra è compagnia, freschezza, gioventù, festa… La disabilità di contro è solitudine, a volte vecchiaia, spesso è tristezza e malinconia.
Allora? Allora probabilmente in questo decennio che sembra volato qualcosa a livello socio-culturale è cambiato. I pubblicitari delle grandi multinazionali sanno sempre che aria tira e ne hanno preso atto… Certo il rischio di strumentalizzare la carrozzina è sempre in agguato, anche se, in questo caso, forse è stato fatto un salto in più. L’argomento, anche se presenta qualche contraddizione, è a mio parere ricco di suggestioni che spaziano non solo sull’immagine e la sempreverde questione dell’accessibilità ma prima di tutto sui concetti di divertimento e di normalità.
Allora grazie, Federico, della bellissima lettera…
Ci risentiamo alla prossima birra!

1. Ho avuto un figlio diversabile: ridefinire i progetti

di Claudio Imprudente

Come tutti sanno, ogni bambino che dovrà venire alla luce è immancabilmente oggetto-preda di un progetto più o meno definito che i genitori fanno su di lui. Ma cosa accade quando il figlio che nasce è diversabile? La menomazione del figlio provoca un brusco annullamento di tutti i progetti e di tutte le sicurezze createsi nei nove mesi di attesa, toglie ogni punto di riferimento a questo processo di identificazione in quanto i genitori si trovano improvvisamente messi a confronto con una immagine del bambino e di se stessi che non riescono ad accettare. E qui sta il punto: la sola possibilità di esser parte di quel loro prodotto porta i genitori, il più delle volte, ad un rifiuto del figlio diversabile. Tale rifiuto viene mascherato e trasformato in una forma di iperprotezione, ma ciò non riesce a nascondere il senso di colpa che comunque il genitore deve affrontare poiché, di fatto, si ritiene colpevole del­ deficit del figlio. Nella mia esperienza personale questi meccanismi si sono verificati tutti ma con una piccola differenza: i miei genitori seppero dei miei deficit solo due mesi dopo la mia nascita; e fu una doccia fredda sia perché di questi problemi loro non sapevano assolutamente  nulla – siamo nel l960 – sia perché ne furono informati da un medico che non spiegò loro nulla. Un medico, quello incontrato dai miei genitori, che, bontà sua, il meglio che seppe fare fu di indirizzarli ad uno specialista, affrettandosi comunque a sottolineare l’inutilità della cosa perché, secondo lui, quel bambino non avrebbe mai camminato né parlato, né condotto quello che si usa definire una “vita normale”. Natural­mente, ai miei come a tanti altri genitori accomunati da analoghi problemi, rimaneva una disperata speranza, quella di riuscire a portare il proprio bambino verso la normalità aiutati dalla medicina moderna, nel limiti del possibile. È proprio questa mentalità che crea nei genitori del diversabile, un atteggiamen­to sbagliato: si vede il figlio unicamente come un tipo partico­lare di persona da ricondurre alla normalità, un soggetto a cui manca la capacità di svolgere determinate funzioni. Nasce così, attorno al cosiddetto disabile, ma sarebbe meglio dire al non-abile normalmente, al non-normodotato, un clima assistenziale, che può solo portare a risultati negativi perché non aiuta né lui né gli altri. E poi, che cos’è la normalità? Chi la stabilisce? La nostra società ha costruito l’immagine dell’”essere umano tipo” – bello, intelligen­te, ricco…  alla quale tutti devono conformarsi per essere accettati. Naturalmente il diversabile non può assolvere del tutto a tale compito, quindi… o lo si na­sconde o lo si compatisce!

Crescere nel rispetto
Non si contano così le persone frustrate e infelici, sia tra i disabili che tra i loro genitori, e non solo tra loro! Io mi ritengo fortunato perché, fin da molto piccolo, sono stato trattato dai miei come un qualunque genitore tratta il figlio che ama. È stato fondamentale sentirmi stimato ed accettato per quello che ero e non per quello che avrei o non avrei potuto  diventare, il sentire che non facevano distinzioni tra ciò che ero fisicamente e ciò che ero interiormente. Per loro io sono sempre stato Claudio e basta. Ricordo che non si sono mai vergognati di portarmi fuori, in mezzo alla gente: ai giardini per giocare con gli altri bambini, a guardare le vetrine dei negozi del centro, al ristorante e, la domenica, a fare qualche giro in collina o al cinema; per le vacanze poi, si andava in montagna oppure al mare a prendere il sole e a fare il bagno.
I miei genitori parlavano con me in continuazione, facen­domi partecipe dei loro problemi e delle loro gioie. Quan­do si trattava di fare delle scelte, non decidevano mai per me. Questo io lo chiamo rispetto, rispetto assoluto, per la mia personalità! Fin dall’inizio, la mamma ha cercato di stimolare in me indipenden­za: ero l’unico responsabile delle mie azioni. Nelle situazioni critiche (litigi con i compagni, rimproveri da parte dei professori…) la famiglia non prendeva sempre le mie difese e, pur interessandosi a quello che succedeva fuori casa, lasciava che i “nodi” me li sbrogliassi da solo. È importante che i genitori, tutti i genitori, non prenda­no il posto dei figli affinché questi possano maturare re­sponsabilmente. Sono sempre stato metodicamente spinto ad uscire dalla piccola e rassicurante cerchia famigliare perché il contat­to con la scuola, gli amici e il mondo esterno in generale è importante per lo sviluppo sociale di un ragazzo: di tutto ciò i miei genitori capivano l’importanza. Anche per quanto riguardò il capitolo scuola fui lasciato nella più ampia autonomia.

Mamma Rosanna racconta…
Ho pensato di farvi raccontare i miei primi anni da qualcuno che direi mi conosce bene, una persona a caso: mia mamma. Un amico insegnante, Riziero Zucchi, le ha rivolto qualche anno fa delle domande per capire meglio il punto di vista dei genitori di figli diversabili, come si rapportano all’esperienza scolastica dei figli e in generale alla loro crescita.
Z: “Vorrei chiederle di raccontarci l’esperienza scolastica di Claudio, a partire sin dall’inizio”.
R: “Ha avuto un’esperienza meravigliosa in una scuola speciale per spastici; c’erano solo spastici, non ce n’erano altri. Le scuole speciali erano una rovina, è vero, perché non davano risposte adeguate a diverse esigenze: c’era il disabile fisico, c’era il mentale, c’era l’eccitato e il povero ragazzo in carrozzella era il più abbandonato perché bisognava stare dietro a quello che correva fuori. Invece lì erano tutti nelle stesse condizioni, più o meno gravi, ma nelle stesse condizioni. Avevano una maestra unica tutto il giorno, terapisti, logopedisti, insomma avevano tutto. Gli hanno persino insegnato a usare il denaro, attraverso un mercatino che, a scadenza quindicinale, era organizzato nella scuola. Loro dovevano andare con un po’ di  soldi e potevano comprarsi qualche cosa. Un giorno sono arrivata a prendere Claudio e c’era una bambina spastica che piangeva perché non poteva comperare niente, si era dimenticata i soldi. Io volevo dare i soldi e stavo per darli ma l’assistente sociale mi ha detto: ‘No signora, perché allora non impara a starci dietro: si è dimenticata di chiederli alla mamma e vedrà che quest’altra volta non si dimentica’. Quindi una scuola che l’ha preparato davvero molto bene. Quando è passato alle medie aveva un corredo culturale molto buono, però ha avuto la sfortuna, tra virgolette, di incontrare tre ragazzi, proprio delle pesti, che però si erano attaccati a lui e lo portavano fuori, lo tiravano fuori dalla classe”.
Z: Noi abbiamo notato che i bambini, quelli definiti più cattivi, alla fine sono quelli più attaccati e più bravi.
R: “Io in classe ho avuto un ragazzo spastico, quando ancora non si prendevano, e in banco vicino a lui è andato un altro ragazzino che stava ripetendo la prima media perché non aveva nessuna voglia di studiare, non era mai attento. Vicino al ragazzo disabile ne è diventato il paladino, e stava molto più attento. Una volta che ho sgridato Fabrizio perché rideva, lui mi ha apostrofato: ‘Signora perché lo sgrida?’ e io ‘Perché lui è un ragazzo di questa classe e deve stare attento come stai attento tu!’. Il ragazzo poi mi è venuto a dire: ‘Signora grazie!’.
Z:”Claudio alle medie ha trovato questi amici, dicevamo…”.
R: “Gli è passata un po’ la voglia di studiare, c’era poi anche il fatto che alle medie si studia di più e lui tutti i pomeriggi doveva andare a fare terapia. Per fare terapia venti minuti doveva stare via almeno tre ore, perché il pulmino lo veniva a prendere, lo portava e lo riportava a casa.
Poi al liceo non si è trovato bene, i professori non lo interrogavano, avevano paura e quindi fatto il terzo anno, quando aveva già iniziato a fare filosofia dove andava molto bene e il professore era entusiasta, io gli ho detto: ‘Claudio, o cambiamo liceo e andiamo da un’altra parte oppure te ne stai a casa’; lui ha scelto di stare a casa, ha cominciato a leggere. E così è rimasto a casa.”
Z: “Da tempo lavoriamo con i genitori perché crediamo nella valorizzazione della consapevolezza e della scienza dei genitori. Io lavoro nella scuola e vedo che la scuola disprezza i genitori. Noi pensiamo che i genitori dei ragazzi handicappati per necessità debbano essere dei genitori speciali. Mi interessava innanzitutto il suo parere su questo e sul percorso con Claudio; ma soprattutto le cose importanti per cui Claudio è diventato quello che è.”
R: “I genitori di figli disabili devono principalmente considerare i loro figli normali, questo  significa non fare la differenza ‘Lui non può fare questo, non può fare quest’altro…’ Io Claudio l’ho sgridato e continuo a sgridarlo. Per me lui è normale ma lo è sempre stato, così è per me e lo era anche per mio marito. Anche loro come gli altri bambini devono stare fuori. Capiterà che si sporchino, che si facciano male, si graffino ma come tutti gli altri. Quindi bisogna dare fiducia, non tenerli chiusi in casa perché altrimenti non crescono, restano eterni bambini.”
Z: “Lei prima mi diceva della crescita di Claudio, e della continua sollecitazione…”
R: “Continua, continua. Leggergli, parlargli continuamente, metterlo di fronte alle responsabilità. Ricordo che io e mio marito avevamo l’abitudine alla sera di giocare a carte per passare un po’ il tempo. Noi giocavamo e Claudio stava vicino a noi, così  scriveva i numeri e teneva i conti sul tavolo di marmo. Faceva il segnapunti; naturalmente ci voleva più tempo, ma noi aspettavamo, senza brontolare e lui ha imparato a fare questo. Il tavolo dopo era da pulire, è vero, però se i bambini giocano per terra dopo c’è da pulire per terra, lui giocava sul tavolo…
Bisogna principalmente dare fiducia. Si soffre molto, perché lasciarlo andare fuori con un amico la prima volta è molto faticoso, perché non si sa quello che succederà, eccetera. Ma tenerlo in casa è peggio: lo si rovina.
Z: “Secondo lei che cosa frena le mamme di bimbi disabili a dare fiducia?”
R:” Due sono le cose, intanto si sentono peccatrici, cioè si sentono addosso la colpa di aver dato l’handicap al figlio.”
Z: “Ma chi glielo da questo senso di colpa?”
R: “ La gente perché dice: “Come sei stata disgraziata, sfortunata.” Questo senz’altro; la gente. E poi, non saprei…”
Z: “Io ho un sospetto: che a volte ci siano molti medici che hanno questo atteggiamento nei confronti della disabilità, cioè danno delle diagnosi che sono delle pietre tombali: ‘Signora suo figlio non ce la farà mai!’
R: “A me è capitato questo, il bambino era molto sveglio quindi anche la dottoressa che l’aveva assistito la prima notte che ha avuto le crisi fortissime, non mi ha detto che cosa pensava. Mi ricordo che Claudio è nato in marzo e verso Natale, la dottoressa, con il marito medico dell’ospedale, mi dice: ‘Signora venga che facciamo vedere il bambino anche a mio marito’ e il marito sento che le dice: ‘Guarda, quello che ti posso dire è che questo ragazzo è molto presente’. Ancora però non si capiva quello che si poteva fare o no ma non mi ha detto che cosa era capitato. Non ci pensavo a una cosa simile perché essendo piccolo non stava in piedi quindi era naturale che non stesse diritto. Poi dopo abbiamo capito che c’era qualcosa  e sono andata da uno specialista.
Questo duramente mi ha fatto i complimenti perché : ‘Signora lei ha capito subito che suo figlio non è normale…proprio ieri sera ho visto un documentario della Carlo Erba – guardi ricordo anche questo – di un istituto che hanno aperto a Firenze, lo porti in istituto.’ Io sono andata a vedere questo istituto, ho parlato con il direttore che mi ha consigliato di trasferirmi a Firenze e mi dice: ‘Si prenda una cameretta così io faccio fare terapia a suo figlio. Io ho pensato che sarebbe stato un danno enorme portarlo via dalla casa, dal padre, io fuori casa e tutto il resto. Nel mio caso sono contenta di non averlo fatto’.
Z: “ Le volevo chiedere signora, in che modo Claudio l’ha fatta crescere come persona?”
R: “Dunque, io sono sempre vissuta in mezzo ai ragazzi, con il mio lavoro di insegnante ero assieme ai ragazzi. Quando è nato lui e ho capito cosa aveva, lui aveva già più di un anno, mi sono sentita molto responsabile rispetto ai ragazzi. Potrà sembrare strano ma io mettevo prima loro e poi Claudio: quando ero con loro dovevo pensare solo al lavoro, non a mio figlio. Questo pensiero mi ha aiutato, mi ha dato maggior forza ”.
(Tratto dal libro “Una vita imprudente” di Claudio Imprudente, Trento, Erickson, 2003)

