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Autore: Nicola Rabbi

15. 900 anni di emarginazione. Alcuni dati

A cura di Maurizio Serra e Stefano Toschi

L’università degli studi di Bologna sta vivendo un periodo molto fitto di avvenimenti , di celebrazioni e di studi enlla riccorenza del suo IX centenario. L’università più antica del mondo riflette sul suo percorso culturale, sul suo significato e soprattutto sul ruolo di stimolo e di produzione del sapere che ha rappresentato in questo lungo arco di anni. Ed ecco che anche a noi ci troviamo ad esaminare quali sono i rapporti, gli ostacoli gli stimoli chye l’universitò ha prodotto nei confronti di una percentuale (molto) ridotta degli studenti che l’hanno frequentata, ma ugualemente molto scomoda ed in qualche csao anche imbarazzante: ci riferiamo agli studenti portati di handicaps che, soprattutto in questi ultimi anni, hanno frequenetato i corsi di laurea universitari.

Abbiamo svolto una ricerca basata su interviste ai vari organi dell’Università, che vanno dal personale non docente, ai docenti, ai presidi di Facoltà, a coloro che pur non facendo parte dell’Università sono dei validi interlocutori per il discorso delle barriere architettoniche: l’Istituto regionale per i Beni culturali e la Soprintendenza ai beni ambientali ed architettonici.
Cominciamo ad esporre i risultati di questo lavoro come è logico con qualche dato statistico.
Conoscere il numero esatto degli studenti disabili che in questi ultimi i anni hanno frequentato l’Università di Bologna non è impresa molto agevole dato che dalle procedure d’iscrizione questo dato non risulta. Quindi l’unico modo per disporre di i qualche riferimento numerico è stato quello di rivolgersi all’Azienda comunale per il Diritto allo Studio che in base alla Legge Regionale 31.1.1983 i n° 8 (Diritto allo Studio universitario) prevede interventi a favore degli studenti portatori di handicaps (vedi art. 9 della legge).
I dati di cui dispone l’Azienda comunale per il Diritto allo Studio è probabile che non coprano il numero effettivo degli studenti handicappati che si sono iscritti in questi ultimi anni; questo è anche il parere del sig. Selva 1 dell’Ufficio Assistenza dell’Azienda comunale che ritiene insufficiente la pubblicizzazione di tali interventi a favore degli studenti disabili (del medesimo parere è il prof. Genovese della “Commissione di verifica dei diritti degli studenti” – vedi intervista del prof. Canevaro sul n° 1/1988).
I contributi di legge cominciano ad essere erogati dall’Anno Accademico 1983-84 ossia dopo l’entrata in vigore della legge sopra citata. Riassumiamo in questa tabella i dati in nostro possesso:

ANNO                  Lettere        Medicina      Giurisp        Magistero      Scienze        Economia      TOTALE
e filos.                                                                      politiche       e comm.

A.A 1983/84              7                 3                  3                  1                  4                  1                    19
A.A 1984/85              6                 3                  2                  2                  3                  2                    18
A.A 1985/86              7                 3                  4                  4                  3                  1                    19
A.A 1986/87              4                 3                  4                  4                  3                  2                    16

Come vediamo un elemento salta subito agli occhi: la stragrande maggioranza di coloro che hanno ricevuto sovvenzioni dall’Azienda per il Diritto allo Studi  erano iscritti a Facoltà umanistiche, mentre le Facoltà scientifiche classiche sono disertate a parte tre studenti di Medicina e un paio di Economia e Commercio (che comunque non rientra completamente fra le facoltà scientifiche). I problemi della manualità, della presenza di prove scritte o di prove di laboratorio di cui andremo a discutere in seguito possono avere rappresentato un freno all’iscrizione verso i corsi di laurea scientifici.
Comunque la mancanza di dati precisi non ci permette di avere un quadro esatto di quella che è stata la presenza degli studenti disabili nelle facoltà universitarie.
Si diceva della scarsa pubblicità che ricevono queste forme di intervento. Questa percorre due canali principali: la pubblicazione del bando degli interventi a favore dei portatori di handi-caps sui principali quotidiani e la trasmissione dello stesso alle associazioni di categoria che poi dovrebbero renderlo noto ai propri soci. Manca probabilmente un canale d’informazione attraverso cui lo studente handicappato anche se non si reca di persona allo sportello delle segreterie al momento dell’iscrizione possa conoscere questo genere d’interventi: il problema potrebbe essere risolto con un apposito riferimento negli stampati utilizzati al momento delle iscrizioni al primo o agli anni successivi del corso di laurea. Tutti gli studenti si iscrivono e quindi tutti verrebbero raggiunti da questo genere d’informazione.

Problemi tecnici e manualità
I problemi tecnici sono i primi che si presentano ad uno studente disabile che voglia frequentare le lezioni all’Università, lo stesso, Stefano, ho optato per il corso di laurea in Filosofia (scelta di cui ora son ben contento) anche perché l’avevano scelto alcuni amici, che così potevano darmi un passaggio fino all’Università ed anche all’interno di questa aiutarmi negli spostamenti da un’aula all’altra. A quest’ultima esigenza ha fornito un valido contributo anche il personale non docente della facoltà di Lettere e Filosofia, per cui abbiamo voluto sentire dal coordinatore del personale non docente di questa facoltà, sig. Bianchi, se questo fosse uno dei compiti previsti nelle loro mansioni. “No, non era un compito previsto dal regolamento. Lo facevamo di nostra spontanea volontà”. Questa risposta ha trovato una ulteriore conferma nelle parole di due “bidelli” della facoltà di Scienze Politiche che svolgono il loro servizio a Palazzo Hercolani: “No, non c’è nessuna disposizione a tal riguardo, però umanamente lo facciamo. Quando uno studente in carrozzella deve andare a lezione al piano di sopra lo aiutiamo a salire”. Per il personale non docente non è neppure previsto un corso di formazione professionale incentrato sui loro compiti e tanto meno quindi sulla problematica della presenza di questa insolita utenza all’Università. Ma coloro che abbiamo sentito ne sentono la necessità; infatti alla domanda se ritenessero utile un momento di preparazione al loro lavoro nel quale fosse inserita la tematica dell’handicap hanno così risposto: “Pensiamo che l’amministrazione dell’Università dovrebbe rendere operante una cosa del genere, che sarebbe utile sia per noi che per gli studenti che hanno bisogno d’aiuto. Questo risulta necessario anche perché in facoltà (Scienze Politiche n.d.r.) ne sono iscritti diversi e non siamo preparati a comunicare (nel senso di superare le difficoltà di approccio) con loro”. “Quindi ancora una volta il volontariato è l’unico modo con cui si è cercato di risolvere le difficoltà tecniche degli studenti handicappati perché l’amministrazione dell’Università non ha mai regolamentato questo settore come ci è stato confermato dal prof. Susini (Preside della facoltà di Lettere e Filosofia): “È un problema dell’amministrazione universitaria, dato che un preside di facoltà non ha autorità sul personale non docente. Non ho mai avuto nulla che dall’ufficio del personale non docente mi avvisasse per esempio di corsi di qualificazione, di semplici istruzioni o altro”.
Comunque questa che possiamo definire impreparazione professionale di fronte allo studente handicappato fisico grave purtroppo non è solo del personale non docente, ma la si ritrova anche negli stessi professori universitari. Infatti da tutti i presidi di facoltà intervistati abbiamo ricavato perplessità e dubbi riguardo ai metodi di approccio e di comunicazione verso gli studenti disabili. Ancora dal prof. Susini: “Qualche professore mi ha detto che aveva un po’ di preoccupazione ad entrare in comunicazione con gli studenti handicappati, per esempio aveva la preoccupazione di capire la velocità di percezione da parte del candidato delle domande durante l’esame”.
Il prof. Salvioli (Preside della facoltà di Medicina e Chirurgia) parlandoci delle difficoltà che una facoltà incontra al momento dell’iscrizione di uno studente handicappato ha ribadito questa impreparazione del personale docente e non docente: “Credo che anche da parte del personale docente ai diversi gradi vi debba essere una preparazione più mirata al rapporto con gli studenti disabili. Forse siamo impreparati ad averlo”. Tutto dipende dal singolo docente ed in questo caso non dovrebbero esserci chiusure mentali tali da impedire la libera frequenza alle lezioni; i problemi sorgono quando si tratta di entrare direttamente a contatto con lo studente disabile o al momento dell’esame o nella collaborazione per la preparazione della tesi. È a questo punto che emergono i problemi dei docenti che sono sempre superati (se lo sono) a livello individuale, dato che in nessuna delle facoltà da noi interpellate esiste una forma di coordinamento fra i professori allo scopo di discutere e trovare rimedi a tali difficoltà. Gli unici momenti in cui si discute nei consigli di facoltà relativamente agli studenti disabili sono per motivi espressamente amministrativi ed istituzionali, come ad esempio per risolvere il problema della firma del verbale dell’esame qualora lo studente handicappato fisico sia impossibilitato a scrivere. Ad ogni modo anche in questo caso non esiste una norma valida per tutte le facoltà, dato che ognuna affronta o affronterebbe il problema soltanto qualora si presentasse direttamente. L’atteggiamento che abbiamo verificato negli incontri con i vari docenti ci è sembrato orientale alla disponibilità e al dialogo su questo tema. Abbiamo invece rilevato qualche perplessità quando si è parlato delle reali possibilità e degli sbocchi post laurea che uno studente senza il controllo degli arti superiori può avere soprattutto nelle facoltà scientifiche. Il prof. Saivioli ha puntualizzato che “la preparazione dello studente di medicina comporta tutta una manualità, poiché altrimenti diventa una preparazione teorica che non ha poi risvolti nella pratica (…) Non possiamo ipotizzare di dare una laurea in Medicina se non viene completata tutta la preparazione medica che non comporta solo quella biologica. Se invece lo studente possiede l’uso degli arti superiori in maniera soddisfacente, anche se non c’è una mobilità degli arti inferiori, questa consente quella manualità che lo studente deve acquisire per essere medico. Sennò prepariamo un biologo con delle nozioni di medicina”. Noi rispettiamo questo punto di vista perché ci sembra dettato dal cosiddetto buon senso, però d’altra parte ci sembra che il progresso tecnologico nel settore dell’informatica possa determinare degli sviluppi che aiutino a sopperire questa mancanza di manualità. Fino a qualche anno fa sembrava impossibile che una persona con un grave handicap fisico potesse scrivere, ora grazie agli sviluppi nella tecnologia informatica è possibile scrivere e disegnare, quindi nulla vieta di pensare che possa essere realizzato un sistema esperto in medicina che si serva di “terminali intelligenti” per compiere quelle operazioni manuali tipiche dell’attività del medico. Ma come viene affrontato l’analogo problema della manualità in un altro corso di laurea nel quale comunemente si ritiene che sia indispensabile?
Abbiamo formulato questa domanda al prof. Giacomelli (Direttore del Dipartimento di Fisica) prendendo spunto da un precedente famoso: quello del prof. Stephen Hawking, professore di Matematica e responsabile del “Gruppo di relatività” al Dipartimento di Matematica applicata e Fisica teorica all’Università di Cambridge. Questo insigne uomo di scienza è stato colpito da sclerosi laterale amiotrofica, male che devasta i muscoli, che si atrofizzano e si rattrappiscono, non obbedendo più agli impulsi del cervello. Quindi per esplicare la propria attività scientifica si serve di altri studiosi in fisica che trascrivono e ripetono a voce alta quanto viene detto da Hawking. Dobbiamo precisare che il prof. Hawking è stato colpito da questa malattia dopo aver terminato gli studi universitari nel corso dei quali aveva già dimostrato tutte le sue potenzialità nel campo della ricerca. Il prof. Giacomelli ci ha risposto che “una persona come Hawking è a un livello eccezionale come attività di ricerca per cui penso che l’accetterebbero tutti. Però chiaramente se fosse ad un livello inferiore ho l’impressione di no. Sarebbe accettato nei momenti in cui uno parla di ricerca altrimenti ho dei dubbi”. Comunque il prof. Giacomelli non ritiene che il problema della scarsa manualità possa essere discriminante relativamente alle possibilità di frequentare e sostenere gli esami di fisica per uno studente disabile: “Ritengo che la stragrande maggioranza dei docenti non avrebbe difficoltà fino a quando il numero degli studenti disabili fosse ridotto, uno, due o tre, mentre se questo numero aumentasse nascerebbero dei problemi, perché la questione dovrebbe essere discussa nei consigli di corso di laurea, poi nel Dipartimento e così via”.
L’opinione secondo cui i problemi debbano essere risolti soltanto quando si verifichi una certa continuità di iscrizioni nel tempo è condivisa dal prof. Barbiroli (Preside di Economia e Commercio) il quale ci ha detto che presso la loro facoltà finora si è presentato solo qualche caso sporadico di studente handicappato che comunque conservava una certa manualità, per cui non avevano sentito la necessità di dare una risposta istituzionale a tutti quei problemi tecnici che possono verificarsi con l’iscrizione di uno studente handicappato fisico grave (come le difficoltà fonetiche all’esame, l’incapacità a scrivere). Il prof. Barbiroli ritiene che questa risposta istituzionale si possa dare solo se “la questione si ponesse in maniera significativa o quantomeno ripetuta, anche se fosse uno studente solo all’anno però uno ogni anno”. Questo dimostra ancora una volta che tutto è lasciato alla volontà dei professori e di coloro che si prestano a collaborare con lo studente handicappato perché possa con una certa regolarità frequentare le lezioni e sostenere gli esami. Infatti è impensabile che un numero cospicuo di studenti handicappati si iscrivano ogni anno ad una facoltà universitaria. Non vogliamo negare che la buona volontà dei docenti e di tutti coloro che ruotano attorno all’esperienza universitaria di uno studente disabile sia necessaria, tuttavia ci sembra che questo atteggiamento provochi un continuo rimandare di tutti questi problemi e quindi un non voler affrontare in modo organico la tematica della presenza di studenti handicappati (anche gravi) all’Università.
Le facoltà che genralmente affrontano le questioni che derivano dai problemi che interessano l’intera popolazione universitaria come ci ha ribadito il prof. Barbiroli: “Di fronte ai problemi enormi che noi abbiamo in una facoltà come questa (Economia e Commercio) dove la scarsità delle aule è diventata una situazione pressante, difficilmente si riesce ad affronteare un problema così rilevante, ma così circoscritto quantomeno nell’entità, come la presenza di studenti handicappati”.

