Skip to main content

Autore: Nicola Rabbi

11. Un sapere comune?

di Davide Rambaldi

Uno studio sul linguaggio degli educatori non può prescindere da due punti di partenza fondamentali: 1) ogni linguaggio si organizza intorno a un sapere; 2) ogni linguaggio si struttura negli ambiti in cui si utilizza.
Ora, se da una parte non si può considerare il linguaggio disgiunto dal sapere che esprime, dall’altra considerare gli ambiti in cui si utilizza rimanda alla dimensione culturale e all’interazione sociale. In questo caso si parla non più di linguaggio ma di conversazione, tant’è vero che i più recenti studi di teoria della comunicazione sono più concentrati nel definire una teoria della conversazione che non sul linguaggio. La conversazione infatti implica l’interazione sociale, cioè la costruzione comune del codice comunicativo attraverso routine (comunicative) condivise tra gli attori della relazione.
Se il linguaggio dunque è questa profonda rappresentazione dell’essere in quanto identità, cultura, sapere, relazione, ci si può chiedere quale rappresentazione esprima il linguaggio degli educatori; un linguaggio che, per quanto nuova e debole sia la professione, si è già organizzato attorno a un sapere (quello educativo), si inserisce in un definito contesto socio-culturale (quello dei servizi socio-sanitari), ha forse già costruito un micro-sistema culturale (quello relativo alla classe degli educatori) e strutturato certamente modalità conversazionali nei diversi ambiti in cui è utilizzato.

Esiste un linguaggio comune degli educatori?
Resta da verificare quale sia, in primo luogo, il sapere che questo linguaggio esprime. Non è affatto scontato che il sapere degli educatori sia un sapere codificato, condiviso, completamente organizzato. È probabile che questo sapere educativo, che comunque è alla base della nostra pratica professionale e sociale, sia ancorato a una consapevolezza epistemologica comune e che quindi possa esprimersi in un linguaggio comune. In altri termini, non essendo ancora fondata realmente un’epistemologia del sapere degli educatori, sarà molto difficile che essi esprimano un linguaggio comune.
Il caso più eclatante è  certamente quello della progettualità educativa. Il progetto dovrebbe essere uno dei punti centrali del sapere educativo: in realtà quanti educatori credono che il progetto lo sia davvero? Quanti hanno approfondito la metodologia progettuale? Il problema è a monte in due sensi: molti educatori pensano che il progetto sia uno strumento se non inutile superfluo in quanto tenta di fermare senza riuscirvi la processualità della relazione, che credono comunque di governare attraverso la propria presenza e il lavoro di gruppo (e anche sul lavoro di gruppo – altro punto centrale del sapere degli educatori – ci sarebbe da dire quanto a debolezza epistemologica…), strumento più istituzionale che non realmente professionale; in secondo luogo la metodologia progettuale è in realtà tutta da costruire perchè i modelli che gli educatori hanno ereditato dalla pedagogia sono modelli metodologici di derivazione scolastica, relativi all’istruzione – e c’è una bella differenza.
Bisognerebbe fare il punto della situazione sul sapere degli educatori: cosa pensano che esso sia, quale grado di consapevolezza epistemologica hanno – se ne hanno – e di conseguenza come si rappresentano nel campo delle relazioni professionali e sociali. E in questo senso solo un’analisi del loro linguaggio può dare risposta a questi interrogativi.

I luoghi della scrittura
Il linguaggio scritto potrebbe essere il punto di partenza. Gli educatori producono una notevole mole di lavori scritti, dai progetti (individualizzati, delle attività), alle relazioni, alle osservazioni, ai diari, ai quaderni delle consegne, ai verbali di verifica. Un’analisi strutturale di questi lavori potrebbe dare informazioni molto interessanti: nella stesura dei progetti per esempio, quale stile prevalente adottano, narrativo o tecnico-scientifico? Quanto prendono in prestito dalla metodologia della programmazione scolastica, quanto hanno inventato? Quale grado di chiarezza espositiva nella traduzione del loro fare, quale grado di trasmissibilit…? Quanto conta il mandato istituzionale (scuola, handicap, tossicodipendenza)? Quali criteri di scientificità adottano, se ne adottano? Che livelli di resistenza all’introduzione di metodologie “scientifiche”, e come si esprimono? Nelle osservazioni: quale utilizzo dei termini psicologici-interpretativi; che stile di osservazione, che criteri?
Si potrebbe andare avanti a lungo con questi interrogativi. Un serio lavoro di ricerca potrebbe risultare illuminante sulla strada che gli educatori stanno facendo nella costruzione di un sapere e di un linguaggio specifico della propria professionalità.

9. Frankenstein

Riportiamo di seguito un brano tratto dal romanzo Frankenstein ovvero il Prometeo moderno di Mary Shelley, Club degli Editori, Milano, 1968

Maledetto, maledetto creatore! Perché continuai a vivere? Perché, in quell’istante, non estinsi la scintilla di vita che tu mi avevi avventatamente donato? Non lo so; non ero ancora preda della disperazione: i miei sentimenti erano di rabbia e di vendetta. Avrei distrutto con gioia la casa ed i suoi abitanti, mi sarei deliziato delle loro grida e del loro dolore.
Come venne la notte, abbandonai il mio rifugio e vagai per il bosco; non più trattenuto ormai dal timore di essere scoperto, diedi libero sfogo alla mia angoscia con ululati terrificanti. Ero come una bestia selvaggia che avesse rotto i lacci; distruggevo tutto ciò che mi si parava dinanzi e correvo per la foresta come un cervo. Oh, che terribile notte passai! Le stelle brillavano fredde, quasi in segno di scherno, e gli alberi agitavano i rami nudi sopra la mia testa; ogni tanto nel silenzio si levava, dolce, la voce di un uccello. Tutto era quiete e gioia, tutto all’infuori di me; io, come l’arcidiavolo, portavo in me l’inferno; e poiché nulla amavo, sentivo il desiderio di strappare gli alberi, di spargere all’intorno sterminio e distruzione e di sedermi poi a gioire della rovina.
Ma era un tumulto di sentimenti che non poteva durare; l’eccessivo dispendio di energie mi affaticò e, impotente e disperato, caddi sull’erba umida. Nessuno fra le miriadi d’uomini esistenti avrebbe avuto pietà di me o mi avrebbe aiutato; perchè avrei dovuto io mostrarmi buono con i miei nemici? No: da quel momento dichiarai guerra eterna all’umanità, e, più di tutti, a colui che, creandomi, mi aveva votato a questa insopportabile abiezione.
Si levò il sole; udii le voci degli uomini e compresi che mi era impossibile ritornare per quel giorno al mio rifugio. Mi nascosi quindi in un fitto cespuglio, e decisi di consacrare le ore a riflettere sulla mia situazione.
La luce del sole e la purezza dell’aria mi infusero un certo grado di tranquillità, e quando considerai l’accaduto, non potei a meno di pensare di essere stato troppo precipitoso nelle mie conclusioni. Avevo agito imprudentemente, certo. Con le mie parole mi ero senza dubbio cattivata la simpatia del vecchio, ed ero stato pazzo ad esporre la mia persona all’orrore del suoi figli. Avrei dovuto prima abituare il vecchio De Lancey alla mia presenza, poi, a poco a poco, rivelarmi al resto della famiglia, quando gli altri fossero stati preparati ad avvicinarmi. Ma non mi sembrava che i miei errori fossero irrimediabili; dopo lunghe riflessioni, decisi di tornare alla villetta, di cercare il vecchio e di guadagnarlo alla mia causa con frequenti visite.
Questi pensieri mi calmarono, e nel pomeriggio caddi in un sonno profondo; ma la febbre non mi permise sogni tranquilli. Davanti agli occhi mi si ripeteva sempre la scena orribile del giorno precedente: le donne che fuggivano e Felice che, furibondo, mi strappava dai piedi del padre. Mi svegliai esausto, e, come mi accorsi che era già notte, scivolai fuori del mio nascondiglio e andai in cerca di cibo.
Placata la fame, mi diressi verso il ben noto sentiero che conduceva alla casa. Entrai silenziosamente nel mio ricovero, e restai in silenziosa attesa dell’ora in cui la famiglia si sarebbe destata. Quell’ora passò, il sole si levò alto nel cielo, ma i miei vicini non apparvero. Previdi qualche sciagura e fui colto da un fremito violento. Nella casa era buio, e non si udiva movimento alcuno; non posso descrivere l’angoscia di questa attesa.
Passarono poi due contadini che, fermandosi accanto alla casa, cominciarono a discutere gesticolando; ma non compresi quello che dicevano, perché parlavano la lingua del paese, diversa da quella dei miei protettori. Poco dopo tuttavia apparve Felice, accompagnato da un’altra persona. La cosa mi stup, perché sapevo che non era uscito di casa quella mattina, e mi sforzai di comprendere, dai suoi discorsi, il significato di questi avvenimenti insoliti.
– Considerate – disse il suo accompagnatore, – che sarete obbligati a pagare tre mesi di affitto ed a perdere i prodotti dell’orto. Non voglio ricavare alcun illecito profitto, e vi prego quindi di attendere qualche giorno prima di decidere.
– È assolutamente inutile – rispose Felice; – non possiamo più— abitare nella vostra casa. In seguito alla circostanza spaventosa che vi ho riferito, la vita di mio padre è in grandissimo pericolo. Mia moglie e mia sorella non potranno mai rimettersi dall’orrore che hanno provato. Vi scongiuro di non discutere oltre. Prendete possesso della vostra proprietà, e lasciate che mi allontani da questo luogo.
Dicendo questo, Felice tremava violentemente. Entrò nella casa con il suo compagno, vi restò per qualche minuto, poi si allontanò. Non rividi più componente alcuno della famiglia De Lancey.
Rimasi per tutto il resto della giornata nel mio rifugio, in uno stato di indicibile ed ebete disperazione. I miei protettori se n’erano andati, avevano spezzato l’unico vincolo che mi tenesse legato al mondo. Per la prima volta sentimenti di vendetta e d’odio mi riempirono l’animo, ed io neppure cercai di dominarli, ma, lasciandomi trascinare, volsi lo spirito alla distruzione e alla morte. Quando ricordavo i miei amici, la voce dolce di De Lancey, gli occhi buoni di Agata, la squisita bellezza dell’araba, questi pensieri svanivano, e scoppiavo in pianto. Ma quando ricordavo che essi mi avevano respinto ed abbandonato, l’ira tornava ad afferrarmi, un’ira furibonda, e, non potendo infierire su un essere umano, sfogavo la mia collera su oggetti inanimati. Come giunse la notte, disposi attorno alla casa combustibili di ogni sorta, e, dopo aver distrutto ogni traccia di coltivazione nell’orto, attesi con impazienza che la luna tramontasse per dare inizio alla mia opera.
Come la notte si fece più profonda, un forte vento si levò dai boschi e spazzò rapidamente le nubi che indugiavano nel cielo; le raffiche si precipitavano innanzi come una valanga possente, e produssero nel mio animo una specie di pazzia che infranse ogni vincolo di ragione e di riflessione. Accesi il ramo secco di un albero e presi a danzare freneticamente attorno alla casa condannata, gli occhi fissi alla linea dell’orizzonte a occidente, già sfiorata dalla luna. Quando alla fine una parte della sua orbita scomparve, scossi la torcia, l’abbassai e con un gran grido appiccai il fuoco alla paglia, all’edera e ai ramoscelli che avevo ammassato. Il vento alimentò il rogo, e in breve la casa fu avviluppata dalle fiamme che l’assalivano e la lambivano con le loro lingue forcute e distruttrici.
Non appena ebbi la certezza che nessuna parte dell’edificio avrebbe potuto essere salvata, lasciai il luogo ed andai a cercare rifugi nei boschi.
Ed ora che il mondo si apriva dinanzi a me, in quale direzione avrei mosso i miei passi? Decisi di fuggire dal teatro delle mie sciagure; ma per me, odiato e disprezzato, ogni paese sarebbe stato egualmente orribile. Alla fine mi balenò alla mente il pensiero di te. Sapevo dalle tue carte che tu eri mio padre, il mio creatore; a chi avrei potuto meglio rivolgermi che a colui il quale mi aveva dato vita? Tra le lezioni che Felice aveva impartito a Safie, non era stata trascurata la geografia, ed io conoscevo quindi la posizione relativa dei vari paesi della terra. Tu parlavi di Ginevra come della tua città natale e decisi di dirigermi a quella volta.
Ma come avrei potuto trovare la strada? Sapevo di dover viaggiare verso sud per raggiungere la meta, ma non avevo altra guida all’infuori del sole. Non conoscevo i nomi delle città che avrei dovuto attraversare, né avrei potuto chiedere informazioni ad essere umano; pure non disperai. Da te solo potevo sperare soccorso, anche se nei tuoi riguardi nutrivo un unico sentimento: l’odio. Creatore spietato e senza cuore! Mi avevi dotato di sentimenti e di passioni, poi mi avevi scacciato, oggetto di disprezzo e d’orrore per l’umanità. Ma da te solo potevo reclamare pietà e assistenza, e da te decisi di cercare quella giustizia che invano mi ero sforzato di ottenere da ogni altro essere umano.
Il mio viaggio fu lungo, e le sofferenze che sopportai indicibili. Era autunno inoltrato quando lasciai la regione dove avevo cos a lungo soggiornato. Viaggiavo soltanto di notte, per tema di incontrare un essere umano. La natura appassiva attorno a me, ed il sole perse il suo calore; caddero neve e pioggia, grandi fiumi gelarono, la superficie della terra si fece dura ghiacciata ed aspra, ed io non trovavo rifugio. Oh, terra! quante volte rimpiansi amaramente di essere venuto al mondo!
Era scomparsa la dolcezza della mia natura, tutto in me si era tramutato in tormento ed amarezza. Più mi avvicinavo alla tua dimora, più acuto avvertivo lo spirito della vendetta che mi torturava il cuore. Cadde la neve, le acque si tramutarono in una distesa solida, ma io non mi arrestai. Ogni tanto qualche incidente serviva ad indicarmi la direzione, e possedevo una carta geografica del paese, ma spesso vagavo lungi da quella che avrebbe dovuto essere la mia via. L’angoscia non mi dava tregua; non mi capitò un solo caso dal quale la mia ira e il mio dolore non traessero alimento, anzi, un fatto accaduto nel dintorni del confine svizzero, quando il sole aveva ritrovato il suo calore e la terra cominciava a rinverdire, esasperò in modo particolare l’amarezza del mio animo.
Di solito riposavo durante il giorno e viaggiavo solo quando ero sicuro che le tenebre mi nascondevano alla vista dell’uomo. Ma una mattina, notando che il mio sentiero si snodava attraverso un bosco fittissimo, mi arrischiai a proseguire il mio cammino quando giù il sole era spuntato; la giornata, agli inizi della primavera, infondeva anche a me un poco di allegria con il suo splendore e la sua aria balsamica. Sentivo rinascere in me sensazioni di bontà e di gioia, che credevo da lungo tempo spente. Sorpreso dalla novit… di queste emozioni, mi lasciai trascinare da esse, e, dimenticando la mia solitudine e la mia deformità, osai essere felice. Dolci lacrime tornarono ad inumidirmi le guance, e giunsi al punto di sollevare con riconoscenza gli occhi umidi al benedetto sole che mi concedeva una simile gioia.
Continuai ad avanzare fra i sentieri del bosco fino a quando non giunsi al suo limite, segnato da un fiume rapido e profondo in cui molti alberi piegavano i loro rami giù coperti di gemme primaverili. Là, non sapendo esattamente quale strada seguire, mi fermai, quando sentii un suono di voci che mi spinse a nascondermi all’ombra di un cipresso. Non appena ebbi fatto ciò, una giovane donna venne correndo verso il luogo dove io mi celavo, ridendo come se per gioco cercasse di fuggire a qualcuno. Continuò tratta lungo le rive scoscese del fiume, quando, improvvisamente, mise un piede in fallo e cadde nella corrente impetuosa. Mi precipitai fuori del mio nascondiglio, e, lottando con la violenza delle acque, la salvai e la trassi a riva. Era priva di sensi, ed io cercavo come meglio potevo di farla rinvenire, quando fui improvvisamente interrotto dal sopraggiungere di un contadino, probabilmente la persona dalla quale la fanciulla fuggiva per gioco. Come mi vide, mi si precipit• addosso, mi strappò la giovane dalle braccia e si affrettò verso il fitto del bosco. Lo inseguii rapido, non sapevo neppure io perché; ma, come vide che mi avvicinavo, l’uomo mi prese di mira con una rivoltella che aveva seco e fece fuoco. Caddi a terra, e il mio feritore fugg nel bosco con raddoppiata rapidità.
Era questa, dunque, la ricompensa alla mia bontà. Avevo salvato un essere umano dalla morte, ed ora, come premio, mi contorcevo per il dolore di una ferita che mi dilaniava carne ed ossa. I sentimenti benevoli che mi pervadevano solo pochi momenti addietro si trasformarono in ira diabolica e in digrignare di denti. Esacerbato dalla sofferenza, giurai odio eterno e vendetta a tutta l’umanità. Ma lo strazio della ferita mi vinse: il polso mi si arrestò, ed io svenni.
Per qualche settimana condussi una vita miserabile nei boschi, cercando di curare la ferita che mi era stata inferta. La pallottola mi era penetrata nella spalla, ed io non sapevo se vi fosse rimasta conficcata o l’avesse trapassata; in ogni caso, non avevo modo di estrarla. Le mie sofferenze erano anche aumentate dalla sensazione opprimente dell’ingiustizia e dell’ingratitudine di cui ero vittima. Ogni giorno facevo voti per una vendetta tale da compensarmi da sola degli oltraggi e dell’angoscia subiti.
Dopo alcune settimane la ferita guar ed io ripresi il mio viaggio. Le fatiche che affrontavo non ricevevano ormai più sollievo dallo splendore del sole o dalle brezze gentili della primavera; ogni gioia non era che una beffa che insultava la mia desolazione e mi faceva sentire più penosamente come io non fossi stato fatto per godere di piacere alcuno.
Ma i miei travagli si avvicinavano ora alla fine; in due mesi circa, raggiunsi i dintorni di Ginevra.
Era sera quando arrivai, e mi ritirai in un nascondiglio fra i campi che circondano la città, a riflettere sul modo in cui avrei potuto giungere fino a te. Ero oppresso dalla stanchezza e dalla fame e troppo infelice per godere delle lievi brezze vespertine o della vista del sole che tramontava dietro le stupende montagne del Giura.
Venne a sollevarmi dai miei cupi pensieri un sonno leggero, disturbato poi da un fanciullo che, con tutta la spensieratezza dell’infanzia, veniva di corsa verso il rifugio da me scelto. Improvvisamente, mentre lo guardavo, mi venne l’idea che quella piccola creatura non doveva avere pregiudizi, che da troppo poco tempo era al mondo per conoscere l’orrore per la deformità. Se avessi potuto impadronirmi di lui ed educarlo come mio compagno ed amico, non sarei stato solo su questa terra popolata.
Spinto da questo impulso, presi il ragazzo mentre passava e lo trassi a me. Non appena si accorse del mio aspetto, egli si copr gli occhi con le mani ed emise un grido acuto. Lo costrinsi ad abbassare le mani dal viso e dissi: – Bimbo, che significa ciò? Non voglio farti del male; ascoltami.
Egli si dibattè con violenza. – Lasciami andare – grid•, – mostro! demonio orrendo! Vuoi mangiarmi e farmi a pezzi. Sei un orco! Lasciami andare o lo dirò al mio papà.
– Ragazzo, non vedrai più tuo padre. Devi venire con me.
– Mostro orrendo! Lasciami andare; mio papà ….è sindaco… è il signor Frankenstein, e ti farebbe punire. Non osare di trattenermi.
– Frankenstein! Tu appartieni allora al mio nemico… a colui al quale ho giurato vendetta eterna. Tu sarai la mia prima vittima.
Il bimbo continuò a dibattersi e a caricarmi d’ingiurie che portavano la disperazione nel mio cuore; lo strinsi alla gola per farlo tacere, ed un istante dopo egli giaceva ai miei piedi, morto.
Fissai la mia vittima, ed il mio cuore palpitò di esultanza e di diabolico trionfo; giungendo le mani esclamai: – Anch’io posso creare la desolazione: il mio nemico non Š invulnerabile; questa morte lo porter… alla disperazione, e mille altre sventure lo tormenteranno e lo distruggeranno.
Mentre fissavo lo sguardo sul bimbo, vidi qualcosa luccicare sul suo petto. La presi: era la miniatura di una bellissima donna. Malgrado la mia perversità, essa mi intenerì e mi attrasse. Per qualche istante guardai con gioia i suoi occhi scuri dalle lunghe ciglia e le sue splendide labbra, ma poi, subito, ricaddi preda dell’ira: ricordai che io ero bandito per sempre dalle gioie che simili creature possono offrire, ricordai che, se mi avesse visto, quella stessa persona che stavo ammirando avrebbe mutato quella sua aria di divina bontà in un’espressione di terrore e di disgusto.
Ti meravigli forse che simili pensieri centuplicassero la mia ira? lo invece mi chiedo solo come mai in quel momento, invece di sfogare i miei sentimenti in gemiti di angoscia, non mi precipitassi sull’umanità, annientandomi nel tentativo di distruggerla.
Sconvolto da simili emozioni, lasciai il luogo del delitto, e stavo cercando un nascondiglio più sicuro, quando vidi passarmi accanto una giovane donna. Era una fanciulla non bella certo come la donna della miniatura, ma di aspetto gradevole, e nel pieno fulgore della giovinezza e della salute. “Ecco” pensai, “una delle creature i cui sorrisi sono destinati a tutti fuor che a me; non mi sfuggirà; grazie alle lezioni di Felice ed alle leggi sanguinarie dell’uomo, ho imparato ad operare il male”. Mi avvicinai a lei, senza essere visto, e feci scivolare la miniatura in una delle pieghe della sua veste.
Per alcuni giorni mi aggirai attorno ai luoghi che erano stati teatro di questi avvenimenti, ora spinto dal desiderio di vederti, ora deciso ad abbandonare per sempre il mondo e le sue miserie. Mi diressi alla fine verso queste montagne e vagai per i loro recessi, consunto da un’inquietudine bruciante che tu solo puoi soddisfare. Non ci separeremo fino a quando tu non mi avrai promesso di consentire alla mia richiesta. Sono solo e misero: l’uomo non mi sarà mai compagno, ma un essere deforme e orribile mio pari, non mi respingerebbe. Il mio compagno deve essere della mia stessa specie e deve avere i miei stessi difetti. Tu devi creare un essere simile.

