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Autore: Nicola Rabbi

Il lato peggiore del muro

a cura di Annalisa Brunelli, pedagogista

Ma la Grande Muraglia era solo la punta dell’iceberg, il simbolo della Cina, lo stemma di un paese che per millenni era stato la terra delle muraglie. La Grande Muraglia delimitava i confini settentrionali dell’impero, ma esistevano muraglie anche tra regni in guerra, tra regioni e provincie.  Difendevano le città e le campagne, i valichi e i ponti. Proteggevano i palazzi, le sedi del governo, i templi e i mercati. Le caserme, i posti di polizia e le prigioni. Attorno alle case private c’erano mura che separavano vicino da vicino e famiglia da famiglia. Calcolando quindi  che i cinesi abbiano costruito mura per centinaia e migliaia di anni e considerata la numerosità della popolazione, il senso del sacrificio, l’esemplare disciplina e la laboriosità da formiche che li contraddistingue, otterremo centinaia di migliaia di ore dedicate alla costruzione di mura, ore che in un paese povero come questo avrebbero potuto essere dedicate all’apprendimento della lettura o di un mestiere, alla coltivazione di sempre nuovi  campi e all’allevamento di un sano bestiame.
E invece l’energia del mondo va a finire nelle muraglie.
Che irrazionalità. Che spreco.
Perché la Grande Muraglia, questo super-muro, questa super-fortezza distesa per migliaia di chilometri tra deserti e montagne inabitate, e che, oltre che fonte d’orgoglio, è anche una delle meraviglie del mondo, è anche il sintomo dell’aberrazione umana, di un terribile errore della storia, dell’incapacità di questo popolo di mettersi d’accordo, convocare una tavola rotonda e decidere come sfruttare le risorse di energia e di intelligenza dell’uomo.
[…]
Ma il muro non ha solo uno scopo difensivo. Proteggendo dalle minacce esterne, permette anche di controllare ciò che accade all’interno. I muri hanno passaggi, porte, cancelli. Sorvegliare questi punti significa controllare chi entra e chi esce, informarsi, verificare che i permessi siano in regola, annotare nomi, osservare facce, imprimerle nella memoria. Il muro diventa così scudo e trappola, riparo e gabbia.
Il lato peggiore del muro è quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo è attraversato da u muro che lo divide in dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori. Non è indispensabile che il difensore stia materialmente vicino al muro: può anche starne lontano, purché l’abbia sempre dentro di sé e rispetti le regole imposte dalla sua logica”.
(Ryszard Kapúsciński, In viaggio con Erodoto)

Con il suo sguardo disincantato e partecipe, Kapúsciński ci offre un’inedita prospettiva da cui guardare una delle opere più affascinanti che mano d’uomo abbia costruito, che porta con sé il senso del passato e dell’esotismo di culture lontane. Eppure anche la Grande Muraglia non è altro che un muro e come tutti i muri il senso del suo esistere sta proprio nella sua funzione che è quella di separare, chiudere fuori e insieme proteggere e chiudere dentro. Chi è fuori e chi è dentro? Dove sono i confini? Chi decide quale linea seguire nel mettere i mattoni uno sull’altro? Chi stabilisce se non sia meglio costruire un ponte?
I muri contano ben di più dei ponti: in tutte le guerre combattute, sempre, ponti sono stati abbattuti e mura sono state erette a difesa.
Nell’ansia di separare sani da malati, cattivi da buoni, muri altissimi e ben protetti hanno impedito che lo sguardo passasse e hanno nascosto diversità che non si volevano vedere e conoscere.
Muri invisibili impediscono di vedere davvero chi ci cammina di fianco e magari solo per un breve tratto incrocia la nostra strada.

Introduzione: Il magico Alvermann: perché la letteratura?

di Giovanna Di Pasquale

La strada letteraria è stata, fin dall’inizio dell’esperienza della rivista “HP-Accaparlante”, assai frequentata per affrontare e approfondire la tematica delle diversità.
Tanto frequentata da aver portato alla realizzazione di una rubrica, “Il magico Alvermann”,  il cui titolo richiama direttamente una vecchia serie televisiva della TV dei ragazzi trasmessa negli anni ‘70  ma porta con un sé un errore di trascrizione, una “n” finale in più rispetto all’originale, errore questo che non abbiamo mai voluto correggere: alla redazione piaceva troppo avere una rubrica con un titolo “diversamente corretto”…
“Il magico Alvermann”, in trent’anni di vita di “HP-Accaparlante”, ha ospitato una serie di brani letterari o di altre forme espressive che, come il cinema e la canzone, si nutrono di storie e narrazioni non tecniche scelti da diversi curatori che si sono alternati nel tempo.
A ognuno di loro, persone con professionalità e provenienza eterogenee, è stato chiesto, infatti, di scegliere in modo del tutto libero e personale un pezzo di letteratura che contenesse richiami e collegamenti con l’idea di diversità, almeno agli occhi di chi   lo proponeva. Questa scelta è stata  accompagnata da un commento sul senso e le motivazioni e sui percorsi di lettura possibili. Numero dopo numero i brani proposti, accostati gli uni  agli altri, hanno composto un “catalogo” di immagini sulla e della diversità intesa nell’accezione più ampia possibile.
Ed è una ricca rappresentanza di questo catalogo che, in un ordine che rispecchia quello della pubblicazione originale, viene riproposta ora in questo libro, non solo a testimonianza di un percorso, ma come segno di un’attenzione sempre presente nel nostro gruppo di lavoro alla letteratura, ai libri, alle storie come strumenti potenti di aiuto alla riflessione e alla consapevolezza sulla convivenza con le nostre e le altrui diversità, nodo cruciale per ogni comunità e organizzazione sociale.
La letteratura offre l’occasione di straordinari incontri con le narrazioni, può consentire la rivisitazione delle storie della vita quotidiana e una possibile riappropriazione.
Come ricorda lo scrittore Ferdinando Camon c’è differenza tra la vita e la storia. La prima si esprime come un racconto, la seconda si esprime come una scienza. La storia classifica, sistema e allontana; il racconto resuscita, rianima, attualizza.
È la vita a scrivere le storie, e la letteratura rappresenta lenti potenti per mettere a fuoco queste storie.
Sono lenti particolari capaci di avvicinare a forme di comprensione nell’esperienza degli altri, anche quando quest’ultima ha segni e tratti tali da costruirle intorno un recinto di diversità.§
La letteratura permette di trovare richiami e collegamenti, di ascoltare le voci del mondo.
È una strada forte perché indica una ricerca di senso dentro al fluire degli accadimenti e delle emozioni. Una sorta di riparo, rifugio seppur provvisorio che allevia la tensione del vivere e allontana la tentazione dell’oblio.
Il senso di una narrazione è anche quello di immetterci in una prospettiva di compiutezza possibile, di inizio e fine e poi di nuovo e ancora, in una dimensione ciclica che può essere pensata e detta, e che ritroviamo così forte in quel legame saldo e inconsueto che si forma tra un autore amato e il suo lettore.
C’è nelle storie, anche in quelle più incredibili e mirabolanti, una sorta di prevedibilità rassicurante che si dipana con il ritmo del racconto, così avvincente nel suo contrasto ambivalente con le innumerevoli e poco inquadrabili vicende umane.
Le storie sono finite, la vita è in permanente costruzione.
Ed è in questa ambiguità non risolvibile, un’ambiguità preziosa al vivere, in questo incrocio di destini, che risiede il richiamo perenne delle storie, perché , in fondo, interrogarsi sul senso delle storie significa interrogarsi sul nostro essere qui, sulla nostra solitudine e sull’incontro con gli altri. Su come si mettono insieme dei pezzi di noi e su come gli altri entrano in noi.