16. I limiti culturali all’inserimento

A cura di Maurizio Serra e Stefano Toschi

Novecento anni fa probabilmente sarebbe stato impensabile che una persona handicappata fisica frequentasse l’università. Ora questa mentalità è un po’ cambiata anche grazie al progresso culturale di cui l’università è stata una culla. Quali difficoltà ci sono ancora all’interno di questa struttura che impediscono il pieno inserimento delle persone portatrici di handicaps nel campo dello scibili umano?

Il prof. Susini ritiene che “vi sia una pi-grizia nell’apparato istituzionale che continua a considerare il luogo dove si accumula il sapere esclusivamente finalizzato a professioni che esigono un optimum di rendimento fisico e non considera invece come l’accumulo del sapere e la sua elaborazione critica può specialmente oggi, avendo a disposizione dei mezzi straordinari di comunicazione, verificarsi anche attraverso professioni diverse, impieghi diversi, dalle comunicazioni di massa alla produzione culturale. In questo settore il portatore di handicap può dare in una maniera eccellente. (…) Si pensa al bibliotecario non già come uomo di pensiero che sa governare culturalmente la biblioteca ma al bibliotecario esclusivamente come a colui che distribuisce libri e riviste, si pensa al professore non già come colui che può mettere il suo pensiero a disposizione di una platea didattica anche senza disporre dei mezzi di comunicazione tradizionali ma solo come colui che sale sulla cattedra e fa -“Silenzio”! -. Sono i modelli che vanno rivisti e vanno allargati”. Il prof. Benvenuti (Dipartimento di Sociologia) ha individuato la radice delle difficoltà “culturali” che uno studente disabile incontra nell’Università nel persistere di “un senso di pietà o di assistenzialismo nei confronti degli studenti handicappati”. Secondo lui non esistono ostacoli chiari, o meglio, quegli ostacoli che alcuni pongono in modo esplicito sono taciuti dalla gran maggioranza “perché si vergognano per un presunto istinto di pietà”. Queste due risposte sono, a nostro avviso, molto valide perché mettono l’accento sulle barriere culturali che esistono ancora all’interno dell’Università. Secondo noi le difficoltà create da una mentalità pietistica sono difficilmente rimovibili, più ancora delle barriere architettoniche vere e proprie dato che questo conservatorismo culturale ci sembra ancora molto vivo. Gli altri docenti intervistati, sempre riguardo a questa domanda, hanno invece posto l’accento sulle barriere architettoniche che impediscono l’accesso e la frequenza degli studenti handicappati all’Università. L’analisi ed il confronto delle risposte che ci sono state fornite ci permette di introdurre il discorso delle barriere architettoniche con le quali ogni studente handicappato fisico dovrà fare i conti lungo tutto l’arco della sua permanenza all’interno di questa istituzione.

14. Al maestro non far sapere…..

di Giovanni Cocchi e Graziella Roda

Ancora scuola, ancora insegnanti di sostegno: una testimonianza di come il “mestiere si vive”: qual è l’atteggiamento da assumere? Quali cambimaenti intervengono sulle persone che svolgono questo lavoro? È probabilmente questo il versante in cui si collocano le maggiori difficoltà e non solo in relazione alle propensioni indiviuali: un’impreparazione nel porsi rispetto all’alunno handicappato, rispetto ad un rapporto che comunque implica il mettersi in discussione. Alla fine però c’è anche chi scopre una piccola, semplicissima regola.

Prendiamo il titolo del nostro intervento, con una leggera modifica, da quello dell’incontro tenutosi al Gramsci di Bologna, il 19/1/88: “All’handicappato non far sapere…” (che è cresciuto, che ha diritto a frequentare la scuola superiore e ad avere un lavoro dignitoso, ecc.).
Lo usiamo per introdurre una seconda riflessione sulla nostra esperienza di integrazione nella scuola elementare. La precedente era condotta sul mestiere, su come esso si fa. Stavolta invece vorremmo soffermarci un momento parlando di come il mestiere si vive.
Si è parlato spesso della impreparazione degli insegnanti sulla questione dell’integrazione, e lo si è fatto intendendo sempre che essi non possiedono gli strumenti culturali, generali e specifici, e quelli operativi, per condurre in porto costruttivamente un rapporto educativo e didattico con un bambino handicappato e con la classe di cui egli fa parte. Ciò è in molti casi drammaticamente vero e fa parte di una precisa politica di abbandono della scuola di stato più volte denunciata dagli stessi insegnanti.
Vi è però un altro settore di impreparazione, a nostro parere e per la nostra esperienza, ancora più pericoloso per le ripercussioni che può avere proprio sulle persone più umanamente disposte e sensibili. Vogliamo fare un esempio. Una collega, sapendo che ci occupiamo di integrazione da diverso tempo ci ha raccontato di una sua esperienza.
Entrando in supplenza in una classe vi ha incontrato un bambino focomelico. La sua reazione, per tutto il giorno, è stata di dolore, di angoscia, di “chiusura di stomaco”. E di questo si è sentita, e si sentiva parlandone, profondamente colpevole. “Come? – diceva – io sono contro la discriminazione, a favore dell’integrazione e ritengo mio dovere impegnarmi e lavorare con questi ragazzi. Allora, perché ho reagito così?”… e si angosciava. Era il suo primo impatto con un bambino handicappato. Cominciava a temere il secondo.
Altro esempio. Un neuropsichiatra, presentandoci un bambino in situazione di handicap, ci ha detto: “Soprattutto , non fatevi coinvolgere”. Allora, crediamo che ci sia bisogno di molta riflessione collettiva su questo. Se per “farsi coinvolgere” si intende farsi inghiottire dai problemi ed annegarci dentro, è evidente che occorre evitarlo.
Rifuggire da atteggiamenti caritatevoli, missionaristici, spontaneistici, è il primo insegnamento della pedagogia conduttiva. Tuttavia chi è già passato più volte attraverso esperienze di integrazione sa che dentro di lui accadranno delle cose, sa che uscirà dall’esperienza diverso da come era entrato. Sa che ci saranno momenti di paura, di dolore, di fatica, di rabbia e di angoscia. Sa che proverà sentimenti forti. Sa che avrà voglia di fuggire. SA PERÒ ANCHE ALTRE COSE.
Sa che un rapporto educativo non può sfuggire alla regola della verità; che nessuno deve voler essere quel che non è, esattamente come non dobbiamo pretendere dai nostri ragazzi che siano altro da se stessi. Quel che agli insegnanti NON VIENE FATTO SAPERE è che solo a partire dalla propria sincerità con se stessi si può costruire un valido rapporto.
Non viene loro detto che, avanzando lungo la strada e continuando con serenità ed impegno a fare il proprio mestiere, potranno trovare le risorse di forza necessarie a superare anche le paure.
Non gli viene fatto sapere che la rabbia potrà diventare voglia di lottare, che il desiderio di fuga si farà impegno nel lavoro, che l’angoscia si scioglierà, e presto, nella bellezza di un rapporto umano basato sulla sincerità e di un mestiere che rimane importante come pochi.
È questa, crediamo, la sempre maledetta “solitudine” di chi lavora nell’integrazione, questa “negazione a sapere”.
Solitudine istituzionale e quindi colpevole per chi avrebbe il dovere di preparare gli insegnanti non solamente su specifiche “tecnologie” didattiche ma anche su come si troveranno ad essere persone davanti ad altre persone. Per chi dovrebbe e non fa, né l’una né l’altra cosa.

2. Handicap in Russia: una ricerca Usa

di Grazia Marinelli

Tra il materiale che ci è pervenuto dai vari stati europei e non, sulla tematica handicap e risvolti sociali ed educativi, ci è parso abbastanza interessante riportare alcune parti di uno studio sull’Unione sovietica svolto dall’università del Michigna (U.S.A.) nel 1987. Si tratta quindi di informazioni non prelevate dalla fonte diretta, ma di seconda mano, poiché di fatto fino ad ora, l’U.R.S.S. non ha pubblicato o divulgato notizie specifiche sull’argomento.
Anche sulla Perestrojka di Mikhail Gorbaciov, viene fatto solamente un breve accenno ai problemi della sanità e all’intenzione futura di potenziare e migliorare i servizi sanitari pubblici in tutto il paese.

Un esame dei quadri statistici sull’educazione dei soggetti portatori di handicap in Unione Sovietica, mostra che esistono scuole speciali per handicappati fisici e mentali e regole ben precise definiscono i criteri di ammissione a tali scuole. Il Dizionario Difettologico pubblicato dalla Accademia delle Scienze Pedagogiche, definisce con precisione ogni handicap: dal parzialmente udente al ritardato mentale.
La letteratura occidentale sulle scuole russe ha accettato le descrizioni ufficiali di come tutti i bambini vengano esaminati al fine di rilevare disabilità fisiche e mentali, per essere successivamente inviati a scuole speciali, corsi educativi di addestramento o terapia.
Si suppone che i genitori russi accompagnino i loro figli a scadenze regolari in determinate cliniche per effettuare degli esami, prima di iscriverli alla scuola all’età di 6/7 anni.
In questo modo se l’iter viene seguito correttamente, si può-scoprire per tempo se il bambino è portatore di qualche tipo di disabilità.
Le scuole speciali sono divise per handicap specifico; vi sono scuole per muti, per parzialmente udenti, per bambini con problemi di linguaggio, per parzialmente vedenti, per handicappati fisici, per ritardati mentali educabili.
Le scuole per bambini con handicap multipli o gravi e ritardati mentali non educabili sono delle strutture tipo “internati”, gestite dal ministero della salute pubblica e della sicurezza sociale delle varie repubbliche.
Ciò che manca sono dati reali su: Quanti sono gli handicappati fisici e mentali in U.R.S.S.? Come sono cambiate le cifre nel tempo?
Qual’è la distribuzione regionale degli handicap?
Le uniche notizie ricavate sono che la scolarizzazione degli handicappati è maggiore nelle regioni con un più alto livello economico, anche se appare incredibile la maggiore presenza di bambini handicappati nelle regioni più sviluppate.
Anche per quel che riguarda la definizione di handicap in molti casi essa è relativa, poiché può in realtà essere una condizione non permanente ma temporanea. Certo è che questa ambiguità di definizione non si verifica solo in Unione Sovietica.
Negli Stati Uniti ad esempio per stabilire il numero di persone gravemente ammalate in un dato periodo di due settimane, viene posta questa domanda:
“Ci sono stati giorni nei quali a causa della malattia, ha dovuto interrompere la sua attività lavorativa?” È chiaro che il ferimento di un dito può interferire nella attività lavorativa di un violinista, ma non di un radio-annunciatore. Alcune ricerche sui pensionati in Unione Sovietica, indicano che la maggior parte di essi ha interrotto l’attività lavorativa per motivi di salute; ma si è scoperto che essi potevano essere reintegrati, soprattutto quelli in età non pensionabile, cambiando tipo di lavoro.
Uno studio russo sulle persone disabili al lavoro, mostra che ad un secondo controllo esse non erano più totalmente disabili ma solo parzialmente, in quanto al momento del primo controllo erano affette da deficit temporanei.
La riabilitazione fu più attuabile presso i “colletti bianchi” che tra i “lavoratori operai”.
In Estonia, anno dopo anno furono riscontrate delle percentuali di disabilì maggiori che nelle altre due regioni vicine, Latvia e Lithuania, simili in tutto e per tutto alla prima in quanto a paesaggio demografico, potenziale economico e servizi pubblici, per cui risulta significativa la distribuzione degli enti aventi funzione riabilitativa piuttosto che l’effettiva suddivisione regionale delle persone disabili.

Bibliografia:
“Education of the handicapped in the USSR: Exploration of the statistical picture” University of Michigan and Princeton University.

7. Proposta degli opertatori per l’handicap adulto

a cura del Collettivo Centro Diurno Handicappati USL n.27 Bologna Ovest

Proliferano da qualche tempo documenti e riflessioni sugli handicappati “gravi” in età adulta e sulle possibili risposte. Non a caso i primi centri italiani risalgono a 20 anni fa e quindi, i bambini di allora sono diventati grandi, i loro genitori sono invecchiati, le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro sono inesistenti, la riabilitazione viene sostituita dal “mantenimento”.
Dall’altra parte ci sono le persone che lavorano nei centri per “gravi”: qualcuno di loro non si rassegna alla logica dell’assistenzialismo, non ingurgita acriticamente i progetti degli enti locali, non si lascia andare alla routine. Anzi , qualcuno pensa, produce, propone: ecco ad esempio qualche spunto teorico sull’handicap in età adulta, uno stralcio della relaizone annuale dle centro diurno di via Tovaglie, uyn centor per gravi, appunto!