8. Una sera a villa Diodati

dii Mary Shelley

Il caso di cui tratta questo romanzo è stato giudicato possibile dal dottor Darwin e da altri fisiologi tedeschi. Non si supponga, però, che io presti seriamente un minimo di fede a tale ipotesi; pure, accettandola come base di un lavoro di fantasia, ho cercato di far qualcosa di più che non collegare insieme una serie di fatti terrificanti: l’evento su cui poggia l’interesse della mia storia non presenta i difetti del solito racconto di spettri o di incantesimi; esso si raccomanda per la novità delle situazioni che ne scaturiscono, e, per quanto irreale – in un dominio puramente fisico – offre all’immaginazione un panorama più ampio e aperto di quello concesso da normali rapporti di eventi reali.
Ho cercato quindi di conservare la veridicità nei riguardi dei princpi elementari della natura umana, mentre non ho avuto scrupolo di rinnovare le loro combinazioni. L’Iliade, il poema tragico della Grecia, Shakespeare nella Tempesta e nel Sogno di una notte d’estate, e soprattutto Milton nel Paradiso perduto si attengono a quella norma; e il più umile romanziere, il quale cerchi di interessare o di trarre diletto dalle sue fatiche, può, senza presunzione, applicare alla composizione in prosa una licenza, o meglio una regola, dalla cui adozione sono scaturite tante squisite combinazioni di sentimenti umani nei più alti esempi di poesia.
Le circostanze su cui si basa il racconto furono suggerite da una conversazione casuale. Il libro iniziò in parte come passatempo, in parte come esercizio per quelle risorse mentali che non si erano ancora messe alla prova. Via via che il lavoro procedeva, altri motivi si aggiunsero a questi. Non sono affatto indifferente alla impressione che faranno sul lettore le tendenze morali insite nei sentimenti e nei personaggi del libro: pure, mia cura principale a questo riguardo è stata quella di evitare gli effetti deprimenti dei romanzi moderni e di esaltare la bellezza degli affetti domestici e l’eccellenza della virtù. Le opinioni che scaturiscono necessariamente dal carattere e dai casi del protagonista non devono per nulla essere considerate come mie, né dalle pagine seguenti si debbono trarre conclusioni che vogliano polemizzare con dottrine filosofiche di qualsiasi genere.
Rappresenta, per chi scrive, ulteriore motivo di interesse il fatto che la storia sia stata ideata nella maestosa regione dove si svolgono gli avvenimenti principali del racconto, ed in una compagnia che non potrà mai essere sufficientemente rimpianta. Passai l’estate del 1816 nei dintorni di Ginevra. Il tempo era freddo e piovoso; la sera ci raccoglievamo attorno ad un gran fuoco di legna e ci divertivamo a leggere storie tedesche di fantasmi, che ci erano capitate per caso fra le mani. Queste letture destarono in noi un burlesco desiderio di emulazione. Due altri amici (una storia dei quali riuscirebbe al pubblico di gran lunga più gradita di tutto quello che io potr• mai dare alle stampe) ed io decidemmo di scrivere ognuno un racconto che si fondasse su qualche evento soprannaturale.
Ma il tempo si fece improvvisamente sereno; i miei due amici mi lasciarono per un’escursione sulle Alpi e, fra gli splendidi panorami che si presentarono ai loro occhi, perdettero ogni ricordo delle loro macabre fantasie. Il racconto che segue è il solo che sia stato condotto a termine.
Marlow, settembre 1817

Prefazione dell’autrice a Frankenstein ovvero il Prometeo moderno, Club degli Editori, Milano,

2. Più leggero non basta

Riportiamo di seguito un brano tratto da Più leggero non basta – Educazione alla diversità di Federico Starnone, Feltrinelli, Milano, 1995

Elena – ormai credo che si sia capito – è una che gira molto, sicuramente più di me. I percorsi in furgone li passiamo a cantare a squarciagola Jovanotti oppure a fare discorsi e confessioni, lanciate tra il posto di guida e il vano di carico dove lei è semisepolta, quasi invisibile. Cosicché‚, quando ci fermiamo ai semafori, gli altri automobilisti vedono un pazzo che parla da solo e mi fissano preoccupati, in attesa del verde.
Solo che spesso non fanno in tempo, perché‚ da dietro mi arriva la voce di Elena che mi dice: vai, vai. Allora io guardo il semaforo, ancora rosso, e mi angoscio. Nello specchietto, però, c’è lo sguardo fermo di Elena che mi fa segno: vai. Mi arrendo e innesto la prima con l’ansia di chi come me ha imparato a guidare in Veneto, una terra dura dove la grappa è grappa e i semafori sono semafori. Alla fine guardo a destra e a sinistra, incrocio le dita e passo.
Ce la siamo sempre cavata. Ma ogni volta che arrivo dall’altro lato mi dico: esisterà un limite.
Qualche volta i semafori li saltiamo per andare in associazione, dove lei scrive i suoi articoli per “Camera con vista”. Ci sediamo vicini davanti al computer e oriento lo schermo in modo che vediamo tutti e due. Lei pensa per un po’ e poi comincia a dettare l’articolo lentamente, perplessa, frase dietro frase. Io qualche volta scrivo, qualche volta esito e poi scrivo cambiando una parola, qualche volta non scrivo proprio. Allora Elena mi guarda e mi fa: non ti piace, eh? No, le rispondo, mentre scrivo la frase a modo mio, riformulata, diversa. Lei mi guarda con aria rasserenata e mi detta la frase successiva.
Così facendo, piano piano arriviamo alla fine. Dopo che abbiamo stampato il testo, Elena mi propone sempre: adesso lo firmiamo tutti e due. Io le dico: ma no!, e ne discutiamo un po’. Qualche volta firmo anch’io, qualche volta no. Però, mentre metto l’articolo appena scritto nella cartellina, penso sempre che forse ho ecceduto e mi dico: esisterà un limite.
Più— tardi, a casa, ripercorro quello che è successo e scopro che il problema Š che in due facciamo le azioni di uno: abbiamo due teste e un solo paio di mani funzionanti a disposizione, e quando capita che le due teste ragionino in modo diverso partono i guai.
La posizione ovvia in merito – quella formalmente giusta – è che le mie mani diventino le sue. Io sto l per questo e questo è lo scopo del servizio civile: mi dovrei alienare, staccare il cervello e diventare una protesi ubbidiente annullando me stesso come persona. Ma quando mi risolvo a questo atteggiamento, sento che c’è qualcosa che non va. Non è giusto chiedere a qualcuno di rinunciare a se stesso, di rinunciare a usare la propria testa, neanche per lavoro. È come se finissi io sulla carrozzina, immobile e solo, ed Elena in piedi, in giro, a fare quello che le pare. E poi, se passando con il rosso ci facciamo male, di chi è la colpa? Domanda troppo difficile, troppo vicina a essere senza senso perch‚ la posizione che la genera ne abbia uno.
Allo stesso modo, forse ancora di più, non ha senso che le mie mani restino mie. Chi accompagna non solo deve fare le cose che gli si chiedono: le deve fare come vengono richieste, altrimenti la persona accompagnata non potrò mai esprimere se stessa nella scelta del modo di agire.
Per diverse settimane mi sono dibattuto in questa rete: pareva che stando insieme, Elena e io, uno dei due non potesse esprimersi; che per forza uno di noi dovesse restare “mentalmente” seduto sulla carrozzina. La soluzione è arrivata con il tempo, fuori dalla linee di comportamento preordinate: lentamente, le uniche mani di cui disponevamo sono diventate nostre. Nè mie nè sue: nostre. A furia di frequentarci, in quest’anno che lentamente sta passando, si è instaurata piano piano una sintonia: un’affinità che si esplica nella ricerca quotidiana di una forma di armonia nel modo di fare le cose, di gestire insieme queste nostre due mani. È un equilibrio che varia con i nostri umori, con l’amicizia, con le giornate, eppure consente a entrambi di esprimerci come persone. Noi non lo possediamo, questo equilibrio, nè forse è possibile possederlo. Ma abbiamo deciso di cercarlo assiduamente, e questa ricerca in qualche modo è una soluzione al problema: è il faticoso atteggiamento che abbiamo scelto di tenere.
Perciò, dopo mesi, sono ormai sicuro che un limite esiste davvero. È  un limite mobile, ambiguo, inaffidabile; e riesco a rispettarlo solo cercandolo insieme a Elena, ogni giorno.

9. Umano è …..

di Daniele Barbieri, autore, con Riccardo Mancini, di due antologie per usare la fantascienza a scuola, pubblicate dalla Nuova Italia.

La diversità nella fantascienza
L’incontro con il diverso, l’alieno, l’incomprensibile o ciò che turba consolidati stereotipi (fra i tanti, l’e­stetica) è uno dei temi portanti della fantascienza. Esiste ovviamente una “science fiction” – d’ora in poi “sfi” – superficiale e reazionaria che affronta il “marziano” (ovvero qual­siasi straniero) in termini militare­schi: prima sparare e poi chiedere chi è. Esistono tonnellate di esempi a conferma che, lassù nelle galas­sie, ci comportiamo proprio come sulla Terra: stupidi, espansionisti, razzisti. Prima di andare a caccia di “et” abbiamo avuto un lungo tiroci­nio con  gli alieni di casa: pellerossa, streghe, gli albini e persino manci­ni, handicappati, pazzi, gay, zingari, ebrei, infedeli, musi gialli, sporchi negri… Diverso, cioè nemico, dunque mostro: deduzioni rapide e conclusive. La “sfi” più banale nell’affrontare l’ignoto si limita a sosti­tuire il laser all’antiquata spada o sassata, lo xenocidio stellare ai vec­chi roghi.
La dice lunga sulla povertà del nostro immaginario collettivo che in una letteratura nata all’incrocio fra desiderio e paura sia (quasi) sem­pre la seconda a prevalere. Se i nemici sulla Terra sono pochi, lo scontro si sposta un po’ più in là: gli eroici “Wasp” (bianchi, anglosasso­ni, protestanti e ovviamente perlo­più maschi) se la vedranno con disgustosi e perfidi “Bem” (Bug-Eyed Monster), “mostri dagli occhi d’insetto”.
Occorrono decenni perché nella letteratura avveniristica cresca, cir­coli, germogli l’idea di un diverso non ostile e dunque una concezione del mondo – per meglio dire: degli universi possibili – non bipedo­centrica, non a misura di Wasp.
Per fare un solo esempio, in “Luomo invisibile” H. G. Wells, uno dei supposti padri fondatori del genere, per instillarci subito antipatia verso il cattivo di turno lo descrive albino. Nulla di nuovo sotto il sole purtroppo. La stragrande maggioranza della letteratura (anche quella che pretende la L maiuscola) adotta stereotipi razzisti, è insomma piena di guerci e storpi che proprio a partire da quelle stimmate mostrano la loro anima nera. E anche le fiabe non si discostano dallo schema: è meglio guardarsi dalle vecchie, dai nani da chi ha la gobba. È insomma “naturale” che Peter Pan sia bello, giovane e vincente mentre chi ha un occhio e una mano in meno (Capitan Uncino) debba finire in pasto ai coccodrilli.