Quale idea di diversità
Lo spicchio di realtà riproposto attraverso i brani scelti e i commenti che li accompagnano ci parla di molte questioni. Senza avere pretese di sistematicità, anzi in forza di una rilettura soggettiva, essi ci mettono in contatto con la pluralità connessa al termine diversità, che viene qui declinato in molte delle sue possibili varianti. C’è la diversità evidente, fisicamente tangibile così emblematicamente rappresentata dai personaggi mitologici; c’è la diversità immaginata, fondata sulla paura di ciò che non si conosce e per questo respinta e osteggiata fino a negare qualsiasi vicinanza e similitudine; c’è la diversità dichiarata, orgogliosamente esibita anche pagandone il prezzo più alto.
C’è la diversità propria, il nostro sentirsi e viversi diversi non solo rispetto all’unicità che ogni essere umano porta con sé, ma anche alla difficoltà di convivere con le parti meno rassicuranti e gratificanti di noi.
Soprattutto ci sono i bambini, protagonisti quasi costanti di queste pagine. Che sono diversi perché prima di tutto sono soli, spesso nella maniera più brutale e dura, ma anche nelle dimensioni più vicine e quotidiane. Gli adulti, tranne rarissime eccezioni, non sono capaci di averne cura e di sostenerli nell’impegno di diventare grandi. Gli adulti sono in crisi, a volte distanti e disattenti, a volte feroci e violenti. Ci sono i bambini che hanno subito violenza, vissuto l’esilio o la deportazione. Simboli di una diversità difficile anche solo da pensare, la diversità che rende diverso chi è più simile a noi, che ci ricorda ciò che noi siamo stati, che ci proietta nei sogni di vita futuri. Molti brani gettano un ponte verso queste situazioni estreme.

Il percorso attraverso il ponte
Il ponte. È un’altra parole che torna. Ed è una parola importante nella sua semplicità e concretezza. Prospetta una via di collegamento (tra chi educa e chi è educato, tra me e l’altro, tra i quartieri di una città o le fazioni di un popolo….) che deve essere però attraversata.
L’immagine del ponte implica una scelta da fare e un percorso da compiere.
Sì, si può raggiungere l’altra sponda, qualche volta anche a passi saldi e tranquilli perché il ponte ci possa riconoscere come viaggiatori desiderosi di capire; sì, ci si può guardare intorno godendo di quell’essere ancora per un poco lungo il cammino, “tra” il punto di partenza e la meta a cui tendiamo.
C’è molta fatica nelle pagine di letteratura che vi proponiamo e anche acuto dolore. Intrecciate però a segnali di speranza. Ritrovata per caso, ricercata intenzionalmente e accanitamente, conservata gelosamente. Ed emerge un legame tra questi spiragli e il senso della scrittura che aiuta a rintracciare trame sommerse oltre il tessuto troppo evidente e ad avvicinarsi e far avvicinare all’incandescente materia di cui sono fatti i desideri, le paure, i sogni delle donne e degli uomini.

Catturare un pesce arcobaleno

a cura di Annalisa Brunelli, pedagogista

A tratti si sorprendeva un’espressione umana sul viso di Tilly o di Lorna o delle altre, ma non c’era verso di catturarla; si aveva l’impressione di essere un pescatore con la lenza che scorge l’increspatura creata da un pesce arcobaleno che morirà sicuramente se resta nell’acqua inquinata. Come catturarlo senza fargli del male? Ma l’increspatura di umanità può assumere forma di protesta, depressione, ilarità, violenza; è più facile stordire il bellissimo pesce con una scarica elettrica che maneggiarlo con cura e trasferirlo in uno stagno dove possa prosperare. E prendere all’amo l’identità umana può richiedere molte ore o anni, stando seduti sulla propria barca sicura al centro dello specchio d’acqua stagnante e tentando di non farsi prendere dal panico quando l’increspatura tanto attesa rischia di rovesciare la barca.
[…]
Il pensiero dell’operazione divenne un incubo. Ogni mattina quando mi svegliavo immaginavo: “Oggi verranno a prendermi, mi raderanno la testa, mi addormenteranno, mi manderanno all’ospedale in città, e quando aprirò gli occhi avrò una benda sulla testa e una cicatrice su ogni tempia oppure una curva, come un’aureola, sulla sommità della testa dove i ladri, portando i guanti e muniti di autorizzazione e con delicatezza, sono entrati e hanno saccheggiato educatamente il magazzino e se ne sono andati calmi e imperturbabili come addetti alla lettura dei contatori, facchini dei traslochi, o imbianchini mandati a ritappezzare una stanza al piano di sopra.
E la mia “vecchia” identità? Avendo ricevuto l’annuncio della sua prossima morte sarebbe sgattaiolata via come un animale per morire in privato? O si sarebbe rovesciata da qualche parte come una macchia invisibile? Oppure, scartata, sarebbe rimasta in agguato ad aspettarmi nel futuro, chiedendo vendetta? Qual è la sua essenza? Forse i ladri che sembrano addetti alla lettura del contatore senza saperlo portano via una scheda bianca, e i facchini dei traslochi sudano convinti sotto il peso di mobili immaginari?
Mi sveglierò e non avrò il controllo di me stessa. Ho visto gli altri, come bagnano il letto, come i loro volti sono vaghi e sperduti, con una riserva di sorrisi irreali per i quali non esiste richiesta. Sarò “riadattata”, è quella la parola che si usa per i casi di lobotomia. Riabilitata. Adattata, con la mente tagliata e cucita per adeguarla agli usi del mondo. Le infermiere mi porteranno a passeggio in giardino e io indosserò un foulard sulla testa, con un  fiocco in alto, come se non nascondessi niente di più importante dei bigodini, eppure nessuno, meno di tutti io stessa, si lascerà ingannare: sarà un foulard da lobotomia – ne hanno una riserva – il festoso annuncio della personalità cambiata. E tutti proveranno interesse per me, mi rivolgeranno la parola, e per un certo tempo avranno pazienza con me come un prototipo sul quale potranno esprimere o imprimere una piccola parte di sé, finché non saranno assaliti dalla frustrazione che provano i bambini quando non riescono a trasferire tutto di se stessi in giocattoli così limitati, o gli adulti quando un bambino che consideravano un giocattolo si trasforma nella realtà pericolosa di un essere autonomo, come un pianoforte in miniatura che iniziasse a suonare da solo.
Ben presto si sentiranno irritati con me, esasperati; perché gran parte della vita consiste nel tentativo di difendersi annettendo e occupando gli altri. Scopriranno che non possono riversare la loro idea della nuova me stessa dentro di me come liquido nello stampo in attesa, perché certamente niente avrà cambiato lo stampo.
(Janet Frame, Dentro il muro)

Anche se Janet Frame considerava questo libro un’opera di fantasia, è comunque nato dall’esperienza diretta dell’autrice che passa lunghi periodi della sua giovinezza in ospedale psichiatrico. Siamo in Nuova Zelanda negli anni ’40, quando bastava essere particolarmente timide e schive per essere considerate diverse e ricoverate in strutture che ben poco avevano di umano in cui l’unica cura possibile era l’elettroshock o, nei casi più gravi, la lobotomia. Niente poi di così diverso da quello che succedeva in Italia prima che Basaglia aprisse i manicomi.
Molto di più di un’autobiografia, questo romanzo è un’intensa riflessione sull’identità e il rispetto, sulla dignità di ciascuno e sul diritto a non essere calpestato.
Ed è cosa che ci riguarda tutti, nelle mille relazioni quotidiane, nei rapporti di lavoro, negli incontri casuali al supermercato o lungo la strada. Mettersi nei panni degli altri, osservare e ascoltare, accogliere tutto quello che ci distingue l’uno dall’altro e rende così preziosa l’unicità di ciascuno. Proprio qui sta la difficoltà: riuscire a catturare il pesce arcobaleno per renderlo simile ai mille pesci rossi della fontana nella piazza, oppure prenderlo delicatamente e con ogni cura accompagnarlo nell’acqua pulita di un piccolo stagno?
Crescere un figlio, accudire un genitore anziano e malato, educare bambini e ragazzi, formare nuovi lavoratori, svolgere professioni che hanno a che fare con la cura dell’altro… Ognuno di noi, lungo la strada, ricopre qualcuno di questi ruoli e cammina lungo la linea sottile che separa la percezione di sé da quella dell’altro. E sempre deve prestare attenzione al cammino, in ogni momento deve ricordarsi chi è e chi sono quelli che affianca.
Perché ci si possa guardare allo specchio e riconoscersi ma non sovrapporsi l’uno all’altro.
Perché, come ci ricorda Janet Frame, è certamente possibile pensare l’altro come lo vorremmo e cercare di plasmarlo per renderlo il più simile a noi e all’idea che abbiamo di lui, ma non potremo mai cambiare lo stampo, se non distruggendolo.