Ci pare inevitabile cercare di far luce su alcune questioni di fondo relative all’handicap in età adulta ma non solo; ed è stata proprio la lettura dettagliata di alcuni scritti prodotti dagli Enti Locali sulla questione, ad acuire il bisogno di approfondire di più. Ci siamo imbattuti infatti in una grande confusione terminologica a cui è sottesa, ci sembra, una scarsa chiarezza concettuale; vorremmo allora esprimerci in merito a tutta una serie di questioni di fondo sulle quali abbiamo riflettuto e scritto in questi anni di lavoro, sperando di stimolare un dibattito più allargato che coinvolga non solo i livelli teorico-politici. Siamo fermamente convinti infatti che per progettare servizi per disabili in età adulta non si possa prescindere dal confronto con le diverse realtà operative, dalla loro esperienza, dalle loro riflessioni su di essa; se così si fosse fatto si sarebbe evitato di proporre soluzioni marcatamente assurde (ad es.: documento A: lavoro a domicilio con rapporto 1 a 25, documento C: calcolo della metratura per le strutture semiresidenziali sulla base di una specie di “spazio vitale” per utente).
Ma sarebbe inutile procedere ad una critica analitica punto per punto dato che il problema sta nei presupposti di base utilizzati per stilare queste liste di requisiti formalmente precise, ma concettualmente confuse. E allora veniamo ai presupposti. Abbiamo rilevato che, seppur sporadicamente, compaiono posizioni teoriche che contribuiscono a fare chiarezza; è un peccato però che si trovino sistemate in appendice e spesso contraddette anche nell’ambito dello stesso scritto (Doc. A: “La disabilità è il deficit subito dalla persona, l’handicap è la barriera che il contesto sociale oppone al disabile; non necessariamente quindi tutte le persone disabili sono handicappate, sono però la fascia più a rischio”).
Questa sottolineatura del carattere politico e culturale dell’handicap (approccio funzionale) dovrebbe essere il punto di partenza di tutte le riflessioni; differenziando disabilità ed handicap, infatti implicitamente si critica un ordine sociale che vuole individui omologhi, ugualmente produttivi, che misconosce la diversità (un problema di tutti, non solo dei “diversi”) che riversa i suoi vizi di fondo sulle fasce sociali più deboli dichiarandole poi malate, cattive, perverse e isolandole da sé con la violenza fisica (carceri, manicomi, etc.). Se si presuppone tutto questo si dice implicitamente che è la società ad essere malata, non i disabili, non i “diversi”.
Vi sono infatti due logiche che si fronteggiano escludendosi a vicenda e sono quelle dell’eccezione e quella dell’integrazione. O si considera il disabile, il diverso come un’eccezione e allora si potranno studiare per lui soluzioni anche avanzatissime tecnologicamente e superassistite che potranno fruttare eventualmente qualche voto in più, ma che rimarranno inevitabilmente qualcosa di estraneo rispetto alla società, oppure si considera il disabile una occasione di critica dell’ordine sociale, un’opportunità di cambiamento. E una società con delle eccezioni non sarà mai una società per tutti.
Non vi sono infatti vite che valgono di meno o di più, vi sono esperienze diverse. Tutte le situazioni sono complicate, ma per le vite “normali” ci sono schemi interpretativi già pronti, e per quanto banali possano essere, essi vengono utilizzati. Per le esperienze di vita di persone che non rientrano in questi schemi ci si trova di fronte alla sfida della complessità, che non si è più abituati ad accettare. È in questo momento che è forte la tentazione a considerare eccezioni queste persone, abituati ormai a rimuovere le nostre diversità e a sentirci normali. Con questo non si vuole saltare a pie pari la realtà della lesione, della disabilità, si vuoi solo far notare che quando ci si trova di fronte ad una disabilità rilevante si è spesso ai limiti delle possibilità di comprensione dell’uomo: si tratta di un incremento della difficoltà non di un’eccezione.
La disabilità come eccezione permette di confermare la regola ed è questo il punto.
Se ogni esistenza ha lo stesso valore, allora per ogni esistenza ha senso che vi sia un progetto ed una storia. Ma vi sono situazioni talmente gravi e compromesse da giustificare l’interrogativo “ne vale la pena?” oppure “ha senso progettare se la sua comprensione del reale è così limitata?”. Noi siamo convinti che esista una quota notevole di imponderabilità nella comprensione di ciò che le persone sentono e capiscono, al di là di tutti i test psico-diagnostici o dei giochi di simulazione a cui non si nega valore. E lavorare ai confini della comprensione implica un atteggiamento possibilista: è sempre possibile l’azione educativa, è sempre possibile il progetto. Nulla giustifica l’assistenza come semplice mantenimento in vita.
Questa prospettiva elimina la logica della separazione tra attività educativa (o più correttamente “pedagogica”) e attività assistenziale correlata alla “gravita dell’handicap”: quella secondo cui oltre una certa “gravita” non vale più la pena di progettare ma è sufficiente assistere. L’assistenza intesa come serie di pratiche che si è obbligati a svolgere per mantenere in vita una persona può senza dubbio essere un ambito importante (a volte quasi l’unico) entro cui organizzare l’attività pedagogica, entro cui progettare. Su questi termini (assistenza, educativo, pedagogico) c’è infatti a nostro parere una notevole confusione: nei documenti sopra citati c’è la distinzione tra attività educativa ed attività assistenziale in relazione alla “gravita dell’handicap”, cosa che noi non condividiamo, ma non compare mai, ci pare, il termine “pedagogico”. Non è un caso. Piero Ber-tolini nel suo testo “Pedagogia e scienze umane” (CLUEB) fa notare che l’azione educativa può essere del tutto casuale. Tutto educa: una caduta, una contravvenzione etc.; l’azione pedagogica viceversa ha come sua caratteristica peculiare la riflessione sull’azione educativa e quindi la fissazione di obiettivi, l’elaborazione di strategie per raggiungerli, la verifica dei risultati.
Se pensato in questo modo il rapporto tra assistenza ed attività pedagogica non ha più i contorni dell’antinomia: l’assistenza può essere considerata un sottoinsieme dell’attività pedagogica; questo le toglie quel carattere di rinuncia che in genere la caratterizza e permette di recuperare positivamente questa dimensione della relazione con l’utenza. Diviene allora possibile pensare ad un progetto educativo anche per una persona portatrice di una disabilità molto grave: ha senso progettare una evoluzione possibile anche per chi non ne comprende il senso, se questo può dare la possibilità di essere maggiormente presente a se stesso ed agli altri.
È evidente che da queste premesse deriva un’immagine del centro diurno molto diversa da quella che ci viene proposta dai documenti presi in esame; lo si può definire luogo di progettazione e di sperimentazione. Questo implica un’utenza differenziata sia come tipologia della disabilità, sia come “gravita” della lesione: non si potrebbe più parlare, finalmente, di “centro per gravi”. Da esso potrebbero uscire proposte per risolvere problemi abitativi, lavorativi/occupazionali, di assistenza di base degli utenti, cercando di pensare a soluzioni che prevedano un’uscita dal centro a vantaggio di una integrazione reale nella vita.Pensiamo che dovrebbero essere comunque evitate le soluzioni residenziali che finiscono spesso per diventare dei piccoli istituti.
Non è passato molto tempo da quando Andrea Canevaro, in una tranquilla chiacchierata ci raccontava due episodi che vogliamo riportare. Il primo riguarda la chiusura, in Francia, di un istituto di disabili; in questo caso per ogni utente è stata progettata una soluzione abitativa e lavorativa: l’equipe che via ha lavorato ha saputo sfruttare tutte le risorse di cui l’ambiente disponeva (trovate anche attraverso annunci sulla stampa). Questo fatto fa emergere un altro punto importante: non si può fare a meno, per elaborare progetti individuali, di conoscere in dettaglio tutte le risorse che il territorio può offrire. E ci pare che in nessuno dei tre documenti analizzati sia presente la prospettiva di un lavoro di ricerca sulle opportunità di integrazione che l’ambiente sociale può offrire, ricerca mai fatta una volta per tutte, sempre da ripensare e da adattare ad ognuno. Il secondo caso è quello di un ragazzo a cui è venuto a mancare il genitore che si occupava di lui e per il quale sono stati pensati e trovati sul territorio diversi sostegni che uniti insieme hanno ricreato l’appoggio che lui aveva in precedenza (almeno a livello materiale): in questo caso si è evitata l’istituzionalizzazione e , cosa ancora più importante, si è dimostrata la possibilità, attraverso un attento e intelligente utilizzo delle risorse esistenti, di trovare una soluzione ad hoc per questa persona.
Nei documenti esaminati abbiamo infatti riscontrato la carenza di analisi delle possibilità del territorio anche per ciò che concerne il lavoro. Da un lato si sostiene che i laboratori protetti e le cooperative di lavoro non offrono percorsi di reale integrazione, dall’altro si ipotizzano soluzioni che vanno dal lavoro protetto in azienda, al lavoro protetto in un centro fino ad arrivare al lavoro a domicilio. Così si rischia, pur sostenendo l’indispensabilità di uno sbocco occupazionale anche per i più “gravi”, di difendere la logica che permette l’accesso ai luoghi reali di lavoro solo alle persone lievemente disabili e che confina gli altri “più gravi” nei luoghi della “produzione simulata” o peggio ancora del lavoro nero.
Noi vorremmo opporre a questa logica quella che rivaluta un tipo di produzione diversa da quella del profitto: la produzione di relazioni umane. Essa è fondamentale e connaturata al lavoro, alla sua dimensione sociale e costituisce lo sfondo di ogni attività lavorativa vera e propria. È necessario quindi metterla in conto quando si cerca di risolvere un problema di inserimento lavorativo od occupazionale: solo attraverso lo sfruttamento di tutte le opportunità che l’ambiente circostante offre, il collegamento di tutte le realtà che si occupano del problema, il coinvolgimento a pieno titolo nella programmazione cittadina dei servizi, tutto ciò potrà avere qualche prospettiva. Ed è proprio partendo da questa produzione di relazioni umane che abbiamo capito che la presenza di persone “diverse” nella realtà di tutti renderebbe un servizio alla collettività in termini di crescita culturale, politica, sociale, umana di grande valore. Perché saremmo obbligati, tutti, a renderci conto che volendo educare loro educhiamo anche e innanzitutto noi stessi: alla tolleranza, all’accettazione della diversità che esiste anche dentro di noi, all’elasticità mentale, alla semplicità ed all’ironia.

“Oggi arrivano i mongoli!”

di Claudio Imprudente e Elio De Nigris

“Questa mattina ci siamo incontrati con due giovani handicappati fisici. Prima di entrare nalla sala dove si trovavano avevo timore che essi mi impressionassero. Infatti appena li ho visti questo è accaduto, ma dopo un po’ l’impressione non l’avevo più. I due handicappati si chiamavano Claudio e Alberto e i due uomini che li assistevano erano Elio e Andre”.

Questo stralcio del tema di Antonella, della IV classe della scuola elementare Bottego (Bologna), è il frutto di uno degli incontri del “Progetto calamaio -incontro con l’handicap a scuola” durante i quali, dopo aver trascorso un po’ di tempo con i ragazzi (delle elementari, medie o superiori a seconda dei casi), abbiamo chiesto loro di dare un seguito all’esperienza iniziata con temi, poesie, riflessioni inerenti agli argomenti sviluppati. Così, partendo da questo scritto dì Antonella, vorrei invitarvi a qualche riflessione.
Proviamo a metterci nei panni di questa ragazzina tenendo presente che ei rappresenta il “ragazzo tipo” a cui 3 rivolto il “Progetto calamaio”, seguiamola a casa:
“… È già suonata la sveglia, devo andare a scuola. Ma ancora due minuti, dai mamma, stamattina ho proprio sonno! Ma, un momento: oggi non devono arrivare gli handicappati? Handicappati?! Cavolo, mi ricordo la faccia del direttore quando ci ha detto: -Sono impressionanti – era tutta conciata quasi sudata. Ma forse è meglio stare tranquilli, saranno persone come noi… Ma se sono persone come noi perché li chiamano handicappati? Ci sarà un motivo. Persone? In fondo non si possono chiamare persone, sono handicappati. Chissà come hanno la bocca, forse alla King Kong; ma ho paura di quel mostro, era così brutto. Stamattina non ho proprio voglia di andare a vedere gli handicappati e poi chi me lo fa fare? La maestra mi ha detto di essere carina con gli handicappati e quando ho tentato di domandarle il perché lei mi ha subito scodellato queste parole: – Con loro devi sempre essere carina… Buona questa bricche col capuccino, avevo una fame; a proposito! Chissà se mangiano gli handicappati e che cosa mangeranno. Distingueranno il dolce dal salato? Secondo me gli preparano uno zuppone con bricche, bistecca, cioccolata, budino, maionese e poi giù nella bocca da King Kong. Brrrr. Che schifo! La maionese con la cioccolata! Sono proprio curiosa di sapere come fanno a mandare giù. Ciao mamma, io vado”.
Per un attimo usciamo da questa drammatizzazione cercando di individuare due aspetti fondamentali che sono già presenti. Prima di tutto la non conoscenza e quindi la paura del diverso e secondariamente la curiosità suscitata dalla diversità. Prendiamo in esame un tema scritto da un alunno di una scuola media: “In un recente incontro svolto nell’ambito scolastico si è tenuto un lungo colloquio tra un ragazzo handicappato e noi. Un nostro primo giudizio su di lui fu negativo perché lo vedevamo come una “cosa” e non come la persona che effettivamente era. Probabilmente in un primo momento ci siamo lasciati condizionare dalla sua diversità e dalla forma fisica contorta e non dalle sue capacità di esprimersi e di comunicare con noi anche se non in maniera normale. Finito l’incontro però siamo riusciti ad apprezzarlo per quello che era interamente e lo dimostra il fatto che all’uscita tutti lo abbiamo salutato con un semplice ciao”. (Giacomo, scuola media S. Venanzio – Bologna).
Se in un primo momento la diversità è oggetto di curiosità, vediamo come in seguito essa diviene stupore. Sappiamo bene che la curiosità nasce motivata da un desiderio di conoscenza, di sapere, di attenzione per una cosa insolita, mentre lo stupore è la conseguenza di una certa situazione che sviluppa in noi quel senso di grande meraviglia che ci colpisce lasciandoci attoniti.
Per concludere il nostro cammino attraverso gli atteggiamenti riscontrati nei vari incontri del “Progetto calamaio” con le diverse fasce d’età dei ragazzi, ecco un brano tratto da uno tema di una studentessa di una classe media superiore.
“Solo parlandoti ci siamo rese conto che il tuo modo di vedere la vita mette in crisi tutti i nostri pregiudizi e ci obbliga ad andare in fondo alla ricerca della verità… Sicuramente la tua esperienza ci è stata d’esempio per capire che bisogna accel tarsi sempre e comunque indipedentemente da quello che ci riserva la vita… Grazie quindi per avere dato l’opportunità di fare i primi passi verso questa nuova concenzione della nostra vita”.
Ora, con quest’ultimo scritto, si aggiunge ai precedenti tre termini pre; in esame, paura, curiosità e stupore un quarto: la realtà obiettiva dell’handicap e quindi la verità. Dalla mia esperienza mi sono accorto che ogi persona quando si rapporta con l’handicap si trova di fronte a quattro fasi.
La paura dell’handicap ed il conseguente rigetto della diversità, rifiuto che viene in parte alleviato dalla fase successiva che si presenta con la dominante della curiosità; è proprio quest’ultima che catalizza il rapporto tra la persona handicappata e quella normale. Segue a questo punto la tappa in cui chi si rapporta con gli handicappati tende a considerare questi ultimi come super-persone, stupendosi delle loro capacità. Infine a mio avviso ci si imbatte nella tappa più delicata che chiamerei la fase della verità che consiste nel saper calibrare gli atteggiamenti di rifiuto a quelli supervalutanti, insomma nell’accettare la persona handicappata in quanto persona e non per la sua particolare condizione handicappata. Ovviamente queste considerazioni sono un’interpretazione dettata sia dalla mia personale esperienza che dalla mia sensibilità e quindi tali riflessioni devono essere intese come possibile percorso a cui rifarsi per poter meglio sviluppare con proprie conoscenze e mezzi una nuova cultura dell’handicap.