Tutti i nostri alieni
Lentamente alcuni scrittori di “sfi” introducono il dubbio: se sotto quella pelle verde o azzurra battesse un nobile cuore? O addirittura – dirà Theodore Sturgeon -se gli stranieri, se la nuova razza di super-uomini non fossero venuti per minacciarci con super-armi ma a offrirci la loro super-scienza, a raccontarci una super-solitudine, a stupirci con la loro super-gentilezza, a insegnarci una maniera superiore di amare?
All’inizio di questa presa di coscienza che attraversa la “sfi” vengono accettati alcuni “Hilf” (Humanoid Intelligent Life Forms), talmente simili a noi da suggerire che lo sforzo d’accettazione sia misurabile in decine di millimetri. Poi, negli anni ’50, arriva Frederic Brown con lo squassante racconto “Sentinella” solo una paginetta, con un rovesciamento di prospettiva che arriva imprevisto nelle ultime due righe dove esplode l’orrore di un alieno alla nostra vista: “orrore” giustificato non dalla bruttezza ma dall’essere  noi i mostri sanguinari la vera razza dannata dell’universo, quelli che hanno provocato guerre crude interminabili perché “avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica”.
La strada indicata da Brown è stata esplorata. Dunque, dagli anni ’60 in poi, molti – sempre realisticamente parlando – autori e autrici di fantascienza hanno affrontato in modo straordinario e sovversivo il tema dell’incontro con gli alieni, scoprendo (quasi) tutto ciò che era celato su loro e noi, i pretesi normali. Se in Italia sono poco noti e apprezzati è per colpa di un antico e radicato, quanto ingiustificato, pregiudizio verso la “sfi” considerata letteratura di serie B (ma questo è un lungo discorso che ci porterebbe fuori strada).
Esistono ovviamente molti tipi di differenze, ma, osserva Ursula Le Gum “il problema sollevato è quello dell’Altro, dell’es­sere che è diverso da te stesso. Può differire nel sesso; o nel suo reddito annuale; o nel modo di par­lare, di vestire o di agire; o nel colore della pelle, o nella quantità di gambe e di teste che ha”. Chi legge di frequente la buona fanta­scienza sa probabilmente indi­care all’istante alcuni titoti-chiave sull’Alieno sessuale o razziale; con qualche riflessione in più potrebbe individuare anche alcuni Alieni cultu­rali e sociali. Ma c’è un tipo di  alienità che, direttamente o in modo metaforico, rimanda all’handicap, alla disabitità. È difficile però che anche l’appassionato di “sfi” ricordi autori e titoli. Opera qui, con ogni evidenza, una doppia censura o rimozione: la prima è che esistono ancor meno autori/autrici che sanno confrontarsi (senza pregiudi­zi) con questo particolarissimo Alieno; la seconda è nella testa di chi legge, che spesso è turbato/a ma di solito preferisce allontanare da sé in modo più o meno inconscio l’oggetto del turbamento. Questo articolo mira a costruire uno specifico percorso di lettura per individuare come la fantascienza abbia affrontato i veri problemi posti da Handicap City o da “Handicap Haven” come si chiama appunto il “ghetto spaziale” di un romanzo­simbolo che racconteremo in det­taglio. Ad avviso di chi scrive, il modo “giusto” di scriverne non è certo nel nascondere (in nome magari di qualche retorica “buoni­sta”) che esistano i problemi e/o che le differenze fisiche suscitino insieme curiosità (sentimento di per sé prevalentemente positivo) e paura… e che naturalmente pre­varrà la curiosità o la paura a seconda dei contesti (storici, sociali, culturali) e delle storie/esperienze individuali.
Come sempre, c’interessa il punto d’arrivo ma soprattutto quei viaggi – faticosi e/o istruttivi – che cambiano in profondità i viaggiatori, il loro sguar­do e la meta stessa.

È difficile fare le/cose difficili:
parlare al sordo
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
regalare una rosa al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.
Gianni Rodari

“I piloti erano completamente sordi per necessità (…) Una persona dotata di un udito normale non poteva pilotare un’astronave in mezzo ai punti di sfasamento e uscirne con la mente intatta”: il pro­tagonista de “I giorni delle chimere” per volare nello spazio rinuncia ai suoni, anche alla musica che tanto amava. Sentire, non sentire, ascoltare “cose diverse” è uno dei temi dominanti, pur se sotterranei, di questo bel romanzo. E la dedica è divisa fra “a Joje, che sente la musica” e “ai miei amici sordi che mi hanno insegnato tante cose sulla vita e l’amore. La loro è una musica diversa, scritta nell’aria. Sono persone speciali. Grazie”. Non stupisce dunque apprendere che Jack Caroll Haldeman secondo (fratello del più famoso scrittore “sfi” Joe) è sordo dalla nascita.
Solo a pagina 40 di “Una rete fra te stelle”, romanzo d’esordio di Loren J. MacGregor, il lettore sco­pre da una frase apparentemente gettata lì, per inciso, che una delle protagoniste è senza gambe: non è un espediente letterario ma è un messaggio forte, di rottura degli stereotipi anti-disabili.
“Non ci resta che buttarlo lì, che si rompa quel suo piccolo collo spastico”’: sono cattivi i ragazzi che seviziano e poi deci­dono di uccidere Carpenter, il loro insegnante, solo “colpevole” di essere severo ma in realtà odiato per­ché su una sedia a rotelle. Siamo in un dopo-bomba, un classico scenario della “sfi” ma pochi come Orson Scott Card hanno saputo mostrarci quanti colle­gamenti vi siano fra quelle desolazioni e queste. Per 20 pagine spietate, Carpenter cerca prima di comunicare con i ragazzi attraverso la tastiersa di un com­puter (l’unico modo per lui possibile di parlare), poi di difendersi da loro e dal suo corpo che s’attorciglia nel dolore, e infine semplicemente di sopravvivere: sem­pre chiedendosi se anche lui sia colpevole verso quei suoi crudeli, piccoli nemici. Ce la farà a salvarsi e la sua vendetta – o il suo perdono? – sarà terribile: non denuncerà gli aggressori così loro “si sarebbero ricordati per sempre che un giorno avevano lasciato che uno storpio morisse; non sapeva che significato avesse per loro, ma avrebbero ricordato”. Se per loro vi sarà espiazione e/o redenzione non sappiamo, perché questa parte del romanzo termina nel modo più imprevedibile e “aperto”. Carpenter intuisce che Pope, uno dei suoi studenti-killer vorrebbe partargli, lo aspetta ma Pope non ce la fa. Esce. Agli occhi di Carpenter sembra che il vento lo sollevi come un aquilone. Non è vero: si tratta solo di una forte cor­rente che trascina tutti. E la frase-messaggio finale è: «Tutti i corpi del mondo vengono afferrati dalla stessa corrente, dallo stesse vento, si gettano nello stesso fiume, nelle stesse strade, per finire impigliati in qualche ostacolo, in qualche cimitero, sa  Dio dove o perché».
Se il Carpenter di Scott Card rovescia sugli altri il suo tormento di “capro espiatorio”, in altri romanzi” sfi” possiamo scorgere nei mutanti l’ombra lunga dei diversi perseguitati. Il telepatico, il longevo, la bambi­na con sei dita su un piede, «i negri verdi» sono “anche” la riproposizione di inquisizioni e roghi a noi già noti. Nel racconto (inedito in italiano) “The Wheels of Good” Paul Darcy Boles ci mostra le mille facce dell’intolleranza, partendo dal paradossale spunto di rendere “handicappati” tutti. Un giorno, senza un per­ché, negli Usa ogni persona si sveglia senza piedi e con rotelle sotto le gambe. È comprensibile lo scon­certo generale ma poi tutto sembra andare per il meglio: non solo l’umanità si riorganizza ma anzi i più magnificano questa splendida evoluzione. Quando però un tal Ronald Starr nasce con i piedi si accorge di come sia difficile campare da “diverso”.
Un paradosso per certi versi simile venne proposto, in epoca di “samizdat”, dal cecoslovacco Egon Bondy con lo splendido “Fratelli invalidi”, che qui si iscrive d’ufficio alla fantascienza anche se appartiene forse a un ter­ritorio di mezzo fra satira e surreali­smo. Scrivendo nel 1974, Bondy immagina che, dopo 5/600 anni di stalin-brezneviano “socialismo reale”, la residua umanità sia divisa fra invalidi – metafora dei non-pro­duttivi e ribelli? – e “minorati”, cioè burocrati, poliziotti e militari che (pur se hanno poco da reprimere) godono della possibilità di persegui­tare gli altri. Solo gli “invalidi” soprav­viveranno alla catastrofe finale, però non aspettatevi da Bondy un “happy-end”: quel poco  di mondo che si salva appare assai invalido e/o “insano” di mente.

Tutti belli, senza eccezione
Facciamo un salto indietro, al 1955 quando F. L. Wallace scrisse “Destinazione Centauro”, un intero romanzo costruite sulla possibilità/impossibilità di convivere fra normodotati e disabili.
La Terra ha confinato sul pianetino Handicap Haven un migliaio di «accidentali» ovvero – secondo il crudo linguaggio di Cameron, un medico – «umani patetici e rappez­zati, uomini e donne per metà o un quarto, organismi frazionari camuf­fati da persone». Il vero problema non sarebbe curarli o assicurare loro mobilità e lavoro, perché medi­cina e tecnologia hanno conseguito enormi risultati. La questione di fondo, che molti da entrambe le parti rimuovono, sta nel totale rifiuto dei “normali” cittadini d’una società ormai maniacalmente edonista ad accettare quei corpi portatori di “bruttezza”. Gli esclusi si organizza­no, si ribellano. Cercano solidarietà sulla Terra e non la trovano. Decidono allora di partire, da soli, verso il finora irraggiungibile sistema di Alpha Proxima Centauri: per dimostrare che proprie loro, che “solo loro” (armati di intelligenza e di sicure “mutazioni” che hanno scoperto dentro/oltre l’handicap) possono affrontare il lungo viaggio verso le stelle. I bei terrestri sarebbero disposti a ingoiare tutto, pur di libe­rarsi degli «accidentali». Ma c’è qualcosa che i “normali” non pos­sono tollerare: che il primo contatto con gli “et” sia stabilito proprio dai “peggiori”) rappresentanti della razza umana. Il colpo di scena finale è forse prevedibile ma – conside­rando anche l’epoca – del tutto contro corrente (12). Proprio per­ché gli “et” risultano essere vera­mente alieni (grosse farfalle pen­santi) la cosa migliore per la Terra sarà che a rappresentarla siano proprio colore che la condizione di alienità la conoscono bene, sulla loro pelle. Forse nel lettore (come nell’autore?) rimane un dubbio: per gli «accidentali» è un vero successo o l’ennesima, infame strumentaliz­zazione? Del resto è l’interrogativo che accompagna ogni tappa dello scontro fra potere ed esclusi.

Vedere oltre gli occhi
E ora, come da tradizione fanta­scientifica, facciamo un altro salto nel tempo, al 1978 quando l’allora trentenne John Varley decise di ri­scrivere “il paese dei ciechi”, dove H. G. Wells aveva immaginato (tanto per cambiare!) un fosco fina­le al solo scopo di illustrare la perfi­dia dei ciechi. Il racconto, in realtà un romanzo breve, di Vartey si chia­ma “La persistenza della visione” ed è scritto in prima persona.
Siamo nell’epoca della quarta non­depressione e il protagonista nei suoi vagabondaggi incentra un muro. Lì c’è Keller, la città utopica fondata da un gruppo di sordo-ciechi, da quella fetta di «genii, artisti, sognatori, agitatori… magnifici pazzi» presente fra le 5000 persone prive di vista e di udito che erano nate 30 anni prima, tutte nel giro di pochi mesi, per le conseguenze di sicure epidemie. L’uomo incuriosito decide di entrare. Incontra una ragazza e si affanna a parlarle in Braille per scoprire poi che lei non è sorda e cieca. «Qui lo sono solo genitori, io sono uno dei figli». Sarà proprio Pink, que­sto il nome della ragazzina, a condurre io protagonista in quella città aliena, a raccontarne la storia. «Non era mai esistita una comunità autosufficiente di ciechi­-sordi (…). Partivano da una lavagna vergine, senza modelli da seguire». Gli abitanti di Keller girano e lavorano nudi. Parlano il linguaggio – anzi i linguaggi – del corpo. E hanno sviluppato idee nuove in quasi ogni campo del sapere. Affascinato, l’uomo decide di restare per capire, di collaborare. Ci sono regole da seguire ovviamente, per esempio non lasciare nulla che possa ostacolare i punti di passaggio. II tempo passa e lui s’inserisce, anzi si sente «in comunione» con loro. Ma un giorno dimentica un inaffiatoio sul sentiero e una donna si ferisce. Errore grave perché «il loro sistema poteva funzionare solo sulla fiducia». Si riunisce «una specie di commissione, chiamiamola una giuria (…). Tutti avevano l’aria molto triste». Si parla perlopiù nel linguaggio delle mani, salvo qualche frase detta da Pink. Gli viene formalmente chiesto se accetta la condanna o se preferisce lasciare la città. Sceglie di essere punito, secondo le regole (che ancora non conosce) di Keller. Allora, con grande solennità, la donna ferita lo sculaccia. «Più tardi ci pen­sai sopra parecchio. Sculacciare gli adulti è una cosa inaudita, sapete, anche se non mi venne in mente che dopo molto tempo (…). Avevano una punizione più severa, riservata alle colpe ripetute o intenzionali. Non dovevano usarla spesso.
Consisteva nell’emarginarti. Nessuno ti toccava per un dato periodo di tempo». Varley descrive questa immaginaria città con grandissima partecipazione, senza abbandonarsi all’illusione che tutto sia facile-felice per chi l’ha fondata o ci è nato. Però, «ciò che avevano creato si avvicinava, per quanto era possibi­le in questo mondo imperfetto, a un modo sano e razionale di esistere senza guerre e con la politica ridotta al minimo. (…) Non la sto  proponendo come soluzione ai problemi del mondo. È possibile che possa funzionare solo per un gruppo con un interes­se comune vincolante e raro come la sordità e la cecità. Non mi viene in mente nessun altro gruppo con necessità tanto interdipendenti». Quanto al protagonista, lì è felice: “l’unico visitatore in sette anni che si fosse fermato più di qualche gior­no”. Eppure sente forte la spinta ad andarsene ogni volta che sorge un problema di incomunicabilità o di affettività/gelosia con Pink. Non si sente come loro. E anche se «quelli erano i migliori amici mai avuti», un giorno decide di andarsene. Passano 6 anni e là fuori tutto va bene per lui. In apparenza. Ma un giorno d’improvviso decide di tor­nare a Keller. «Mi trovai a correre nel deserto del Nevada, sudando, aggrappato al volante. Piangevo, ma in silenzio, come avevo impara­to a fare a Keller. Si può tornare indietro?».
Quasi tutto è cambiato a Keller e lui ha paura di aver perso la sua occa­sione, «il suo incantesimo».
Pink lo ha aspettato e dice che gli farà un dono.
«Alzò le mani e mi toccò legger­mente gli orecchi con le dita fredde. Il suono del vento cessò e quando le sue mani si staccarono non tornò più. Mi toccò gli occhi, escluse la luce, e non vidi più. Ora viviamo nell’incanto del silenzio e della tenebra».

Un cyborg per amico
Su una qualsiasi spiaggia in un qua­lunque agosto. Sentite il vostro sconosciuto vicino d’ombrellone (un ragazzo che ha giocato e corso sino a pochi minuti prima) dire agli amici: «Vado a fare il bagno». Con comprensibile sorpresa, lo vedete “svitarsi” una gamba prima di immergersi in acqua.
Cresce intorno a noi il numero di coloro che si avvalgono di corpi biomeccanici, che si muovono (o vivono) grazie a supporti artificiali, che usa protesi e ortesi pressoché perfette in sostituzione degli arti mancanti.
Aspettando che un più giusto sistema sociale metta questi prodotti della tec­nologia a disposizione di tutti coloro che ne necessi­tano, possiamo riprendere da qui il nostro discorso sull’immaginario. Infatti questi corpi supportati da alte tecnologie sono considerati da qualcuno creature inquietanti, alieni appunto. È solo questione di novità e poi ci si abituerà, come accadde secoli fa per gli occhiali… prolungamento tecnologico (banale oggi, sconvolgente un tempo) del nostri occhi? Per chi ama la fantascienza, la prossima generazione potrebbe essere quella dei “metalli urlanti” e degli “umanoidi associati”. Come stupirsi allora se fra noi già inizia a circolare qualche cyborg?
La parola, un po’ pomposa, non è ancora entrata nell’uso comune nonostante alcuni (per lo più) pessimi film e telefilm, uno dei quali pessimamente interpretato dal pessimo Schwarzenegger. In realtà il termine nasce dal mix delle prime tre lettere di “cybernetic” con quelle di “organism”: dunque un organismo cibernetico, o – per estensione – qualsiasi ibrido fra uomo (o animale) e macchina, una macedonia di parti naturali e meccaniche (15). In questo senso avete forse già qualche cyborg per amico, anche se magari non ci avete fatto caso. Infatti c’è in giro relati­vamente molta gente con protesi e ortesi, con lo sterno tenuto insieme da punti metallici, con sostituti artificiali articolazione coxofemorale… Volendo anche chi ha un pacemaker o una dentiera rientra nella definizione. Ed è curioso che l’immaginario collettivo (che non vuol dire però quello di ogni singolo) oggi “accetti” facilmente chi dispone di un cuore arti­ficiale mentre per secoli un diffuso ostracismo sociale ha accompagnato chi usava la più povera delle “pro­tesi”,la stampella.
La definizione cyborg non nasce nell’ambito della fantascienza ma nel 1960 a opera di 2 medici statuni­tensi (che riprendono alcune intuizioni di Norbert Wiener, “papà” della cibernetica) impegnati a un pro­getto della Nasa. La “sfi” però ne aveva gia racconta­to, con quasi infinite sfaccettature.
Il cyborg può essere di tre generi: medico, funziona­le, adattato. Per ora solo quello del primo tipo esiste nella realtà. Il cyborg funzionale è, sulla carta, un essere umano modificato in mode da essere adatto a lavori particolari, o per “pensare più velocemente” o per ricevere informazioni in “tempo reale”. Quello adattato è invece, in teoria, un essere umano interamente modificato (ri-fabbricato) per consentir­gli di vivere in ambienti non terrestri o – siamo pericolosamente vicini alla cronaca – in una Terra super­inquinata.