Il “dopo di noi” di madame Verloc

a cura di Nicola Rabbi, giornalista

Un pallido rossore colorì il volto spettrale e immobile della signora Verloc. Sbarazzatosi delle visioni del passato, aveva non soltanto udito ma compreso le parole di suo marito. E, per il loro assoluto disaccordo con lo stato della sua mente, queste parole esercitarono su di lei un effetto
quasi soffocante. Lo stato mentale della signora Verloc aveva il merito della semplicità; ma non era sano. Troppo lo dominava un’idea fissa. Ogni angolo del suo cervello era occupato dal pensiero che quell’uomo, con il quale era vissuta senza disgusto sette anni, le aveva portato via il
“povero ragazzo” per ucciderlo; l’uomo al quale si era a poco a poco abituata nel corpo e nella mente, l’uomo nel quale aveva avuto fiducia, le aveva strappato il ragazzo per ucciderlo! Nella forma, nella sostanza, nell’effetto, ch’era universale e cambiava perfino l’aspetto delle cose
inanimate, era un pensiero da rimanere li seduti a sbigottirne per sempre. La signora Verloc rimase seduta. E, attraverso i suoi pensieri, la figura del signor Verloc andava e veniva, familiarmente in cappello e soprabito, calpestandole il cervello con gli stivali. Probabilmente
parlava, anche; ma i pensieri della signora Verloc coprivano quasi la voce”.
(Joseph Conrad, L’agente segreto)

Il signor Verloc è un agente segreto, al servizio di una potenza straniera (la Russia?), che vive nell’Inghilterra di fine Ottocento. Con la sua mediocrità, la sua scarsa prestanza fisica, Verloc è lontanissimo dall’immagine comune che abbiamo di un agente segreto.
Winnie, sua moglie, è una donna riservata e bella che non conosce la reale attività del marito; anzi appositamente si ferma alla superficie della realtà, non volendo comprendere il mondo che la circonda. A lei sta cuore soprattutto una cosa, l’esistenza di Steve, il fratello disabile psichico di cui fin da bambina ha la custodia. Anche il marito che si è scelto, non bello e un tantino insulso, è in funzione di questo suo progetto, dato che può offrire sicurezza a lei e al fratello. Steve è un ragazzo semplice e in un romanzo dove tutti i protagonisti sono mossi da impulsi egoistici prima ancora che dai loro ideali politici e umanitari, appare un angelo indifeso. Ma non è lui la figura più interessante del libro, l’eroina tragica è Winnie che vede il suo progetto di dopo di noi per Steve venire improvvisamente sconvolto.
Il signor Verloc messo sotto pressione dai suoi capi deve inscenare un attentato dinamitardo e usa l’inconsapevole cognato come esecutore: Steve alla fine si farà esplodere inciampando nelle radici di un albero.
L’incontro in cui il signor Verloc racconta alla moglie la tragica fine del fratello, è un esempio di totale mancanza di comprensione dell’altro. Verloc è dispiaciuto dell’incidente, ma tratta Steve come una persona di poco conto, la cui morte è un piccolo incidente di percorso e da per scontato che la pena per Winnie sarà solo passeggera, come può essere per la morte di un cagnolino. Verloc pagherà cara questa valutazione errata. Per sua moglie Steve è una profonda ragione di esistenza, almeno di tutta l’esistenza che si era costruita fino ad ora. Prima decide di non voler vedere più il marito, poi, in un processo mentale sempre più spasmodico, lo ucciderà con un trincia carne.

1. La contea dei ruotanti

La fine della seconda Repubblica e la proclamazione dello Stato Lombardo Veneto, capeggiato dai Signori di Milano, “padroni incontrastati dalle Alpi al Po”; la separazione con il sud, la cacciata degli immigrati e la fuga dei meridionali. E ancora la guerra d’indipendenza contro l’Austria-Germania che, nata dal crollo dell’Europa dell’Euro, voleva annettersi non solo il Trentino Alto Adige ma anche il Lombardo-Veneto.
Questo scenario, sospeso tra i già visti della storia italiana e gli echi del presente, fa da sfondo a “La contea dei ruotanti”, l’ironico e dissacrante romanzo di Franco Bomprezzi. Il centro della storia è proprio questo feudo immaginario, di sapore medievale, con tanto di fossato e di mura impenetrabili. La Contea della Sacra Ruota  è uno stato nello stato, creatosi con la rivoluzione promossa da Handicap Power, il movimento di liberazione capeggato da Giovanni dalle Ruote Nere, Conte della Sacra Ruota, appunto.
Al di fuori della impenetrabile cittadella giungono “storie incredibili di handicappati al potere, di carrozzine obbligatorie, di scale abolite ovunque”. E ancora: ascensori enormi dotati di frizione autoregistrante, autobus con pianale-sollevatore manovrabile dall’utente, sidecar elettrici usati dalle sentinelle lungo i camminamenti…
Una città ideale? Chissà. Quello che è certo è che a nessun camminante è consentito varcare i confini della contea. Già, i camminanti. Ovvero i normali, quelli che volevano che tutti camminassero anche se era chiaro che non era possibile… Quelli che… ” Sembrava che le differenze vi dessero fastidio…”. Ecco il senso di questo mondo fuori dal tempo e dalla logica. Un ribaltamento del rapporti, una legge del contrappasso, una rivalsa nei confronti dei normali e della costrizione a vedere le cose sempre dal loro punto di vista, dall’alto.
Ma l’ ”Utopia realizzata” è un mondo felice? Non si direbbe. Senza dubbio non lo è per il malcapitato protagonista del libro, giovane e aitante guardia di confine dei Signori di Milano, catturato con uno stratagemma da una Ronda carrozzata e prigioniero da “riabilitare” alla vita in carrozzina. Un normale costretto a vivere seduto, ridotto a emblema di un potere che, anche se sorto dal desiderio di libertà e autonomia si è pur sempre tradotto in una ennesima forma di regime.
Quale sarà il destino e quali le conseguenze della logica inflessibile che governa il mondo “libero” dei ruotanti, che determina questo rovesciamento di livelli e questa mescolanza di vecchi retaggi e improbabili progressi?

Franco Bomprezzi, “La contea dei ruotanti”, il prato editore

4. Concorso letterario: Oggi le handycomiche!

di R. G.