Strade residenziali per una città migliore

di Riccardo Merlo, docente di edilizia scolastica

Il concetto di prevaricazione nei confronti del più debole è particolarmente calzante per la città così come la stiamo vivendo oggi. L’elemento forte, il traffico automobilistico, ha il sopravvento su tutto: sottrae spazio ai pedoni e ai mezzi leggeri, uccide, avvelena la città e il verde, danneggia i cnetri sotrici e le periferie, snatura completamente lo spazio abitativo. In una città di questo tipo la situazione del portatore di handicap è certamente peggiore, ma non molto diversa da quella di qualsiasi cittadino che la percorra a piedi. Ancora una volta la città più civile, che provveda alla salvaguardia di chi è in difficoltà, è la città migliore di tutti. Ancora una volta il problema consiste non solo nelle barriere architettoniche, che pure devono essere eliminate, ma nel rendere abitabile ogni parte dello spazio urbano.

Se osserviamo una fotografia della fine dell’800 di una strada qualsiasi dei nostri centri storici rimaniamo colpiti, non tanto dalle abitazioni, che si sono conservate spesso integre fino a noi, ma dal piano stradale, dalle pavimentazioni, dall’uso che se ne faceva, dall’arredo urbano. Lo scarso traffico di carri e carrozze era limitato alle grandi strade di attraversamento o alle grandi piazze dove si svolgeva il mercato. Carreggiate in lastre di pavimentazione lo delimitavano nettamente dai piani in acciottolato. Fittoni di pietra proteggevano i sagrati, le aree pedonali, i portici. Le strette strade minori non avevano marciapiedi e l’acciottolato correva fino contro i muri delle case. Queste strade, come quasi tutta la città erano percorse a piedi da una folla mista di artigiani, donne, venditori, bambini, vecchi, in un amalgama di attività ludiche e lavorative oggi impensabile. Le strade non avevano marciapiedi perché erano usate quasi esclusivamente dai pedoni e costituivano, con le abitazioni prospicenti, un sistema unitario in cui attività comunitarie e private si integravano strettamente. Chi ha più di quarant’anni ricorda come fino agli anni ’50 la strada fosse ancora la sede naturale di gioco per i bambini: la palla, i vecchi giochi tradizionali, il gioco libero. Per donne e anziani era naturale portare fuori le sedie e conversare. La strada era il luogo in cui la comunità poteva incontrarsi e vivere tranquillamente: bambini, anziani o svantaggiati vi potevano trovare aiuto in caso di bisogno. Costituiva un elemento di coesione tra i quartieri della città perché la bicicletta, il veicolo dominante, non interferiva in modo rilevante con la vita comunitaria.
L’auto privata ha distrutto così in fretta tutto questo, che non abbiamo saputo prendere provvedimenti per sanare il degrado di una situazione completamente nuova. Oggi la città è disarticolata dal traffico che ha creato fratture fra gli isolati; i marciapiedi si sono resi indispensabili; i più deboli sono relegati in giardinetti che sembrano isolette in un mare ostile che rischia di ucciderli in ogni istante e li avvelena. Tutte le strutture pubbliche sono raggiungibili a fatica e soffocate dai parcheggi.
La città come organismo unitario integrato è oggi distrutta ma non irreparabilmente e le immagini del passato ci forniscono suggerimenti ancora validi che è possibile mettere in atto. Fino ad alcuni anni fa gli urbanisti non sono stati molto lungimiranti quando hanno considerato il tracciato stradale per l’auto come l’unica possibilità di integrazione fra i servizi, gli spazi pubblici e le residenze della città. Non hanno tenuto conto che una fascia sempre più ampia di popolazione, bambini, anziani e disabili, può spostarsi solo a piedi o con mezzi leggeri come la bicicletta: di fatto sono stati emarginati da quote sempre più ampie della città.
È per questo motivo che anche nei comuni ben amministrati, dotati di assi tangenziali di traffico e di tutti i servizi necessari, si verificano situazioni in cui è difficile vivere la città nel suo insieme.
Occorre porvi rimedio partendo dal presupposto che la presenza massiccia dell’auto è un dato di cui si deve tener conto, ma che le nostre città storiche sono inadeguate a sopportarlo. Vi sono, tuttavia, sufficienti margini per superare questo conflitto e intervenire sull’esistente razionalizzando e recuperando percorsi, aree marginali e spazi vuoti non ancora utilizzati.
Le strutture pubbliche, ma anche le residenze, devono essere ricucite in una trama organica di percorsi pedonali e ciclabili (quindi adatti anche a chi ha difficoltà di deambulazione) separati dal traffico veicolare. In tal modo le aree verdi, le attrezzature sportive, i campi gioco, le scuole, le chiese, le biblioteche, le istituzioni amministrative e culturali potranno costituire non più una sommatoria di elementi separati dalle correnti di traffico, ma una struttura organica polifunzionale fruibile con molta più efficacia.
Accanto al sistema di circolazione veicolare è necessario affiancare, non necessariamente in coincidenza, una rete disponibile per i pedoni e i ciclisti che si snodi tra aree verdi, portici, giardini, cortili interni, edifici pubblici, zone residenziali e infonda nuova vita nel sistema dei servizi. Le cosidette “isole pedonali” devono cessare di essere isole e fare parte di un vero e proprio sistema di traffico alternativo. È necessario che la gente si riappropri della città in ogni suo aspetto. L’intero tessuto urbano deve poter essere considerato un potenziale spazio per il tempo libero di tutti. La città non deve essere quel luogo malsano da cui fuggire appena il lavoro lo permette e la cui responsabilità di gestione è affidata ad altri.
I grandi e piccoli centri hanno grandi possibilità di diventare luoghi piacevoli dove trascorrere momenti di svago ed esperienze di socializzazione e partecipazione che coinvolgano anche gli emarginati. Bambini, anziani, portatori di handicap hanno bisogno di zone di gioco e di ricreazione all’aperto vicine all’abitazione in cui possane soggiornare tranquillamente senza bisogno di una sorveglianza particolare. Si deve tendere a ricreare situazioni per molti aspetti anato ghe a quelle che hanno precedute la diffusione dell’auto.
È bene evidenziare la grande rilevanza che riveste la qualità, anche estetica, dall’arredo urbano, proprio a causa dell’intimo contatto con la gente Da questo punto di vista la città stori’ ca costituisce un esempio insuperabile.
È anche importante che i cittadini s sentano partecipi di questo processe di riprogettazione della città e vengano coinvolti nella scelta delle soluzioni.
Se le auto si sono brutalmente impossessate dell’intera trama viaria è necessario ripristinare una distinzione tra zone dove i veicoli possono circolare liberamente e zone in cui il pedone è protetto. In passato questa distinzione era evidenziata dalla presenza delle carreggiate, oggi è necessario porre con altrettanta chiarezza regimi differenziati per il traffico automobilistico di transito e per quello residenziale.
* Vi saranno assi principali di scommento e attraversamento in cui l’auto possa circolare liberamente e raggiungere anche velocità elevate.
* Le aree pedonali saranno completamente sottratte ai veicoli a motore.
* In alcune strade l’auto dovrà adeguare la velocità e l’uso del suolo alle esigenze del più debole, il pedone.
Questa terza situazione introduce alle interessanti esperienze delle “strade residenziali” che sono state condotte all’estero con l’obiettivo di imporre l’uguaglianza a tutti gli utenti della strada nelle zone a destinazione abitativa, di allontanare il traffico di transito e ridurre il numero dei veicoli in movimento. L’iniziativa, che ha l’obietivo di ripristinare la vivibilità degli spazi della città, ha una sempre maggiore diffusione e si basa su alcune premesse:
* La strada è interamente a disposizione di tutti gli utenti e non deve essere suddivisa longitudinalmente in marciapiedi, parcheggio e carreggiata. Le suddivisioni funzionali sono più complesse e ben caratterizzate: posteggi per le biciclette e per le auto dei residenti, spazi per andare a piedi, giocare, distendersi.
* Tutti gli utenti della strada residenziale, pedoni e automobilisti, godono degli stessi diritti. In caso di dubbio e il più debole che ha la precedenza sul più forte: il pedone sulla bicicletta, la bicicletta sull’auto.
– La strada residenziale non è prevista solo per la circolazione ma è uno spazio attrezzato anche a giardino, in modo che la gente sia invitata a sostare e soggiornare all’aperto. Adulti, anziani, bambini e, naturalmente, portatori di handicap possono usare quest’area senza incontrare pericoli, vicino a casa, sotto la sorveglianza di genitori e conoscenti.
Le strade residenziali hanno un regolamento e un segnale specifico che le evidenzia.
1 – pedoni possono usare tutta la superficie della strada ed è permesso giocare nella strada.
2 – La velocità massima dei veicoli è ridotta a 20Km/h.
3 – Gli automobilisti non devono creare inutili ostacoli alla circolazione.
4 – II parcheggio delle auto è consentito solo negli spazi appositamente previsti e segnalati. È importante rilevare come queste iniziative di recupero del tessuto urbano esistente all’uso di tutti, siano sorte per l’azione di comitati di cittadini residenti nelle zone d’intervento appoggiati dalle autorità locali e da associazioni che hanno fornito la necessaria consulenza tecnica. Questo deve farci ricordare come la partecipazione e il consenso dei cittadini siano la condizione indispensabile per rinnovare e rendere vivibili le nostre città.

La pedaggogia dello spigolo

di Giovanni Catti

Il bambino di fronte all’handicap, alla differenza. Giovanni Catti ce lo racconta a modo suo, come un maestro. Ma il discorso non finisce qua. Sul prossimo numero rimarremo in classe….Assieme alle difficoltà di inserimento che incontrano i bambini stranieri nelle nostre scuole.

Parliamo del diverso e del differente, di persone e di cose diverse o differenti, e degli astratti: la diversità, la differenza. Nel medesimo tempo parliamo di conoscenza, e più specificatamente dei principi, degli inizi della conoscenza. Il motivo del discorso è la nostra ipotesi, che una prima conoscenza sia significativa e valida in sé, e che il suo significato e il suo valore diano al soggetto una inclinazione per le ulteriori conoscenze, pur senza determinare queste ulteriori conoscenze. Quando può esserci una prima, ma vera e propria conoscenza?
Se possiamo distinguere ambiti di vita biologica, di vita affettiva e di vita superiore, dobbiamo anche notare la graduazione di questo emergere di vita dall’uno all’altro, all’altro ambito ancora. Sulla via di una vera e propria conoscenza, intanto conviene promuovere la formazione di un essere umano cosciente.
È probabile che fin dal grembo materno possano essere! in questo essere umano inclinazioni verso la sicurezza e/o verso la insicurezza: questo essere umano può essere inclinato, ma non è detto che sia determinato. La inclinazione verso la sicurezza può assorbire rincontro/scontro con il diverso, con il differente. La inclinazione verso la insicurezza può dar luogo a una elaborazione sproporzionata dell’incontro/scontro.
Fantastico, e forse irragionevole, il fenomeno del capriccio continuo a palesare gli affetti, nella complessità della vita.
II capriccio di fronte al diverso, al differente, è fisiologico, è salutare, entro certi limiti. Sono i limiti riconoscibili da chi regolarmente e fermamente scruta tutto quanto possa essere interpretato come segno di un universo inferiore esistente anche se non ancora palese. Veniamo alle buone abitudini, alla loro acquisizione, attraverso i motivi presentati in modo vivido, e dunque attraverso una ripetizione motivata. Tra le buoni abitudini c’è questo pudore, misurato in modo da favorire l’incontro e da evitare lo scontro con il diverso e il differente quanto al sesso.
La pattuizione, non il patteggiamento, sembra un criterio opportuno nel campo della nostra ricerca. Vengono in mente i “patti di pace” cari a Francesco di Assisi, e quindi viene in mente il modo nonviolento, costruttivo, di affrontare il conflitto, senza rimuoverlo, senza rifiutarlo.
È inutile, anzi dannoso, far conto che il conflitto non esista. Ma la pattuizione può aprirsi, dalla fedeltà all’amore, all’amore di offerta. La offerta gratuita, sperimentata a proprio favore, può dar luogo a un senso di gratuità, da praticare a favore di ogni essere umano, di ogni essere vivente, di ogni essere.
Paradossalmente si potrebbe parlare di una “pedagogia dello spigolo”. Quando una bimba, un bimbo, crescono in statura, e le loro teste arrivano all’altezza di molti spigoli, accade che ti siano scontri tra teste e spigoli. Conviene imparare a chiedere scusa allo spigolo, e non a punire lo spigolo. Lo spigolo esisteva prima che la testa b potesse raggiungere. Allo stesso modo si potrebbe considerare rincontro/scontro con il prato e con l’albero. Si può chiedere al prato di essere soffice, ma non all’albero. All’albero si può chiedere di essere duro, ma non al prato.
Una malintesa tendenza a concepire l’essere umano al centro del mondo può dar luogo al pregiudizio. Al di là di questo pregiudizio c’è l’orizzonte della varietà, del cosmo inteso come mondo ordinato, secondo un ordine da scoprire, e non da inventare individualisticamente.
Il diverso, il differente stupiscono, e almeno qualche volta lo stupore da luogo all’ammirazione. Ma altre volte da luogo alla sofferenza.
Anche la sofferenza è un conflitto, e c’è modo e modo di affrontarla. C’è un modo costruttivo, quando si fa del proprio meglio per prevenirla, ma poi si fa del proprio meglio per trame il maggior profitto possibile.
È il momento della scoperta di un universo interiore, di una consapevolezza di questa nostra possibilità di affrontare sofferenza e conflitto con fiducia. Conviene praticare la massima reverenza per questa crescita, racchiusa nell’intimo. Conviene nel medesimo tempo favorire la crescita indirettamente, e qui non è fuori luogo usare termini come atmosfera e clima. Con facile metafora si può ripetere che i messaggi più opportuni per una prima conoscenza del diverso, del differente, possono essere trasmessi allo stato aeriforme: quando significati e valori sono come stemperati, nell’aria, e con l’aria si respirano.
Verrà il tempo dello stato liquido, della conversazione.
Verrà il tempo dello stato solido, della lezione.