La carne e i circuiti
Come osservano due studiosi sta­tunitensi «I cyborg hanno sem­pre la funzione di porre, in termini narrativi, il problema dell’essenza umana e di ciò che la costituisce». Ma qual è – se c’è; e nel caso come/chi lo stabilisce? – il limite oltre cui un cyborg non è più un essere umano? Se oltre a mani, gambe, denti, fegato vengono sostituiti anche lo scheletro, le vene e la maggior parte della pelle, cosa rimane? Il limite estremo è un cer­vello umano in una scatola “di metallo” (come già immaginava la fantascienza di inizio secolo) oppu­re trapiantato in un corpo intera­mente nuovo che potrebbe anche non essere organico. Ne avremmo paura o ammirazione? E ci sarà chi (in nome di un’ideologia?) si met­terà a misurare, con la bilancia del macellaio, la quantità di carne e di circuiti nei nostri corpi per poi rilasciare – o meno – una patente di “umanità”? Potrebbe essere un’altra maniera perversa di cercare l’a­nima, riprendendo quelle teorie “scientifiche” che nell’evoluto 1800 D.C. sostenevano: dato che l’anima è bianca (?) è evidente (?) che gialli e neri ne sono privi. «Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo, piantata fra l’aorta e l’intenzione» ironizza Fabrizio De Andrè.
Quanti circuiti ci vogliono per “fulmi­nare” l’anima? O, se preferite la domanda in termini seri, cosa fa di noi un essere umano? Dato che il nostro argomento principe è la fan­tascienza, è interessante seguire il ragionamento di un guru della “sfi”, Isaac Asimov e accennare at suo bellissimo “L’uomo del bicentena­rio”.
Andrew Martin si appresta a un’operazione chirurgica «indubbia­mente pericolosa». Il medico-robot esita: nei suoil circuiti è inserita una “legge” che gli impedisce di arrecare danno a un essere umano. «Ma io sono un robot» gli dice Martin. Dopo questo veloce colpo di scena, Asimov ci rac­conta in un lungo flash-back la storia di questo insolito robot. Preso per fare il maggiordomo e giocare con la bambina della famiglia Martin, per caso Andrew rivela insolite doti artistiche. Alla fabbrica (la Us Robot) lo spiegano come “un difetto di fabbricazio­ne”. Gli oggetti scolpiti da Andrew vengono venduti e il suo “padrone” gli apre un conto in banca: servirà per “le riparazioni”. Dopo molti anni, Andrew (forte dei suoi 600 mila dollari guadagnati da artista) chiede al suo padrone di accettarli, «in cambia di qualcosa che solo voi potete darmi… La mia libertà». Si apre una complessa questione giuridica e simbolica (anche perché fra gli umani è forte l’ostilità verso i robot). In tribunale il giudice chiede ad Andrew che differenza farebbe per lui essere libero. «Forse niente, vostro onore, ma farei tutto con maggiore gioia. In quest’aula ho sentito dire che solo un umano può essere libero. A me pare invece che chiunque lo desideri dovrebbe poter essere libero». E fu questo a convin­cere il giudice che nella sentenza scrive: «Non abbiamo il diritto di negare la libertà a un “oggetto” dotato di una mentalità così progredita da comprendere il concetto e desiderarne la condizione».
C’è una palese contraddizione fra quella definizione («oggetto») e la condizione di libertà. Il racconto di Asimov si snoda attraverso molti interessanti sentieri narrativi e filosofici. Ma l’essenza della vicenda – e quello che più ci interessa qui – è che Andrew riesce a far sostituire il suo corpo di metallo con quello di un androide sperimentale, ovvero «di apparenza umana, anche nella composizione della pelle».
Passano molti anni: Andrew studia da robo-biologo e disegna «un sistema che consenta agli androidi (cioè a me) di trarre energia dai carboidrati invece che da una batteria atomica». Se lo fa impiantare e l’esperimento riesce. È sempre più umano ma continua a escogitare «congegni capaci di trattare cibo indigesto e di espellerlo» e perfino organi genitali. La domanda che gli viene posta è sempre la stessa: perché desi­dera “peggiorare” il sue corpo così efficiente? Immutabile la risposta: voglio diventare un essere umano. E infine Andrew chiede di essere riconosciuto come tale. Questa nuova battaglia giuridica è molto più difficile della precedente… il lungo flashback è concluso. Andrew è sul tavolo del chirurgo e gli ordina di eseguire l’intervento. L’operazione riesce e rende mortali le sue cellule cerebrali, l’unica parte del corpo che non può essere sostituita. Ora Andrew è umano.
«Quella sua ultima azione accese la fantasia dell’opinione pubblica. Tutto quello che aveva fatto prima non aveva commosso nessuno ma quando decise di morire pur di essere dichiarato umano, il suo sacrificio fu troppo sublime per essere ignorato».

Cyborgizzazione a rovescio?
Asimov dunque ha inventato la vicenda di un cyborg al contrario: una creatura artificiale (e potenzial­mente immortale) che sostituisce man mano i suoi circuiti indistruttibili con “carne” destinata a marcire. “Possiamo avere due classi di cyborg completi: un cervello roboti­co in un corpo umano oppure un cervello umano in corpo robotico” commentò Asimov in un articolo. Seconde lui, un cyborg del primo tipo verrà accettato dalla maggior parte della gente come umano, mentre il secondo sarà classificato dai più come robot. Perché questo paradosso? «Dopotutto noi siamo, per la maggior parte della gente, quello che sembriamo» suggerisce lo scrittore-scienziato. Poi, vista la “piacevole” caratteristica della nostra razza di temere e persegui­tare i diversi, Asimov conclude: «Guardiamo in faccia la realtà. I cyborg avranno i loro guai in ogni caso». Col pessimismo di Asimov concordano molti scrittori di “sfi”. Più ottimista Varley, sopra citato, convinto che il futuro sia del cyborg: «Si trapianterà o innesterà tutto: arti e organi, gambe, reni, occhi» scrive nel bellissimo “Millennium”. Il vero rischio potrebbe essere che in una società orrendamente classista (come l’attuale) solo i ricchi possano dotarsi di “un magazzino dei corpi”, utilizzando a bassi costi gli organi dei poveri fatti appositamente a pezzi. C’è chi nega che ciò sia accaduto e parla di “leg­gende metropolitane” (ma ci sono villaggi in India dove chiunque può incontrare centinaia di persone che vivono con un solo rene: l’altro è “volato” per pochi soldi in Germania o Usa). In ogni caso si tratta di uno scenario che non si colloca nel futuro lontano ma sul confine tra il presente e un domani molto pros­simo.
Corpi inquietanti, mutati. Sempre più nel futuro. Dalla chirurgia, dalla bio-genetica, magari dal “piercing”. Del resto il sogno di un super-corpo (o di separare la mente dalla carne putrescente) è vecchio quanto il mondo. Io problema vero resta la definizione di umanità. Ecco come lo pose – nel suo stile paradossale eppure profetico – Philip Dick in una conferenza. «II più grande cambia­mento al quale assistiamo nel nostro mondo è probabilmente la quantità di moto del vivente verso la reificazione e allo stesso tempo del meccanico nell’animazione (…) Un giorno forse vedremo un uomo sparare a un androide (cioè a un robot con perfette fattezze umane) appena uscito dalla fabbrica. L’androide, con grande sorpresa dell’uomo, pren­derà a sanguinare. Ma l’androide sparerà di rimando e, con sua grande sorpresa, vedrà una voluta di fumo levarsi dalla pompa elettrica che si trova al posto del cuore dell’uomo. Sarà un grande momento di verità per entrambi”.
Non c’è conclusione possibile. Definire il confine tra umano e non significa spostare sempre più avanti (o altrove?) lo scontro fra desideri/possibilità e paure/ limiti. Un grande passo avanti è nello sconfig­gere le definizioni di umanità basate sull’estetica, sull’esteriorità, su una pretesa di indefinibile “normalità”. Dove molti impauriti scorgono qualcosa di orribile spesso non c’è alcun pericolo ma sotto le spoglie dei bravi, belli e obbedienti cittadini – questa è la lezione del nostro secolo (e non va riferita al solo nazismo) – stanno spesso i veri “mostri”, capaci di uccidere chiunque solo perché gli è stato ordinato, o perché “tutti” lo fanno. Un messaggio che spesso si ritrova nelle pagine del fumetto “Dylan Dog”. In particolare nelle storie scritte da Tiziano Sclavi anziché dai suoi (più banali e spesso inutilmente “splatter”) coadiutori. Ancora Philip Dick ce lo chiarisce nel racconto, non per caso, intitolato “Umano è”. Quando il marito – violento e odioso – torna da una missione spaziale, la protagonista lo “scopre” dolce e capace di sentimenti veri. Ma arrivano i servizi segreti per dire alla donna che “lì dentro” c’è qualcun’altro: un alieno che per sopravvivere (ma lo sapremo solo alla fine) si è impadronito di quel corpo (morente, ma anche questo si saprà poi). I servizi segreti chiedono alla donna di aiutarli a cacciare l’invasore. Lei rifiuta e “tra­disce la sua razza”: perché quest’alieno è infinitamen­te migliore dell’arrogante maschio terrestre che fino a poco prima aveva posseduto quel corpo.
Sì tradire. Perché il concetto d’umanità è vago, non trova tutti concordi. Perché spesso «il nemico marcia alla tua testa» come ci disse Bertolt Brecht. Perché per qualche nazi-ariano “tradisce” anche chi conside­ra umano un handicappato o chi sorride a un turco. Eppure neppure i nazi-ariani sono mostri. O perlome­no non più mostri di quelli che ognuno porta con sé, in qualche parte buia del suo cuore: mostri che crescono e si ingigantiscono ogni volta che uccidiamo qualche alieno – le diversità – dentro di noi.

13. La scrittura coinvolgente

di Giovanna Di Pasquale e Marina Maselli

L’utilizzo di esercizi di lettura,scrittura e ascolto per “rompere il ghiaccio” all’interno della classe e far emergere la storia personale, l’esperienza di ogni studente e intrecciarla cos al normale lavoro educativo dell’insegnante. L’importanza di ritagliare, all’interno delle attività, momenti dedicati alla riflessione sulle competenze e sulle abilità personali.
I materiali proposti nell’articolo fanno riferimento ad un’esperienza di lavoro svolta presso la scuola media Testoni Fioravanti di Bologna, che ha visto impegnata una classe, la II C, per quattro incontri di due ore ciascuno durante l’anno scolastico 1995/96.
Gli obiettivi più significativi che ci si è posti erano collegati ad alcune questioni di fondo che possono essere cos riassunte:
– aiutare gli alunni a connettere la personale storia di ciascuno con le proposte avanzate in classe;
– favorire una maggiore presa di coscienza rispetto alle personali competenze, agli interessi, alle motivazioni;
– procedere alla costruzione di una “cartella personale” in cui potere riporre nel corso del tempo scritti, elaborati ed altro materiale, capace di testimoniare il percorso svolto, i cambiamenti, le scelte che accompagnano il ragazzo nel percorso scolastico;
– dare avvio ad un percorso i cui contenuti possono essere integrati, ripresi e ampliati  dai docenti con l’intento di sostenere gli alunni nel processo educativo e formativo.

Per fare questo si è privilegiato come canale espressivo la scrittura. Scrittura che si carica di una duplice valenza per il suo presentarsi da un lato come abilit… complessa che richiede competenze varie e stratificate (attenzione, concentrazione, evocazione di informazioni e idee, conoscenza del codice linguistico….); dall’altro come potente mezzo di espressione personale e di comunicazione.

Le regole del gioco
La realizzazione di un percorso che trova nella scrittura il suo principale strumento di lavoro deve poter contare su alcuni elementi che ne sottolineano il significato più autentico:
– il tempo. È importante che l’attività venga prevista con un certo anticipo in modo tale da poter essere adeguatamente presentata alla classe, il rispetto del calendario e dei tempi concordati rinforza l’idea che il progetto nasce in stretta collaborazione con gli insegnanti. A questo elemento si accompagna anche l’attenzione al “tempo interno”, quello più legato allo svolgimento delle attività. Il tempo di lavoro è sempre precisato nel momento in cui viene data la consegna, è la consegna stessa che organizza il lavoro e aiuta a non trasformare quello che vuole essere un lavoro sulla propria storia e sul proprio metodo di lavoro in una introspezione psicologica.
– Lo spazio. Chi scrive ha bisogno di uno spazio  fisico e mentale per potersi esprimere nelle forme a lui più congeniali, per questo è necessario predisporre uno spazio che consenta al gruppo di lavorare senza essere disturbato. L’individuazione di uno spazio preciso agevola la concentrazione e soprattutto manda al gruppo un importante messaggio di situazione, esplicitando nella cura dello spazio la rilevanza stessa dell’attività.
– Scrittura e ascolto. Le consegne di lavoro sono sempre precedute da una breve introduzione (può trattarsi della lettura di un brano oppure di uno scritto) che ha la funzione di stimolare la scrittura. Lo scopo è quello di favorire il più possibile una scrittura libera e personale che deve trovare il necessario completamento in un ascolto attento da parte del gruppo e il più possibile libero da elementi di giudizio.

Esercizi di scrittura
Il lavoro si è articolato attorno ad alcuni nuclei tematici fra cui emerge quello legato alla storia e alla memoria. Dove la storia personale, percorsa e restituita al gruppo seguendo il filo della memoria, trova il modo di tradursi in parola attraverso alcune semplici proposte di scrittura
Ne presentiamo alcuni esempi.
La prima proposta si scrittura prende il nome di “Mi piace, non mi piace”: “Una scrittrice francese di nome Elisabeth Bing, che ha svolto un interessante esperienza di scrittura all’interno di una classe con “bambini difficili”, ci ha insegnato che il primo elementare modo per presentarsi consiste nel comporre una lista all’interno della quale trovano posto le cose che amiamo e quelle che detestiamo. Dall’ascolto dell’elenco proposto provate a comporre anche voi una lista dei vostri ‘mi piace, non mi piace'”.

Mi piace
il gelato, il ghiacciolo, il ragù, la patatine, il mare, la pallavolo, il basket, il calcio, gli animali, gli aerei, le macchinine, la montagna, la bici, la moto, la pizza, la roba americana, gli Europe, tutto quello che è buono e bello

Non mi piace
certe prof., scrivere, il freddo, tutto quello che è brutto e cattivo (però puà dipendere dall’umore), che mi diano ordini.
(Paolo P.)

Mi piace ballare, cantare, non mi piacciono le persone false, mi piace prendere il sole, non mi pace giocare a calcio, mi piace andare in piscina, non mi piace sparecchiare la tavola, mi piace uscire con amici, non mi piace andare dal dentista, mi piace giocare a pallavolo, non mi piace il pomodoro, mi piacciono le persone forti e dolci, non mi piace andare dai parenti, mi piace disegnare, non mi piace italiano, mi piace viaggiare, non mi piacciono i ragazzi appiccicosi.
(Giusy L.)

Il secondo esercizio riprende il ritmo del precedente proponendo una stesura dei ” So fare, non so fare”:
” Sulla traccia della lista precedente provate ora a comporre una lista delle cose che ritenete di sapere fare e di quelle che vi trovano maggiormente in difficoltà. Per agevolare il lavoro vi proponiamo una lista composta da un’altra persona”.

So fare
so divertirmi, so parlare, so disturbare, so disegnare, so cucinare, so pattinare, so conoscere in breve tempo molte persone, so andare in bici, so giocare, so mangiarmi le unghie, so pensare, so arrabbiarmi facilmente, so ascoltare, so leggere, so scrivere.