Quest’anno il Centro Documentazione Handicap di Bologna e la sua rivista Hp-Accaparlante indicono un concorso letterario con ricchi premi e cotillons (non s’è mai capito cosa sono i cotillons): avete un raccontino, un aneddoto, una barzelletta, un qualcosa di divertente da raccontare che nasce dalla più sofferta e quotidiana esperienza di vita, di lavoro, di amicizia in questo magico magico mondo che è l’handicap?
Ci siamo resi conto che ogni educatore, ogni disabile, ogni assistente di base, ogni genitore, ogni insegnante,  praticamente tutti, abbiamo vissuto in prima persona situazioni divertenti, comiche, direttamente o meno collegate a quella che i politicamente corretti chiamano con una punta di timore reverenziale “situazione di handicap”.
Sì è vero: l’handicap, inteso come difficoltà e ostacolo, alcune volte è veramente doloroso, tragico, pesante. Però alcune altre invece riesce a determinare nella realtà un effetto disvelante, come quando il bambino della favola scopre che il re è nudo, e tutti si mettono a ridere. L’handicap mette in crisi: le regole del galateo, i banali gesti della routine quotidiana, a ben vedere qualsiasi struttura pensata per il viaggiatore medio di questo pazzo pianeta viaggiante che è la terra.
Chaplin diceva: “Se sulla buccia di banana ci faccio scivolare una signora anziana, lo spettatore proverà compassione; ma se ci faccio scivolare un poliziotto impettito, con il suo manganello, allora l’effetto comico è garantito.”
Se sulla buccia scivola colui che rappresenta l’ordine costituito, colui che rappresenta la legge, allora si sprigiona quella capacità dell’uomo di guardarsi da fuori, di mettersi in discussione, di sapere che “per quanto uno sia seduto su un trono e assiso in cielo è sempre sul culo che è seduto”.
La “situazione di handicap”, quest’area di confine, che sembra proprio pericolosa e che spesso tentiamo di edulcorare in tutti i modi, è invece una componente della nostra stessa realtà umana, è come una tigre da cavalcare, è come un elefante in un negozio di lampade, è come un pidocchio nel vestito buono preso a prestito per una cerimonia nuziale…e mi fermo qui.
Saper ridere della situazione di handicap, nella quale evidentemente siamo immersi tutti, chi ha un deficit e chi non ce l’ha, ci aiuta ad uscire da quella “area di imbarazzo” che è essa stessa un handicap, e come tale oltretutto è anche uno strumento educativo che abbiamo per aumentare la qualità della vita delle persone, disabili e non. Saper uscire significa saper diminuire l’handicap, significa scoprire che non è un caso se le parole diversità e divertimento vengono dalla stessa radice latina de-vertere: percorre altre strade, guardare altrove. Queste sono anche le strade della creatività.
Detto questo e spiegato il perché e il percome rinnoviamo la richiesta: avete raccontini, aneddoti, barzellette, che abbiamo come protagonisti persone disabili e non, educatori eccetera?? Mandateci questi racconti, questi scritti in redazione e se volete lavorare di fantasia va bene lo stesso. L’importante è che il racconto (possibilmente breve e pubblicabile) abbia una sua valenza estetica: non basta sapere le barzellette, bisogna soprattutto saperle raccontare. I racconti migliori verranno giudicati da una commissione di esperti e innanzitutto verranno pubblicati nell’unica rivista sul sociale che fa diventare più buoni, cioè HP, e poi, non mettiamo limiti alla provvidenza, cercheremo anche un editore per una pubblicazione i cui proventi verranno destinati ai bambini brasiliani di Villa Esperança, nello stato di Goias, un bellissimo progetto educativo di cui parleremo sicuramente in un prossimo HP.

Percorsi bibliografici: Il (tormentato) rapporto tra volontariato e politica

a cura di Andrea Pancaldi

Se il volontariato debba o non debba avere anche un ruolo “politico” è stato oggetto di molteplici discussioni negli anni che hanno coinciso e immediatamente succeduto l’emanazione della legge 266, legge quadro sul volontariato, anni (1990-1995) che hanno conciso anche con la fase più acuta della crisi delle forme tradizionali della rappresentanza politica (partiti e sindacati). L’interesse per il tema è notevolmente scemato negli ultimi anni, sia per l’apparire sulla scena di nuove aggregazioni partitiche, sia a causa di un dibattito sul terzo settore che ha privilegiato gli aspetti di gestione dei servizi sociosanitari e quelli economico-finanziari, sia per una prassi di rapporto tra volontariato e partiti che ha anteposto la logica della cooptazione a quella del confronto.
Per tutti coloro che ritengono ancora che quel dibattito avesse comunque una, o più ragioni di essere, sottoponiamo un elenco di testi a nostro avviso utili per una comprensione sfaccettata del tema.

AA.VV.
Non eroi, ma cittadini: volontariato, istituzioni e impresa
Fivol, Roma, 1993

AA.VV.
Come scegliere per chi votare senza farsi male
EGA, Torino, 1994

AA.VV.
Volontariato e partiti politici. (atti del convegno omonimo)
Amalfi, dicembre 1990
Edizioni dell’Alente, Salerno, 1991

AA.VV.
Oltre il frammento: atti del I° congresso nazionale per la riforma della politica, Roma, 1994
in ADISTA, numeri 55-56-57/1991

AA.VV.
Quella certa idea di società
in ADISTA, numeri 91-92-93/1993

AA.VV.
Verso un ruolo politico del volontariato
in Servizi sociali, numero 6/1992

AA.VV.
Volontariato e tutela di diritti sociali, atti del Convegno omonimo, Roma, 1994
in Servizi sociali, numero 1/1995

Amerio P. (a cura di)
Forme di solidarietà e linguaggio della politica
Bollati Boringhieri, Milano, 1996

Bonomi A.
Il trionfo della moltitudine: forme e conflitti della società che viene
Bollati Boringhieri, Milano, 1996

Bottaccio M. (a cura di)
Tutti al centro: volontariato e terzo settore in un paese normale
Minimum fax, Roma, 1999

Cotturri G.
Mutamenti: culture e soggetti di un pubblico sociale
La Meridiana, Bari, 1992

Cotturri G.
La cittadinanza attiva
Fivol, Roma, 1998

Cotturri G.
La transizione lunga: il processo costituente in Italia dalla crisi degli anni settanta alla Bicamerale ed oltre
Editori riuniti, Roma, 1997

Donati P.
La società civile in Italia
Mondadori, Milano, 1997

Lumia G.
La dimensione politica del volontariato
in Rocca, numero 15/1992

Natoli S., Verga L.
La politica e il dolore
Edizioni lavoro, Roma, 1996

Nervo G.
Un ruolo politico
in Rivista del volontariato, numero 4/1994

Passuello F.
Una nuova frontiera: il terzo settore
Edizioni lavoro, Roma, 1997

Revelli M.
La sinistra sociale
Bollati Boringhieri, Milano, 1997

Rocchi S.
Il volontariato tra tradizione e innovazione
NIS, Roma, 1993

Tavazza L.
Il volontariato nella transizione
Fivol, Roma, 1998

2. Il caso della ragazzina disabile di Ragusa

di Andrea Pancaldi

Il caso della ragazzina di Ragusa, definita in tutti gli articoli dei giornali “psicolabile”, rimasta incinta e rispetto alla quale il tutore ha ipotizzato una interruzione di gravidanza, ha tenuto banco su tutti i giornali.
Il caso è ovviamente complesso e intreccia tre tematiche di per sé stesse spinose, il tema dell’aborto, quello della (ipotizzata) violenza sessuale e quello della sessualità legata all’handicap.
E’ chiaro che basandosi sulle cronache e sui commenti della stampa si corre il rischio di sposare tesi, sull’uno e sull’altro fronte, che non tengono conto di quella persona, della sua storia, del suo contesto di vita, unici ed irripetibili e anche il termine psicolabile è quantomai generico e non ci dice niente sulla reale situazione della ragazza.
I casi concreti scuotono le nostre convinzioni e ci fanno percepire in pieno la crudezza delle coperte corte, dove in ogni caso la realtà ci appare incerta, problematica, evidenziatrice dei nostri limiti e impotenze.
Quello che HP può fare è contribuire al dibattito su uno dei tre aspetti prima citati, quello sicuremente meno affrontato nella grande informazione o, quando lo è, spesso in maniera estremizzata: o tutto bene (le storie edulcorate) o tutto male (le violenze sessuali,  le sterilizzazioni, ecc).
Una ricerca condotta dal CDH di Bologna sull’atteggiamento della stampa su questo tema rivela che il binomio handicap e sessualità nell’informazione è legato per il 63% a episodi di violenza sessuale, per il 12% a episodi scandalistici (esempio la modella handicappata su Playboy), per il 15% ai temi dell’aborto e della sterilizzazione e solo il 10 % degli articoli tenta in qualche modo di avviare un dibattito in materia. (cfr. Rassegna stampa handicap, n.6, giugno 1991).
Questo per dire che non siamo più all’anno zero e i percorsi di comprensione e di evoluzione culturale sono possibili nonostante due termini, handicap e sessualità, che la nostra cultura declina ancora come inconciliabili (handicap come malattia, handicap come “brutto”, handicap come paura della nascita di nuovi “mostri”, handicap come  sola fisicità/bestialità, ……)