Diversabilità: piazza o periferia?

di Claudio Imprudente

Un luogo mi è particolarmente caro: la piazza. Di forma quadrata oppure circolare: uno spazio che si apre tra le case, i negozi, le chiese e gli uffici. Su una piazza si affaccia sempre un bar, con i suoi tavolini, i suoi profumi e la sua gente che lì prende un caffè o beve una birra mentre scambia due parole. Tutti prima o poi passano dalla piazza, incontrano un amico e colgono l’occasione per fermarsi, darsi una pacca sulla spalla per poi mettersi a discutere di calcio o di politica. Molte donne passeggiano tra un acquisto e l’altro, ma non sfuggono di passare dalla piazza per vedere un po’ chi c’è in giro, così, per fare due chiacchiere. Ci sono poi i bambini che giocano, tranquilli del fatto che in piazza non passano macchine, al massimo qualche bicicletta… Insomma un luogo in cui la gente passa e si ferma; in cui ci si incontra con la voglia di passare un po’ di tempo insieme.
Mi sto dilungando in descrizioni quasi poetiche ma ora arrivo al dunque: la piazza mi è davvero cara, soprattutto negli ultimi anni, per le sue caratteristiche di incontro e scambio sulle quali non ci fermiamo mai a riflettere, nonostante dalla piazza passiamo sempre tutti, chi più o chi meno. La piazza può essere davvero un buon palco e, come tutti i palchi, può avere anche la grande potenzialità di innalzarti a essere protagonista alla pari delle relazioni che in piazza si intrecciano, ma può anche distruggerti, lasciandoti ai margini e pensandoti incapace di metterti in relazione. Vi dirò che per me ci sono tante e diverse piazze: a partire da quella paesana, di incontro di amici e conoscenti, a quelle un po’ “diverse”. Penso ad esempio ai convegni, anzi ai palchi dei convegni ai quali sono spesso invitato a parlare, alle trasmissioni televisive e radiofoniche alle quali ho partecipato, alle serate di presentazione dei miei libri, alle manifestazioni di apertura di varie iniziative. Queste sono le mie piazze, i luoghi che, vi dicevo, mi sono cari. Lo sono perché sono occasioni in cui incontro persone, scambio con loro contenuti ed esperienze; sono luoghi però che potenzialmente portano con sé dei rischi. Essere su un palco significa camminare su una sottile linea di confine tra la partecipazione attiva, propositiva, in cui io sono persona, porto la mia proposta culturale, e una situazione in cui la mia condizione di diversabile diventa il fenomeno da baraccone.
La piazza allora deve essere gestita, in modo da sfruttarne le potenzialità e non inciampare nei rischi, e per questo credo sia importante arrivarci avendo spalle robuste e ben preparate da una corretta consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità; una buona dose di autostima che aiuti a far diventare interessanti, innanzitutto a noi stessi, le nostre abilità e anche i nostri limiti, in modo da suscitare nella gente la voglia dell’incontro, della relazione e dello scambio. Il tutto non può non essere farcito da un pizzico, che in me non è proprio un pizzico, di sana autoironia: ridere un po’ di se stessi non fa mai male, avvicina le persone abbattendo ogni possibile barriera. Come persone diversabili dobbiamo fare i conti con questo fatto: il deficit mette a disagio e ciò si supera solo con una conoscenza reciproca, con la complicità che nasce da uno stare bene insieme. Bisogna mettere le persone a proprio agio e qual modo migliore che farsi insieme una bella risata? Prendersi un po’ in giro aiuta non a ridere dei diversabili ma a ridere con i diversabili.
La piazza ha anche un’altra caratteristica che mi affascina: la sua capacità di mettere in rete le notizie e le persone. Pensate per esempio a quanto circolano i pettegolezzi di paese: una volta che riescono ad arrivare in piazza ecco che diventano immediatamente di pubblico dominio. Così il fatto che si tratti di luoghi di relazione fa sì che abbiano grandi potenzialità di saper creare delle reti di contatti e di persone. Allora la diversabilità stessa può diventare piazza, dunque luogo di incontro e scambio. Certo bisogna avere voglia di andarci, in piazza; molto spesso è più comodo svicolarla e passare da vie periferiche, più buie, meno affollate. Mi spiego: è certo più facile starsene in casa davanti alla tv, oppure uscire ma non entrare in relazione alla pari con le persone, per accettare da queste solo l’assistenza; oppure ancora chiudersi in se stessi, creandosi un proprio mondo che non è lo stesso mondo degli altri, ma quello più tranquillo, forse anche più sicuro, più immobile, della periferia.
In questi ultimi tempi abbiamo avuto invece la fortuna di vivere su una mega piazza: l’Anno Europeo delle persone con disabilità. La stessa Comunità Europea ha sottolineato come uno degli obiettivi dell’anno fosse proprio dare visibilità alle persone diversabili. Il 2003 è passato, ma l’importanza di scendere in piazza, di partecipare, resta. Tante allora sono le piazze sulle quali possiamo incontrarci come protagonisti attivi e propositivi di una cultura nuova; sono piazze politiche, cinematografiche, televisive, culturali, sportive, radiofoniche, musicali, sociali, multimediali… e chi più ne ha più ne metta. E allora, cosa aspettate? Scendete in piazza.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Carissimo Claudio,
ho pensato di comunicarti in breve la mia esperienza relativa al primo incontro con l’handicap.
Ero giovane, sui 19-20 anni, e a me e ad altri ragazzi della mia parrocchia di Torino era stato chiesto di fare servizio presso una casa di spiritualità per aiutare dei giovani con problemi di handicap. Ci siamo quindi recati presso questa casa e all’inizio l’impatto non è stato facile, soprattutto con qualche persona che parlava in modo per me incomprensibile. Mi pareva di essere piombata in un mondo difficile da affrontare e, non riuscendo a dialogare con alcune persone, mi era quasi venuta la tentazione di rinunciarvi. Tuttavia la tenacia e la forza di volontà di M., una ragazza spastica che faceva ogni sforzo per comunicare con me, hanno avuto la meglio e tra noi è nata una bellissima amicizia, fatta di complicità, battute di spirito, ecc., tant’è che negli anni successivi, durante l’estate, ho partecipato a dei soggiorni a Rimini in compagnia di persone con problemi di handicap e M. era in camera con me. Erano gli anni ’70 e la presenza di persone con problemi non era ancora ben accetta in tutti gli alberghi, per cui a volte ci sono state delle difficoltà, ma M., forte della sua convinzione, che occorresse “farsi vedere” e conoscere dai “cosiddetti” sani in ogni luogo da essi frequentato, ha insistito per andare col gruppo anche in discoteca e per ballare con alcuni di noi. Voglio precisare che M. si è poi laureata e sposata e ha fondato un’associazione per aiutare i suoi amici. Questa esperienza per me è stata veramente di stimolo e di arricchimento e mi ha fatto pensare che a volte l’handicap è più nella mente dei normodotati che in coloro che hanno qualche problema in più, ma una forza di volontà, una grinta e un’energia da vendere…
Complimenti e grazie per i tuoi articoli e un caro saluto!
Anna Antoniono in Tomatis

Cara Anna,
la tua lettera è stata per me come la madeleine per Proust: c’è una sorta di aderenza totale tra la vicenda tua e di M. e la vicenda mia e di persone che nel tempo mi sono state vicine; una somiglianza tale che a ogni rigo che scorrevo mi tornavano in mente momenti della mia vita passata (a parte il matrimonio della tua amica… io sono ancora orgogliosamente “solo”… fidanzato): piaceri e difficoltà, delusioni e tentativi riusciti, rapporti più o meno intensi, ecc.
Però il fatto che mi ha colpito di più è che, come spesso capita, raccontando l’esperienza di ogni persona con disabilità, per quanto diversa una dall’altra, è come se raccontassimo qualcosa della società in cui viviamo: non perché la persona disabile sia un soggetto esemplare del mondo, ma perché spesso la sua presenza e la sua biografia ne fanno emergere le contraddizioni, le difficoltà, le “anormalità”. Ne svelano i pregiudizi, le insensibilità, i rapporti di forza asimmetrici. Le persone disabili portano inscritti nelle loro vite i segni del loro passaggio nel mondo con una evidenza maggiore: ecco perché possono essere testimoni privilegiati e credibili della storia del mondo stesso. Una volta mi è stato chiesto quale fosse il ruolo del disabile nella società. Mi è stato difficile scegliere, ma, dovendolo fare, risposi che era quello dell’evidenziatore. Ma qual è il compito dell’evidenziatore? Sottolineare le cose più importanti e i punti più critici, così da ricordarseli e da farne oggetto di riflessione approfondita.
Ai tempi in cui studiavo non esistevano ancora gli evidenziatori, in ogni senso: né come oggetto di cancelleria né come soggetti in grado di svolgere quel compito sociale. Col tempo io sono diventato un evidenziatore di colore azzurro: sì, hai capito bene, azzurro come i campioni del mondo. Vedi che anche l’azzurro sa incidere sulla storia?