Non so fare
non so fare i compiti, non so scegliere, non so l’inglese, non so giudicare, non so stare zitta, non so odiare, non so fare la pizza, non so fare la secchiona, non so guidare la macchina, non so costruire, non sono capace a resistere a mangiarmi le unghie, non so fare le pulizie, non so stare calma a lungo, non so cantare, non so eseguire i compiti dati per forza.
(Barbara E.)

So
so sciare, so giocare a calcio, so nuotare, so suonare la tastiera, so dormire, so giocare a pallavolo, so cantare, so usare il computer, so scrivere, so leggere, so correre, so camminare, so parlare, so ascoltare, so andare in bici

Non so
giocare a basket, ballare, guidare, andare in moto, andare in skateboard, essere paziente.
(Davide P.)

Terzo esercizio: “Le cose che mi piacerebbe fare”:
“Prendendo come spunto una parte del libro di George Perec dal titolo “Sono Nato” possiamo anche noi accostarci a quelli che sono i nostri desideri. Dopo avere ascoltato quanto George Perec ci dice di sì‚ scrivete un elenco delle cose che vi piacerebbe fare”.
Vivere in montagna, fare un viaggio sulla luna, diventare un programmatore di computer, essere molto alto, conoscere Michael Jordan, conoscere tutti i giocatori della Virtus, mi piacerebbe essere un’aquila, vivere in un mondo non inquinato, adottare un cagnolino, vivere sull’acqua, conoscere tutte le persone del mondo, fare il giro del mondo, fare una lunghissima crociera, avere il sole tutto il giorno, guidare una macchina come la Ferrari, vorrei un mondo tutto colorato, andare indietro nel tempo e conoscere Senna, vorrei essere amico con tutte le persone.
(Davide M.)

Ancora una proposta per autopresentarsi “Le lettere del mio nome”:
Ci sono molti modi per dare una definizione di sì, noi proviamo a farlo sfruttando un elemento un po’ casuale come quello delle lettere che compongono il nostro nome. Lo scopo del lavoro è quello di utilizzare come punto di partenza il proprio nome per procedere alla ricerca degli aggettivi che a vostro parere aiutano un’altra persona ad identificarvi. Per questo è bene che la ricerca vada nella direzione non di aggettivi qualsiasi, ma di quelli che vi sembrano più appropriati per fornire una vostra descrizione.

Mi Ricordo:
Ci sono cose, persone, avvenimenti che occupano un posto speciale nella nostra memoria. Pu• accadere che qualcuna appartenga ad un passato lontano, ed allora il ricordo si Š un po’ affievolito, altre le abbiamo fresche in mente ed aspettano solo di venire recuperate. Scrivere pu• aiutare a ricordare e a fare una scelta tra quelle pi— significative. Per questo utilizzando ancora una volta come spunto lo scritto di un’altra persona provate a stendere anche voi la vostra lista di “mi ricordo”.

Mi ricordo
il mio primo vero amico, la mia prima ragazza, il primo giorno di scuola, i giorni passati in piscina, i tic nervosi di Federico, il mio primo bacio, un giro sullo scooter, il volo in deltaplano e in aereo, le belle cose fatte con Marcello, una vera amica, il mio incidente con una macchina, i pesci pescati con Luca, la mia prima canna da pesca, al luna park con gli amici, al cinema degli amici, i miei primi desideri, il mio primo cantante preferito, le mie sofferenze, le mie insegnanti delle elementari.
(Marco)

“Dal testamento di Marc’Aurelio”:
La riflessione educativa è spesso devitalizzata, il racconto di vita è invece espressione singolare e vitale. Raccontare la propria biografia educativa significa cominciare a riappropriarsi del proprio potere (auto)formativo, innanzitutto mettendo a confronto le esperienze di educazione istituzionale con le autoformazioni per lo più misconosciute.
“Dopo la lettura del brano di Marc’Aurelio provate, sempre individualmente, a tracciare un piccolo bilancio della vostra vita scrivendo un’analoga lista di maestri e apprendimenti personali.”
Da mia madre ho imparato a ragionare e prendere l’autobus.
Da mia sorella ad essere freddo con i nemici ed essere buono ma non troppo con gli amici; leggere e scrivere.
Da mio padre ho imparato a ‘ciapinare’.
Ho imparato a giocare a calcio grazie a certi miei amici.
Il resto (cioè quello che so fare) l’ho imparato un po’ da solo.
P.S Da un allenatore ho imparato a giocare a basket
(Paolo P.)

Come studio
Dopo questi primi momenti, rotto il ghiaccio iniziale il lavoro si è orientato verso una riflessione collettiva sugli aspetti più direttamente connessi con l’organizzazione scolastica, allo scopo di creare insieme una ulteriore opportunit… di dibattito e confronto su come ognuno dei ragazzi partecipanti si organizzava rispetto allo studio.
Il lavoro dei due incontri ci ha riportato dentro alla scuola, con i suoi impegni, le sue richieste, i tempi di lavoro. Lo scopo finale è stato quello di arrivare alla stesura di un questionario sullo stile di studio, frutto del ripensamento da parte dei ragazzi.
La consegna di lavoro rivolta al gruppo è stata cos formulata:
“Ci sono momenti in cui viviamo le richieste che la scuola ci fa come dei problemi insuperabili, altri in cui ci muoviamo con più facilità, riuscendo a conciliare l’impegno scolastico con i personali interessi di ognuno. Le diverse reazioni davanti alle richieste in molti casi dipendono da tutta una serie di elementi che non abbiamo l’abitudine di tenere presenti, ad esempio: i luoghi dove studiare, la compagnia, il tipo di compito richiesto, gli accordi presi con l’insegnate. Sono tutte cose dalle quali spesso dipende la buona riuscita del lavoro. Per facilitare il confronto su questi aspetti proveremo oggi a costruire insieme un questionario. Per fare questo abbiamo a disposizione alcune domande che riprendiamo da un libro scritto da due studiosi americani (R. e K. Dunn). Il nostro compito sarà quello di partire da queste domande per formulare una serie, il più ampia possibile, di risposte che possano permettere ad ognuno di noi di trovare quella che più gli si addice.”
Dopo aver realizzato il questionario sulla base delle indicazioni ricevute i ragazzi hanno dedicato un incontro alla somministrazione del questionario stesso.
“Il lavoro svolto nell’incontro precedente ci ha permesso di stendere un questionario sullo stile di studio che ha lo scopo di aiutarci a riflettere sulle abitudini, sulle motivazioni, sulle cose che potremmo migliorare rispetto al nostro abituale modo di procedere.”
La somministrazione del questionario e la discussione che ne Š scaturita diventa un modo per rendere più incisivo il confronto con gli insegnanti, nella direzione di una maggiore e più proficua collaborazione.

Riflessioni a margine
L’esperienza realizzata con gli alunni della classe II C consente di mettere in evidenza alcuni elementi che si sono rivelati particolarmente significativi nell’ambito delle attività proposte:
– l’importanza della scrittura come mezzo di espressione e comunicazione,
– la necessità di formulare delle proposte capaci di intrecciare l’esperienza personale dei ragazzi con quella più squisitamente scolastica,
– la ricerca di modalità di lavoro che prevedono l’alternanza di momenti di scrittura, lettura, ascolto e condivisione con il gruppo,
– l’importanza di ritagliare, all’interno delle attività, momenti dedicati alla riflessione sulle competenze ed abilità personali,
– la necessità di mettere mano ad un progetto che, pur nella sua autonomia, è noto e condiviso con gli insegnanti rendendo possibile una riflessione e rilettura dell’esperienza a più voci.
Entrando più in specifico del lavoro svolto è possibile a grandi linee apportare alcune valutazioni di carattere generale sull’andamento delle attività e sul gruppo classe.
Interesse per la proposta.
L’accoglienza positiva alla proposta di lavoro si articola su un doppio binario: da un lato si evidenzia l’interesse verso formule capaci di tradurre in parole le cose, le esperienze, le spesso incerte e contraddittorie percezioni di s‚. In questo senso la scrittura viene recepita come strumento che intreccia il racconto personale con il piacere di scrivere; dall’altro l’adesione sottolinea il bisogno di avere spazi di espressione liberi, “uno spazio tutto per se” diceva Virginia Wolf, in cui l’oggetto di attenzioni è il soggetto e la sua storia. Ed in questo trova conferma quanto già segnalato dalle insegnanti, il pressante bisogno di raccontare, di coinvolgere l’adulto in un discorso dalle forme e contenuti non esclusivamente scolastici.
Livello di attenzione e concentrazione.
La qualità e la significatività del lavoro è strettamente legata alla capacità di garantire quel livello di attenzione e concentrazione che permette di fare dell’ascolto degli altri un’occasione di crescita personale e collettiva. L’andamento degli incontri ha messo in luce, per la maggior  parte dei ragazzi, una discreta capacità di rapportarsi alle proposte con autonomia e competenza. Nel contempo appare di più difficile gestione la dimensione del confronto e dello scambio reciproco. L’ascolto presuppone interesse e la capacità di intravvedere nell’esperienza altrui la propria. È un’abilità complessa la cui acquisizione richiede un esercizio continuo al quale tutti noi, non solo i ragazzi, siamo poco abituati.
Ascoltare Š un esercizio difficile, che richiede allenamento e, in questo caso, la guida di un adulto che sappia valorizzare lo sforzo di attenzione che i ragazzi stanno compiendo. È quello dell’ascolto uno dei momenti più delicati dell’intero ciclo di lavoro. È un respiro necessario per riprendere fiato, per ricreare ogni volta il ritmo adeguato.

Clima della classe
Il clima della classe è apparso in generale buono, favorito anche dalla suddivisione in due sottogruppi che hanno lavorato autonomamente con un conduttore ciascuno. L’esplicitazione iniziale degli obiettivi della proposta, la ricerca di formule tali da consentire a ciascuno di portare il proprio contributo, svincolato da qualsiasi elemento di giudizio, ha permesso di portare a termine gli incontri in un clima di collaborazione e sostegno reciproco. Questo vale anche per i soggetti che pur presentando evidenti difficoltà hanno comunque preso parte al lavoro, dando modo alla loro voce personale di esprimersi in maniera non convenzionale e non anonima.

Bibliografia
C.Pontecorvo, -M.Pontecorvo Psicologia dell’educazione. Conoscere a scuola, Il Mulino, Bologna, 1986
Jedlowski, Il sapere dell’esperienza, Il Saggiatore, Milano, 1994
Bing, …Ho nuotato fino alla riga, Feltrinelli, Milano, 1977
Perec, Sono nato, Bollati Boringhieri, Torino, 1992
G.Perec, Mi ricordo, Bollati Boringhieri, Torino, 1990
R.e K. Dunn, Istruzione individualizzata. Nuove strategie pratiche per tutti., Armando Editore, Roma,

15. I sogni di classe

di Marco Lodoli

Sono arrivato a scuola sotto una pioggia implacabile: l’edificio basso e spampanato, sembrava affiorare dalle pozze d’acqua come un gigantesco ippopotamo. Ho salutato il bidello che non mi ha risposto, quindi ho firmato il foglio delle presenze alla riga sbagliata, ho corretto con uno sgorbio e ho preso il mio registro dal muro metallico degli armadietti. È massiccio quel registro. Pesa come la bibbia e prova a mettere addosso gli stessi sensi di colpa: ma io che sono accaldato mi ci sventolo.
Di corsa ho traversato i padiglioni e sono entrato in classe.
Mi sembra sempre più difficile insegnare qualcosa di sincero: vorrei che ogni giorno i ragazzi si avvicinassero di più al centro della faccenda, ma nello stesso tempo ho l’impressione che da quel centro ogni giorno io mi allontano un poco.
Raccontate in una paginetta un sogno che avete fatto, ho detto a quelli della prima C.
Un sogno a occhi aperti o un sogno a occhi chiusi? Mi ha domandato Melissa, che ama le distinzioni e la chiarezza.
Un sogno a occhi chiusi ho risposto. I ragazzi chinati sui fogli bianchi come cuscini, avevano lo sguardo di chi, per ricordare le cose importanti, deve dimenticare l’inutilità che lo circonda. Manilo, il più svogliato, ha cominciato a sbirciare sul foglio di Silvia, la compagna di banco.
I sogni non si copiano, ho detto, e mi è sembrata una frase significativa, di quelle che mi appunto a matita sulla porta di camera mia. Ho una bella collezione di frasi così. Ad esempio: “Tutto deve essere semplice quanto può, ma non di più”, l’ho copiata da Einstein; oppure: “La causa dei problemi sono le soluzioni”, una sentenza che ho letto in un cesso.
I sogni non si copiano. La matematica sè, l’esercizio di chimica bromatologica anche, e forse pure il tema, ma l’anima no. Ognuno ha la propria, può essere un teatro o una discarica, l’importante è abituarsi a sentire la voce, riconoscerne i desideri, come una madre riconosce tra mille il pianto e il riso e le pernacchie del suo bambino.
Posso dormire e sognare adesso? Mi ha domandato Emanuele, che vuole sempre fare lo spiritoso.
Scrivi, gli ho detto.
Però anche lei deve scrivere un suo sogno, professore, ha detto Emanuele. Per un momento tutti si sono svegliati dal loro compito e in coro si sono uniti a quella richiesta: anche lei, professore!
D’accordo, anch’io.
Alla fine li leggiamo tutti, vero professore?
D’accordo.
Dopo una decina di minuti è venuto da me Roberto, che è altissimo e la domenica gioca in porta. Roberto parla poco o niente, ma ha un sorriso e due occhi che contengono lo Zingarelli. Ecco il mio sogno, ha mormorato, è molto strano, non ci ho capito niente, ma non mi va di leggerlo davanti agli altri.
Roberto ha una calligrafia incredibile: le parole sono talmente piccole e ordinate che paiono una fila di formiche in cerca di una tana.
Il suo sogno era questo: “Camminavo insieme a mio padre per un sentiero di montagna. Intorno c’erano tanti prati e sopra di noi scintillavano i ghiacciai. D’un tratto sono stato investito alle spalle da una corsa di ciclisti. Sono caduto per terra e per un attimo ho perso i sensi. In testa avevo una ferita profonda e mio padre, con un grosso ago, me l’ha ricucita. Poi c’è un salto di scena: sono a casa, a letto, ancora malato per la ferita. Mio padre è seduto accanto a me, ha in mano un coltellaccio, mi fa paura. Allora scappo in cucina, prendo anch’io un coltello e lo uccido.
Sono in prigione a scontare la pena. Sono diventato un vecchio, sono tanti anni che sto rinchiuso in quella prigione. Mentre cammino per un corridoio, incontro mio padre. Il cuore mi batte fortissimo, mi viene da piangere, lui mi guarda fisso e io mi ammazzo”.
Roberto sorride con il suo sorriso carico di parole zitte. Non ci ho capito niente, ripete. Cerco di ricordarmi com’è suo padre, che faccia fa quando viene a informarsi del profitto del figlio. Nella mente purtroppo non trovo, tra le tante tremolanti fisionomie, la sua.
Alla cattedra arriva Milena, piccola con il suo sogno in mano. Vuole assolutamente che io lo legga. Subito, la prego, subito, e batte gli zatteroni per terra, come se chiedesse all’universo intero di durare ancora un minuto, il tempo di leggere il suo sogno.
Ha una calligrafia larga e tonda, le lettere sono bolle azzurre che galleggiano nel bianco.
“Ero nella mia cameretta e ascoltavo la radio. All’inizio c’era una canzone di Vasco che conosco bene e io ballavo un po’ annoiata davanti allo specchio, poi la musica cambiava, era strana, mi metteva brividi nelle gambe. Nella cameretta è apparsa una bambina. Mi ha salutato con affetto, mi stringeva forte come se mi conoscesse. Aveva i capelli biondi e i sandali chiari.
Come stai, Milena, mi ha domandato.
Bene, le ho risposto. Ma tu chi sei?
Lei ha sorriso buffa.
Non mi riconosci? Sono la tua nonna.
Non è possibile, sei cos piccola. E poi mia nonna è morta quattro anni fa, sono stata anche al suo funerale, me la ricordo bene mia nonna dormiva in questa stanza insieme a me e da quando non c’è più dormo con la luce accesa… Sei troppo piccola, davvero.
Sai Milena, dopo la morte siamo così.
E poi li ho letti tutti quanti quei foglietti, alcuni a voce bassa, altri a voce alta. Sentivo che nella classe, tra quelle quattro mura imbrattate negli anni di mille scritte inneggianti ad amori ormai defunti o a cantanti scomparsi, prendeva posto la Grande Notte, un tempo segreto che non è mio nè tuo, ma di tutti noi: sentivo che ognuno aveva vuotato la sua anima in una vasca che sogno dopo sogno si faceva più larga, ed era un mare, infine, l’oceano dal quale, come i pesci preistorici, tutti siamo usciti per alzarci in piedi e metterci scarpe e vestiti e andare e imparare un mestiere e un destino di fatiche.
I ragazzi ascoltavano incantati, come se ogni incomprensibile storia li portasse davanti a un tempio, in un bosco, in un silenzio.
Adesso deve leggerci il suo sogno, ha preteso Emanuele.
Non avevo fatto in tempo a scrivere, cos l’ho raccontato nel modo confuso in cui in quel momento lo ricordavo:
“Ero in piedi davanti a un gruppo di uomini dai volti grassi. Avevo l’impressione di dover sostenere un esame, e infatti uno di quegli uomini mi ha chiesto di suonare il violino. Ci deve essere un errore, uno scambio di persona: non ho mai suonato il violino, nemmeno lo possiedo. Il violino, ha insistito un altro, coraggio, ci faccia sentire un bel motivo dei suoi. Ho cominciato a sudare, più negavo, più quelli pretendevano e si accigliavano.
Altre volte m’era capitato di dover deludere una richiesta: sapevo che già mi era capitato, in altri sogni, in altri giorni. Non ho baciato, non ho parlato turco, non ho saltato l’ostacolo. Mi prendeva lo smarrimento e la paura. Io sono una cosa precisa, pensavo, so fare questo e questo, ho i miei confini, come uno stato africano disegnato esattamente con la riga.
Avanti, il violino.
Ho appoggiato sulla spalla un invisibile stradivari e ho cominciato a recitare da violinista. Nei sogni tutto è possibile, anche che un gruppo di uomini grassi e arcigni inizi a ballare, e che d’improvviso tra loro ci sia qualche bella ragazza, che i loro vestiti si accendano di colori. Più suonavo, più c’era gente, e io pensavo: niente è difficile. E pensavo anche: questa cosa è la mia festa.
Poi tutto è svanito o sono arrivate altre immagini, ma non le ricordo”.
Che supersogno, ha detto Silvia.
A questo punto è suonata la campanella, un trillo acuto come quello di una sveglia.
C’è la lezione di matematica, ha detto Melissa, la prof ci massacra.
Facciamo il respirone? Ha domandato Emanuele che prende ogni cosa come una bella scemenza, e ha le sue ragioni.
Certamente, ho detto, si comincia e si finisce così. Tutti insieme abbiamo inspirato ed espirato aprendo le braccia sopra la testa, come un fiore apre i petali, e come ogni giorno abbiamo chiuso la lezione con un sorriso che significa: se non crolla il mondo, domani ci rivediamo qui, se invece crolla che sarà mai, ci vediamo da un’altra parte.