Bibliografia ragionata: la documentazione nel lavoro sociale ed  educativo

di Andrea Pancaldi e Giovanna Di Pasquale

Lo sviluppo delle nuove tecnologie, la fase di passaggio nelle politiche sociali, l’emergere del dibattito sul volontariato e il non profit, l’affermarsi della società della comunicazione hanno dato un notevolissimo impulso in Italia alla creazione di strutture informative e di documentazione specializzate nel settore dell’emarginazione e delle politiche sociali.
Tra quelle più prettamente di carattere documentativo è la formula del Centro di documentazione quella ad essere più largamente praticata, anche se al di la delle sigle esistono strutture molto diverse tra loro e a volte praticanti strategie documentarie e culturali antitetiche.
Quasi sempre queste strutture non si occupano solo di documentazione ma svolgono funzioni anche di carattere informativo, formativo e di animazione culturale sul territorio.
I centri di documentazione si sono sviluppati un po’ in tutte le aree, ma con una decisa prevalenza nel settore dell’handicap, delle tossicodipendenze e del volontariato e terzo settore in generale.
I temi del carcere, della immigrazione, degli anziani e degli zingari sono quelli che fino ad ora hanno registrato minori attenzioni così come le regioni meridionali sono quelle in cui più difficilmente vengono avviate esperienze del genere.
In Italia si possono contare in totale circa 130 strutture promosse per il 75% da associazioni o gruppi di volontariato (scarse invece le iniziative della cooperazione sociale) e per il 20% da Enti locali (soprattutto nel settore handicap).
Quale identità e ruolo per i Centri di documentazione? Strutture tecniche interne al sociale o strutture culturali di connessione tra i mondi dell’emarginazione e le altre articolazioni della società?
Cosa significa documentare, a quali esigenze risponde?
Quale rapporto tra documentazione e informazione? Il cuore di un centro documentazione sta nei materiali o nella rete dei rapporti di scambio e collaborazione? Quali gli indicatori di qualità? Quale gestione dei linguaggi? Documentare: scienza o arte?
Queste ed altre sollecitazioni nella bibliografia proposta.

AA.VV.
Tra identità e confronto: progetto per una rete di centri di documentazione sull’handicap
Atti del convegno, IRPA/Regione Emilia Romagna, Modena, 1991
Idee e proposte per una rete di Centri di documentazione handicap in Emilia Romagna

AA.VV.
Pagine per la documentazione. Materiali del seminario sui centri di documentazione nel terzo settore, Fondazione italiana per il volontariato, Roma, 1996, edito a cura della FIVOL
Documento base del seminario, relazioni, il thesauro sul volontariato della Fivol, elenco dei centri di documentazione

AA.VV.
Documentare tra memoria e desiderio, atti del seminario omonimo, Modena, 1998, a cura di IRRSAE E.Romagna, Comuni di Modena, Parma e Bologna, Provv.studi Modena, Forlì e Parma
Atti del seminario sulla documentazione educativa 

AA.VV.
Due centri di documentazione
in l’Educatore, giugno 1992
Intervista ad Andrea Pancaldi e Mauro Serra dei CDH di Bologna e Modena 

AA.VV.
La Bussola, guida dei centri di documentazione allo sviluppo
Asal, Roma, 1989
Schede informative di circa 150 strutture italiane

AA.VV.
Centri territoriali di documentazione: riusorse e servizi
in l’Educatore, n.4, ottobre 1996

AA.VV.
La rete dei centri di documentazione per l’educazione sanitaria in Toscana
in Autonomie locali e servizi sociali, n.2, agosto 1998

AA.VV.
Centri di educazione interculturale: alcune esperienze in Italia
in Autonomie locali e servizi sociali, n.2, 1999
Le esperienze del CD/Lei di Bologna, Plei di Roma, Fondazione Ismu Milano, Cidiss Torino, Centro documentazione Arezzo e Centro “Tante tinte” di Verona

AIDA Associazione italiana per la documentazione avanzata – CNR
Terzo settore: associazionismo, cooperazione, volontariato
in Documentazione: professione trasversale, atti del 5° Convegno nazionale AIDA, Fermo,
1996, edito a cura del CNR
Contributi sul tema documentare il non profit del CD Res di Capodarco, del CDH Bologna e del CD della Fondazione Maderna di Verbania

Balsamo C. (a cura di)
Riflessioni a più voci sulla documentazione educativa
Edizioni Junior, 1998
Materiali dal progetto “Una riflessione sui modi di documentare” del Comune di Bologna

Bazzocchi L.
La biblioteca di documentazione pedagogica
in l’Educatore, n.4, ottobre 1996
Finalità ed attività della BDP

Bonomi A.
Il trionfo della moltitudine
Bollati Boringhieri, Milano, 1996
La società italiana tra non più e non ancora: i grandi mutamenti sociali ed economici in atto. Aspetti politici, economici, culturali, informativi.

Canevaro A.
I centri di documentazione sull’handicap
in Handicap e scuola, maggio/agosto 1989

Canevaro A., Maselli M., Di Pasquale G.
Il centro risorse
in l’Educatore, marzo 1991

Canevaro A., Maselli M., Di Pasquale G.
La documentazione
in l’Educatore, ottobre 1991

Canevaro A., Maselli M., Di Pasquale G.
Struttura e funzioni del centro risorse
in l’Educatore, aprile 1991

Canevaro A., Maselli M., Di Pasquale G.
La documentazione come risorsa
in l’Educatore  gennaio 1991

Centro DRES – USL 35 Ravenna
La risorsa di documentazione nei processi di educazione alla salute
Atti Convegno omonimo, Rimini, 1992

Di Pasquale G.,
Fahrenheit 451. L’archivio e l’itinerario, Inserto monografico sul tema della documentazione, in HP-Accaparlante, Bologna,  n.4, aprile 1994
Il tema della documentazione nel lavoro educativo

Di Pasquale G., Pancaldi A.
Catalogo dei centri di documentazione sui temi dell’emarginazione, volontariato, politiche sociali, terzo settore
in Rassegna stampa Informazione e marginalità, n. 12/1996, Rete dei CDI Regione Emilia Romagna
Schede informative e catalogo per argomenti di cento strutture italiane

Di Pasquale G., Pancaldi A.
Catalogo delle riviste specializzate sui temi dell’emarginazione, volontariato, politiche sociali, terzo settore
in Rassegna stampa Informazione e marginalità, n. 15-16/1998, Rete dei CDI Regione Emilia Romagna
Schede informative e catalogo per argomenti di 200 riviste italiane

Do.R.S. Centro regionale documentazione promozione salute Regione Piemonte
Centri di documentazione per la Salute: una rilevazione delle esperienze italiane
edito a cura del DoRS, Torino, 1999

Gruppo Abele
Una cultura per la lotta alla emarginazione
Gruppo Abele, Torino, 1985
Il centro documentazione del Gruppo Abele di Torino

Lodi Stefano
La documentazione tra storia e memoria della persona centro e soggetto della relazione educativa§
Tesi corso educatore professionale, IreCoop R.Romagna, Bologna 1999

Pancaldi A.
I centri di documentazione: identità e logiche di lavoro
in Politiche sociali, Padova,  n.6/1996
Lo sviluppo dei centri di documentazione in Italia: come e perchè

Pancaldi A.
Documentare sul disagio
in Hp-Accaparlante, n.6, 1997
La socialità e il sapere: le merci rare di fine secolo. Il ruolo dei centri documentazione.