I primi sette anni 
Ci sembra opportuno collocare il nostro discorso sullo sfondo di una tavola fatta in modo da poter cogliere con un’unica occhiata i suoi elementi. Sono gli elementi della formazione di un essere nel suo primo settennio, e quindi si tratta delle disposizioni naturali, della formazione del carattere e del senso sociale. 

Disposizioni naturali
Le strutture affettive, i dispositivi sensoriali e della motricità si stanno sistemando. Può essere! un orientamento, verso la sicurezza, e/o un orientamento verso la insicurezza. Incominciano ad essere sperimentati stupori e sofferenze nel contatto con le cose. Si scopre un universo interiore dove può esserci fiducia e/o angoscia.

Formazione del carattere
II fenomeno capriccio richiede regolarità, fermezza negli atteggiamenti di chi promuove la formazione. Possono essere acquisite buone abitudini: pudore, energia, rettitudine, cortesia. Senza la tristezza e la noia della insistenza. Può essere acquisito il senso della gratuità. Un’atmosfera di serenità favorisce uno sviluppo sano; un clima di fiducia favorisce la rettitudine.

 Senso sociale
II mondo intero esiste ma non per obbedire soltanto a me: di questo è opportuno essere persuasi. Si possono vedere ed ammirare piante e fiori, alberi ed arbusti, animali nella loro varietà. È tempo di condivisione con altri, di giochi, di dolci. S’impara che c’è gioia nel dare più che nel ricevere.

Sospettosi, naturalmente riciclati

di Cesare Padovani 

Per meglio comprendere i problemi dell’emarginazione diventa sempre più indispensabile guardarci attorno con occhio critico per individuare alcune linee di tendenza della nostra “cultura sociale media”.
Linee che possono guidarci ad analizzare meglio (con meno passionalità e più ragione) fenomeni di intolleranza, assai diversi da quelli di razzismo, da quelli di aggressività contagiosa, di violenza, di guerra… Questo per ventagli di cause altrettanto differenti, anche se incrociate e spesso confuse, che possono trarre origine da fattori assai sotterranei: ora da fallimenti della pratica politica, ora da “furti” predeterminati di ideali, ora da accelerazione dei tempi di consumo di qualsiasi messaggio con la conseguente perdita del gusto dei dialoghi; ora infine da quel confondere benessere con spreco, qualità della vita con montagne di rifiuti, identificazione indotta dall’attuale viva e vigorosa cultura dei consumi.

Scart
Simbolicamente (ma non solo) persino una certa tendenza artistica, quella degli anni venti ancor prima di Andi Wahrol, ha mostrato quante cose possono essere fatte con i rifiuti e con gli scarti della società del benessere: dai collages alle bidon-villes, dai parchi Robinson alla pop art, all’arte funk, alla trash (arte povera e arte del rifiuto, dello scarto)… Questa controcultura del recupero quindi sta in posizione provocatoria o ironica – ma non più di tanto – nei confronti di una crescente (anarchia?) società dei consumi, con risultati però sconcertanti: quelli di provocare alla fine ben poco, anzi a volte di diventare spettacolo essa stessa e pertanto ulteriore motivo di consumo. Ed ecco il crescente! paradosso: anche la denuncia estetica (e culturale) al consumismo più bieco rischia di essere assorbita nel vortice di un consumismo ad alto livello.
Noi, allora, che desideriamo andare oltre le scene di questi spettacoli, che viviamo la cultura come processo di modificazione dei nostri comportamenti, non come puro esercizio intellettuale, ma come presa di coscienza dei fenomeni, noi potremmo prender atto di queste differenze: da una parte un “progresso” che produce montagne di rifiuti e milioni di emarginati, e dall’altra una qualità della vita che non considera “negativo” il non efficiente. Ed ancora: da una parte un “riciclaggio” di prodotti e di persone considerati scarti di un benessere, e dall’altra una pratica più intelligente e più umana (e certo più economica) di integrazione secondo cui persona, prodotto o messaggio, emergono nella loro autenticità per essere ascoltati, impiegati, assaporati per quel che sono, fino in fondo e senza sospetti.

Sospetti
Dal giorno in cui è scoppiato il caso Gladio ho ritagliato, con cura scrupolosa da più di un quotidiano, frammenti di testi, titoli, dichiarazioni di personaggi politici noti e meno noti, e persino aforismi da pagine sportive, in cui poter ravvisare apertamente il sospetto. Ognuno di noi, almeno una volta (dico una) nella vita, ha guardato sotto il proprio letto prima di andarsene a dormire. Il sospetto in effetti si riduce a questa irresistibile tentazione di “guardar sotto”, appunto quel sub-spicio che ti fa scoperchiare pentole, ti fa tirar via coperte, tetti, sigilli, segreti, matrioske, tovaglie, e ti fa sfogliare carte, per rassicurarti che quel che sospettavi era appunto vero.
Non occorre scomodare la psicopatologia, e neppure la sociopsicologia, per affermare che la cultura del sospetto si sviluppa e si dilata in periodi della storia in cui l’intrigo, il sotterfugio, la tensione fa sì che, anche facendo un concorso per sottousciere alle Poste o camminando in pieno centro storico, induce a guardarti “di traverso”, invita a guardarsi alle spalle come nei racconti di Lovecraftdove i mostri stanno sempre lì agli angoli delle strade. E’ patrimonio significativo di questo passato decennio, infatti, la tesi ripescata da Umberto Eco sulle dietrologie, tesi su “che cosa sta dietro a cosa”, con i suoi due stessi romanzi a giro di posta (prima Il nome della Rosa poi Il pendolo di Focault); sullo sfondo, tutte quelle particolari specie di gialli televisivi (dallo spot alla telenovela) che sembrano fatti apporta per introdurci sospettosamente alle vicende ben più drammatiche della vita italiana: mafia, camorra, rapimenti, corruzioni, P2, Gladio, appalti, sequestri, stragi e concorsi pubblici. Con due effetti concomitanti, però, e assai contradditori tra di loro: l’uno che fa vivere i drammi reali e gli scandali politici come puntate di racconti televisivi prolungatisi spettacolarmente oltre lo schermo di ventun pollici, per cui lì per lì ci si scandalizza di fronte ad un Andreotti ma tutto sommato si aspetta il giorno dopo per sapere il seguito della storia; e l’altro (contraddizione forse compensatrice!) che fa vivere in ansia continua il nostro quotidiano, con quel perfido ronzio del non mi fido nelle orecchie per cui se tua moglie si allunga verso di te anche per darti un bacio, subito ti scosti, la sogguardi e provi un brivido: “Eh no, cara mia, tu mi nascondi qualcosa!”.

Beatiful
Cosicché le lettere di Moro, che chissà che cosa dicono, che cosa potrebbero rivelare, che sono state trovate ma subito sequestrate e poi fotocopiate e poi spedite, e poi l’inchiesta, la Commissione che dovrà verificare i contenuti ma che non potrà subito rivelare; e allora si dovrà far luce su chi le ha messe lì e su chi le ha sottratte… queste lettere appunto ripropongono gli identici meccanismi del racconto di Edgar Allan Poe, La lettera rubata, trasmesso qualche settimana fa su Rete 4, dove la Regina affida ad un messo una lettera segreta (forse d’un amante?) all’insaputa del Re, e questa lettera viene più volte “rubata”, ora dal Ministro ora dal poliziotto Doupin, ora arriva tra le mani dello stesso Re; ogni volta chi la possiede riacquista potere, e per quel giorno – tra mille sospetti – quel detentore si trova nell’occhio del ciclone. Poi c’è stato Gladio, con alti e bassi senza tregua, con sospetti anche nei confronti di chi sospetta, di chi tuona che “occorre far luce”; e da un giorno all’altro si è comprato il giornale per vedere se il grande padre, Francesco Cossiga, abbia finalmente diseredato (o la tira ancora per le lunghe) quel figlio scapestrato, il giudice Casson, che non mollava l’osso del sospetto e non chiedeva perdono… tale e quale il rapporto padre/figlio nella telenovela Sentieri.
E Beautiful? Beautiful praticamente rappresenta un po’ tutto e un po’ tutti, è quello che i linguisti definiscono un “metaracconto”; qui ci trovi tutte quelle varietà di piagnucolamenti, di oh di meraviglia, di chi l’avrebbe mai detto!, o i c’era da aspettarsela… che si è soliti dire di fronte a “quattromila miliardi di deficit”, di fronte a “447 uomini d’onore assolti”, oppure alla catastrofe compiuta dall’aereo militare a Casalecchio di Reno.

Bush e Saddam come a Dallas
Invece il rapporto sadomasochista tra Bush e Saddam, ovviamente coi rispettivi sospetti, con le occhiate di traverso, ripropongono, con il ritardo di un paio d’anni, l’interminabile Dallas con un Jr nella parte di Bush, incazzato duro perché Saddam, nella parte del rivale in affari Jeff, dopo un tiramolla a puntate con colpi di scena facilmente prevedibili, ha liberato d’un botto un sacco di ostaggi ed era lì lì per venire a patti. Non sarà mai, questa non dovevi farmela, tu agli occhi del mondo devi essere carogna fino in fondo: ebbene, “la liberazione (in massa, n.d.r.) degli ostaggi rende più liberi gli USA di attaccare (finalmente, n.d.r.) guerra all’Iraq”, dichiara il 9 dicembre il Presidente americano, perché è giusto così e basta. E difatti…

Io lo so, ma non lo posso dimostrare 
In casi del genere, sospetti o no, si tira diritto verso il proprio tornaconto senza neanche voltarsi, anzi il sospetto diventa una scusa: tu puoi dire quel che vuoi, a me non interessa che tu sia più in basso di me, tanto sei tu che mi sporchi l’acqua, e poi di te non mi fido. In casi più “familiari”, di politica interna, invece, il Sospetto funziona come la catena di Sant’Antonio: qualcosa sta sempre sotto a qualche altra cosa fino a provocare una lunga catena di sospetti, come un gioco di società; ed è appunto come tale che lo si vive. Il gioco del sospetto è una specie di paranoia ludica dove l’interlocutore scopre sempre il velo di cipolla sotto quello che tu hai tolto: eh sì, caro mio, dietro Gladio c’è la Destra, e dietro c’è la P2, ma dietro c’è la Mafia, e più sotto ancora quelli che hanno fatto fuori Moro, magari Andreotti, ma dietro Andreotti chissà chi manovra… E via via di supposizione in supposizione senza mai pigliare per il collo il responsabile; poi un bel giorno la fortuna vuole che finalmente, finalmente, anche l’umile cittadino senza “e” maiuscola, un telefruitore qualsiasi, abbia la soddisfazione di sapere il contenuto di quella lettera segretissima, e scopre che il messaggio press’a poco dice le stesse cose che stavan scritte nella lettera rubata alla Regina nel racconto di Poe: “Un dessein si funeste, S’il n’est digne d’Atrée est digne de Thyeste”. (Un piano così funesto, se non è degno d’Atreo è ben degno di Tieste). All’indomani dell’uscita del Pendolo, Umberto Eco, in una intervista su “l’Espresso”, differenziava appunto questo tipo paranoico del Sospetto, per cui tutto sta sotto a tutto, da quello “più sano”, quello del fiuto dell’intellettuale: quel fiuto se vuoi impotente ma che sa senza avere le prove in mano (perché se le avesse certo non sarebbe da quella parte, e se per caso lo fosse, verrebbe in qualche modo fatto tacere). Su questo tema ancora Eco riempe la pagina culturale de “la Repubblica” di sabato 8 dicembre in un’intervista, Caccia al cammello, dove spazia dalla prima Opera aperta fino al suo ultimo recente testo su I limiti dell’interpretazione, lavoro per lo più centrato sui complicati meccanismi con cui dietro ad un messaggio si cerca sempre qualcos’altro, sicché alla fine non poteva non rievocare l’intuito profetico di Pier Paolo Pasolini. Io so che… io lo so… io lo so… io lo so ma non lo posso dimostrare. Lo so perché sono un intellettuale che vede ciò che gli succede intorno.
Diventa, questa sconcertante affermazione, una prova tremenda di impotenza sociale da parte di tutti coloro che, esclusi o emarginati o socialmente deboli, rivendicano un diritto o entrano in un conflitto oppure tentano autonomamente di far valere un loro punto di vista. Anche in un banale incidente stradale dove uno ti viene addosso perché non rispetta lo stop, parti senz’altro dalla parte del torto de non scatti fuori dalla vettura, col petto gonfio, afferri per la giacca il tuo investitore e gli urli: primati spacco il muso e poi chiamo la polizia. Perché, se non ce la fai a far così, se non ce la fai culturalmente oltre che fisicamente, avrai sempre torto… perché è meglio che tu stia a casa invece di andare in giro, perché quelli come te devono essere badati, e perché tutto sommato è colpa tua, sta zitto, hai torto e prova a dimostrare il contrario…

6. Anni ’70, comincia l’integrazione

di Luca Pieri 

Breve storia dell’assistenza in Italia dall’unità ad oggi. È degli anni ’70 la normativa che permette alle regioni di riordinare il sistema sanitario locale. L’Emilia Romagna attua una politica sanitaria di tipo preventivo verso l’handicappato. E si comincia a pensare anche al loro futuro lavorativo.