Ciao Claudio! Sono Donatella, ti scrivo perché penso tu possa aiutarmi. Sono la madre di una bimba di quasi due anni (Margherita) con quel qualcosa di speciale che fa sempre pensare. Margherita è strabica e per questo motivo dovrà portare per non so quanto tempo una benda ortottica (è previsto un intervento dopo i tre anni), che si fa mettere costantemente e pazientemente da quando aveva sei mesi. Io sono un’illustratrice di libri didattici per l’insegnamento dell’italiano a stranieri ma il mio sogno è quello di illustrare libri per bambini e perché no… scriverli!
Questa “banale diversità” di Margherita mi ha portato a pensare di scrivere e illustrare un libricino che abbia come protagonista una bimba con una benda (un regalo per Margherita dalla sua mamma). Sai! Spesso penso a quando sarà più grande e alle domande alle quali non so se saprò rispondere; io in famiglia ho avuto due nonni non vedenti e avendoli amati tanto non ho mai visto la loro “diversità” e li ho sempre ammirati per quel qualcosa in più di speciale che avevano.
Ora non voglio annoiarti ulteriormente e quindi ti chiedo se puoi consigliarmi sulla direzione da prendere; non sono una pedagoga, non ho alcuna esperienza in merito e non so da dove iniziare. Se non ti chiedo troppo e questo sarai tu a dirmelo, avrei pensato di buttar giù qualcosa, una traccia, da farti leggere per sapere cosa ne pensi, altrimenti attendo tuoi suggerimenti, piccoli input; chi meglio di te.
Ah! Se hai da suggerirmi qualche lettura per Margherita (sai adora i libri e penso sia un ottimo strumento per far passare certi messaggi). Ti ringrazio già da ora per tutto quello che vorrai e potrai fare per noi due; anche se l’importante è sapere che ci sono persone belle come te.
Ciao, un abbraccio.
Donatella da Perugina

Cara Donatella,
la tua lettera ha stimolato in me ricordi letterari: il primo è una filastrocca con testo di Gianni Rodari, e recita così: “Un signore di nome Stanislao,/ incontrò un gatto e gli disse ciao./ Il gatto tra sé pensò/ “Che ignorante però! /Non sa nemmeno dire bene MIAO”. Che, secondo me, descrive bene (e in modo sintetico) due aspetti imprescindibili: il riconoscimento reciproco dell’esistenza di codici molteplici, diversi, e la necessaria bidirezionalità di ogni processo di integrazione e di comunicazione. In quella filastrocca, sbaglia Stanislao a dire “Ciao” a un gatto, ma sbaglia anche il gatto a pensare che il “Ciao” sia un “Miao” mal riuscito o mai imparato.
Nel secondo ricordo, una fiaba di M. A. Pacheco e J. L. Garcia Sanchez, si racconta di un pianeta i cui abitanti hanno un solo occhio dotato di determinate caratteristiche visive. In questo pianeta un giorno nasce un bambino che di occhi ne ha due e con qualità diverse. Questa nascita comporta un’iniziale diffidenza e un disagio diffuso nella comunità, ma poi il bambino stesso e i suoi concittadini capiscono il valore della sua differenza sensoriale nell’“allargare” il campo del visibile e i parametri del giudizio che diamo di quanto esiste al mondo.
Vedi, Donatella, come tu sai il mondo dipende da come lo guardiamo, e questo non significa che vi sia un modo univoco o più giusto, tutt’altro, ma solo che il mondo vive e respira della pluralità degli occhi di chi lo guarda. E che tutti possono trovare spazio, ragione, cittadinanza, a patto che si riconoscano reciprocamente come legittimi, che uno integri se stesso con l’altro e non che lo includa cancellandone le qualità. È bellissimo quello che mi scrivi riguardo al rapporto con la diversità dei tuoi nonni, perché sei stata in grado di cogliere la ricchezza insita nella loro “differenza”. Spesso il distacco e la difficoltà nascono quando ciò che è diverso lo viviamo come estraneo, strano e incomprensibile. Quando facciamo della “diversità” di un deficit la ragione della “stranezza”, dell’“estraneità” di una persona.
Insomma, non è importante se diciamo “Miao” o “Ciao”, “Bau” o “Tau”, ma il fatto che sia il “Miao” che il “Ciao” possano coesistere e restituirsi a vicenda una parte del mondo che singolarmente ognuno dei due ignorava e non comprendeva.
Che aggiungere, cara Donatella? Tanti Miao Miao con fusa a te.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente, claudio@accaparlante.it

Carissimo Claudio,
seguo sempre le tue rubriche. Mi è piaciuto moltissimo il cartone animato Oltre le barriere che hai citato. L’ho trovato molto interessante sia come insegnante che come mamma di una bimba con disabilità e ho scelto di proporlo ai miei alunni della scuola primaria.
Invece, a proposito di uno dei tuoi ultimi articoli, Il custode di castelli, mi permetto di aggiungere che
mia figlia, sulla spiaggia, più che fare la custode fa “la distruttrice di castelli”… Non ne sopravvive nessuno al suo passaggio! E allora?
Grazie! Ciao
Francesca Ferraris

Cara Francesca,
sono contento che tu abbia apprezzato il mio consiglio e soprattutto che sia stato condiviso con i tuoi studenti. Oltre le barriere è la storia dell’amicizia nata tra i banchi di scuola tra una bambina e il nuovo compagno con disabilità che non riesce a muovere nessuna parte del corpo, eccetto i suoi occhi. Un corto animato nato in Spagna, che, nella sua semplicità, rappresenta un bell’esempio di come i più piccoli (e non solo loro) possano mettere in atto le strategie della creatività e della fiducia, avviando così un percorso di relazione che andrà ben oltre il contesto scolastico.
Un aspetto, quello dell’“oltre”, molto importante, di cui ogni insegnante dovrebbe farsi trampolino di lancio. Mi piacerebbe, ora che il rischio della patologizzazione è sempre in agguato e il potere della scuola meno forte di prima, che il ruolo dell’educatore-insegnante tornasse a farsi un po’ bambino e favorire così quei processi d’integrazione spontanea che nascono a partire dallo sguardo e, perché no, anche dal caso. Solo così la sua didattica potrà dirsi libera e inclusiva e soprattutto avere una ricaduta sulla realtà Non dimentichiamo infatti che i bambini, disabili e non, dalla scuola finiranno per uscire e quello che faranno dipenderà anche da quello che avranno o non avranno imparato in termini di confronto con l’alterità e di messa in gioco di sé. Lavorare nelle scuole da sempre vuol dire lavorare per formare, lavorare per il futuro della persona in modo stimolante e autonomo.
Oltre le barriere costituisce un ottimo spunto per le insegnanti che vogliono scommettere sul futuro, per
questo vi consiglio ancora vivamente di portarlo nelle vostre classi. Per quanto riguarda invece le avventure della tua “distruttrice di castelli”, ti invito a leggere qui sotto la mia risposta a un’altra mamma come te.
Grazie per il tuo impegno e buona vita!

Claudio carissimo,
da tempo non ti scrivo. Ma il pensiero vive nel cuore e non è una frase fatta…
La tua riflessione su Il custode di castelli di quest’estate ha toccato tutte le mie corde. Il custode dei castelli di sabbia e la sua mamma protagonista, tenace, forte, coraggiosa, la tua, nonostante le tantissime amarezze dovute ingoiare, che ti ha reso persona sensibile, acuta, ironica, amante
della vita così come ti è stata donata. Io non ho mai costruito castelli al mare, né sono rimasta a custodirli. Ho viaggiato purtroppo per troppi ospedali, troppi… Ho costruito però altri castelli, disfatti e rifatti a seconda delle esigenze, con ponte levatoio e senza, con il fossato di protezione e senza. I miei 65 anni hanno “altri castelli”, a volte fragili, più di quelli di sabbia, altre volte così forti che nessuna burrasca li abbatte.
Ti penso e con tutti i tuoi lettori ti auguro di scrivere in lunga estensione pagine così belle. Così tue e così “nostre”.
Un caro abbraccio,
Olga

Cara Olga,
è sempre un piacere leggere le vostre risposte, le vostre esperienze.
Quella de Il custode di castelli, lo immaginerai, è una riflessione a me particolarmente cara, non solo perché racconto un episodio della mia infanzia e ripercorro le sfide di mia mamma, ma anche perché penso che i castelli di sabbia, di fatto, non finiscano mai. I castelli nascono sempre su territori di confine, sul limite cioè su cui campeggiano anche i nostri sogni, desideri, fantasie e avventure.
La spiaggia e la riva, in fondo, cosa sono? Un limite tra la terra e il mare, un confine tra i nostri limiti e
quelli della gente, oggi come allora.
Il limite è un luogo dove vivere le nostre progettualità e qui sta la sfida: non scappare dal limite ma trasformarlo in futuro.
Più ci spingiamo sui confini del limite, più saremo in grado di costruire nuovi castelli, che non sono il
punto d’arrivo, il rifugio per sfuggire dalla realtà ma progettualità in divenire, fatte per essere di volta in
volta distrutte, ricostruite e abitate.
I castelli si costruiscono insieme, si condividono con altri, ognuno con il suo compito, come quello, ad esempio, di farsi da improvvisati a provetti custodi.
C’è anche chi, come mi scrive Francesca, mamma di una bimba con disabilità, i castelli li distrugge al
suo passaggio. E allora?
E allora ben venga! Perché l’importante non sono le mura dei castelli ma i ponti levatoi, ponti che per-
mettono il passaggio tra il dentro e il fuori, tra l’esterno e l’interno di noi stessi.
Che dire allora? Gettate a terra i ponti levatoi e uscite!

 

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente  claudio@accaparlante.it

Ciao Claudio,
devo raccontarti un paio di cose sperando di non occupare troppo del tuo tempo… Dai, concedimi questo lusso! Sono alcuni anni che ti leggo e ascolto e, in seguito all’emergere della solita problematica del le ore di sostegno scolastiche, tre anni fa, mi sono chiesto: ma sono l’unico genitore ad avere questi problemi? No, mi è stato riferito… Allora ho incomin ciato a girare nelle scuole della mia valle e a contat tare altri genitori formulando sostanzialmente la se guente proposta: se abbiamo tutti gli stessi proble mi, perché non ci uniamo per condividerli? Così ho preso spunto dalla tua idea di “Accaparlante” per for mare il gruppo Genitori Acca.
In questo modo sono riuscito a cogliere e raccontare l’esperienza della sofferenza e della diversità, come padre e come uomo; tuttavia non sono stato in grado di descrivere appieno le parole “integrazione” e “inclusione” fino al momento in cui, durante una tua conferenza, hai chiesto a ognuno di noi in platea di scambiarci di posto con il vicino… E mi hai illumina to in merito!
Ci sono due persone che mi hanno fatto cambiare di posto senza un “apparente” motivo (dico apparente…): una sei tu, l’altra mia figlia Miriam tredici anni fa; la prima in modo gentile, la seconda invece facendomi fare un doppio carpiato indietro, con un atterraggio per nulla morbido.
Non è facile cambiare di posto, bisogna fare lo sforzo di alzarsi e spostarsi, mettersi nello spazio caldo di qualcun altro, che non è mai come il nostro. Cambiare di posto significa lasciare quella posizione, che in qualche modo avevamo scelto, per andare verso l’altro; cambiare di posto vuol dire rimanere nello stesso luogo ma adottando una visuale nuova e compagni diversi… è movimento, è attenzione.
Ecco allora che sono più chiare anche le parole di Pablo Neruda quando dice “lentamente muore chi diventa schiavo delle abitudini, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, lentamente muore chi non capo volge il tavolo, chi non rischia la certezza per l’incertezza, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce”.
E “lentamente muore chi non cambia mai di posto”, aggiungo io… ed è per questo che ad oggi come Ge nitori Acca dobbiamo ringraziare i nostri figli per non averci fatto morire lentamente nelle nostre abitudini. Il nostro augurio è che ognuno possa davvero avere l’opportunità e la determinazione di cambiare posto ogni qualvolta la vita ne offrirà l’opportunità.
Luca, Genitori Acca