Pancaldi A., Maselli M., Di Pasquale G.
Il significato del documentare
in Rassegna stampa handicap, Bologna, febbraio 1989

Millesima visione: Riflessione a margine di American Beauty

di Davide Rambaldi

Il film è proprio bello, terribile e bello. E’ una storia di quotidiana alienazione, di rapporti vuoti e ammalati che ammalano i protagonisti, di dolore non riconosciuto, negato, nascosto, così che si arrotola su sé stesso senza possibilità di risolverlo. Insieme, è la storia di un riscatto, di un uomo che decide di recuperare la propria umanità ed uscire dalle sabbie mobili di una pressione sociale che ti uccide senza accorgersene. E’ proprio un bel film. Magnificamente interpretato da Kevin Spacey e Annette Bening, che non si capisce perché non abbia vinto anche lei l’Oscar.
Sapete che non mi piace raccontare le trame dei film, credo che si perda il gusto dello stupore narrativo e comunque queste note usciranno quando il film sarà uscito dalle sale e avrà il destino dei cinema estivi e dell’Home video e tutti più o meno l’avranno visto.
Possiamo però fare alcune riflessioni a margine.
La prima è relativa alla rappresentazione che gli americani hanno di sé stessi: un’immagine potente, narcisistica, autocelebrante nella stragrande maggioranza delle proprie produzioni culturali. Ma quando vogliono graffiare e mettere a nudo la propria debolezza lo fanno con una lucidità dolente e impietosa, feroce e veritiera. Alla criticità noi italiani siamo in fondo abituati: raramente ci prendiamo davvero sul serio, l’ironia a volte struggente e bonaria, a volte sarcastica e amara, a volte povera e penosa attraversa la storia del nostro cinema nel bene e nel male e rappresenta un’immagine sociale che mai si azzarderebbe di fare un monumento a sé stessa. Il contrasto estremo e drammatico del cinema americano tra una rappresentazione onnipotente ed una debole, insicura, a volte impotente, rinnova – purtroppo, vien da dire, dato il colonialismo culturale che quotidianamente subiamo – la fascinazione nei suoi confronti. Proprio perché così sicura e vincente, questa società e questa cultura celano segreti terribili e oscuri, che solo con grande dolore possono essere svelati. E’ la storia di questo film.
L’oggetto e il soggetto della storia è una famiglia della middle-class americana, il centro del potere economico e culturale di questa società. Il quadro che ne emerge è agghiacciante: il denaro e il successo come i termini di una alienazione che rovina i rapporti umani tra genitori e figli, tra mariti e mogli, tra amici e amiche. Che produce un disagio esistenziale e relazionale che non si può ammettere perché finirebbe per mettere in discussione questi due miti sociali sulla quale è fondata tale vincente onnipotenza. Dietro all’apparenza dunque, non solo il dolore della disumanità dei rapporti ma una fragilità personale profonda, perché non vi sono altri punti di riferimento, perché il disagio non è riconosciuto né ha nome, perché la malattia ha radici culturali che non possono essere messe in crisi. Da sempre e ovunque, si sa, le culture rassicurano e ammalano, proteggono e feriscono: questa del capitalismo vincente sembra lasciare l’uomo solo come nessun’altra perché spostando la rassicurazione e la protezione dalle relazioni agli oggetti non consente agli individui di curarsi mai.
Ma qualcuno si ribella. E’ il senso simbolico del film, il messaggio, si diceva una volta: l’uomo ha sempre delle risorse e quindi può riuscire a cambiare, ad uscire dalle gabbie e dai vincoli tossici che si costruisce attorno e recuperare la propria umanità. Qui possiamo fare un’altra delle nostre riflessioni: nel segno e nella coerenza della cultura individualista e isolante nella quale è inserito, la rivolta del protagonista è solitaria, non aggrega, non riesce a costruire gruppo e cultura attorno a sé che offrano una possibilità di cambiamento collettivo e la guarigione o il recupero di una dimensione più umana è solo un’opportunità personale, individuale, singola. La stessa famiglia, cristallizzatasi in una struttura incomunicabile tra i suoi membri dopo anni e anni di relazioni vuote o disturbate, non riesce a riparare sé stessa, non riesce a divenire risorsa collettiva, luogo gruppale e politico del cambiamento culturale. Il membro ribelle può salvare solo sé stesso, autoescludendosi, andandosene e lasciando gli altri al proprio destino. Quello che si può sperare è che “fuori” possa aggregarsi e costituire minoranze che portino avanti altri significati culturali e sociali del convivere collettivo, ma nel film non ve ne è traccia.
Non so se queste considerazioni siano aderenti al film o mi sia fatto dei viaggi che con questa storia non c’entrano niente. Di una cosa sono ancora certo però: il film l’ho visto, e se mi ha evocato questi pensieri significa che la forza emotiva che ha prodotto è stata reale, viva, intensa. Ciò significa che la sua qualità estetica non può essere indifferente, anche se non è un capolavoro, anche se è troppo patinato come quasi tutto il cinema americano odierno, anche se non vi è alcuna originalità stilistica che lo qualifichi. Ma è un bel film, e questo è un fatto.

Percorsi bibliografici: bibliografia ragionata sul tema della finanza etica

a cura di Andrea Pancaldi

Tra tutte le nuove parole apparse nel “vocabolario sociale” con l’emergere del fenomeno del volontariato prima e del non profit poi, sicuramente la cosiddetta finanza etica occupa un posto di primo piano.
L’interesse per la finanza etica, termine non scevro di una certa paradossalità strutturale, ha innescato una molteplicità di iniziative avviate sia dal mondo finanziario sia dai mondi della solidarietà. Il fiorire dei conti etici proposti dagli Istituti bancari ha addirittura suggerito l’emanazione di un decreto ministeriale per regolamentare la materia.
Tra tutte le iniziative la Banca etica, promossa  dalle principali associazioni del terzo settore italiane e da migliaia di piccoli azionisti, è senz’altro quella che ha calamitato il maggior  numero di interessi; aperto il primo sportello a Padova la Banca, che finanzierà solo progetti delle organizzazioni impegnate nell’ambito sociale, si appresta a decollare a livello nazionale con la collaborazione di altri Istituti di credito.
Nel dibattito non solo voci favorevoli: tutto questo ed altro ancora nella bibliografia che vi proponiamo. Tutto il materiale è disponibile presso il CDH.

Libri
Sen A.K.
“Etica ed economia”
Il Mulino, Bologna, 1986

Volpi F.
“Introduzione alla economia dello sviluppo”
Franco Angeli, Milano, 1994

Cooperativa verso la Banca etica
“Banca etica: l’interesse di tutti?”
Publistampa, Milano, 1995

S.Ristuccia
“Volontariato e fondazioni”
Maggioli, Rimini, 1996

Federazione trentina delle cooperative
“Investire in solidarietà: atti del convegno sui fondi etici”
Maggioli, Rimini, 1996

Imprenditorialità giovanile spa – Gruppo Abele
“Lessico dell’impresa sociale”
EGA, Torino, 1996

F. Capriglione
“Etica della finanza e finanza dell’etica”
Laterza, bari, 1997

E.Baldessone, M.Ghiberti
“L’euro solidale. Una carta d’intenti per la finanza etica in Italia”
EMI, Bologna, 1998

Perna T.
“Fair trade”
Bollati Boringhieri, Torino, 1998

Volpi F.
“Il denaro della speranza: spirito, metodo e risultati della Graamen bank”
EMI, Bologna, 1998

M. Yunus
“Il banchiere dei poveri”
Feltrinelli, Milano, 1999

M. Calvi
“Sorella Banca”
Editrice Padre Monti, 2000

Articoli da riviste
Caligaris G.
“Quale finanza etica?”
In Alfazeta, n.53, marzo 1996