14. Dove vai, essere umano

di Humberto Mauturana

Anch’io sono un insegnante, qualifica alla quale tengo molto e quindi spero che non vi offenderete se, per affrontare la questione del rapporto fra insegnanti e studenti, la prenderà apparentemente alla larga. (A ben vedere, dato il tipo di ragionamento che ho in mente, forse sono più gli studenti che potrebbero offendersi …).
Supponiamo che camminando per strada un certo giorno voi incontriate un cane o un gatto randagio che vi è simpatico e allora decidiate di adottarlo, di portarvelo a casa. Ben presto si stabilirà fra voi due un coordinamento di comportamenti e poche ore dopo vi troverete a esclamare: “Ma guarda come è intelligente questo animale!”.
Questo animale dunque è intelligente perché ha coordinato il suo comportamento con il vostro, facilmente.
Ma anche voi avete coordinato il vostro comportamento con il suo. Entrambi vi state adattando a una situazione nuova: voi, che non avete mai avuto un animale in casa prima, avete dovuto decidere dove collocare la ciotola per il cibo, rassicurarlo, trovargli un posto dove pu• fare i suoi bisogni ecc… e il gatto ha dovuto esplorare la casa e scegliersi i suoi posti preferiti. Nel fare questo vi guardavate l’un l’altro per controllare il reciproco consenso: “Va bene così Un po’ più in là?”.
È questa consensualità che crescendo e trovando conferma vi ha portato a esclamare: “Ma guarda come è intelligente questo animale!”. (Da parte sua è probabile che il gatto, a modo suo, pensi di voi esattamente la stessa cosa…).
Il punto a cui voglio arrivare è che l’intelligenza non ha niente a che fare con la soluzione dei problemi; l’intelligenza è prima di tutto una questione di consensualità. La soluzione dei problemi è del tutto secondaria rispetto alla dimensione centrale dell’intelligenza, che è la consensualità.
Succede qui una cosa di grandissimo interesse perché se voi vi portate a casa un cane senza esserne proprio convinti (in realtà non vi piace per davvero) quel che succederà sarà che voi cercherete di imporgli certi comportamenti e lui non vi ubbidirà e allora quell’animale vi sembrerà veramente stupido, completamente stupido. Ma se lo volete per davvero, se vi è simpatico, allora si cormporterà in modo molto intelligente.
Se il cane vi piace è intelligente, se non vi piace è stupido.
Questo vale in generale anche nei rapporti fra esseri umani. E anche nei rapporti fra insegnanti e studenti.
L’intelligenza è una questione di reciproca accettazione e di reciproca intensità.
Se stai esaminando un’altra persona e ti piace, ti darai da fare per creargli uno spazio ricettivo, per creare un rapporto di reciproca accettazione, e allora quello studente risulterà brillante. Se invece ti è antipatico, non ti piace, allora sarà facile dimostrare che è un ignorante: non saprà rispondere alle tue domande e il suo comportamento non sarà all’altezza delle tue pretese.
In altre parole: io credo che sia scientificamente dimostrabile, guardando indietro alle origini della vita e a come funziona un sistema vivente, che l’amore è il migliore nutrimento per l’intelligenza e che ha dei solidi fondamenti la metafora che dice: se vuoi che un altro sia intelligente, amalo di più.
“Amore” è accettare l’altro in modo da permettergli di entrare nel tuo sistema di vita.
Non appena avanzi una pretesa, un’imposizione, l’amore è finito. Questo è molto evidente nell’amicizia. L’amicizia è così piacevole perchè è priva di imposizioni. Appena si procede a suon di imposizioni, l’amicizia finisce.
Proviamo a guardare sotto questa luce cosa vuol dire imparare e cosa vuol dire insegnare. Immaginatevi la seguente scena: un asilo infantile e una coppia di genitori che arrivano per portare per la prima volta il loro bambino o bambina. Il bambino scoppia a piangere, non vuole staccarsi dai genitori, non vuole rimanere in quel posto estraneo. È terrorizzato, trema tutto. La madre dice: “Vedi come è bello, quanti bambini con i quali giocare!”. E gli altri bambini gli dicono: “Perché piangi e urli  “mamma non mi lasciare!”, perché non vuoi rimanere con noi?”. E l’insegnante: “Vieni, andiamo a vedere cosa fanno gli altri bambini” e gli tende la mano.
Nel momento in cui il bambino accetta quella mano, tutto si trasforma. Il dramma svanisce. Non è formidabile? Tu gli tendi la mano e lui “No, no, no!”. Gliela tendi di nuovo e lui la afferra e tutto improvvisamente cambia. Un intero mondo incomincia a svilupparsi a partire da questa mutua accettazione.
Quel che tendiamo a trascurare è che anche a livello di scuola superiore e di università è esattamente la stessa cosa. Anche lì funziona così. Anche nell’università se il professore non riesce a prendere metaforicamente per mano lo studente non succede niente, non c’è reale apprendimento perché lo studente sarà infelice, sentirà che non c’è spazio per lui, si sentirà non accolto. In­vece se le mani si afferrano ecco aprirsi un intero mondo di cambiamenti nella coesistenza.
Apprendere è trasformarsi in un contesto di coesistenza; insegnare è trasformarsi in un contesto di coesistenza.
Nel momento in cui tale trasformazione ha luogo lo studente farà tutto ciò che gli viene richiesto in quella data situazione di apprendimento e l’insegnante non avrà più bisogno di controllarlo.
Un altro esempio. È un piccolo esperimento che abbiamo fatto. Un insegnante porta in classe una scatola piena di pulcini appena nati e con un atteggiamento arrogante sfida gli studenti: cosa fate per distinguerli a seconda del sesso. Gli studenti si guardano l’un l’altro, qualcuno timidamente prende in mano un pulcino, lo ripone. “Non c’è modo di distinguere il sesso di un pulcino appena nato”, rispondono. “Non sappiamo, come si fa”, rispondono. Un altro insegnante invece si rivolge agli studenti con fiducia e cordialità: “È difficile, ma vogliamo provarci?”. Ed ecco che gli studenti si mettono tutti all’opera, prendono in mano i pulcini, ridono, si consultano tra loro e dopo una mezz’oretta i pulcini sono divisi in due scatole diverse a seconda del sesso. L’insegnante non è dovuto intervenire una sola volta; alla fine va a vedere il risultato: “Ah, ma siete stati bravissimi! Come avete fatto?”.
È una trasformazione anche dell’insegnante, del significato di essere un insegnante. Ogni volta che come insegnanti diventiamo dei controllori del comportamento altrui, non stiamo davvero insegnando; viene a mancare una dimensione fondamentale dell’insegnamento: l’integrazione sociale.
Cos’è l’integrazione sociale? Secondo me nella vita quotidiana l’integrazione sociale è assumere un modo di interazione che è quello dell’insegnante e dello studente quando operano in una dimensione di mutua accettazione avendo come compito comune quello di costruire insieme un mondo.
Il dominio principale nel quale l’insegnante e lo studente operano non è quello definito da un particolare campo di attività (pratica o teoretica, non ha importanza), è quello molto più ampio e aperto delle dinamiche sociali. Quel che conta per l’apprendimento, per la soluzione dei problemi, è il dominio del vivere assieme, sono le dinamiche sociali del vivere assieme.
Se l’insegnante per rapportarsi allo studente si affida a un codice di comportamento standardizzato, stabilito dai regolamenti scolastici o dalla tradizione e tratta gli studenti come se fossero uguali, se non accetta e valorizza la loro unicità e personalità, fallisce nel suo compito. Questo sostengo.
Vi siete mai chiesti come mai il mondo dei rapporti di lavoro è così pieno di regolamenti e di regolamenti sui regolamenti? Perché le relazioni di lavoro il più delle volte non sono delle vere relazioni sociali, non sono fondate sulla mutua accettazione. Sono relazioni fra persone che non si ascoltano e quindi non si considerano reciprocamente come esseri umani, come esseri sociali.
Quando l’insegnante restituisce la qualità umana alla partecipazione a un’impresa comune l’apprendimento non è più un lavoro gravoso, viene di conseguenza. Tutto ruota attorno a quella emozione basilare che abbiamo esemplificato con la metafora della mano tesa.
Quindi, per tirare le fila: non tutti i rapporti umani sono rapporti sociali e neppure tutti i rapporti fra animali sono rapporti sociali. Il linguaggio è sempre sociale, ma i rapporti possono non esserlo.
Tutto questo ha implicazioni profonde riguardo il posto che hanno nella conoscenza la saggezza e le emozioni.
Noi spesso affermiamo che gli esseri umani sono degli animali razionali e che il problema è coltivare di più la ragione. Se gli esseri umani si affidassero di più alla ragione – si sente dire – tanti episodi di odio e di cecità sarebbero evitati. Ciò che io vi sto dicendo è l’esatto contrario. La razionalità serve in tanti casi, ma è una facoltà minore; la vita non dipende dalla ragione, è la ragione che dipende dalla vita.
Vediamo di approfondire questo punto. Le situazioni di contrasto, di disaccordo, possono essere di due tipi: i contrasti puramente logici, del tipo 2 x 2 = 5, e allora qualcuno dice: “Se come credo intendi fare quella particolare operazione che è la moltiplicazione, allora guarda che sbagli: 2 x 2 fa 4 e non 5.” E l’altro ci ragiona sopra e dice: “Hai ragione, ho fatto un errore.”
Un contrasto di questo tipo (a meno che non sia riferito alla specifica situazione di un bambino che sta facendo i primi passi verso la matematica di cui ha parlato von Glasersfeld) è triviale. Al massimo può procurare un leggero rossore, ma non c’è motivo perchè l’interazione ne sia veramente disturbata.
C’è però un secondo tipo di contrasto, che spesso tendiamo a trattare come se fossero delle questioni di logica, mentre non lo sono affatto. Ve ne accorgete perchè in questi casi la gente diventa ansiosa, difensiva e si accusa a vicenda: “Non sei logico, bla bla bla”, “Non sei oggettivo”, “Non sei realistico”, “Sei fazioso” ecc…
Conflitti di questo tipo vanno avanti in eterno; diventano delle distorsioni sistematiche della comunicazione proprio perché vengono trattati come se fossero logici e invece riguardano la differenza nelle premesse implicite che stanno alla base dei modi di vedere, dei mondi vitali dei due contendenti.
Noi esseri umani diventiamo veramente illogici quando pretendiamo di trattare come se fossero logici dei contrasti, delle differenze che non hanno niente a che fare con la logica; sono di un ordine diverso.
Quello che dobbiamo fare in questi casi, che sono i più frequenti, è accettare l’idea che l’altro esprime un punto di vista perfettamente coerente, perfettamente logico a partire dalle sue premesse implicite. Lui è perfettamente logico nel contesto del suo particolare dominio di razionalità e anche voi siete perfettamente logici nel vostro dominio di razionalità.
Quando ci mettiamo in questo atteggiamento, di stabilire un rapporto di consistenza, di mutua collaborazione fra due diversi domini di razionalità e incominciamo ad agire di conseguenza, mettiamo in atto una trasformazione che diviene conoscenza. Le premesse implicite nostre e dell’altro, che davamo per scontate, diventano trasformabili, la nostra ottica cambia; impariamo.
Invece quel che succede spesso è che uno parla italiano e l’altro ascolta in inglese e allora dice: “Queste parole non hanno alcun senso!”; “Questo è matto!”; “Non è logico!”. È evidente che se io vi parlo in inglese e voi ascoltate in italiano non capirete niente. Possiamo discutere all’infinito se quel che dico ha senso o no, possiamo dare in escandescenze, ma non impareremo niente a meno che entrambi non scopriamo che stiamo parlando lingue diverse, che stiamo costruendo delle argomentazioni sulla base di premesse fondamentalmente diverse.
Per giungere a questa scoperta dobbiamo darci reciprocamente credito, dobbiamo riconoscere la leadership di entrambi. Dobbiamo diffidare di una pur naturale pulsione alla certezza, a sentirci sul predellino, a sentire che noi siamo nel vero e quindi l’altro non può esserlo. Se pensiamo di possedere la verità, non ascolteremo mai l’altro, non gli riconosceremo mai la leadership.
L’atto di ascoltare è un comportamento attivo che riguarda il dominio emotivo, riguarda il campo delle emozioni ed è l’atteggiamento fondamentale del processo di conoscenza, dell’imparare e dell’insegnare.
L’amore è questa capacità di mutua comprensione, questa facoltà che ci permette di fare un passo fuori dalla nostra cornice mentale, e di esclamare: “Ah, abbiamo delle premesse implicite differenti!”.
Le premesse che stanno sullo sfondo di ogni argomentazione razionale vengono accettate a priori, ci sembrano talmente ovvie che quasi sempre non ne siamo neppure coscienti e al tempo stesso siamo loro affezionati. Le abbiamo profondamente interiorizzate e ci appaiono una parte ineludibile di noi stessi. Ma quando ci sono contrasti di premesse l’arte di dimostrare che abbiamo ragione, di dimostrare ‘razionalmente’ all’altro che esiste una realtà oggettiva là fuori e noi ne siamo gli unici veri interpreti, è l’arte della cecità.
Von Glaserfeld prima ha sollevato la domanda: “Che cos’è la realtà?” La realtà è un principio esplicativo.  Noi usiamo ‘la realtà come un argomento di sostegno a una spiegazione. Ma poi ecco aggiungersi l’altra rivendicazione: quella che la tua spiegazione è più vera dell’altra e questo lo facciamo non solo quando si tratta di una questione minore, logica, ma anche quando il contrasto Š una questione di premesse. Cerchiamo sempre l’argomento più convincente.
Nei contrasti fra credenze religiose questo possiamo forse vederlo meglio; non appena uno avanza la pretesa di possedere l’unica verità, l’unica cosa che si ottiene non è la riduzione del contrasto iniziale, ma la creazione di un altro contrasto ancora più ampio e molto più pericoloso.
L’intelligenza è prima di tutto una capacità di conciliazione, una questione di sensibilità.
Potreste chiedermi: cos’hanno a che vedere queste affermazioni con le tue specifiche competenze di scienziato nel campo della biologia? Hanno moltissimo a che vedere. In fondo tutti i problemi e tutte le risposte su che cosa è la conoscenza, l’intelligenza, l’apprendimento e l’insegnamento, l’integrazione sociale, il rap­porto fra teoria e pratica, tutti questi grandi temi e problemi dipendono dalla risposta a questa domanda più basilare: “Che cos’Š un essere vivente?”