Per comprendere l’attuale situazìone dei cittadini disabili rispetto al mercato dei lavoro bisogna riferirsi allo sviluppo storico degli interventi che la società italiana ha via vìa messo in atto nei loro confronti.
La società italiana sconta il notevole ritardo nella realizzazione di uno stato nazionale unitario, anche sul piano della “assistenza” e pù in generale dei controllo sociale dei diversi. Di fatto si assiste al tentativo di imitare i modelli organizzativi già consolidati nei Paesi con maggior maturità politica, con una differenza strutturale che impedìrà sempre la piena attuazione di tali modelli: l’influenza storica e sociale delle inizìative assistenziali della Chiesa cattolica, questo anche nei momenti di massimo laicismo rappresentati dai governi di De Pretis e Crispi.
L’influenza della Chiesa ha dato luogo, attraverso alterne vicende, ad un compromesso utile  ad entrambe le parti che costituisce ancora oggi un tratto saliente dell’organizzazione Italia: il riconoscimento pubblico delle iniziative private. È interessante notare come l’assistenza sia posta alle dirette dipendenze del prefetto (rappresentante locale dello Stato) ed in stretta collaborazione istituziolizzata con l’autorità di Polizia.
Qualche tentativo di aumentare il potere dello Stato in questo campo fu fatto 30 anni dopo la costituzione del Regno d’Italia. È importante rilevare, che, con la legge del 1890, il termine “soccorso” viene sostituito con quello di “beneficienza pubblica”; l’assetto istituzionale dell’assistenza, fissato da questa legge, rimarrà immutato fino all’avvento del fascismo e fino agli anni ’70 di questo secolo. Lo sviluppo dell’associazionismo e delle varie forme di mutualismi operaio ha portato ad una graduale differenziazione fra sistema previdenziale e sistema assistenziale: questo si occupa di quella fascia di popolazione non attivo; minori, invalidi, orfani, poveri. L’istituzione fondamentale attorno a cui si è organizzato l’apparato assistenziale italiano si è strutturato come previsto dall’art. 1 della legge 17 dei 1890: “Sono istituzioni di beneficienza” quelle che abbiano per fine: a) di prestare assistenza ai poveri, tanto in stato di sanità, quanto di malattia; b) di procurare l’educazione, l’istruzione, l’avviamento a qualche professione.

La situazione attuale in Italia
Durante gli anni ’30, il regime fascista diventerà sempre più interventista in economia (in quegli anni nasce l’I.R.I., 1933) e, attraverso la costituzione di numerosi enti autonomi e legati allo Stato (Enti Pubblici Autonomi, O.M.N.I., E.C.A.), tenderà a costituire un primo sistema di stato sociale.
Questo tipo di organizzazione si protrae in Italia fino agli anni ’60 ed è caratterizzata da una politica economica tendenzialmente liberista, tesa a favorire al massimo la ripresa economica post-bellica. Per quel che ci interessa, in questi anni abbiamo, attraverso la costituzione di numerose associazioni (l’A.I.A.S. nasce nel 1953 l’A.N.F.F.A.S. nel 1958), i primi e sporadici interventi pubblici (convenzioni) in favore di quel? le categorie di disabili che il progresso della medicina comincia a prendere in considerazione e che la diminuzione della mortalità infantile contribuisce ad aumentare. Tali interventi, inquadrati nella tradizionale logica riabilitativa ed emarginante (istituti, scuole speciali, reparti ospedalieri, … , avevano come obiettivo primario la custodia e la tutela di quei soggetti considerati come anormali” e perciò da normalizzare secondo i tradizionali percorsi etico-scientifici.
Gli anni che vanno dal ’70 al ’75 sono caratterizzati da un momento nel quale si ricomincia a dare attuazione ai principi costituzionali. Va segnalata, in proposito, la legge n. 482 dei 2 aprile 1968, che istituisce il collocamento al lavoro obbligatorio degli invalidi. È di questa epoca l’attuazione della scuola media dell’obbligo.
Inoltre in questi anni si assiste ad una richiesta sempre maggiore di partecipazione diretta dei cittadini. Infatti dal ’70 al ’75 verranno gettate le basi normative per l’attuazione della costituzione in campo sociosanitario ed il più generale riassetto della pubblica amministrazione.

E in Emilia Romagna?
È degli anni ’70 la normativa relativa al trasferimento alle Regioni in materia socio-sanitaria col superamento degli enti autonomi OMNI, che permette alla regione Emilia-Romagna con le leggi n. 405 e 22, l’istituarizzazione del servizio materno-infantile, mediante l’avvio dei Consultori famigliari e l’attuazione di una politica di prevenzione degli handicap legandoli con i servizi in favore dei cittadini in età evolutiva.  I servizi in favore dei cittadini handicappatti, previsti dalla Regione Emilia Romagna hannno una impostazione di tipo preventivo, che sicuramente, almeno per quel che riguarda alcuni handicap (poliomelite e paralisi cerebrale infantile ed in genere patologie legate alla gravidanza e/o al parto) ha dato qualche buon risultato risultato. Tale politica, anche per manancanza di una normativa nazionale sull’assistenza, ha lasciato fino al 1985 senza servizi di riferimento gli handicappati in età superioriore a quella evolutiva. Ne poteva conseguire il rischio di riemarginazione dei soggetti che, al termine della scuola dell’obbligo (fascia protetta), non potevano, per le caratteristiche specifiche dei loro handicap, entrare nei normali canali di socializzazione (scuola, lavoro), con il conseguente rischio di ricaduta dell’handicappato adulto a totale carico della famiglia, vanificando spesso gli sforzi fatti durante gli anni di permanenza nella scuola dell’obbligo.
In questi anni si sviluppano, soprattutto in sede locale, strategie più complesse volte ad una sempre maggiore integrazione degli handicappati; infatti è dei 1985 la legge regionale n. 2 che detta le norme sul riordino dell’assistenza sociale e la legge istitutiva dei “poli di accoglienza per l’handicap adulto” e, da parte della Provincia di Bologna, dei “servizio inserimento lavorativo” degli handicappati.
Con riferimento alla legge regionale Emilia Romagna n. 2/ 1985 si può notare un importante cambiamento istituzionale che formalizza il rapporto fra apparato pubblico (LISL, Comune, Regione) ed il mondo dei volontariato privato sociale che negli anni ’70-’80 aveva sviluppato proprie risposte alla domanda di integrazione sociale portata avanti da gruppi marginali. Tale legge prevede la regolamentazione dei rapporto fra apparato pubblico e volontariato configurando, in forma di iscrizione in appositi elenchi e convenzioni, un sottosistema misto che tenta di realizzare una risposta univoca e complessa alla domanda vista in precedenza.
La legge regionale n. 2/85 sul riordino dell’assistenza e della sicurezza sociale, prevede numerosi interventi di mediazione fra le difficoltà dei disabili e le istanze dei mondo della produzione che possono essere viste come esempio di attivazione di un sotto sistema ad hoc per la soluzione di una contingenza particolare e cioè rendere il cittadino disabile il più compatibile possibile con il mondo dei lavoro attraverso mediazioni economico-tecniche e politiche.

Posizione lavorativa dei disabili presi in carico dal servizio inserimento lavoativo al 30/12/90

POSIZIONE ATTUALE N. GIOVANI %
tempo indeterminato 165 50%
tempo determinato 4 1,20%
contratti formazione lavoro 46 13,90%
borse lavoro 53 16%
occupazione familiare 15 4,60%
occupazione sconosciuta 16 4,90%
avventizi 15 4,60%
in proprio 2 0,60%
avviati UPLMO 9 2,70%
apprendisti 5 1,50%
TOTALE OCCUPATI 330 100%

Fonte: SIL, provincia di Bologna

18. Curiosa professione: far stare bene

di Adriana Mari

Continua il dibattito sui centri diurni per l’handicap
Nove anni di lavoro nel sociale di cui gli ultimi cinque presso il centro diurno per handicappati gravi “Nelda Zanichelli” di San Lazzaro.
Questo in estrema sintesi il percorso di Adriana Mari, educatrice, che è approdata a questa professione spinta da una motivazione di fondo: “credere alla solidarietà in quanto pratica di vita, solidarietà vissuta con spirito laico e con un certo disincanto”. A partire da questo “sfondo”, ma astraendo dalla dimensione individuale, Adriana Mari cerca di rintracciare in questo articolo i contenuti comuni che condivide con i suoi colleghi, cosciente comunque della parzialità di qualsiasi interpretazione: “quali sono le motivazioni profonde che portano una persona non tanto ad iniziare quanto a continuare a fare l’educatore? A riconoscersi in una professione che coinvolge l’individuo nelle sue totalità, che non offre grosse gratificazioni né dal punto di vista economico ne da quello dell’immagine sociale?”.

Non è facile raccontare cosa significa essere un educatore in un centro per handicappati gravi, non lo è se si tenta di uscire dallo schema della professionalità e se si cerca di esprimere la scelta esistenziale che sta alla base di questo lavoro in quanto ogni persona esprime un vissuto diverso. Lavorare con degli handicappati gravi significa innanzitutto accettazione della diversità, può sembrare unoslogan ma in questo caso è pratica quotidiana. Il grave non è solo una persona “altro da te”, è anche modalità comunicativa, percezione del mondo, qualità dell’essere nel suo estrinsecarsi, profondamente distinta e non solo da te educatore, che in qualche modo rappresenti la normalità, ma anche profonda diversità tra un utente e l’altro. Può sembrare una considerazione poco “cllnica” ma la patologia offre una gamma di “risultati” molto più varia della cosiddetta normalità ed i tentativi di omologazione, se si prescinde dalle tassonomie mediche (ndr tassonomia significa un sistema di descrizione e catalogaziene), nella pratica sono alquanto difficili. Confronto quindi costante con tante diversità ognuna delle quali richiede risposte e strategie ad hoc, mentre nel contempo la struttura comunitaria impone anche la ricerca di strategie comuni. Strumento principale dell’educatore è la relazione, quindi il primo passo che egli compie verso l’utente è quello di cercare una modalità di comunicazione dove la comunicazione verbale resta fondamentale ma molto spesso viene integrata da quella gestuale, corporea, affettiva. (Parlo sempre con il “ragazzo” anche se so che quello che arriva non è tanto il senso delle parole bensì il suono delle stesse, il tono di voce; posso accompagnare le parole con un abbraccio, un segno d’affetto ma quello verbale resta il codice privilegiato. La risposta che mi arriva può essere molteplice, spesso non è verbale o, anche se lo è, richiede in ogni caso una decodifica).
L’educatore quindi a seconda dell’utente che ha di fronte deve continuamente leggere e tradurre dei “segni” i quali variano da persona a persona. Ecco quindi che gli viene richiesto di lavorare in toto, non solo con la sua intelligenza ma anche con la sua intuizione, sensibilità, non solo con la mente ma anche con il corpo: l’esposizione è totale poiché la base fondamentale per questo tipo di relazione è l’affettività.
Per lavorare correttamente bisogna far attenzione a non cadere in un rapporto di tipo fusionale ma cercare continuamente una sorta di equilibrio tra la profonda partecipazione, che permette di creare un’empatia controllare e valutare continuamente lo stesso. Può sembrare schizofrenico ma all’interno di questa relazione l’educatore deve simultaneamente essere nella relazione e contemporaneamente vedere e valutare lo svolgimento della stessa. È questa la specificità del lavoro di educatore, un lavoro che chiama in campo non solo la professionalità e le varie competenze ma la persona nella sua globalità. Certo un lavoro che espone così totalmente la persona, a volte anche alle aggressioni fisiche, può facilmente diventare fonte di frustrazione poiché spesso con i “gravi” ciò che non si riesce. Non è solo una battuta dire che si lavora con il microscopio; di fatto le acquisizioni sono, rispetto al metro della normalità, minuscole e spesso effimere e la sensazione che si prova a volte è quella di “arrampicarsi sui vetri”. Si può quindi spostare l’obiettivo e dire che le acquisizioni sono marginali e, soprattutto con gli adulti si lavora sulla qualità della vita. Ciò significa quindi vivere il centro come “tempo di vita” dove unico fine reale è il benessere che si riesce a creare e tutto il resto, attività, momenti informali, potenziamento della comunicazione/relazione, deve concorrere a questo. Curiosa professione: far star e l’educatore in quanto singolo ma il gruppo così che l’altra faccia della professionalità diventa la capacità di creare buone relazioni interpersonali con i colleghi; un buon clima, vivace ma rilassato, familiare, non si luò creare artificiosamente ma solo mantenendo gli stessi margini di disponibilità e tolleranza con le persone con le quali si lavora.

Routine e frustrazioni: frappole per l’educatore 
Questi descritti sono i punti nodali, escludendo le specifiche competenze del lavoro di educatore ribadendo come questa professione implichi un’alta esposizione alle frustrazioni: il pericolo dell’appiattimento all’interno di una routine quotidiana che da inf rastruttura dell’interazione utente/educatore può rischiare di diventare il fine ultimo poiché la ripetizione di gesti, a cui ci condanna in certa misura questa utenza può, a lungo andare, svuotare gli stessi delle loro motivazioni con il  rischio di cadere in un “fare per fare” meccanicistico ed alienante per tutti.
Accanto a queste “trappole” interne l’educatore si deve anche confrontare con l’immagine sociale del proprio lavoro, immagine che non è certo delle più appaganti. Molto si potrebbe dire su come, esaurita la spinta della solidarietà sociale, stiamo vivendo in un clima generale che sempre di più prende le distanze da lavori che implicano un rapporto con la sofferenza, la malattia, il corpo disabile. Si potrebbe anche azzardare che dietro a tutto ciò vi sia una sorta di esorcismo di massa della morte e quindi di tutto ciò che la richiama per associazione.