Caro Luca,
quando leggo lettere come la tua mi rendo conto di non parlare sempre a vuoto e questo rappresenta una bella soddisfazione per me!
Mentre scorrevo le tue riflessioni mi sono tornati subito alla mente i bei romanzi di Massimiliano Verga, Zigulì, un caso editoriale noto a tutti, e il più recente Un gettone di libertà, editi da Mondadori. Perché torno a citarlo? Perché, oltre ad avere affrontato una tematica così delicata come il rapporto con un figlio disabile in maniera diretta, a tratti violenta e senza ipocrisie, Massimiliano ha dato finalmente voce a tutti quei padri che solitamente, e questo è un dato di fatto, restano ai margini della questione.
I padri, si dice, mollano prima delle madri: questo rappresenta, almeno fino a questo momento, se non un dato antropologico almeno un dato statistico e di letteratura comune.
La tua bella lettera, tuttavia, dimostra come le cose stiano in parte prendendo una nuova forma, se non altro in termini di una maggiore attenzione e comunicazione da parte dei diretti interessati, che, come scrivi tu, hanno molto da dire in materia, come il fatto che anche chi è più cresciuto e pensa di averle già viste tutte nella vita si ritrova improvvisamente a es sere costretto a cambiare e a sovvertire le proprie convinzioni.
In più c’è la sempreverde questione di genere, la di visione dei ruoli maschili e femminili, una disparità che ancora condiziona la vita familiare, personale e normativa del nostro Paese da entrambe le parti. Quanto, ad esempio, mi chiedo, i padri si sentono oggi costretti dentro falsi stereotipi di virilità, gelosia, forza e disinteresse nei confronti dei figli o nella vita in generale? Sono molto curioso di sapere cosa ne pensate. 

Caro Claudio,
innanzitutto grazie per ciò che hai scritto sul mio li bro Impossibili possibilità… Mi ha fatto molto piace re. Sì, io e i miei genitori abbiamo scelto di usare l’immagine del camaleonte proprio perché rappresenta il cambiamento e crediamo che la narrazione della nostra storia familiare rappresenti un piccolo esempio di trasformazione e cambiamento che ogni giorno abbiamo dovuto affrontare e continuiamo a farlo.
La mia mano su cui il camaleonte è appoggiato co me dici tu può farsi camaleonte, è vero. A seconda del contesto e del momento la trovo rilassata, tesa, incrociata o rigida, in base anche al mio stato psico fisico, emotivo e al contesto in cui mi trovo.
Nella mia vita (e spero di averne ancora tanta), an che se nel percorso ho sperimentato diverse difficoltà, credo di essere riuscita a trovare delle strade nuove, alternative, da percorrere insieme alle perso ne che hanno creduto nelle mie possibilità, non na scondendo i limiti ma dimostrando i cambiamenti… A proposito di camaleonte!
Un saluto
Tatiana

Cara Tatiana,
ti ringrazio per avere risposto così prontamente alla mia recensione sul tuo bel libro, Impossibili possibilità (Trento, EricksonLIVE, 2014), per l’appunto, pubblicata qualche tempo fa sul portale Superabile.it. A colpirmi è stata proprio l’immagine della copertina di cui parli, il camaleonte, classico simbolo di cambia mento, emblema di adattamento a nuove forme e co lori a seconda delle sfide che ogni giorno si troverà ad affrontare. Certo le sfide sono tante, non solo per il camaleonte ma anche per chi lo ha visto nascere, crescere e ha imparato con lui a cambiare pelle. Lo testimoniano i racconti dei tuoi genitori, che io cono sco molto bene, come tuo padre Iader, che, pur ac cettando inizialmente con difficoltà la tua disabilità, ha saputo trasformarla in pura invenzione, costruen do personalmente ogni giorno un nuovo ausilio a se conda delle necessità. Quella della vostra famiglia è una storia che si è trasformata in avventura, un bel l’esempio per tanti, una lettura che consiglio al Signor Bonaventura e a tutti i papà.

Lettere al direttore

Ciao Claudio,
ti ho ascoltato ieri in piazza Verdi! È stato veramente un gran piacere per me ascoltarti, ma la cosa che più mi ha dato emozione è stato vederti, alla fine, inseguire Paul, anche lui in carrozzella. Paul è un ragazzo che ho conosciuto da poco e a cui ho proposto di venire in piazza Verdi. Convincerlo non è stato affatto semplice, dal momento che pensava addirittura di andarsene via prima. Eppure non è successo. Ha assistito da lontano alla scena e spero che le tue pa- role gli abbiano dato la sicurezza di cui ha tanto bisogno!
Sto cercando di entrare in contatto con Paul ma è davvero difficile e indubbiamente io faccio fatica a capire quello che lui può provare, perché non mi trovo su una sedia a rotelle come lui.
Proverò a fargli conoscere l’Associazione di cui tu sei presidente onorario e magari, se sarà possibile da parte tua e se a lui piacerà l’idea, sarebbe bello se lui potesse incontrarti ancora, anche solo per bere una birra insieme!
Ma di questo magari ne riparleremo un’altra volta.
Grazie ancora per la tua testimonianza.
Edmondo

Caro Edmondo,
è stata davvero carina la serata “In aperitivo veritas”, organizzata di recente a Bologna in piazza Verdi, nel cuore della movida universitaria.
Sapere che le mie parole sono state importanti per qualcuno mi emoziona ancora. Capisco perfettamente le difficoltà di Paul; spesso quando giro l’Italia tra convegni e formazioni, molti ragazzi con disabilità, soprattutto i più giovani, mi fanno domande complesse del tipo: “Come hai accettato la tua disabilità?Perché tutto questo è successo proprio a me?”.
Domande difficili e con una loro storia, percorsi tortuosi, personali e differenti.
Quante volte ho sentito queste domande nella mia vita! E quante volte io stesso, da ragazzo, me le sono poste. Anzi, devo ammettere che persino ora, in alcune occasioni, mi capita di tornarci su.
Credo che quelle che ho citato siano due domande fondamentali nel percorso di accettazione dei nostri limiti, a partire dalla consapevolezza di noi stessi.
Domande che tutti si sono fatti, giovani e anziani, disabili e normodotati…“Perché proprio a me?”.
Dopo diversi anni ho capito che è inutile e dannoso cercare eventuali colpevoli, perché non ce ne sono, in quanto ognuno è protagonista della sua esistenza.
Questa convinzione è necessaria nella costruzione della propria identità, oltre che per liberarsi di inutili sensi di colpa.
Non va poi dimenticato che queste sono esperienze che non riguardano solo le persone con disabilità ma
che coinvolgono tutti noi e che per tutti hanno un peso sulla collettività. Imparare a guardare non la disabilità ma il mondo a partire dalla disabilità è oggi il messaggio che ancora mi sento di dare ai più giovani, a cui spetta il compito di abitare il futuro.
Che dire dunque? Al prossimo spritz insieme, cari Edmondo e Paul!

Caro Claudio,
mi permetto di darti del tu.
Sono un’insegnante, collega di Marisa, donna meravigliosa di grande sensibilità e cultura.
Un giorno mi ha consegnato un libro da leggere dal titolo “Una vita imprudente” e, con il suo solito sorriso rassicurante, mi ha detto: “Leggilo, è interessante…”. Ed è proprio così che, piano piano, ho cominciato a conoscere la tua storia.
Leggerti è stato bellissimo e commovente! La tua bellissima autoironia richiede umiltà, modestia e coraggio. L’autoironia è uno strumento comunicativo potente e utile per promuovere cambiamenti positivi nella vita di chiunque, e tu sei veramente un gran comunicatore di vita vera e di amore! Davvero stupendo il tuo libro.
Complimenti Claudio! Sei una persona meravigliosa! Grazie per le tue bellissime riflessioni, ma ancora di
più per la vita che stai vivendo!
Ora sto leggendo Lettere imprudenti sulla diversità, conversazione con i lettori del Messaggero di Sant’Antonio, il libro che mi hai regalato, attraverso Marisa, in occasione della Santa Pasqua. Grazie davvero Claudio, ho molto da imparare da una persona come te! Sono sempre più convinta di avere conosciuto una “persona più” in questo mondo. Fisicamente non ti ho mai incontrato, ma ciò non mi ha impedito di conoscere la tua essenza. I tuoi discorsi, le tue parole, i tuoi scritti valgono una vita intera. E ho compreso che dalle ferite si può ripartire, anche se sono tante e profonde, e un giorno mi piacerebbe incontrarti!
Buona vita!
Con affetto, Lea

Cara Lea,
quanti elogi! Non sono sicuro di meritarmeli tutti, perché, come si suol dire, “chi si loda s’imbroda” e a me il brodo non piace… Detto ciò, mentre leggevo la tua bella lettera ho pensato a quanto sarebbe rivoluzionario se nella scuola venisse introdotta una nuova materia… Non un nuovo tipo di Matematica, di Geografia o di Storia ma qualcosa di un po’ più trasgressivo come, ad esempio, una sana “Educazione all’Ironia”. Una provocazione certo la mia, che però, pensateci, renderebbe i ragazzi più autonomi e più consapevoli, forti dei propri limiti e capaci di sdrammatizzare. Prendersi meno sul serio implica infatti la capacità di concentrarsi meno su se stessi e di più su quello che ci circonda, vuol dire ampliare lo sguardo all’insieme e capire in che modo ne facciamo parte. Il microcosmo scolastico ovviamente non aiuta, sia per la sua struttura interna che per la sua funzione, che rimane, per forza di cose, giudicante, anche quando lo è in senso responsabile e positivo. Basterebbe semplicemente insegnare a sovvertire lo sguardo nella più piccola quotidianità, a partire dalla relazione tra alunno e insegnante, nella classe e tra gli insegnanti stessi. Le paure si affrontano sdrammatizzando e mettendole così in crisi, da tutti i punti di vista. In questo, credo, l’impegno dei singoli può fare davvero molto. Come dice Crozza quando interpreta l’Onorevole Razzi: “Senta a me! Fatti una scuola tutta tua!”.
Che ne dici? Buona vita a te!