2. Un fisco “leggero” per il no profit

È stato messo a punto dalla Commissione presieduta da Stefano Zamagni (preside della facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bologna) lo schema di disegno di legge delega sul riordino della legislazione tributaria degli enti non commerciali e delle Onlus (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale); una volta approvato, consentirà di emanare uno o più decreti legislativi entro quattro mesi dalla sua approvazione.
L’obiettivo del governo è quello di alleggerire la pressione fiscale che grava attualmente sul no profit favorendone così l’indipendenza economico-finanziaria: le semplificazioni contabili e le forfetizzazioni previste, saranno infatti particolarmente gradite alle organizzazioni non lucrative per le quali i costi di gestione amministrativa rappresentano un costo piuttosto oneroso.

Le novità per gli enti non commerciali…
Ecco dunque le principali novità contenute nello schema del disegno di legge rispetto agli enti non commerciali:
a) riconduzione a unitarietà del regime tributario in materia di imposte dirette e indirette, erariali e locali, nel rispetto dell’autonomia impositiva degli enti locali;
b) ridefinizione degli elementi qualificanti degli enti non commerciali;
c) esclusione dall’imposizione dei finanziamenti pubblici ricevuti per lo svolgimento di attività istituzionali;
d) esclusione (per gli enti di tipo associativo da individuare per categorie) dall’ambito delle imposte di talune cessioni di beni e servizi resi ai propri associati nell’ambito delle attività proprie della vita associativa;
e) estensione del regime di contabilità semplificata agli enti che hanno proventi da attività commerciale entro limiti stabiliti, da adeguarsi periodicamente con decreto ministeriale;
f) adeguamento della disciplina sull’Iva ammessa in detrazione, con la possibilità di prevedere criteri forfettari;
g) temporanee agevolazioni per le ristrutturazioni di aziende o di beni patrimoniali effettuate dagli enti non commerciali;
h) previsione di obblighi contabili e, per le realtà più rilevanti, obbligo di redigere un bilancio o un rendiconto sottoposto a controllo contabile e soggetto a pubblicazione.

…e per le Onlus
La disciplina tributaria delle Onlus invece si rifarà a questi criteri:
a) definizione delle organizzazioni non lucrative con esclusione di enti pubblici e società commerciali diverse da quelle cooperative;
b) individuazione dei settori di attività che devono essere di interesse collettivo e avere esclusivamente finalità di solidarietà sociale;
c) garanzia del rispetto dei principi di trasparenza e democraticità;
d) previsione di misure e sanzioni per evitare abusi;
e) previsione di un’autorità indipendente di indirizzo, segnalazione e controllo sull’applicazione della normativa i cui oneri saranno a carico delle stesse Onlus;
f) g) riordino dellla disciplina delle liberalità effettuate da persone fisiche, da enti non commerciali e da imprese;
h) previsione di regimi agevolati per i proventi conseguiti nella produzione o nello scambio di beni e servizi, anche se si tratta di attività occasionali, purchè svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali.

Alla legge delega potranno essere fatte eventuali integrazioni successive fino al 31/12/98.

1. Verifiche di invalidità

Ora basta un’autocertificazione che va presentata entro il 30 novembre. Riguardano tutti gli invalidi titolari di pensioni, assegni e indennità le modifiche apportate dalla legge n.425 dell’8/8/96 (“Disposizioni urgenti per il risanamento della finanza pubblica”) che si occupa, all’art. 4, delle “Verifiche dello stato di invalidità civile”. Sarà sufficiente infatti presentare un’autocertificazione che attesti le condizioni di salute, con particolare riferimento alle infermità che hanno motivato l’assistenza economica. Tale autocertificazione dovrà essere effettuata su di un apposito modello predisposto dal ministero del Tesoro, che verrà inviato a tutti per posta a casa. Gli interessati dovranno rispedirlo, entro il 30 novembre, alla “Direzione generale dei servizi vari e delle pensioni di guerra del ministero del Tesoro”. Se l’autocertificazione non viene presentata in tempo utile la pensione viene sospesa immediatamente e il disabile avrà 90 giorni di tempo per giustificare la mancata presentazione, dopo i quali la pensione sarà revocata definitivamente. Se sussitono le condizioni è possibile presentare ricorso al giudice ordinario contro la revoca.
Il testo dell’originario decreto legge prevedeva la presentazione di un certificato del proprio medico curante da parte di tutti gli invalidi interessati.
La nuova legge prevede inoltre un piano straordinario di almeno 150.000 verifiche sanitarie da effettuarsi anche senza preavviso. Tali verifiche riguarderanno prioritariamente coloro che precepiscono pensioni, assegni o indennità da oltre cinque anni e in particolare gli invalidi residenti nelle province in cui la percentuale degli assistiti Š superiore al dato medio nazionale. Per queste verifiche è stata autorizzata una spesa di 30 miliardi per il 1997.
Viene stabilito inoltre che entro il 30 giugno di ogni anno sarà fatta una verifica dei requisiti dei limiti di reddito prescritti che, insieme alla tipologia di deficit, danno diritto all’assistenza. I controlli saranno effettuati dal ministero del Tesoro con le banche dati del Ministero delle Finanze e con il Casellario centrale dei pensionati. Se i redditi sono superiori a quelli prescritti ne verrà data comunicazione alle Prefetture per il provvedimento di revoca.
Tutti i controlli saranno centralizzati e le competenze, che prima erano del ministero dell’Interno e delle Prefetture, saranno attribuite al ministero del Tesoro.
È stato abrogato, infine, il comma (4, art.11, legge n.537 del 24/12/1993) che prevedeva la restituzione di tutte le somme percepite nell’ultimo anno, nel caso di revoca della pensione. Con la nuova legge è prevista soltanto la revoca senza la procedura di recupero delle somme. Il comma prevedeva inoltre il licenziamento per tutti coloro che fossero stati assunti come invalidi senza averne i requisiti. Anche questa parte è stata abrogata.

14. Clicca su di me

Recentemente ho avuto su Internet un’esperienza psicologica profondamente disturbante che mi ha spinto a consultare un filosofo di professione, proprio come un problema di salute mi costringe a cercare un medico.
Ma lasciate che parta dall’inizio. Per quasi tutto l’anno scorso la mia principale attività su Internet è stata quella di consultare le immagini dei dinosauri. Il mio figlio di cinque anni sedeva sulla mia gamba destra e quello di due sulla sinistra. Stavamo faccia a faccia con il Triceratops e contavamo i denti del Tyrannosaurus Rex. Il bambino di cinque anni è piuttosto abile nel seguire i links, mentre quello di due è ancora allo stadio dei “Twicer’ops”
Uno dei nostri luoghi preferiti è l’UCMP, il museo di paleontologia dell’Università di California. Su Internet l’UCMP è un museo meraviglioso, virtuale e interattivo. Anche Adam Engst ha scritto in uno dei suoi libri che egli potrebbe “passare il resto del pomeriggio l, passeggiando attraverso la mostra, e il tutto senza stancare i miei piedi”.
http://ucmpI.berkeley.edu/welcome.html
Nello scorso giugno ho lasciato il mio posto di funzionario al Ministero del Tesoro per diventare professore di economia a Berkeley. Poich‚ l’UCMP è nel dominio (Internet) “bekeley.edu”, ho chiesto in giro e mi è stato detto che il museo si era appena spostato in un edificio rinnovato di recente, il Valley Life Sciences Building.
Così un pomeriggio ho interrotto i miei tentativi di gestire una pila di carte create dal Vice Rettore Delegato alla Spazzatura e dall’Assistente Vice Rettore Delegato a Inventare Regole Sensa Senso e ho portato i miei due figli al Valley Life Sciences Building.
Prima abbiamo attraversato molti disegni e scavi paleontologici. Quindi ci siamo trovati nella sala centrale, di fronte a uno striscione che diceva “Museo di Paleontologia dell’Università della California”. Dietro il vetro c’era un impressionante teschio di Tyrannosaurus Rex. Nel piano successivo c’era un cranio, altrettanto impressionante, di Triceratops. Le grandi ossa di un altro Tyrannosaurus erano sospese sopra le scale.
Ma questo era quasi tutto. L’UCMP si era appena trasferito e molto materiale era ancora imballato. Da metà settembre un intero Tyrannosaurus Rex riempirà l’intero vano delle sale, su tre livelli, ma la collezione pubblica di fossili Š comunque molto piccola.
Il fatto è che l’UCMP è un museo di ricerca, non un museo da esposizioni: è pensato per studenti di 25 anni, affascinati da poster intitolati: “Le piogge acide: un fattore di estinzione al confine K-T”. Questo museo non è progettato per persone di 5 anni (o di 35 anni) che non se ne capiscono molto di geologia e di chimica.
Così mi fermai nell’atrio.  Guardai alcuni fossili importanti.  Dissi a me stesso:  “Sarà meglio tornare al mio computer in ufficio, cos potremo vedere il vero museo sui dinosauri dell’Università di California”.
http://ucmpI.berkeley.edu/expo/dinoexpo.html
“Il vero museo – pensai – ha delle narrazioni audio sulla scoperta dei dinosauri. Il vero museo ha molte ossa in più – per esempio uno scheletro completo di Diplodocus.  Il vero museo ha delle mostre dettagliate sull’evoluzione dei dinosauri e sulla geologia…”
“No, aspetta”.
“Questo è il museo reale. Il sito Web su Internet è solo un’immagine virtuale, un riflesso elettronico di questo posto fisico”.
Fu allora che pensai di aver bisogno dell’aiuto di un filosofo. Ci sono state in passato delle lunghe discussioni sul fatto che le ombre elettroniche rese possibili dalle rivoluzioni nei computer e nelle telecomunicazioni avrebbero potuto acquisire tale intensità di effetti, immediatezza, complessità e profondità, da divenire – in un certo senso – reali.
Quel pomeriggio nel Valley Life Sciences Building era stata la prima volta nella mia vita che io avevo confrontato un posto nel mondo reale – L’UCMP – con la sua immagine elettronica virtuale nel cyberspazio e che avevo trovato il mondo manchevole. Al confronto con la sua immagine elettronica virtuale, l’esperienza del mondo reale non aveva l’intensità né la ricchezza che ci si aspetta dalla realtà
Ripensandoci, mi resi conto che, già da diversi anni, il mondo elettronico al di là degli schermi del computer aveva lentamente acquisito realtà  – mentre il modo reale l’andava perdendo.
Ogni settimana io controllo il mio catalogo di schede per trovare una cosa o un’altra, ma sono almeno quattro anni che non maneggio un contenitore di legno o di metallo. Quando dico “è sulla scrivania”, quasi certamente intendo dire che esiste un puntatore a un file a un certo livello della directory del mio computer. Per quanto riguarda gli archivi di schede e le scrivanie, le immagini “virtuali” hanno talmente soppiantato gli oggetti “reali” da farli quasi svanire dalla mia coscienza.
Alcuni non si rendono conto di queste trasformazioni. Penso a un rispettabile decano della facoltà il quale sosteneva che tutte le scoperte fisiche dopo il 1930 (comprese le attuali tecnologie dei computer e delle telecomunicazioni) erano meno importanti delle “scoperte” nella critica letteraria della generazione precedente. Egli aveva una tale assenza di percezione (o forse stava semplicemente sfidando l’ironia) da fare questa affermazione in un messaggio di posta elettronica. Per due generazioni le persone hanno parlato di come i computer avrebbero avuto un’influenza straordinaria sulla società e sulla conoscenza umana. I nostri figli penseranno in una maniera tanto differente da noi, quanto noi ragioniamo in maniera differente dai monaci prima di Gutemberg, che spendevano anni di vita copiando e scrivendo dei commentari su di un singolo manoscritto.
La sera successiva alla nostra spedizione al museo, salii le scale per mettere a letto il piccolo di 5 anni. Stava parlando, ma non a se stesso.
“Se vuoi leggere i libri – diceva – clicca sullo scaffale. Se vuoi giocare con i dinosauri giocattolo, clicca qui sopra”
Pretendeva di essere un sistema di help in linea.
“Per giocare con i personaggi del Re Leone, clicca sul bottone del letto”. Nella mia vita ho immaginato di essere molte cose, nel gioco e nel lavoro – un esploratore spaziale, un re saggio, un Sottosegretario al Tesoro, un professore di Berkeley. Ma mai avevo preteso di essere un help system.
“Se avete bisogno di aiuto, cliccate sulla mia foto sul mobile. Sarò qui in un attimo…”. Non solo il mondo virtuale al di là dello schermo del computer sta acquistando una crescente apparenza di realtà, ma il mondo reale, su questo lato dello schermo, sta prendendo a sua volta molte caratteristiche della virtualità

Tratto da:  CHIPS & SALSA  Nø4/6 OTTOBRE 1995 (Inserto del Manifesto)

13. Da usare con cautela

a cura di Viviana Bussadori

Patrizio Roversi e Internet. Può apparire un’associazione bizzarra visto che il suo strumento di comunicazione privilegiato è senz’altro la televisione. Pensiamo a “Turisti per caso” ma anche alla rubrica sulle pagine del Salvagente intitolata, guarda un po’, “Il teledipendente”.

Dipendenza, comunicazione, nuove prospettive e sviluppi, insomma che cosa ne pensa Patrizio Roversi di tutto questo? Tra una ripresa e un viaggio negli Stati Uniti, ci ha concesso un po’ di tempo…
Ho dovuto curare una specie di corso in cui io e Siusy eravamo i testimonial, la voce recitante insomma, e di conseguenza ho iniziato a capirci qualcosa di più rispetto ad Internet, insomma ad occuparmene un po’. La mia impressione è che, come tutti gli strumenti di questo mondo, tutto dipenda dal tipo di consapevolezza che hai quando li usi. Se hai comunque un tuo equilibrio di vita, hai un tuo scopo sia professionale che, ad esempio, legato al tempo libero, Internet diventa uno strumento in più; uno strumento davvero eccezionale. Se invece sei vuoto, lui ti riempie e a quel punto può essere un riempimento anche doloroso e in qualche modo spersonalizzante. Non è lo strumento in sé‚ che ha delle responsabilità, è proprio il vuoto che c’è nella nostra testa e nelle nostre relazioni che può essere riempito da qualunque cosa.
Faccio un esempio: una volta uno poteva diventare un accanito modellista (non c’è niente di male ma se uno a cinquant’anni fa solo quello è un po’ strano), oppure un teledipendente, oppure uno che gioca a carte otto ore al giorno (altra cosa stupenda)… bene o male la realtà è tutta un medicinale ma sempre da prendere con cautela.
Adesso non è che si può dire, come ha fatto qualcuno, che per colpa dei giochi di ruolo c’è gente che si rincoglionisce o si suicida. Se si rincoglionisce per una cosa cos vuole dire che era già coglione prima; il problema insomma è non essere coglioni.
Internet se usato con cautela, come medicinale, può veramente facilitare la vita, può aiutare. L’altro giorno giocavo con un’amica che ha un, come si chiama? Un server… una insomma che nell’autostrada di Internet ha aperto una sorta di autogrill… Insomma fra le altre cose che mi mostrava c’era anche un collegamento in diretta con il satellite, quello delle previsioni del tempo; una cosa stupenda perché‚ anche una persona come me, che non è un colonnello Bernacca, se vede a che punto è la perturbazione e come si è spostata nelle ultime 12 ore, può sapere che il giorno dopo ci sarà il sole.
Il fatto di potersi relazionare con altre persone, se vuoi attraverso lo schermo dello schermo, non è una cosa solo fredda: può anche fare superare delle timidezze e portare la gente a raccontarsi in un modo paradossalmente più sincero. Voglio dire che entrare in queste “associazioni” che si parlano su Internet, usando pseudonimi e rappresentando comunque cose diverse da sé, praticando dei paralleli di sé, può da una parte portare alla schizofrenia, dall’altra però ti può liberare moltissimo. È sempre un discorso di come si usano queste cose; io non mi porrei nemmeno il problema se queste cose sono buone o cattive, il problema è comunque l’uso che possiamo fare e come siamo noi, cioè se noi siamo maturi o meno.
Per quanto riguarda le nuove generazioni, sempre più a contatto con queste nuove tecnologie della comunicazione, penso che il problema sia attrezzarli il più possibile; da una parte attrezzarli nel senso di renderli socievoli, cioè non dargli l’idea che le relazioni siano solo queste, dall’altra attrezzarli facendo anche vedere loro come si usano, facendo diventare queste cose degli strumenti e non delle diavolerie. Noi adesso vorremmo comperare a Zoe (la figlia di due anni di Maurizia e Patrizia, n.d.r.) il cd rom proprio perch‚ Š uno strumento interattivo, perché‚ è un giochino che, se le dai i cd rom giusti, può essere intelligente.
La senti che casino sta facendo in questo momento? Adesso le metteremo una videocassetta e il problema sarà prendere la videocassetta giusta. Alla televisione ci sono alcuni programmi che sono mostruosi e alcuni belli, ci sono delle videocassette adatte a Zoe e altre no; dipende appunto da quanti anni ha, da quali storie può sopportare. È chiaro che non stiamo parlando di strumenti che tu puoi metterle davanti e poi fregartene; quindi richiedono una fatica psicologica notevole…
Comunque il discorso sulle innovazioni tecnologiche lo vedo meglio da un altro punto di vista, in cui mi sento fra l’altro più competente perché‚ si tratta di cose che uso di più: è quello dell’immagine, riferito proprio alla televisione. (Non è un caso che Siusy ed io alcuni anni fa abbiamo fatto le 100 ore di diretta, a suo tempo il pseudo-record mondiale di durata, proprio seguendo lo slogan: “la tv è meglio farla che vederla”…).
Adesso ci sono delle tecnologie tali per cui effettivamente si può comunicare per immagini, usando le “telecamerine”. È una tecnologia che in questo caso viene incontro alle esigenze di un utente anche non specialista: insomma i vecchi filmini delle vacanze adesso possono diventare qualcosa di più. Io spero e credo che una televisione più flessibile potrebbe accogliere queste comunicazioni, farle circolare e rigenerarsi profondamente. Il tipo di rivoluzione che le “telecamerine” come quelle che io e Siusy usiamo nei nostri viaggi potrebbero portare è davvero grande…