Le motiviazioni non si reggono da sole
Esiste poi quello che dovrebbe essere dovuto a chi fa questo lavoro: una maggiore gratificazione economica sia per la complessità e difficoltà di questa professione in quanto tale, sia per i titoli che richiede (scuola superiore più diploma d’educatore professionale). È infatti assurdo equipararlo a chi fa un tranquillo lavoro d’ufficio. Fondamentale poi, per il lavoro in sé, è una pratica di “formazione permanente” intesa come rivivificazione della realtà operativa attraverso l’acquisizione di nuove informazioni, ciò per sfuggire al pericolo della sclerotizzazione sempre presente. Dovrebbe essere inoltre dovuta, agli educatori per centri per gravi, la possibilità dopo un certo numero di anni, non più di cinque, di cambiare tipologia di servizio; questo non solo per sfuggire al logoramento a cui si è sottoposti lavorando con un identica utenza, ma anche per utilizzare diversamente l’insieme, sicuramente notevole, di competenze che questo lavoro permette d’acquisire. Il burn-out è la malattia professionale degli educatori ed evitarla dovrebbe essere nell’interesse di tutti. È infatti impensabile ed anche un po’ ipocrita chiedere ad un educatore di lavorare per il benessere degli altri se non gli si garantisce il suo star bene.

Teatro e handicap: tra espressione e terapia. I principali gruppi in Italia

In Italia vi sono altre esperienze che coniugano la disabilitù con l’espressione teatrale, ecco una breve rassegna.

Si chiama “Teatro d’oltre confine” (tel. 02/440.09.95) ed è nato, a Milano, come una compagnia di teatro/ragazzi; da 5 anni si occupa di handicap attraverso la conduzione di due laboratori con ragazzi disabili (in tutto sono una quindicina). La formazione degli operatori è diversa e si va da quella teatrale a quella specificatamente sociale.
Per il prossimo 18 aprile, fino al 27 hanno organizzato una manifestazione di teatro e handicap che si terrà a Milano e che vedrà la partecipazione di numerosi gruppi italiani ed esteri. In quell’occasione si svolgerà anche un convegno dal titolo “Arte teatro e handicap, tra espressione, comunicazione e terapia”.
“Il teatro come fine non come mezzo” è quanto tiene a precisare il gruppo del “Kismet teatro” (tel. 080/57.49.254). Da diversi anni una sezione di questo gruppo tiene una serie di laboratori teatrali con disabili che si concludono alla fine dell’anno con una messa in scena. Attori, disabili e operatori sociali; è questa la composizione dei gruppi che lavorano all’interno dei laboratori.
Oltre allo spettacolo “I segni dell’anima” il “Kismet Teatro” sarà presente al festival di Santarcangelo con uno spettacolo tratto dal film “Il vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, dove gli attori saranno dei disabili.
Per finire ricordiamo l’esperienza del teatro “La Ribalta” (tel. 039/990.68.41) che per anni ha organizzato un festival di teatro e handicap in provincia di Como. Attualmente sta preparando un lavoro teatrale assieme al gruppo francese “Compagnie de l’Oiseau Mouche” che impiega esclusivamente attori professionisti disabili; titolo provvisorio dello spettacolo “Il vestito pi— bello” che sarà presentato in giugno al festival di Campsirago in provincia di Como.

Altri gruppi
Teatro e altro (Torino), tel. 011/318.52.91
CSE Sesto San Giovanni (Mi), tel. 02/240.57.41
Centro Don Calabria (Mi), tel. 02/263.006.86
CSE “Le Betulle” (Pavia), tel. 0382/30.27.12
CSE Zona 13 Milano, tel 02/506.39.37
“Ombronauti”, Associazione Stefania di Lissone (Mi), tel 039/245.60.03

15. Le città invisibili

a cura di Teresa Tacconi

Le città e i segni: tentativi per decodificare le strade percorse e trovare un significato alla nostra esperienza.
Italo Calvino nel testo “Le città invisibili” ci invita ad intraprendere un viaggio nel mondo dei segni, dei simboli, dei messaggi. La città come metafora della necessità, volontà di comunicare la propria vita, azioni ed emozioni, ma anche città come immagine della difficoltà e spesso imponibilità di riuscire in questo. Ogni città accentua e rilancia una sfumatura del comunicare.
Tamara: città della relatività di ogni situazione comunicativa, in cui ogni cosa è diversa dall’aspetto esteriore con cui si presenta.
Zirma: città della ridondanza, dove la parola e il pensiero si perdono fra troppi riferimenti, ripetizioni che annullano le differenze e impediscono i collegamenti.
Zoe: città del dubbio che sempre è presente in ogni trama comunicativa; quanto di ciò che voglio trasmettere arriva all’altro e come viene reinterpretato?
Ipazia: città dell’inganno, della molteplicità, del rivolgimento così come ogni atto comunicativo è doppio, portatore di conseguenze inattese, percorso da eventi imprevisti.
Olivia: città della verità dove il racconto rivela il suo ineguagliabile ruolo di testimone della vita; opaco o trasparente è il mezzo con cui ridiamo il senso all’esistere.

L’uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l’occhio si ferma su una cosa, ed è quando l’ha riconosciuta per il segno d’un’altra cosa: un’impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia una vena d’acqua, il fiore dell’ibisco la fine dell’inverno. Tutto il resto è muto e intercambiabile; alberi e pietre sono soltanto ciò che sono.
Finalmente il viaggio, conduce alla città di Tamara. Ci si addentra per vie fitte d’insegne che sporgono dai muri. L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l’erbivendola. Statue e scudi rappresentano leoni delfini torri stelle: segno che qualcosa – chissà cosa – ha per segno un leone o delfino o torre o stella. Altri segnali avvertono di ciò che in un luogo è proibito – entrare nel vicolo con i carretti, orinare dietro l’edicola, pescare con la canna dal ponte – e di ciò che è lecito – abbeverare le zebre, giocare a bocce, bruciare i cadaveri dei parenti. Dalla porta dei templi si vedono le statue degli dei, raffigurati ognuno coi suoi attributi: la cornucopia, la clessidra, la medusa, per cui il fedele può riconoscerli e rivolgere loro le preghiere giuste. Se un edificio non porta nessuna insegna o figura, la sua stessa forma e il posto che occupa nell’ordine della città bastano a indicarne la funzione: la reggia, la prigione, la zecca, la scuola pitagorica, il bordello. Anche le mercanzie che i venditori mettono in mostra sui banchi valgono non per se stesse ma come segni d’altre cose: la benda ricamata per la fronte vuol dire eleganza, la portantina dorata potere, i volumi di Averroè sapienza, il monile per la caviglia voluttà. Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti.
Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

Dalla città di Zirma i viaggiatori tornano con ricordi ben distinti: un negro cieco che grida nella folla, un pazzo che si sporge dal cornicione d’un grattacielo, una ragazza che passeggia con un puma legato al guinzaglio. In realtà molti dei ciechi che battono il bastone sui selciati di Zirma sono negri, in ogni grattacielo c’Š qualcuno che impazzisce, tutti i pazzi passano le ore sui cornicioni, non c’è puma che non sia allevato per un capriccio di ragazza. La città è ridondante: si ripete perché qualcosa arrivi a fissarsi nella mente.
Torno anch’io da Zirma: il mio ricordo comprende dirigibili che volano in tutti i sensi all’altezza della finestre, vie di botteghe dove si disegnano tatuaggi sulla pelle ai marinai, treni sotterranei stipati di donne obese in preda all’afa. I compagni che erano con me nel viaggio invece giurano d’aver visto un solo dirigibile librarsi tra le guglie della città, un solo tatuatore disporre sul suo panchetto aghi e inchiostri e disegni traforati, una sola donna-cannone farsi vento sulla piattaforma d’un vagone. La memoria è ridondante: ripete i segni perché la città cominci a esistere.

L’uomo che viaggia e non conosce ancora la città che lo aspetta lungo la strada, si domanda come sarà la reggia, la caserma, il mulino, il teatro, il bazar. In ogni città dell’impero ogni edificio è differente e disposto in un diverso ordine: ma appena il forestiero arriva alla città sconosciuta e getta lo sguardo in mezzo a quella pigna di pagode e abbaini e fienili, seguendo il ghirigoro di canali orti immondezzai, subito distingue quali sono i palazzi dei principi, quali i templi dei grandi sacerdoti, la locanda, la prigione, la suburra. Così – dice qualcuno – si conferma l’ipotesi che ogni uomo porta nella mente una città fatta soltanto di differenze, una città senza figure e senza forma, e le città particolari la riempiono.
Non così a Zoe. In ogni luogo di questa città si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi, cucinare, accumulare monete d’oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli. Qualsiasi tetto a piramide potrebbe coprire tanto il lazzaretto dei lebbrosi quanto le terme delle odalische. Il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della città, anche i punti che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano. Ne inferisce questo: se l’esistenza in tutti i suoi momenti è tutta se stessa, la città di Zoe è il luogo dell’esistenza indivisibile. Ma perché allora la città? Quale linea separa il dentro dal fuori, il rombo delle ruote dall’ululo dei lupi?
Di tutti i cambiamenti di lingua che deve affrontare il viaggiatore in terre lontane, nessuno uguaglia quello che lo attende nella città di Ipazia, perché non riguarda le parole ma le cose. Entrai a Ipazia un mattino, un giardino di magnolie si specchiava su lagune azzurre, io andavo tra le siepi sicuro di scoprire belle e giovani dame fare il bagno: ma in fondo all’acqua i granchi mordevano gli occhi delle suicide con la pietra legata al collo e i capelli verdi d’alghe.
Mi sentii defraudato e volli chiedere giustizia al sultano. Salii le scale di porfido del palazzo dalle cupole più alte, attraversai sei cortili di maiolica con zampilli. La sala nel mezzo era sbarrata da inferriate: i forzati con nere catene al piede issavano rocce di basalto da una cava che s’apre sottoterra.
Non mi restava che interrogare i filosofi. Entrai nella grande biblioteca, mi persi tra scaffali che crollavano sotto le rilegature in pergamena, seguii l’ordine alfabetico d’alfabeti scomparsi, su e giù per corridoi, scalette e ponti. Nel più remoto gabinetto dei papiri, in una nuvola di fumo, mi apparvero gli occhi inebetiti d’un adolescente sdraiato su una stuoia, che non staccava le labbra da una pipa d’oppio.
– Dov’è il sapiente? -. Il fumatore indicò fuori della finestra. Era un giardino con giochi infantili: i birilli, l’altalena, la trottola. Il filosofo sedeva sul prato. Disse: – I segni formano una lingua, ma non quella che credi di conoscere -. Capii che dovevo liberarmi dalle immagini che fin qui m’avevano annunciato le cose che cercavo: solo allora sarei riuscito a intendere il linguaggio di Ipazia.
Ora basta che senta nitrire i cavalli e schioccare le fruste e già mi prende una trepidazione amorosa: a Ipazia devi entrare nelle scuderie e nei maneggi per vedere le belle donne che montano in sella con le cosce nude e i gambali sui polpacci, e appena s’avvicina un giovane straniero lo rovesciano su mucchi di fieno o di segatura e lo premono con i saldi capezzoli.
E quando il mio animo non chiede altro alimento e stimolo che la musica, so che va cercata nei cimiteri: i suonatori si nascondono nelle tombe; da una fossa all’altra si rispondono trilli di flauti, accordi d’arpe.
Certo anche a Ipazia verrà il giorno in cui il solo mio desiderio sarà partire. So che non dovrà scendere al porto ma salire sul pinnacolo più alto della rocca ed aspettare che una nave passi lassù—. Ma passerà mai? Non c’è linguaggio senza inganno.

Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure tra l’una e l’altro c’è un rapporto. Se ti descrivo Olivia, città ricca di prodotti e guadagni, per significare la sua prosperità non ho altro mezzo che parlare di palazzi di filigrana con cuscini frangiati ai davanzali delle bifore; oltre la grata d’un patio una girandola di zampilli innaffia un prato dove un pavone bianco fa la ruota. Ma da questo discorso tu subito comprendi come Olivia è avvolta in una nuvola di fuliggine e d’unto che s’attacca alle pareti delle case; che nella ressa delle vie i rimorchi in manovra schiacciano i pedoni contro i muri. Se devo dirti dell’operosità degli abitanti, parlo delle botteghe dei sellai odorose di cuoio, delle donne che cicalano intrecciando tappeti di rafia, dei canali pensili le cui cascate muovono le pale dei mulini: ma l’immagine che queste parole evocano nella tua coscienza illuminata è il gesto che accompagna il mandrino contro i denti della fresa ripetuto da migliaia di mani per migliaia di volte al tempo fissato per i turni di squadra. Se devo spiegarti come lo spirito di Olivia tenda a una vita libera e a una civiltà sopraffina, ti parlerà di dame che navigano cantando la notte su canoe illuminate tra le rive d’un verde estuario; ma è soltanto per ricordarti che nei sobborghi dove sbarcano ogni sera uomini e donne come file di sonnambuli, c’è sempre che nel buio scoppia a ridere, dà la stura agli scherzi ed ai sarcasmi.
Questo forse non sai: che per dire d’Olivia non potrei tenere altro discorso. Se ci fosse un’Olivia davvero di bifore e pavoni, di sellai e tessitori di tappeti e canoe e estuari, sarebbe un misero buco nero di mosche, e per descrivertelo dovrei fare ricorso alle metafore della fuliggine, dello stridere di ruote, dei gesti ripetuti, dei sarcasmi. La menzogna non è nel discorso, è nelle cose.