6. La musica è fantasia e i musicisti sono fantasiosi

di Claudio Imprudente

La musica è fantasia. La fantasia è musica. I musicisti, allora, sono fantasiosi (o almeno ce lo possiamo augurare).
Mi ha scritto una lettera Paolo Falessi, membro dei “Ladri di carrozzelle”, storica e sovversiva filiale dei “Ladri di biciclette”, da quasi vent’anni attiva in studio e dal vivo. Il nome della band lascia spazio a pochi dubbi, ma per chi non li conoscesse vale la pena tracciarne un po’ le caratteristiche.
I Ladri infatti sono un gruppo di musicisti diversamente abili e non, che propone un progetto volto a fornire un’immagine diversa della disabilità. Lo fanno calcando in prima persona scene e palcoscenici, e questo già potrebbe bastare; registrando dischi (quasi venti, sinora) e anche questo sarebbe sufficiente; proponendo nelle scuole progetti formativi nei quali l’aspetto musicale non è che una componente, forse un addolcente come il miele di Lucrezio…
Il lato più interessante di questa attività di formazione parallela è che la maggior parte degli argomenti affrontati non ha niente a che fare con la disabilità e con l’esperienza diretta dei componenti della band in questo senso.
Ma siccome la musica è fantasia e i musicisti sono fantasiosi, questo non deve stupirci più di tanto. Anche se sospetto che non sia solo una questione di sensibilità musicale, artistica o di inclinazione alla creatività…
Piuttosto, infatti, sembra esserci alle spalle l’idea per cui argomenti apparentemente distanti hanno effettivi legami, magari sotterranei e non immediatamente palesi, ma a una seconda analisi davvero evidenti.
Cosa lega, infatti, disabilità, pace, nonviolenza, musica e ambiente? O, meglio, cosa consente di affrontare gli aspetti critici relativi a questi campi con un approccio organico, per cui tutto possa tenersi insieme?
Non vorrei semplificare troppo il discorso, ma ho il sospetto che un filo unisca tra loro tanti aspetti problematici, discriminatori e di ingiustizia che caratterizzano il mondo odierno. È immaginabile risolverne e ricomporne alcuni trascurandone altri?
Un percorso che parta dall’esperienza della disabilità e dalla riflessione su temi a essa correlati può trovare naturali prosecuzioni, incursioni in altri “contenitori di criticità”: la tutela ambientale, la nonviolenza, la politica di pace sono sicuramente tra questi. Mi spiego meglio: non c’è forse un nesso tra la precarizzazione del lavoro sempre più spinta, la riforma della scuola pubblica, l’allentamento delle maglie della “vita” sociale, la competizione come modello delle relazioni sociali e l’esclusione di chi non ce la fa o il fastidio per chi ce l’ha fatta al posto nostro? È come se il mondo fosse tendenzialmente “dominato” da logiche di un certo tipo che determinano uno sviluppo simile per cose anche distanti tra loro; ed è esercitando, praticando logiche di segno diverso che possiamo cercare di ribaltare dei modelli consolidati. Un sentire di segno diverso che ci consenta un approccio comprensivo ai problemi.
I “Ladri di carrozzelle” da anni ragionano attorno ai temi legati alla disabilità e all’handicap: hanno così maturato strumenti, formazione e sensibilità per affrontare problematiche altre, ma non estranee.
Hanno costruito uno modo di guardare alle cose del mondo, e ne propongono all’esterno la validità. Potremmo descrivere questo sguardo sulle cose come un atteggiamento nei confronti del prossimo (e dell’ambiente a noi “prossimo”) che sia inclusivo, rispettoso delle unicità diverse e consapevole dell’interdipendenza tra gli esseri e le cose.
Ecco perché chi vive e condivide la disabilità, avendone già fatto tema “d’indagine”, può proporre un approccio “trasversale” ai problemi in modo credibile e senza rischiare di semplificarne e sminuirne la portata.
Se vedete i “Ladri di carrozzelle”, allora, non chiamate i carabinieri: non sono briganti, ma solo musicisti fantasiosi. E non è poco…

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Caro Claudio,
come geranio non sei un granché. Come tifoso te la cavi meglio, ma questi sembrano non essere tempi per noi. Come professionista, ecco, qui si inizia a intravvedere la tua vera grandezza che, infine, esplode nella constatazione che sei una persona veramente straordinaria conoscendoti. Sei puntuale sulla notizia. Preciso nel commento. Profondo nell’osservazione. Acuto nella battuta.
Sei uno che sa comunicare. E che sa comunicare bene. Hai fatto un casino con quel “diversamente abile”, che adesso mi tocca rincorrere mezzo mondo per fargli capire che non si dice così. Ma per sollevare l’interesse che hai sollevato tu ci vuole credito. E non è il credito che viene concesso a tante, troppe, persone oggi.
Quelle che basta un’alzata di voce, una passata in televisione ed è subito successo. Tu hai credito perché te lo meriti.
Perché il linguaggio lo studi e lo conosci. E lo conosci sempre di più perché lo studi sempre di più. Tu fai il linguaggio. E infatti quel “diversamente abile” ora mi aiuti a far capire che va detto in un altro modo. Tutti siamo diversi, e meno male! In questa diversità alcuni eccellono nel fornire alla comunità i giusti strumenti per autoregolarsi. Tu fra questi. Tu fra i migliori di questi. Perché, sai, mica Claudio Imprudente lo nascono tutti. Imprudente si nasce. E un po’ si diventa. Imprudente meraviglioso tu sei. Tu amministri la parola con lo sguardo. Tutto è comunicazione in te. E per essere comunicazione, buona comunicazione, ci vuole abilità. Ci vuole che devi essere bravo. Di più, che devi essere bello. Perché la bellezza non è esclusivamente una questione estetica. Gran figo, amico mio, tu sei una bella persona perché il tuo modo di fare conferisce bellezza a questa collegialità che ha bisogno di riferimenti come te.
Grazie, mio caro, perché come geranio sei proprio brutto ma come persona pochi come te.
Un sorriso,
Antonio Malandrina

 Caro Antonio,
di fronte a queste tue parole, ricevute da un giornalista del tuo calibro per giunta, non so proprio che dire… Sono davvero lusingato! In realtà non è vero, cioè lusingato lo sono, ma qualcosa da dire ce l’ho.
Il Geranio di cui tu parli infatti non ha smesso di raccontarsi né di sperimentarsi nel suo lungo cammino pedagogico, durante il quale gli incontri, le esperienze e le relazioni che ne sono nate lo hanno reso resistente e presente a tutte le stagioni.
Dopo il fare e il comunicare, tuttavia, arriva un tempo e forse anche un periodo della vita in cui diventa necessario sedimentare, raccogliere i frutti raccolti e soprattutto rimetterli in ordine. Capire dove si è andati è fondamentale per capire dove si sta andando e dove si andrà. Lo è per tutti ma per un educatore, che ogni giorno maneggia il proprio percorso parallelamente a quello altrui, è un atto di responsabilità.
È chiaro che a questo punto sorge spontanea una domanda: “Come può un geranio diventare educatore?”. Ho tentato di dare la mia personale versione dei fatti all’interno di un libro in prossima uscita per la casa editrice Erickson di Trento. Il titolo, Da Geranio a Educatore. Frammenti di un percorso possibile, parla già chiaro.
Qui, insieme al mio collaboratore Enrico Papa, ho raccolto una serie di chicche, di piccole esperienze del passato e del presente, che hanno contribuito allo sviluppo del mio viaggio nei territori dell’educazione.
A fare la differenza, lo scoprirete, è sempre l’humus di partenza. L’humus che ha permesso la crescita del Geranio è lo stesso che ha favorito la nascita e lo sviluppo del “fantabosco” Centro Documentazione Handicap/Progetto Calamaio e delle piante e degli animali che lo popola- no e lo animano. Perché si sa, i gerani, oltre che allontanare le zanzare, abbelliscono i contesti!
Scrivere per qualcuno che possa sempre scrivere dopo, così come diceva il grande poeta Edoardo Sanguineti. È così che si fa, o no?
Che dire Antonio,
grazie ancora per la tua stima e il tuo affetto. Per Natale avrai qualcosa da leggere!
A presto,
Il Geranio

 Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Caro Claudio,
l’altro giorno stavo riflettendo sulla parola “bellezza” e mentre ripetutamente la recitavo nella mia testa, mi accorsi che stavo pensando a voi del Progetto Calamaio.Etimologicamente parlando la parola bellezza significa: qualità di ciò che appare o è ritenuto bello ai sensi e all’anima, è da questo che si genera connessione tra l’idea di bello e quella di bene. Ecco, sta tutto lì… lì in quella connessione fra bello e bene. Non è forse vero che se proviamo del bene nei confronti di una persona a noi cara, automaticamente ai nostri occhi risulta bella? Mi viene da pensare a una mamma e un papà con il proprio bambino, a due ragazzi che si amano, a due genitori, agli amici. Quando il bene entra in gioco e sprigiona la sua forza è in grado di valicare ogni ostacolo, anche quello fisico.
Ebbene eccomi qui che scrivo a voi per ringraziarvi di tutto, perché quel bene di cui parlavo prima è subito entrato in azione e ha distrutto piano piano tutte quelle barriere che ci impediscono di vedere l’altro da un’altra prospettiva. Quel paio di occhiali che indossavo a una sola gradazione, piano piano hanno iniziato ad andare oltre, per prima cosa cambiando montatura, poi provando lenti differenti, infine sono andati in profondità, valicando le cornici del superfluo e del superficiale ed è proprio in questa profondità che ho scoperto voi: una grande équipe che mi ha accompagnata, che ha lasciato un segno, posizionandosi nel mio cuore nella sezione “ricordi più intimi e preziosi”.
Grazie perché ognuno di voi è stato importante in questo mio percorso e mi avete insegnato tanto, molto più di tutti i libri letti e studiati finora.
Volevo lasciarvi con queste righe scritte da un professore… righe illuminanti, che ho sempre riletto nei momenti difficili perché danno forza e speranza a tutti gli educatori un po’ addormentati o frustrati, a coloro che hanno perso la voglia di lottare e di mettersi in gioco, a chi si è fermato anche solo per un po’ e a chi per sempre.
L’“educatore dell’oltre” è in grado di coltivare il senso della propria “eccezionalità” e “irripetibilità”, evitando che esse vadano a discapito dei sentimenti e dei vissuti di eccezionalità e irripetibilità dei soggetti ai quali si rivolge. Egli sa cogliere il valore della propria differenza, senza spezzare i legami con il contesto sociale, consapevole che la persona può essere rispettata solo se, all’interno delle organizzazioni e dei contesti di cura, vige anche una cultura del rispetto reciproco che consenta agli operatori di concentrarsi realmente sui loro interlocutori, anziché piegarsi su di sé.
L’educatore dell’oltre è “incompiuto e connesso con il mondo”, sa mettersi in ascolto più che fungere da modello e, quand’anche i suoi modelli vengano veicolati e proposti con forza, egli sa che devono poter essere rifiutati. L’educatore dell’oltre educa e vive con lo sguardo rivolto oltre questi ripari, perché l’educazione sia anche rifugio, non solo rifugio, anche dipendenza, non solo dipendenza, anche errore, non solo errore: apertura a un mondo, nel quale la paradossalità possa essere sciolta, perché esso offre, finalmente, più di una via d’uscita.
Un abbraccio a tutti voi animatori… unici e irripetibili.
Vi voglio bene… Silvia