E. Casale
“Banca etica: la finanza alternativa”
In Aggiornamenti sociali, n.5, maggio 1996

AA.VV.
“Solidea: fondi etici di risparmio solidale e ambientale”
In Impresa sociale, n.28, marzo-aprile 1996

AA.VV
“Le banche della solidarietà”
In Nuovo mondo, n.3, novembre 1997

AA.VV.
“La finanza etica ” (inserto monografico)
In Aspe, n.20, novembre 1997

AA.VV
“Finanza etica e banca etica: nuove prospettive per la solidarietà” (atti convegno)
In Italia Caritas documentazione, n.2/1998

M.Musella
“Banca etica e sviluppo dell’economia sociale nel mezzogiorno: una nota”
In Non Profit, n.3, luglio-settembre 1998

Musella  M.
“Banca etica e sviluppo dell’economia sociale nel mezzogiorno”
in Non Profit, n.3, luglio-settembre 1998

Bartolini T.
“Massimo credito a progetti minimi”
In Mondo sociale, n.6, giugno 1999

Ministero del tesoro
“Decreto del Ministero del tesoro 8 giugno 1999 n.328. Regolamento di attuazione dell’articolo 29 del decreto legislativo 4 dicembre 1997 n.460 concernente l’emissione di titoli da denominarsi “di solidarietà”
Non Profit, n.3, luglio-settembre 1999

Cavazzoli A.
“Per una economia sociale”
I Martedì, n.9, ottobre 1999

AA.VV.
“La banca etica: un’opportunità per rendere il denaro solidale”
Autonomie locali e servizi sociali, n.2, 1999

Bartolini T.
“Finanza: vincente la scelta etica.”
Mondo sociale, n.4, aprile 2000

Siti internet
Commercio equo e solidale
Consorzio CTM-Altromercato
www.altromercato.it

Banca etica
www.bancaetica.com

Microcredito
Etimos, consorzio di microfinannza per il sud del mondo
Microcreditosummit, campagna internazionale sul microcredito

Figurenotes: una nuova possibilità per l’apprendimento musicale dalla Finlandia

a cura di Emanuela Marasca

Figurenotes è un nuovo sistema di notazione dove le informazioni rispetto al suono da produrre sono date attraverso una simbolizzazione concreta. Nello spartito scritto con Figurenotes il pentagramma e le note sono sostituiti da un sistema di simboli di forme, lunghezza e colori diversi.
I simboli mostrano le medesime informazioni della notazione convenzionale: le altezze nell’ambito di quattro ottave, durate, pause, battute, alterazioni, accordi. Suonando con Figurenotes si possono trovare facilmente le corrette posizioni sullo strumento, abbinando progressivamente tra loro i simboli in partitura con i simboli applicati sullo strumento stesso. Per saperne di più abbiamo contattato Gabriella Ferrari, direttrice del progetto Figurenotes Italia e docente presso la Scuola Musicale Giudicarie di Tione di Trento, e Michele Russano, coordinatore del progetto Figurenotes per l’Emilia Romagna. Gabriella e Michele ci han-no fornito anche le testimonianze di genitori e allievi.

Musica con Figurenotes alla Scuola Musicale Giudicarie di Tione di Trento
Sono cominciate da cinque minuti le vacanze di Nata-le e scende il silenzio nelle aule della scuola musicale. Mi soffermo a sistemare gli strumenti… durante le lezioni non c’è un minuto da perdere.
Il venerdì tocca a Elena, Michele, Simone, Mirco, che sono arrivati con i loro zainetti pieni di spartiti, con i loro sorrisi ed entusiasmo sprigionano nell’aria tanta gioia di suonare! Impegnati nell’esecuzione e nello studio di un brano dopo l’altro, la loro motivazione a fare musica e il piacere di suonare insieme mettono le ali al tempo, che vola via.
Sono trascorsi più di dieci anni da quando, subito dopo la mia prima visita al Resonaari Music Center di Helsinki, ho introdotto insieme alle mie colleghe Florence Marty e Annely Zeni l’utilizzo di Figurenotes nei percorsi di educazione musicale proposti dalla scuola. L’innovazione del sistema concreto di notazione ha consentito agli allievi con disabilità di intraprendere lo studio di uno o più strumenti con successo, e di proseguirlo con costanza, spirito di iniziativa e autonomia, in un crescendo di abilità, espressione di sé e interazione con i compagni e l’intero gruppo di docenti.
Gli allievi, che allora erano bambini e per i quali ero in cerca di strumenti efficaci in modo da risolvere il problema della decodificazione della notazione su pentagramma, sono diventati giovani colonne della scuola musicale: suonano in tutte le formazioni collettive come le band di musica leggera e l’orchestra; sono inoltre presenti con il loro contributo e la loro partecipazione ai laboratori che si attivano per le produzioni musicali per il territorio.
A questi primi “pionieri” si sono aggiunti nel corso degli anni tanti compagni, e sul territorio è ormai tra-smesso il messaggio di accessibilità all’apprendi-mento musicale e allo studio sistematico di uno strumento anche da parte delle persone con bisogni educativi speciali. Sempre più famiglie si rivolgono alla scuola, talvolta su suggerimento del centro di neuro-psichiatria infantile locale, degli insegnanti della scuola dell’obbligo o delle associazioni di servizio alla persona. Di conseguenza si profila la necessità di insegnanti e educatori disponibili a mettersi in gioco nell’ambito dell’educazione musicale speciale.
Bambini e ragazzi di tutte le età raggiungono la scuola dove, secondo un piano formativo individualizzato, frequentano nel corso della settimana la lezione di strumento, il coro e/o l’orchestra, i laboratori.
Gli allievi con disabilità crescono con la musica insieme ai compagni non disabili (ma qui sorrido perché un allievo che non studia il proprio strumento è ben presto disabile nel realizzare le proprie parti, e molto spesso gli allievi speciali sono specialissimi nel fare proprio bene); per tutti loro il percorso è un successo fatto di progressi, di piacere per l’appropriarsi di tanta musica di repertorio e di riconoscimento nell’avere le occasioni di offrire le tanto agognate canzoni e i brani preferiti al pubblico.    
Figurenotes è stata la chiave che ha aperto i cancelli cigolanti costituiti da un sistema di notazione, quello convenzionale, ideato quando le persone con disabilità non avevano affatto accesso all’istruzione, tanto meno quella musicale. Abbattuta la barriera architettonica del pentagramma, allorché questo si costituisce come tale, i potenziali degli allievi con bisogni educativi speciali si rivelano e le competenze musicali si sviluppano fino a realizzazioni complesse.
Figurenotes è un sistema di notazione e in quanto tale non impone passi metodologici predeterminati, ma può essere utilizzato e modulato in funzione delle scelte pedagogiche opportune e differenti a seconda delle esigenze, risorse e bisogni di ogni persona.
Comune a tutti gli allievi rimane la facilitazione, che permette lo scorrere della musica e quindi il senso di riuscita, il piacere grande di suonare insieme, e questo fa il gusto grande di ogni lezione: un turbinio di affetti, sorrisi, attenzioni, senso del gioco e determinazione nell’impegno.
Non rimane molto tempo per tenere le carte in ordine e ci cadono gli spartiti perché nell’eccitazione di una nuova canzone sovrapponiamo le parti, non ci bastano mai. Alla Scuola Musicale insegno in differenti corsi: clarinetto, laboratorio di teatro musicale, avviamento musicale; se riesco a portare ricchezza nelle mie pro-poste mettendo in gioco creatività e contenuti, de-vo ringraziare i miei allievi con disabilità per il grande insegnamento che mi forniscono … Sono loro i miei veri maestri!
Per gli allievi fare musica è una questione di felicità, una felicità che non si esaurisce nella lezione o nel momento di studio a casa, ma che pervade le loro giornate e rinforza nel bello e nella contentezza di sé il loro crescere, il loro farsi adulti, una felicità che contagia i famigliari e gli amici.
Sempre più spesso penso a quanta felicità l’educazione musicale speciale e Figurenotes, proposti nel convincimento della bontà delle relazioni che nella e con la musica si costruiscono, potranno generare in modo diffuso: a tale scopo Specialmente Musica promuove la diffusione e lo scambio di materiali ed esperienze.
(Gabriella Ferrari – Direttrice progetto Figurenotes Italia e docente presso la Scuola Musicale Giudicarie Tione di Trento)