13. A una spanna da terra

a cura di Giovanna Di Pasquale

Un saluto scambiato da 2 persone, uno schiaffo dato da una madre al figlio non sono fatti così semplici da spiegare; una semplcie analisi linguistica o sociologica può essere fuorviante. I processi comunicativi coinvolgono contesti extra-verbali e la normale comunicazione quotidiana è in realtà molto ricca di indizi che bisogna decifrare.
Per introdurre il tema della comunicazione utilizziamo la rielaborazione che Marianella Sclavi compie nel testo “Ad una spanna da terra” del contributo teorico e metodologico dell’antropologo Gregory Bateson e del critico letterario Michail Bachtin. Il pensiero di questi autori viene proposto all’interno di una metodologia di osservazione dei comportamenti umani, metodologia che la Sclavi definisce “umoristica”. Questo atteggiamento di ricerca verso i fatti della vita quotidiana permette di mettere a fuoco alcune idee di come gli esseri umani vedono se stessi e gli altri e come re-interpretano i processi comunicativi in cui sono immersi.
Queste idee hanno a che fare con:
– l’organizzazione della comunicazione su molti livelli di astrazione;
– la possibilità e legittimità di messaggi paradossali;
– l’importanza cruciale dei piccoli indizi;
– la riflessività e circolarità dei processi di comunicazione e di comprensione;
– la normalità non come piattezza e ripetitività, ma come successione di grandi e piccoli incidenti.
Un certo giorno, verso la fine del suo soggiorno fra gli Iatmul, Bateson stava presenziando a una ennesima cerimonia in una delle principali tribù, quando gli capitò di assistere a una esibizione buffonesca di un wau il quale, vestito da donna, in mezzo all’ilarità generale andava inzaccherandosi tutto. Il travestitismo non era una novità, anzi tipicamente in queste cerimonie le donne si adornano di simboli mascolini e omicidi e gli uomini indossano dei “grembiuli” femminili. Eppure Bateson si rende improvvisamente conto di aver attribuito a questa cerimonia un significato completamente fuorviante.
In cosa aveva sbagliato? In fondo fino ad allora aveva proceduto nel modo “più normale” e coscienzioso possibile e cioé: 1) aveva descritto minutamente quello che ognuno faceva; 2) aveva chiesto ai suoi informatori di spiegargli il significato di questi comportamenti; 3) aveva cercato di dare una interpretazione plausibile di tutto questo, sulla base di assunzioni generali sul comportamento e sulla natura umana.
L’esibizione del wau che diveniva sempre più sgangherata in risposta alle sgangherate reazioni degli spettatori fa sì che egli si renda conto di aver guardato, ma non aver notato in precedenza tre aspetti essenziali della comunicazione umana:

  1. La dimensione circolare della comunicazione. Gli attori comunicano come si aspettano che gli altri reagiscano alla propria comunicazione e come si aspettano di essere visti e trattati e reagiscono a questo.
  2. La valenza cognitiva della comunicazione emotiva e sentimentale. È attraverso i toni di voce, lo sguardo, il portamento, attraverso la comunicazione analogica che gli esseri umani si suggeriscono vicendevolmente entro quali quadri di rapporto un certo messaggio deve essere interpretato.
  3. Lo spessore della comunicazione umana. Gli aspetti linguistici e quelli analogici della comunicazione non operano sullo stesso piano, non sono separabili e/o addizionabili fra loro; si costituiscono invece a palinsesto, in messaggi su messaggi, a commento reciproco.

In breve: gli esseri umani si comunicano non singoli significati isolati, ma interi quadri dialogici.
Michail Bachtin ci invita a meditare sul seguente telegrafico racconto russo: “due persone sono sedute in una stanza. Entrambe sono silenziose. A un certo punto una di loro dice: “Bene!”. L’altra non risponde”.
Per gli interlocutori questa “conversazione” può essere pienamente dotata di senso, invece noi estranei dobbiamo decifrarla. Cosa analizziamo per ricostruirne il senso, per comprenderne il significato? La parte verbale della comunicazione non ci Š di molto aiuto: anche le più raffinate analisi morfologiche, fonetiche e semantiche della parola “bene” non ci fanno fare un passo avanti.
Ma supponiamo di conoscere l’intonazione con cui questa parola è stata pronunciata: indignazione e biasimo moderati da una sottolineatura umoristica. Questo ci fa capire che l’avverbio “bene” è usato in modo ironico, in realt… significa “male, ma ridiamoci sopra” o qualcosa del genere. L’intonazione ci permette dunque di colmare in parte il vuoto semantico, ma il significato complessivo dell’enunciazione continua a sfuggirci. Cosa manca? Manca quel contesto extraverbale che ha permesso a chi ascolta di trasformare la parola “bene” in una locuzione dotata di senso. Questo contesto extraverbale della enunciazione è composto da tre fattori:

  1. a) il comune raggio visivo degli interlocutori. L’unit… del visibile;
  2. b) la loro comune conoscenza e comprensione della situazione;
  3. c) la loro comune valutazione della situazione.

Nella storia, supponiamo: entrambi gli interlocutori hanno guardato fuori della finestra e hanno visto che sta nevicando; entrambi sanno che è già maggio, tempo di primavera; entrambi sono amareggiati ed esasperati dal protrarsi dell’inverno. L’enunciazione, per essere compresa, dipende direttamente da tutto questo, anche se niente di tutto questo compare nella specificazione verbale. La neve rimane fuori della finestra, la data sul calendario, la valutazione nella psiche degli interlocutori; cionondimeno tutto questo viene assunto nella parola “bene”, nel monosillabo russo “tak”.
In ogni enunciazione – commenta Michail Bachtin – il senso è dato: 1) da un testo verbale, 2) da una intonazione che crea un ponte in direzione di un contesto, 3) da un contesto.

Il sociologo Raymond Boudon nel suo “Metodologia della ricerca sociologica” (1970) ricorre al seguente esempio: “quando io assisto alla scena di una madre che schiaffeggia il figlio, comprendo immediatamente le ragioni di questo comportamento. Il bambino non è stato buono; ed è quello che lo schiaffo gli vuol fare capire. La spiegazione di questo comportamento è dunque immediata e sarebbe certo agevole trovare altri esempi”.
L’intenzione di Boudon, con quest’esempio, sarebbe di dire: “In casi come questo, cos semplici, la conoscenza comune con la sua acriticità e immediatezza può bastare, ma non appena il problema diviene più complesso dobbiamo ricorrere alla maggiore sistematicità della conoscenza sociologica”.
Di fatto questo è un bell’esempio non di come in una situazione concreta viene interpretato uno schiaffo, ma di come un sociologo tende a interpretare una situazione concreta. Boudon, non a caso, trascura l’importante differenza fra l’interpretazione di gesti o parole (sentite o lette… ma isolate dal contesto) e l’interpretazione di “una scena”.
Può ben darsi che nel leggere “le parole” “una madre schiaffeggia il figlio” persone di un certo sesso, ceto e forse anche età nella nostra cultura pensino “il figlio è colpevole”. (A me, di sesso, età, esperienza diversa da quella di Boudon, viene in mente: “in realtà stanno giocando”.) Ma certamente non è questo il modo in cui opera il processo di comprensione dei significati in una situazione concreta. Nella situazione concreta, ciò che conta sia per la madre che per il figlio che per l’osservatore esterno è che gli attori metacomunicano: si scambiano messaggi su: “entro quale cornice relazionale” si stanno muovendo. E allora, il contesto extraverbale, la tensione dei corpi, i visi, i toni di voce, i portamenti, ecc. ci comunicano, per esempio, che quello schiaffo è parte di un gioco “alla lotta” con contorno di cuscinate, che madre e figlio inscenano ogni sera prima del bacio della buonanotte, oppure che la madre ha appena terminato una faticosa giornata di lavoro e tornando a casa non ha trovato di meglio che scaricare i nervi sul figlio che stava giocando in mezzo al corridoio. O altro. Significati che possono essere fra loro molto diversi o sfumatamente diversi (ma chi dice che una sfumatura non crei un mondo di differenza?) e che richiedono un lavoro complesso di osservazione e di interpretazione. Comunque è sicuro che fra madre e figlio non passa “uno schiaffo”, ma una “scena”, un “quadro dialogico”.
Come si può fare un errore cos madornale? Come si pu• trascurare a tal punto la complessità dell’osservazione diretta di un evento sociale e come mai la gente solitamente non reagisce immediatamente, smascherando questo errore, ridendone magari? Una prima risposta generale è che i formalisti russi, quando denunciavano che quell’insieme di abitudini chiamate “vita quotidiana” tendono a ottundere le nostre capacità di osservazione, non avevano tutti i torti e che lo studio della sociologia, invece che riparare a questa distorsione epistemologica, ha teso ad accentuarla.
Ma vi sono altre due spiegazioni più precise.
La prima è quella che Bachtin ha chiamato la sindrome da “paura della complessità dei risultati”: la quantità di fattori che intervengono nella definizione dei significati in una situazione concreta è tale (differenze di ceto e classe sociale, di sesso e di età, conversazione intima o discorso pubblico, parole dette d’impulso o ritualmente, luogo dove vengono pronunciate, l’epoca storica…) che è facile, nell’elencarle, smarrirsi e pensare che non siano riconducibili ad alcun sistema; che siano affrontabili solo tramite approcci parziali e variabili, per tentativi ed errori. La conoscenza quotidiana è stata di conseguenza vista come una forma di conoscenza “priva di metodo”, basata sul ricorso “a conoscenze implicite date per scontate”, che non si basa sulla raccolta sistematica dei dati e sul loro controllo critico.
In secondo luogo l’importanza innegabile della parola nel differenziare l’uomo da tutti gli altri animali ha facilitato una grave sottovalutazione delle modalità di comunicazione non verbali, analogiche. Quando Bateson studiava, negli anni ’50 e ’60, le modalità di comunicazione fra le lontre, le scimmie, i delfini, i sociologi ridevano prendendolo per matto. Non riuscivano a vedere alcun rapporto fra quello di cui si occupavano loro e le modalità di comunicazione di un gatto che ti si strofina contro una gamba. Sbagliavano grossolanamente.
Se un bambino di pochi mesi, che non sa ancora parlare, sta già imparando a dominare quell’elenco senza fine di fattori che influiscono sulla formazione dei significati in cui lo scienziato non riesce a vedere né un capo né una coda, c’è da assumere che la conoscenza volgare operi tramite un sincretismo di metodi ancora sconosciuti, la cui chiave sta: 1) nell’attenzione al rapporto con l’interlocutore, 2) nella comunicazione non verbale.
Le parole acquistano significato solo se sono comprese. E sono comprese solo da interlocutori particolari, in situazioni particolari… Una prima costante, nella marea di fattori variabili in cui una enunciazione viene pronunciata, è la presenza di colui che la pronuncia e di un interlocutore.
Gregory Bateson: “quando il vostro gatto tenta di dirvi di dargli da mangiare, come fa? Il gatto non ha parole per indicarvi il cibo o il latte, ma copia movimenti o emette suoni che sono quelli caratteristici di un gattino verso la mamma. Se dovessimo tradurre in parole il messaggio del gatto non sarebbe corretto affermare che esso grida “Latte!”, dovremmo piuttosto tradurre con qualcosa come “Fammi da mamma!”.
Traducendo i movimenti del gatto con “Latte!” cadremmo nel doppio errore di trattare il codice analogico come se fosse una forma impoverita di quello linguistico e di trattare una relazione come se fosse una cosa.
In realtà i due codici sono rispettivamente più adatti per compiti diversi: quello linguistico opera in modo “discreto”, “digitale” ed è più adatto per disporre le idee in modo lineare, secondo rapporti di causa ed effetto, a esprimere contenuti assertivi e denotativi valutabili in termini di vero-falso, a focalizzare il discorso su variabili isolate o isolabili, ad attribuire predicati a cose e persone. In sintesi: tende a concentrarsi sui termini della relazione lasciando sullo sfondo la relazione stessa.
Invece il codice analogico è specializzato nel cogliere nella loro totalità contesti, tipi, configurazioni e strutture complesse, nel ricostruire una totalità a partire da un dettaglio essenziale, a esprimere contenuti sfumati, valutabili in termini di sincerità o menzogna. In sintesi: tende a trascurare i termini della relazione, per mettere a fuoco la relazione stessa.

11. 2001: odissea negli spot

di Cera Emulsio

“Igiene sì, fatica no”, le ultime note del motivetto risuonarono nello studio e anche Mara, come le altre ragazze scritturate per lo spot, lanciò diligentemente il secchio in aria. Undici gliene caddero in testa, pesantemente. Frattura della quarta cervicale. Tetraplegia completa. L’incidente era curioso e ne parlarono Funari e la Sampò.
Non si perse d’animo. Sorella Speranza, dalle pagine di STOP, raccolse quasi novanta milioni e un intervento congiunto del Professor Tzimas, che le trapiantò midollo di cammello, e del Professor Doman, che la fece “gattonare” da Settimo Torinese a Ronchi dei Legionari, la rimise in sesto.
La pubblicità l’aveva nel sangue e non ci pens• due volte a ripresentarsi: con gli amari sarebbe andata meglio. Scartò Jagermeister, le corna le ricordavano la triste storia con Marcello, scartò Montenegro per il rischio di schiantarsi con il biplano, scartò anche Ramazzotti perché Milano non era più spendibile. Fin travolta da una Golf “cabrio” mentre sorseggiava Cynar in mezzo a Via Veneto. Stavolta furono le dorsali a partire e Tzimas e Doman fecero un po’ più di fatica. Il denaro lo raccolse Mike dagli schermi di Canale 5.
Per un po’ sparì dalla scena, alcuni la ricordano alla cassa del Conad di Via Nomentana, ma la “passionaccia” riemerse e Mara ci riprovò.
“Far bene l’amore fa bene all’amore” era la scritta in sovraimpressione mentre Mara abbracciava languidamente il suo partner.
Li chiamò Michele e Francesca. Quasi nove chili in due. Il pacco omaggio datole dalla ditta dello spot era evidentemente difettoso.
Questa volta l’handicap fu il latte in polvere, quasi duecentocinquantamila al mese. La notizia era però curiosa e fece il giro dei giornali.
Mara era perplessa. Tutta questa pubblicità le procurava degli handicap. Ma la curiosità dei suoi “handicap” le procurava anche tanta pubblicità.
Meglio l’handicap? Meglio la pubblicità? Meglio l’handicap della pubblicità? Meglio la pubblicità dell’handicap?
“… Meglio che ti sbrighi mamma o arriveremo in ritardo”. Sistemò il berretto a Michele e chiuse la porta.
Non sforzatevi a cercare una morale: non c’è.