Cara Silvia,
che bellezza! Come diceva un noto comico “è bello ciò che è bello ma che bello, che bello, che bello!”.
Si scorge fin dalle tue prime parole che il Calamaio ha lasciato su di te la sua macchia indelebile, dove, come ci piace dire proprio quando incontriamo i giovani educatori di domani, la diversità diventa davvero la parola più contenta di spiegare al mondo intero la bellezza di un pensiero!
Mi vorrei ora soffermare però sull’ultima parte della tua lettera, in cui sottolinei il ruolo dell’educatore, qualcuno capace non solo di risolvere le situazioni e avanzare proposte ma anche qualcuno in grado di accettare e di confrontarsi con i propri limiti. Rispetto ai miei tempi, oggi le figure educative sono molte più di prima, più giovani e spesso molto più specializzate. La responsabilità che queste figure hanno però è la stessa di allora, ancora tanta, benché ultimamente messa in crisi dalle difficoltà nel mondo del lavoro.
In estate, di solito, ci sono per esempio gli educatori che si occupano dei cosiddetti “campi estivi”, dall’estate ragazzi, dai pomeriggi di gioco alle gite fuori porta. In questi contesti, educatori e operatori rappresentano per i ragazzi un’occasione di divertimento, riflessione ed evoluzione, che difficilmente ricapiterà, e sarà proprio il loro approccio a fare la differenza, così come emerge dalla tua esperienza. Educare in questi ambiti significa mettere costantemente alla prova la propria creatività, nell’offrire ai bambini e agli adolescenti qualcosa che sia sempre nuovo e calibrato rispetto ai loro limiti e risorse, oltre che nel fare uscire le potenzialità e i caratteri propri di ognuno. Per farlo bisogna essere pronti ad accettare anche le proprie difficoltà e sconfitte, trasmettendo l’idea che essere se stessi è il primo passo per conoscersi e entrare spontaneamente in relazione con gli altri. Voglio allora esortare i giovani educatori di domani a insegnare ai più piccoli a stare insieme, a impegnarsi per far scoccare in loro la scintilla, a offrire uno spunto che possa essere colto e coltivato durante l’anno, a mostrarsi sinceri perché anche le vacanze, così come ci suggerisce l’etimo della parola, possano essere l’occasione per renderci liberi e favorire l’autenticità.
Questa, a mio parere, la missione dell’educatore.
Grazie per il tuo passaggio Silvia e buona vita!
Claudio Imprudente

 Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Gentilissimo signor Claudio,
sono una studentessa di Scienze dell’Educazione di Torino, ho 26 anni e sono non vedente dalla nascita.
Le scrivo ora perché sto facendo una tesi di laurea sulla disabilità, in particolare sull’inserimento lavorativo dei non vedenti. Mentre guardavo il materiale con la mia tutor mi è capitato di leggere anche il suo libro Una vita imprudente e un’intervista che lei aveva fatto nel 2003 sul libro Diversabilità a cura di Andrea Canevaro e Dario Ianes, proprio quando il 2003 divenne l’anno europeo della “diversabilità”, così come un tempo amava definirla lei.
Leggendo questo materiale sono rimasta molto affascinata da quello che lei dice, infatti mi ha dato un grande insegnamento di vita, così come hanno fatto i miei genitori. Io provengo da una famiglia piuttosto aperta a questi temi, mio padre è professore delle medie e mia mamma, ora pensionata, era insegnante di scuola dell’infanzia, è lei che oggi mi aiuta a studiare per gli esami, leggendomi ad alta voce i libri, dal momento che con la sintesi vocale sarebbe troppo noioso.
Devo molto ai miei genitori perché, fin da quando sono nata, hanno fatto in modo che la mia disabilità non fosse un problema né per me né per gli altri, anche se in questa società è difficile che gli altri accettino i nostri deficit, ma lei questo lo saprà meglio di me. L’esperienza mi ha comunque fatto capire che nella vita ci sono cose peggiori che essere non vedenti e questo l’ho imparato attraversando dei momenti difficili che non avevano strettamente a che fare con la disabilità ma piuttosto con le mie emozioni, gli incontri e i passaggi di crescita intrapresi dopo.
Mi riconosco molto sulle cose che lei dice e mi trovo d’accordo anche riguardo alle proposte che in passato lei ha fatto rispetto ai termini da usare quando parliamo di disabilità, anche a me piace l’idea di usare il termine “diversabilità” e non disabilità, credo che racchiuda in sé più significati.
Le ho scritto quindi ora non solo per chiederle consiglio rispetto alla mia tesi ma per dirle quanto apprezzo il suo lavoro e per ringraziarla per tutto quello che mi sta insegnando anche se non ci conosciamo.
Per adesso le invio cordiali saluti.
Vanessa Topa

Cara Vanessa
Che bello ricevere questa tua lettera! Solo una cosa: non mi dare del “lei”, mi fa sentire un po’ anziano.
Scherzi a parte è sempre un piacere, per me, sapere che le cose che scrivo sono utili per la cultura dell’inclusività, nel senso pratico e quotidiano, per la vita delle persone.
Il lavoro chiaramente è una parte molto importante di essa, non solo perché occupa la maggior parte del nostro tempo ma anche e soprattutto perché contribuisce alla formazione della nostra identità, all’aumento dell’autostima, al riconoscimento dei nostri limiti e alla valorizzazione delle nostre risorse. Il concetto di lavoro è senza dubbio cambiato e in futuro, com’è naturale che sia, continuerà a farlo, i mestieri di un tempo verranno sostituiti da altri oppure ne verranno immaginati di nuovi che ora ci sembrerebbero inconcepibili.
Così come i mestieri anche i vocaboli, probabilmente, cambieranno forma e significato e anche ciò che chiamavamo “lavoro”, forse, verrà chiamato o inteso in un altro modo.
In parte, a pensarci bene, accade anche oggi. Disabilità e lavoro, per esempio, non sono due parole gemelle? Di solito, si sa, si fa fatica ad accostare questi due termini, la persona con disabilità è spesso ancora associata all’inattività, all’improduttività, di base è qualcuno che non può fare o essere qualcuno.
Stando così le cose se ora facessi un gioco e dovessi disegnare su un foglio bianco una rappresentazione di tutte queste caratteristiche probabilmente disegnerei una lattina di birra vuota, solitaria e a terra. Un rifiuto insomma, uno scarto, non di certo una persona.
Non è una bella immagine, è chiaro. Eppure c’è qualcuno che l’ha presa alla lettera e ne ha fatto addirittura un mestiere inclusivo. È successo vicino a casa mia, con il gruppo de “La città verde”, una cooperativa gestita da persone con disabilità con sede a Pieve di Cento, in provincia di Bologna, che si occupa per l’appunto di inserimento lavorativo per persone con deficit, impiegandole nell’ambito del riciclo rifiuti e della cura del verde. Interessante. A me piace soprattutto la parte della gestione e del recupero dei rifiuti perché la ritengo una metafora sensazionale parlando del ruolo attivo delle persone con disabilità nella società e, di conseguenza, anche nel mondo degli impieghi professionali.
Le persone con disabilità sono state storicamente scartate, rifiutate e messe ai margini specie in un mondo competitivo come quello del lavoro. Quelle stesse persone rifiutate e scartate ora lavorano per le nostre comunità andando proprio a trasformare questi rifiuti in altri elementi, differenziandoli, riciclandoli.
Includere e nello stesso tempo evitare di sprecare, di scartare, evitando di foraggiare quella “cultura dello scarto” tanto cara a Papa Francesco.
Che dire, cara Vanessa, spero di averti dato qualche spunto.
Tu continua così e fammi sapere come andrà la tua vita!
Grazie, a presto!
Claudio Imprudente

 Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Ciao Claudio,
sono una mamma e moglie felice. Quando aspettavo il mio primogenito, Lorenzo, affetto da gravissima malformazione, e ho deciso con mio marito di portare avanti la gravidanza, ho incontrato tante resistenze, soprattutto da chi mi diceva: condanni un figlio all’infelicità. Lorenzo è morto subito dopo la nascita, ma mi ha insegnato a vivere, ad accettare i figli come dono e non come diritto acquisito, mi ha insegnato la bellezza della vita malgrado la sofferenza. Ma ora sono sconvolta. Sono rimasta veramente turbata dalla scelta di dj Fabo di porre fine a una vita che riteneva non degna di essere vissuta. Tu cosa ne pensi? Dall’alto della mia salute e della bellezza dei figli che mi sono arrivati dopo Lorenzo, è fin troppo facile dire che la vita è meravigliosa e comunque degna di essere vissuta, ma ora mi viene il dubbio: Lorenzo sarebbe stato felice di essere vivo? Gli sarebbe bastato il nostro amore per vivere felice?
Con tanto amore da chi ti potrebbe essere madre.
Isabella

Cara Isabella,
grazie innanzitutto per la tua bella lettera, profonda e intensa. Immagino che per te non sia stato facile scrivere queste parole così come per me non è stato immediato leggerle e provare a risponderti.
Per cominciare mi sento di dire con grande umiltà che non ho ricette a riguardo e, quando mi trovo di fronte a questi casi, mi chiedo sempre: chi sono io per giudicare? Prima azione da compiere, quindi, sospendere ogni giudizio. Potrà sembrare un modo per ovviare al problema ma non lo è, è il contrario. La società contemporanea, la società del televoto, del dentro e fuori, dei reality e della comunicazione ci porta sempre di più a commentare gli accadimenti più che a dare spazio ai fatti e al racconto in quanto tali, a esprimere cioè la nostra opinione a prescindere anche quando o non siamo realmente preparati sull’argomento o si tratta, come nel caso di dj Fabo, di tematiche fortemente personali, delicate e complesse. Seconda azione: accettarsi confusi. Credo che ogni educatore e ogni genitore debba concedersi lo spazio e il tempo per sentirsi e dichiararsi confuso e spiazzato di fronte a una questione molto più grande di lui. Accettare questo, lo sappiamo, è faticoso e difficile, una figura educativa infatti di solito si sente chiamata in causa per risolvere i problemi, pensa di dover avere sempre tutto sotto controllo ma non è così, bisogna accettarlo ed essere confusi è un passaggio necessario. Terza azione: imparare a convivere con la sensazione di non avere risposte. Non tutto è immediatamente comprensibile al primo sguardo, ci vuole tempo, conoscenza e a volte anche questo si rivela un in più. È una cosa su cui ho riflettuto spesso e mi sono detto che, forse, è proprio il fatto di non avere risposte che mi ha permesso di resistere e di farlo con entusiasmo ed energia, forse, mi sono anche detto, se avessi avuto la presunzione di averle avrei agito diversamente. Una bella sfida vinta a mio parere, ma per chi si occupa di educazione venire a patti con questi aspetti significa venire a patti prima con se stessi che con gli altri, si pensa spesso infatti che se non hai una risposta pronta per ogni occasione tu non possa definirti davvero un bravo educatore. Niente di più sbagliato. Accettare i propri limiti è il primo passo per aprirsi a quelli degli altri. Detto ciò, cara Isabella, spero proprio di “non aver risposto” alle tue domande, tenendo presente che ogni scelta va rispettata così come il tuo grande coraggio. Un abbraccio.