12. La bulimia del tempo

di Cesare Padovani,  sociologo, esperto in teorie della comunicazione

Dall’invenzione dell’alfabeto e quindi della scrittura, alla stampa e infine ai mezzi di comunicazione di massa. Le rivoluzioni della comunicazione si susseguono a intervalli sempre più rapidi e sempre più rapidi sono gli adattamenti richiesti al nostro modo di interagire con l’esterno, di comprendere, dialogare. E spesso questi cambiamenti si rivelano destrutturanti, ambigui, rischiosi.
Scopro subito le carte: se si adotta la dicotomia proposta da Umberto eco in Apocalittici e integrati, mi dichiaro fin dall’inizio dalla parte dei “catastrofici”, tra coloro che non hanno assolutamente fiducia nel progresso della comunicazione umana offerto dalla più recenti corsie preferenziali. Comunicazione è cosa ben diversa da trasmissione di informazioni. Ed è appunto su questa base che mi percepisco un irriducibile pessimista nei confronti del trionfalismo tecnologico che avanza. Eppure amo molto McLuhan: di lui so abbastanza, con lui ho condiviso parecchie ricerche e da lui sono partito per importanti analisi, senza trovarmi però d’accordo sul suo futuro “villaggio globale”, su quel mondo nuovo dove la comunicazione umana si ingigantirebbe fino a diventare universale, grazie a quelle sofisticate tecnologie che riducono a zero sia spazio che tempo.
La telematica non va certo d’accordo con la comunicazione umana, sicch‚ i figli di Internet, nipoti dell’era telematica, saranno più che mai soli e, quel che è peggio, più che mai autistici.
Chi si schiera cos apertamente contro le risorse del “dire senza confini”, come sto facendo io, è dichiarato nostalgico o fuori tempo o pascoliano impenitente, oppure è dichiarato bugiardo perché‚ è colto in flagrante contraddizione, dal momento che dice peste e corna sulla telematica e, come sto facendo anch’io, usa magari il fax o Internet per inviare al giornale questa diffida.
Se la contraddizione esiste, ciò non nega un fatto, sopra tutti gli altri: comunque siano utilizzati gli strumenti preceduti dal prefisso “tele” questi recenti modelli di comunicazione in tempo reale separano irrimediabilmente il corpo biologico da quella sfera che già in Platone era avvertita come “psyche” e con cui si intendeva l’anima.
Con approssimazioni ad uso puramente orientativo, i pericoli della separazione tra l’organismo biologico produttore o ricevitore di messaggi e le potenzialità del messaggio stesso hanno scandito tre tappe fondamentali nella cultura occidentale.
La prima rappresentata dall’impiego della scrittura alfabetica, che ha “scorporato” dal corpo vivente le facoltà della memoria. Socrate, nel Fedro (274: b6) di Platone, mette in guardia chi delega ogni pensiero a segni conservati su un foglio vergato, al di fuori di noi, senza la nostra “anima dialogante”.
Eppure, nonostante la traumatica astrazione dell’alfabeto fonetico rispetto alla parola, qui il corpo e la mente e il senso del tempo si possono dire ancora presenti.
La seconda tappa  è senz’altro rappresentata dall’invenzione della stampa, a metà circa del XV secolo, allorquando sopra una pagina si combinano all’infinito poco più di una ventina di lettere perfettamente identiche a se stesse per raccontare le varietà dell’intero universo. D’ora in poi si perdono anche i pochi sussulti delle emozioni chirografiche: l’occhio acquista velocità su righe allineate sempre in forma uguale anche se cambiano i messaggi, la voce tace, e la comunicazione diventa silenziosa. Pur tuttavia la pagina stampata riesce ancora, seppur nel soliloquio, a farsi toccare, ad essere esplorata, addirittura condivisa, e a dare spazio a tempi di meditazione.
La terza tappa però, che è fortemente contrassegnata dall’epoca della “videosfera”, nella sua onnipresenza fagocitante non dà spazio a nessun tempo, perch‚ entrambi (spazio e tempo) si azzerano nell’istante stesso in cui l’occhio e il polpastrello di un solo dito annullano le distanze, svuotano le topografie, concretizzano le virtualità e soprattutto annientano i processi percettivi, imponendo così nuovi modelli di pensiero.
È appunto questa la dimensione, attesa come un’epifania, in cui i corpi con tutta la loro vitalità rimangono al di qua dei riceventi e al di là delle fonti emittenti, separandosi comunque da quel messaggio già confezionato che transita in un tempo, senza possibilità di modificazioni, d’interruzioni, di ripensamenti e senza nemmeno quel filo tangibile che lo trattiene “caldo” e “in formazione” tra le mani degli interlocutori.
La telematica, camuffata da comunicazione per non perdere la dignità dell’umano dichiara di voler essere interattiva: dimostra che nel dialogo a distanza può sopravvivere la modifica del messaggio, la “botta-e-risposta”, e così via. Ma proprio nel dimostrare questa sua efficacia (magari con un uso migliore del tempo, senza sprechi, senza punti morti), la telematica tradisce la sua efficienza, appunto quella sua connaturata preoccupazione di raggiungere un obiettivo visibile, riconosciuto, “scopico” insomma, tale da coincidere con il progresso.
Su quest’onda euforica anche il linguaggio cambia dimora: termini quali “contempo”, “frattempo”, “in tempo” dominano i nuovi scenari dell’effetto, per essere assunti come termini della teologia del nuovo potere, basato sulla rapidità.
Io posso, anche senza investire il corpo, posso subito, e soltanto con un dito. Nel medesimo istante riesco, con distacco, ad intercettare più cose, più forme, più notizie, più concetti e riesco ad assumerli simultaneamente in un’unica rappresentazione sinottica: “bulimia del tempo”, è stata definita questa ingordigia in un convegno internazionale di filosofi tenutosi pochi giorni fa a Venezia.
Ma è proprio questa “simultaneità bulimica del tempo”, che si converte nella sua controfigura nell'”anoressia del riflettere”, una sorta di raccolta indifferenziata di informazioni che assecondano le progressive discrepanze tra un sé‚ biologico e un sé‚ carico di emozioni, tra un sé‚ trasformante e il manufatto del pensiero, dove le essenze vengono confuse con gli accumuli, le conoscenze con le concentrazioni.
Ecco allora un nuovo mercato che nasce, un nuovo spettro aggirarsi: come passare il tempo, come perdere tempo.

11. Identità virtuali

a cura di Bi. Bi.

Con Internet <…ognuno diventa in un certo senso come un personaggio letterario o del cinema. Tutto ciò può portare a consueguenze negative….. Intervista a Giampaolo Proni, consulente in comunicazione che si occupa dell’impatto dei nuovi media sul lavoro e sulla formazione,  insegna al Politecnico a Milano. E’ autore del romanzo Il caso del computer Asia, pubblicato da Bollati Boringhieri (Torino, 1989)

L’annullamento dei limiti spazio-temporali determinato dalle nuove tecnologie della comunicazione come incide sul rapporto con il proprio corpo, sulla percezione di s‚ in un ambiente fisico? E l’assenza dei segnali della comunicazione non verbale possono influire sulla capacità di comprensione del messaggio?
Se partecipiamo a un IRC (Internet Relay Chat), scegliamo un nickname come vogliamo, e con esso possiamo cambiare sesso, trasmettere dei significati. Per esempio, una ragazza può chiamarsi Barman, un uomo anziano può chiamarsi Lolita, e così via. Nelle righe che compaiono sullo schermo sarà rappresentato solo da quello che dico e dal nome. Nei MUD e MOO (Multi Users Dungeons e Multi Users Dungeons – Object Oriented), che sono veri e propri ambienti virtuali (ancorch‚ ancora verbali) oltre al nome posso scrivere una descrizione di me stesso, posso costruirmi una casa, scrivere dei testi, partecipare a lavori collettivi ecc. L’identità si fa più completa. Ci sono già i primi MOO virtuali, nei quali posso disegnare il mio aspetto. Nel futuro (prossimo) potrà assumere identità virtuali complesse, cioŠ avere un aspetto visivo, del denaro, delle proprietà in rete ecc. Si parla di identità virtuale. Limiti di spazio, di tempo e di fisicità cadono, ne sorgono altri. Ma in sintesi quello che succede Š che la mia identità non Š più costituita dagli stessi elementi. Ognuno diventa in un certo senso come un personaggio letterario o del cinema. Tutto ciò può portare a conseguenze negative simili a quelle che subiscono gli attori e i politici: cioŠ a una differenza tra la personalità esibita in pubblico e quella mostrata in privato, con la differenza che questi “mondi pubblici” possono essere molti e limitati a gruppi di utenti. Sarà favorito il trasformismo di ogni tipo. Vi sono però anche aspetti positivi: ognuno potrà apparire come vuole, se saprà sostenere il ruolo che si Š dato. Se la cosa non assume aspetti morbosi, può rivelarsi un gioco divertente e interattivo, un modo per entrare in contatto con altre persone.
Vivere una simulazione come una esperienza reale e trovare nell’immaterialità di una visione interattiva una nuova dimensione spazio-temporale sarà la nuova condizione psicologica che si sostituirà alla finzione televisiva a cui ci siamo abituati. Ci troviamo di fronte a un nuovo tipo di coscienza?Verrà amplificata la coscienza “simbolica”, cioŠ dilatata in una dimensione artificiale, simile allo stato che prova uno scrittore appassionato, di quelli che “sprofondano” nelle parole che scrivono, con in più il fatto che quel libro lo stanno scrivendo assieme molte persone. Ma oggi milioni di persone vivono abitualmente stati di coscienza passivi, guardando la tv. L’interattività migliorerà le cose. Ovviamente saranno negativi gli eccessi. Io trovo assai educativo alternare alle sessioni al computer qualche ora di lavoro nell’orto, o tagliando legna, o parlando con persone “reali”.

Come saranno i bambini del futuro, quelli che cresceranno con le nuove tecnologie della comunicazione, con la multimedialità?Molto pratici, incapaci di sopportare discorsi che non puntano subito alla sintesi, portati a risolvere razionalmente i problemi, democratici, meritocratici, pluralisti, multietnici, rispettosi delle diversit… e delle minoranze, individualisti ma inseriti in diversi gruppi allo stesso tempo, attenti al denaro e desiderosi di averlo, amanti della natura, americani, un po’ freddi, educati ecc.

I sistemi di comunicazione elettronica, ed Internet in particolare, vengono indicati come strumenti in grado di annullare le gerarchie di potere, le classi sociali, le differenze razziali, sessuali ecc. Secondo lei siamo veramente di fronte ad una nuova forma di partecipazione, di democraticità?
Come tutti i mezzi, potranno essere usati per la democrazia o contro di essa, esattamente come fu per la radio e la tv. Tuttavia, il fatto che la tecnologia sia messa a disposizione di tutti perch‚ scelgano cosa farne Š fondamentale per la democrazia, e questo atteggiamento Š più americano che europeo. Henry Ford decise che i suoi operai dovevano poter comprare le auto che costruivano. Bell riteneva che il telefono doveva essere a disposizione di tutti. Jobs e Wozniak pensarono di vendere computer a chiunque volesse. Il Pentagono regalò Internet alle università e queste lo aprirono a tutti. Il paese che produce la tecnologia più avanzata Š anche quello che la mette a disposizione del maggiore numero di persone. Diffondere l’accesso alla tecnologia Š democratico e arricchisce la comunità.

Le nuove tecnologie della comunicazione hanno costi contenuti; questo dato Š sufficiente a garantire una reale democraticità nell’accesso all’informazione? O ci troviamo piuttosto davanti ad una tecnologia che amplifica gli scarti di conoscenza, le disparità culturali?
Quale scoperta scientifica o tecnologica non amplifica le differenze di conoscenza e di intelligenza?
Se invece di Internet preferisco spendere tutto in pastiglie di extasy e vestiti non posso lamentarmi se ho meno opportunità di lavoro. Tuttavia la Scuola e lo Stato devono offrire uguali opportunità a tutti i cittadini, specie i giovani, e invece sono restati indietro, perché‚ la lentezza burocratica non può tenere il passo con le nuove tecnologie. In questo modo vengono meno al loro ruolo.

Si sta creando un paradosso tra questa sorta di delirio di onnipotenza che vede l’uomo dialogare potenzialmente con un numero immensamente grande di persone e viaggiare senza limiti e l’essere fisicamente solo in uno spazio limitato e conosciuto. L’individuo può reggere questa discrepanza?
Si, se Š sufficientemente equilibrato da saper gestire un mondo sempre più grande ma fragilissimo, che scompare se cade la corrente elettrica e se non dimenticherà che da qualche parte, dove non c’è Internet, ci sono uomini armati di mitra, che non sanno cosa sia la democrazia ma che non si possono ignorare.

9. Bit generation

di G.D.P

Partiamo da una considerazione. Qualunque sia la nostra opinione in materia non si può non tener conto dell’affermazione che Internet e le altre forme di comunicazione telematica siano per la società occidentale, definibile come post-moderna, una nuova forma di mito.
Questo perché‚, come per i miti classici, relativamente pochi  possiedono le competenze per ricostruirne la storia, ed in virtù di questa conoscenza costituiscono la cerchia dei “nuovi sapienti”; molti, se non tutti, risentono, invece, in modo diretto o indiretto della presenza di questa nuova, tecnologicamente avanzata, struttura di comunicazione.
La sentiamo presente come possibilità o come limite. In ogni caso anche chi non si è mai collegato in rete, né‚ ha intenzione di farlo, intuisce che l’orizzonte è cambiato e che alcuni dei punti fermi che hanno caratterizzato la comunicazione interpersonale si stanno invece rivelando in movimento.
Del resto Internet e la famiglia delle reti informatiche presentano del mito proprio la valenza duplice, una faccia ambigua che, se da una parte rinnova le sicurezze, dall’altra apre ai dubbi e agli interrogativi. Da un certo punto di vista queste nuove frontiere della comunicazione e dell’informazione riecheggiano bisogni antichi, perenni sogni.
Sperimentare la possibilità potenziale di poter entrare in contatto con un numero molteplice di persone, interagendo in modo attivo con esse. Sganciarsi da un ruolo, dalla versione quotidiana di sé‚ per rivestire altre identità, per vivere tutte le vite possibili.
Avere rassicurazioni che, da un’altra parte, in qualche luogo esiste l’archivio infinito, fonte di ogni informazione, la cui consultazione totale è, magari, impraticabile ma non è questo che importa: serve l’idea che oggi, nell’epoca della frantumazione del sapere e dell’informazione ipervelocissima e specialistica, c’è un punto di raccolta ordinato ed ordinabile che ricostruisce un quadro e delle priorità di ricerca.
Su questi scenari, che per alcuni sono già noti e per altri terre ancora tutte da esplorare, ci siamo posti delle domande. E soprattutto le abbiamo rivolte a chi già naviga in Internet e dintorni, i cosidetti “cybercomunicatori”, e a chi da un osservatorio professionale lavora sui temi della comunicazione. Sono domande che, fra le molte possibili, puntano ad alcune questioni di fondo esemplari, a nostro avviso, per tentare una riflessione comune. Questioni che possiamo cos anticipare: di cosa si sta parlando nel momento in cui, prendendo a prestito le parole di due stuodiosi americani, Shapiro e McDonald “alcuni aspetti dell’ambiente virtuale diventano parti del nostro ambiente naturale e diventa sempre più confusa la distinzione tra la realtà computerizzata e quella che, in mancanza di un’espressione migliore, chiamiamo la realtà convenzionale”?
In quali termini si può parlare di comunicazione quando una gran fetta di essa, quella legata ai linguaggi non verbali e corporei, viene tagliata? Si dialoga o si fa un monologo in diretta?
Queste nuove forme di collegamento e comunicazione apriranno un accesso consistente ad un numero sempre maggiore di persone? Siamo davanti ad un cambiamento rivoluzionario che, in modo analogo all’invenzione della stampa, doterà le generazioni future di altri strumenti /forme di conoscenza e di organizzazione dei saperi?