Caro Claudio,
ho dedicato la vita all’educazione dei giovani e quando Franca Falcucci ha operato la “rivoluzione del 1977”, ero vicino a Lei perché operavamo nella stessa associazione cattolica. Poi, qualche anno dopo, sono diventato ispettore tecnico del MIUR e ho lavorato con Lei per lungo tempo. Ora, forse non lo sapevi, è già stata chiamata alla casa del Padre. Con Franca cominciammo (il plurale non è maiestatico ma secondo verità) un percorso di apertura e cambiamento verso un’autentica integrazione. Dopo i provvedimenti del 1977 (L.517 e L.348) maturò quel tentativo di accogliere sempre di più e sempre meglio oltre ai disabili anche gli svantaggiati, gli sfortunati, i soli (perché è solo un bambino che vede la madre uscire alle 7 e rientrare alle 20). Fu definito il tempo prolungato poi quello “pieno” per non lasciare per strada proprio i più deboli. Mancò però un’autentica penetrazione nella mentalità soprattutto dei dirigenti scolastici, legati ancora a orari di comodo. Oggi le cose sono cambiate, provo grande tristezza perché molti insegnanti hanno perso l’anima, scambiata in nome delle nuove aride tecnologie, che qualcuno ritiene sostitutive dei veri legali con i genitori, i fratelli, i nonni.
Sinceri auguri e cari saluti. Franco Martignon

Caro Franco,
ti ringrazio molto per la tua lettera e le tue osservazioni.
Mi ha fatto piacere ricevere le tue riflessioni, che condivido pienamente. Con il gruppo di lavoro del Centro Documentazione Handicap lavoriamo quotidianamente per una cultura dell’inclusione di tutte le persone svantaggiate all’interno della scuola e della collettività, consapevoli che quel percorso avviato dal basso a cui tu fai riferimento, richiede ancora il contributo e la presa in carico di tutti. Sono trascorsi ormai 40 anni dall’approvazione della L.570, e torneremo sicuramente ad affrontare il tema pubblicamente. Come scrivi, dai tempi di Franca è cambiato molto, sono migliorate le tecnologie e le classi si sono fatte sempre più inclusive ma ciò non ha escluso la nascita di altre problematiche come l’eccessiva classificazione, dai BES a chi più ne ha più ne metta, oppure le difficoltà negli insegnanti, soprattutto quelli di sostegno, a trovare uno spazio e un ruolo all’interno degli Istituti. Se negli anni ’70 fu fondamentale apportare delle modifiche oggi lo è tornare allo spirito rivoluzionario di allora, rivoluzionario perché capace di portare cambiamenti. Un caro saluto e buona vita,
Claudio Imprudente

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Caro Claudio,
sono Elena Colombo, figlia di Antonia e Paolo. Frequento il terzo anno di Design del Prodotto Industriale e quest’anno affronteremo come tema generale di tesi il cibo e la sostenibilità. Dobbiamo quindi progettare un device, un servizio o un prodotto riguardante questo tema tramite ricerca, contatto con le persone, prototipazione e progettazione.
Partendo da questo vasto argomento io ho deciso di dedicarmi al cibo in relazione alle disabilità.
All’inizio avevo pensato di fare un progetto per le nuove realtà di ristorazione che vedono come protagonisti le persone disabili mentali e Down ma parlando con i professori non convinceva molto l’idea. In seguito a ciò mi è stato consigliato di vedere la disabilità nei suoi punti di forza, giocando attraverso cibo e sensi, per esempio pensare a quei sensi che sono più sviluppati in persone che hanno problemi di vista o di sordità (cene al buio, ecc.), oppure allargando il campo della disabilità a problemi di lingua come il turismo nelle grandi città che provoca problemi di comunicazione o ancora dedicarsi a uno specifico problema di disabilità che ha delle problematiche legate al cibo.
Mi farebbe quindi piacere sapere cosa ne pensi, sapere la tua relazione con la nutrizione e conoscere il tuo punto di vista. In attesa di una tua risposta ti ringrazio per la disponibilità.
Cari saluti, Elena Colombo

Ciao Elena,
grazie per avermi scritto, il tema che porti è interessante e benché ogni giorno ci coinvolga direttamente non se ne parla infatti così spesso. Per cominciare ti butto lì una piccola immagine, così ci rifletti: un uomo di mezza età che viene imboccato da un altro uomo di mezz’età. L’atto di imboccare, si sa, è cosa comune quando si incontra una persona con disabilità grave, semplicemente perché costituisce una prima necessità. Imboccare tuttavia non è un’azione qualsiasi, è un fatto che comporta una relazione, una relazione molto stretta e a volte sbilanciata, non a caso di solito siamo abituati a pensare a chi imbocca come a una mamma che nutre il proprio bambino.
Guardandola da questo punto di vista è facile cadere nel medesimo cliché e istituire cioè una dipendenza diretta tra chi dà il cibo e chi lo riceve, da lì all’equazione disabile uguale bambino il passo è breve.
All’interno di questa riflessione credo tuttavia che trovi spazio anche un’altra parola: responsabilità. Guardandomi spesso in giro noto come ancora di questi tempi dar da mangiare a qualcuno che potrebbe rischiare di affogarsi con l’acqua o che fa fatica a deglutire, può essere visto come un pericolo e non come un’opportunità di crescita da parte di entrambi i protagonisti coinvolti. Trovare del personale disposto a prendersi questa responsabilità da un lato, e una persona con disabilità capace di esplicitare i propri bisogni dall’altro, può perciò alle volte risultare difficile.
Quando mi confronto a proposito della parola responsabilità, su ciò che questa comporta in termini di azione e relazione, mi rivolgo sempre sia ai disabili che a chi li affianca e cito a tal proposito un episodio. Una volta mi è capitato, mentre ero a casa durante un pomeriggio di relax, di chiedere a una mia amica la cortesia di mettermi davanti alla televisione. Prontamente la mia amica ha preso la mia carrozzina e l’ha posizionata davanti alla tv. Benissimo, dirai tu, la tua amica è stata gentile, e ti ha correttamente messo dove chiedevi. Peccato che io non avessi specificato che ipotizzavo di guardare la tv da accesa… Avete capito bene, mi sono ritrovato davanti a una tv spenta di fronte alla quale la mia amica immaginava volessi passare l’intero pomeriggio. Risate seguenti a parte, ti pongo cara Elena, questa domanda: la responsabilità in questo caso di chi era? Mia o sua? Lei avrebbe potuto capirlo, certo, ma non è infrequente che una persona voglia semplicemente prendersi un momento per riposare nell’angolo preferito di casa sua, quindi una simile opzione, anche da parte mia, non era del tutto improbabile.
Ecco allora che la responsabilità è chiaramente di entrambi, sua, per aver eseguito senza mettersi in dialogo con me, mia per non essere stato chiaro nella richiesta. Il passaggio tra azione e relazione, non mi stancherò mai di ripeterlo, è infatti il fondamento di ogni rapporto, educativo e non solo.
Vale ovviamente anche per il cibo, a volte si ha un bel dire a spingere la persona con disabilità verso l’autonomia quando ci si ritrova a dipendere completamente da altri, si innescano facilmente dinamiche di potere, seppur inconsapevoli che mettono chi riceve il cibo sempre in una dimensione di “richiedente”, alle volte pesante o fastidiosa. Ciò non toglie che non è possibile entrare nella testa di tutti e che tutto passa attraverso la conoscenza. Far conoscere, esplicitare e così affermare la propria personalità e identità è compito di chi necessita di una mano, allo stesso modo agevolare questa dinamica lo è da parte di chi si mette in gioco alla pari dell’altro.
Non dimentichiamo poi che il cibo è piacere, mangiare bene fa parte del benessere, qualcuno sostiene addirittura della felicità. Meglio, sostengo io, farlo divertendosi, in compagnia, nei luoghi che preferiamo e mangiare sempre quello che ci piace!
Detto ciò, buon appetito! Un caro saluto e buona vita

 

2. I Fab Four

Le origini del Calamaio secondo Claudio Imprudente.

In principio furono i Fab Four. Io, Michele Morritti, Andrea Tinti e Alberto Fazzioli, tutti e quattro persone con disabilità, con cui ci incontravamo a casa mia tre mattine a settimana, a Bologna in zona Corticella. Insieme ad Alberto c’era anche Andrea Pancaldi, un ragazzo che all’epoca faceva l’obiettore di coscienza all’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici), venti mesi in tutto.
Prima però riavvolgo il nastro e vi riporto alle origini dell’antefatto.
Era il 1968, anni di contestazione a Bologna e nel mondo, anni di apertura, di ricerca di una cultura e di un’educazione nuove, anni di uomini grandi come il sindaco Giuseppe Dozza che aveva appena terminato il suo mandato insieme al cardinale Lercaro, anni in cui imperversavano gli hippies, le minigonne e i Beatles cambiavano la storia del rock.
Un panorama pieno di vita insomma in cui i quattro di Liverpool non erano certo i soli giovani scarafaggi irrequieti. Ogni scarrafone d’altronde è bell’a mamma soja ed è sulle note di “Imagine” che quattro ragazzetti senza molti peli sulla lingua cominciavano a muovere i loro primi passi nella città delle due Torri.
Ovviamente sto parlando di me, Michele, Andrea e Alberto, un’amicizia di lunga data, la nostra, condivisa sui banchi di scuola, a cominciare dalle elementari alla Scuola Beltrame, all’epoca delle scuole speciali, tutti e tre nella stessa classe. Quando è arrivata la legge sull’integrazione scolastica, nel ’77, alle scuole medie “Irma Bandiera” ci siamo divisi, stessa scuola ma classi diverse, eccetto io e Alberto, per il quale rappresentavo un riferimento importante e che la nostra insegnante ha cercato di inserire con me. Non per questo mancavano gli incontri con Michele e Andrea nei corridoi, parlando di calcio, giochi e fughini.
Alle superiori c’è stata la diaspora, io ho fatto lo scientifico, Alberto le magistrali, Andrea il classico e Michele ragioneria. Il pomeriggio però ci si ritrovava tutti al cosiddetto Centro Bernardi, il Centro Riabilitazione Spastici di Bologna, in via Bernardi per l’appunto, dove, tra un esercizio e l’altro, ci si scambiava opinioni e ci si confrontava.
Sullo sfondo, ad accompagnare i nostri passaggi di vita e le battaglie per l’integrazione c’era sempre l’AIAS, a cui avevamo aderito già alle medie, quando a scuola, inviavano gli obiettori di coscienza ad affiancarci e si creavano subito forti legami. Ovviamente dietro c’erano anche le famiglie, famiglie rivoluzionarie, che non avevano paura di in- ventare soluzioni prima ancora di cercarle. Così, una volta terminate le superiori, ci siamo guardati intorno e insieme a tutto questo gruppo di persone ci siamo chiesti: “E adesso? Che cosa combiniamo? Chi ce lo trova un lavoro? E soprattutto quale?”.
Io, Michele, Andrea e Alberto cominciammo allora a incontrarci più spesso, per stare insieme ma anche con l’idea di cominciare un’ipotetica attività. Da lì è nato il primo nucleo del CDH, il Centro Documentazione Handicap che oggi conoscete, costituito quindi da Imprudente, Morritti, Tinti, Fazzioli e il giovane Pancaldi, che citavo all’inizio, a cui si è poi aggiunto Mauro Sarti, oggi noto giornalista, che ha cominciato a fare l’obiettore di coscienza affiancando Andrea e insieme abbiamo continuato il lavoro, prima dell’82. Successivamente abbiamo trovato una sede per il CDH, all’interno dell’AIAS.
Là in via Alamandini, nei pressi di via Mirasole a Porta San Mamolo, sempre a Bologna, è proseguito il tutto.
Il Professor Andrea Canevaro, allora pedagogista e ricercatore presso l’Università di Bologna, che già bazzicava la nostra realtà, ci ha poi donato 100 libri per cominciare così a concretizzare la nostra idea, quella cioè che per rendere visibile la disabilità bisognasse cominciare a parlarne, da lì l’idea di fare documentazione e soprattutto la nascita di una domanda fondamentale: “Che cosa può fare un disabile grave per la società e non viceversa?”.
Prima di documentare ci siamo infatti resi conto che era anche importante informare e soprattutto pensare a come fare un’informazione che mettesse al centro la faccia e il ruolo delle persone con disabilità, che fossero presenti, visibili e riconosciute con un’immagine corrispondente alla realtà, che superasse il pietismo, la paura e i pregiudizi, proprio come cantava Lennon in “Imagine”.
Cominciammo a farlo con un giornalino fotocopiato in bianco e nero, il primo numero di “HP-Accaparlante”, allora solo “Accaparlante”, che fece subito discutere, dalla scelta del nome che pretendeva di dare voce a una lettera muta, contrapponendosi provocatoriamente a una rivista allora in voga e dedicata alla disabilità chiamata proprio “H muta”.
Dopodiché da cosa nasce cosa ed essendosi sparsa la voce che era nato il Centro Documentazione Handicap la gente chiamava Andrea per avere delle informazioni su quello che il Centro offriva e sui nostri progetti. Un bel giorno ci ha telefonato una scuola di Finale Emilia, chiedendoci di parlare di diversità ai loro bambini.
Andrea mi ha detto: “Aoh, Claudio, io da solo non me la sento, se vuoi proviamo insieme”. E io ho accettato. L’incontro ha avuto un gran successo e da lì è cominciata un’altra storia. Io usavo ancora la tavoletta di legno e una cosa del genere rappresentava per me una grossa novità oltre che una grande sfida. Come posso fare a raccontare ai bambini cos’è la diversità in maniera diretta e accattivante? Parlando il loro linguaggio, questa fu la mia risposta di allora, e fu così che nacque la favola di Re 33 che gettò le basi di quello che poi nel 1986 sarebbe diventato il Progetto Calamaio, un contenitore e un gruppo di persone disabili e non (e non più solo io) che con il suo passaggio ha cominciato a macchiare la realtà della scuola, lasciando il segno dell’inclusione e della creatività.
Grazie a Re 33, infatti, la voce che c’erano persone con disabilità e non che insieme raccontavano ai bambini la diversità con il gioco e l’ironia è diventata insistente e insieme a lei le richieste di incontri e laboratori, che si sono poi sviluppati molto lentamente in fieri, mentre ruotavano obiettori di coscienza, operatori, volontari e si inserivano nuove persone con disabilità inviata dall’AIAS, che piano piano hanno accresciuto e modificato la storia del gruppo. Tra i molti che sono passati ricordo con affetto Lorenzo Fanti, un caro amico che abitava nel mio quartiere, a Corticella, e che stava praticamente tutto il giorno con me, ventiquattro ore su ventiquattro.
Persone, informazione e educazione, queste sono state le parole che hanno cominciato a scrivere la storia del CDH e parallelamente del Progetto Calamaio, una storia che cambia di anno in anno, così come cambiano le persone con disabilità, oggi con molti più diritti ma non ancora completamente incluse, così come cambiano le politiche, i confini, il mondo del lavoro, della comunicazione, i giovani e i nuovi cittadini in fuga con cui sempre più ci troviamo a confronto.
Fare memoria di questo percorso vuol dire oggi prendere in mano le nostre origini per non smettere di scrivere la storia, la nostra storia. Lo scenario che ora si apre è infatti molto più ampio di quello dei primi anni Settanta e non si limita più al semplice tessuto sociale.
Ora siamo chiamati a mescolarci. Mescolarci nella cultura, nella politica, nello sport, nell’arte e nel tempo libero, creare una cultura di pace che abbia nella diversi- tà il suo valore. Sporcarsi le mani per un mondo più pulito.
Perché la storia siamo noi, cantava Francesco De Gregori, anche lui, insieme ai Beatles uno dei preferiti dei Fab Four di Corticella.

E poi la gente [Perché è la gente che fa la storia]
Quando si tratta di scegliere e di andare
Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare:
Quelli
che hanno letto milioni di libri
E quelli che non sanno nemmeno parlare;
Ed è per questo che la storia i brividi,
Perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
Siamo noi, bella ciao, che partiamo
La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano.
La storia siamo noi
Siamo noi questo piatto di grano.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Un intellettuale del nostro tempo, forse l’ultimo intellettuale del nostro tempo. È così che descriverei il professore Alain Goussot, di origine belga, docente di Pedagogia Speciale all’Università di Bologna, scomparso lo scorso marzo.
Un caro amico, oltre che un collega, che vale la pena ricordare con le debite parole e senza reticenze. Perché Alain, nel suo campo, quello dell’Educazione e della Pedagogia ma anche della Psicologia e dell’Antropologia ha lasciato il segno. Il segno del sapere, gettando importanti basi per nuove ricerche e il segno della persona, attenta, anzi di più, curiosa, anche su quello che non condivideva del tutto. Ateo convinto, Alain non ha infatti mai smesso di interessarsi alla religione, o meglio, alle religioni, e le ha messe in pratica tutte, capace di mettersi in gioco nel profondo e ponendosi sempre dalla parte dei più deboli.
La diversità, a partire da ciò che anche per lui si palesava come alieno e distante, è sempre stata una sfida, l’occasione per andare oltre e destrutturare i meccanismi incorporati nella società e nelle nostre percezioni umane fino a ribaltarle in una nuova dimensione etico-politica.
Attivo tra i ricercatori dei cosiddetti Disabilty Studies Alain si è dunque occupato da vicino della disabilità, concentrando la sua riflessione in particolare sugli aspetti legati all’adultità, al rapporto tra la disabilità e le altre discipline in un’ottica transculturale fino a sottolineare, negli ultimi anni, come il passaggio tra i termini integrazione e inclusione nella Scuola si è negativamente autoridotto nelle stigmatizzazioni dei BES (Bisogni Educativi Speciali). “Sulla questione dell’inclusione – scrive Alain su un articolo uscito su La letteratura e noi – occorre confrontarsi e chiarire meglio di cosa stiamo parlando. Per anni si è parlato di integrazione, in particolare in riferimento all’integrazione scolastica e sociale degli alunni con disabilità.
Si diceva che fosse importante creare delle opportunità e delle situazioni educative e formative in grado di rimuovere barriere e ostacoli. Poi da alcuni anni si è cominciato a parlare d’inclusione, precisando che si voleva sottolineare che il cambiamento non poteva essere a senso unico ma reciproco (soggetto e ambiente). Ma sorge un dubbio: se il concetto d’inclusione è strettamente connesso agli indirizzi proposti sui cosiddetti BES, e si muove nella direzione del differenzialismo, allora cosa vuol dire includere?”.
Difficile, se non impossibile, non aprire un dibattito dopo una domanda di Alain o leggendo le sue numerose pubblicazioni.
Tra queste ce n’è una che mi è particolarmente cara, Il disabile adulto [Maggioli editore, 2009], in cui Alain sottolinea come l’entrata nella società della persona con disabilità dopo l’uscita dal contesto scolastico porti con sé una rivoluzione sociale intrinseca che chiama in causa l’altro ma anche una responsabilità del singolo perché “vivere è l’adattamento passivo di chi rinuncia a esistere, mentre esistere implica la scelta e va nel senso di una integrazione attiva nella realtà”.
È accaduto lo stesso con altri temi, che sempre hanno preso voce a partire da un vero e proprio chiodo fisso del Professore: l’ideologia della diversità.
L’idea cioè che si debba sempre “cercare la diversità dell’altro anche in termini positivi”. Tornare all’uguaglianza, questo chiedeva Alain, vedere l’altro come altro io ma diverso da me. Partendo dalle similitudini accettare le differenze.
Perché le differenze stanno insieme, e insieme, in quanto tali, non creano più né separazione né scissione.
In questa rubrica ho il piacere di condividere con voi alcuni stralci di una corrispondenza avuta con suo figlio Enrico.

Carissimo Claudio,
mi chiamo Enrico e sono il figlio di Alain. Volevo ringraziarti per le parole che hai usato per omaggiare mio padre, il tuo amico e compagno di tante battaglie. Sto rimanendo colpito da tutti i messaggi che ancora oggi, a distanza di quasi sei mesi, sto ricevendo dai suoi studenti e dai suoi colleghi. Sono stato malissimo a seguito della sua morte, un evento dirompente, improvviso e traumatico che ha squarciato la nostra vita familiare.
Non riesco ancora a realizzare che lui se ne sia andato, tante e troppe cose sono rimaste in sospeso da quella notte tanto oscura quando lo abbiamo trovato per terra senza vita. Spesso me lo vedo sbucare dal suo studio di casa ma poi mi accorgo che la sua scrivania oramai è vuota perché lui se n’è andato davvero.
È stato un papà straordinario, mi ricordo che da ateo ci accompagnava al catechismo. Ci ha lasciati liberi di intraprendere ciascuno la propria strada. Ricordo bene il giorno in cui mio fratello gemello gli ha detto di voler entrare in seminario e lui con gioia gli ha semplicemente risposto di essere contento.
Ultimamente forse si stava ponendo tante domande sul senso della vita, l’ultima cosa che ha fatto prima di morire è stata guardare la via crucis di Papa Francesco. Con questo ha salutato il mondo.
Sono certo che nel tragitto dalla sua camera alla cucina, dove è morto, ha fatto un incontro speciale, ha visto Dio.
Come professore non era un accademico ordinario, aveva qualcosa che lo rendeva unico e speciale. Non ho mai incontrato nella mia vita una persona con la sete di cultura che aveva il Babbo.
Cercherò di portare in ogni dove il suo pensiero e spero che anche a livello accademico non venga dimenticato, perché lo merita.
Io farò di tutto perché ciò non avvenga. Ti abbraccio forte e ti ringrazio di cuore.
Fraternamente
Enrico

Caro Enrico,
innanzitutto grazie a te per aver trovato le parole per scrivermi, sono sincero: non credo che noi due ci siamo mai incontrati e la perdita del tuo papà ritenevo che fosse prima di tutto un evento da vivere tra voi familiari e poi mi dicevo “forse un giorno avremo modi di vederci”… invece mi hai scritto tu per primo. Grazie!
In questi giorni ripensavo a trovare le parole per scriverti, a un segno con il quale vorrei assicurarti che non potrò dimenticare mai una persona come Alain, così come vorrei anch’io che a livello accademico rimanesse sempre traccia di tutto quel gran lavoro che è stato fatto da tuo padre… Invece vorrei raccontarti alcuni piccoli particolari che mi tornano in mente quando penso ad Alain come uomo, oltre che come professore, ai pranzi consumati insieme in un bar davanti alla Facoltà di Cesena mentre si discuteva e lui aveva sempre un mare di idee, mi chiedevo spesso chi era intorno a lui come facesse a seguirlo in tutto, o come non ricordare il suo accento, era inconfondibile al telefono come in una sala conferenze!
Sono rimasto molto colpito dalla lettera che hai scritto in occasione di una giornata alla Facoltà di Scienze della Formazione, l’8 aprile a cui non hai potuto partecipare, in cui ti rivolgevi a tutti gli studenti che avrebbero dovuto sostenere l’esame di Alain.
Ti ringrazio ancora e ti auguro Buona Vita, a presto.
Claudio

Carissimo Claudio,
il Babbo ha sempre parlato molto di te, io ti conosco grazie ai suoi racconti. Gli si illuminavano sempre gli occhi!
Vorrei poterlo avere ancora qui, è andato via troppo presto, io ho ancora bisogno di lui!
Ma nella fede cerco di vivere questa attesa di rivederlo, consapevole di non poter cogliere ora il mistero della morte.
Ti abbraccio tanto fraternamente e spero che un giorno ci possiamo incontrare dal vivo perché vorrei abbracciarti.
A presto
Enrico

Scorrendo ancora una volta le riflessioni di Enrico penso a come la radice della parola cultura sia tutt’uno con quella del verbo latino còlere, “coltivare”. Alain è stato un grande coltivatore, di intelligenze ma soprattutto di punti di vista. Lui, che il Cristianesimo l’ha messo in pratica pur conservando la sua laicità, ha lasciato che l’espressione dei suoi figli potesse dirsi libera. Un esempio di inclusione agita e non solo teorizzata, preziosa e indimenticabile per tutti noi.
Beh, che dire Enrico, spero veramente di conoscerti personalmente il prima possibile.