Musica con Figurenotes nei territori di Reggio Emilia, Modena, Piacenza e Cremona
Il desiderio di fare musica con persone con disabilità è nato durante gli studi al DAMS di Bologna e in particolare attraverso l’esperienza indimenticabile fatta per la realizzazione della tesi di laurea “Una ragazza Down suona la chitarra”.
Nel 2009 Gabriella Ferrari mi ha invitato nella scuola di musica dove ha avviato Figurenotes a Tione di Trento, e lì ho conosciuto alcuni suoi allievi e li ho osservati suonare le tastiere, la batteria, il basso elettrico, mentre la cantante al microfono intonava insieme a Gabriella Guarda come dondolo,tutti a ritmo e alla fine quanta gioia!
È stata un’illuminazione, mi sono reso subito conto delle potenzialità di questo sistema di notazione e soprattutto della sua semplicità.
Tornato a Parma, in collaborazione con Gabriella, ho iniziato a presentare Figurenotes in lungo e in largo, ho incontrato diverse associazioni di familiari e tante cooperative sociali, tanti ragazzi, da Parma a Reggio Emilia a Modena a Piacenza.
C’è stato sin da subito tanto interesse e già durante le presentazioni i ragazzi suonavano immediatamente e si divertivano, gli educatori e i genitori erano sorpresi.
In pochi anni sono riuscito a far suonare più di 50 ragazzi e ragazze. A poco a poco ho acquistato tastiera, basso elettrico, chitarra elettrica, metallofono, batteria, strumenti ritmici vari, microfoni e amplificazione.
Così ogni mattina carico nella mia auto tutti gli strumenti e raggiungo i miei allievi in varie sedi sparse nella provincia di Parma e di Piacenza.
I cambiamenti che questo tipo di esperienza musicale ha portato nei tanti ragazzi che cantano e suonano è sorprendente. Suonare diversi strumenti in gruppo e divertirsi, tornare a casa e cantare le canzoni in famiglia, proporre nuove canzoni da trascrivere, riascoltare le canzoni appena suonate su YouTube, inserire nei desideri dell’anno in corso il saggio finale, andare ai concerti e osservare i musicisti come suonano…
Da pochi mesi ho iniziato a sperimentare con alcuni ragazzi un nuovo ausilio musicale ideato in Scozia che si chiama Skoog (siamo i primi in Italia), con il quale è possibile, con l’aiuto di un computer, suonare facilmente tanti strumenti, dal violino alla viola al violoncello, dal flauto all’oboe, dai bongo alla batteria, dalla chitarra al basso e tanti altri. Anche qui gli spartiti sono a colori e il divertimento è assicurato.
(Michele Russano – Coordinatore Progetto Figurenotes Emilia Romagna)

Testimonianze
“Siamo Laura e Massimiliano, genitori di Nicola, grazie al quale ci siamo avvicinati al magico mondo del-la musica cantata, suonata e ballata. Avremmo milioni di cose da dire sul percorso musicale di Nicola in tutti questi anni ma ci limiteremo alle più importanti. La musica ci ha fatto scoprire delle abilità e delle attitudini di Nicola che altrimenti avremmo ignorato. Riempie le sue giornate e soprattutto lo colloca in una dimensione di ‘normalità’ (una in particolare); col metodo Figurenotes legge la musica e suona i suoi brani in totale autonomia, dando a questa parola un significato sempre più ampio. Quando è a casa suona la sua tastiera e riempie la casa di note, di melodie, di vita. Per noi la musica è stata un grande aiuto in numerosi ambiti (per esempio un modo per socializzare, un aiuto nella manualità fine e nella coordinazione mano-occhio) e ci è stata di supporto nel far crescere Nicola in modo armonico. Noi non sappiamo suonare (purtroppo) ma ci piace molto ascoltare musica e siamo convinti che sarà sempre una componente importante nella nostra vita”.
(Laura e Massimiliano, genitori di Nicola, allievo di Gabriella Ferran)

“Mi chiamo Michele, ho 16 anni e abito a Trento. Sono un ragazzo con la Sindrome di Down e quindi ho qualche difficoltà in più rispetto agli altri ragazzi. Però con il metodo Figurenotes ho imparato a suonare la tastiera abbastanza facilmente perché, ad esempio, l’uso dei colori mi aiuta a leggere le note. La mia insegnante Gabriella mi ha dato molti spartiti, anche di canzoni che conosco e che desidero suonare; con essi mi esercito anche a casa assieme a mia sorella e mia mamma, che cantano mentre io suono e questo, oltre a farmi piacere, mi facilita a mantenere il tempo. Questo è il quarto anno che frequento la scuola musicale di Tione e quest’anno ho iniziato a fare le prove di orchestra: mi piace tanto perché posso suonare assieme ad altri ragazzi”.
(Michele, allievo di Gabriella Ferrari)

“Grazie a questo progetto finlandese ho imparato a suonare anch’io, sebbene in precedenza a scuola mi avessero detto che, a causa della scarsa mobilità delle mie mani, non sarei mai riuscito a farlo. Per questo motivo, ringrazio di cuore quelli che hanno scoperto appunto questo stupendo modo di apprendere la musica. Ascoltare la musica mi regala emozioni fantastiche, ma suonarla me ne regala ancora di più. Mi sento di consigliare questo metodo a tutti i ragazzi come me e non solo.
Da qualche settimana sto suonando un nuovo strumento a colori che si chiama Skoog. Mi diverte molto”.
(Gianluca, allievo di Michele Russano)

 “Simona ha iniziato a essere cullata dalla musica quando era ancora ‘in pancia’. Da sempre innamorata della musica, della poesia, dell’amore … Ogni occasione è per lei il momento giusto per cantare. Il regalo più desiderato è il CD dei suoi cantanti preferiti, canzoni rigorosamente italiane. Ha partecipato a molti concerti conoscendo Zucchero, Morandi, D’Alessio e tanti altri. Il suo grande desiderio era imparare a suonare e, come sostiene lei, diventare ‘famosa’. Purtroppo la lettura della musica sul pentagramma non era semplice, quindi il suo desiderio rimaneva disatteso. Un giorno importante ci arriva l’invito per far partecipare Simona a un percorso musicale con Figurenotes. La nostra gioia infinita! Il lavoro con Michele, maestro di musica, può partire. Inizialmente Simona suona la tastiera, che felicità! Dopo circa un anno sperimenta il basso, sicuramente uno strumento più difficile; dopo qualche incontro arriva a casa felice ed esclama: ‘Ma sai che oggi dal basso è uscito il suono giusto!’ … un’altra conquista importante era stata raggiunta. Questo percorso le ha permesso di rafforzare il senso di autoaffermazione, stimolandola e favorendo la motivazione ad allenarsi quasi ogni giorno. Non possiede un ‘basso’, ma quasi ogni giorno dedica 30-40 minuti al suono della tastiera. Ha imparato a mantenere il segno autonomamente quando legge la musica incrementando la stima di sé. È sempre molto felice quando può esibirsi in pubblico.
Un grazie infinito a chi ha reso possibile tutto questo”.
(Enrica, mamma di Simona, allieva di Michele Russano)

Gabriella Ferrari, Markku Kaikkonen, Musica con Figurenotes. Imparare a suonare facilmente con i simboli colorati, Trento, Erickson, 2005

 

How long is now. La danza in carrozzina di Balletto Civile

di Lucia Cominoli

Più di ogni altra forma artistica la danza è rivelazione squisitamente corporea. Abitazione e scoperta di spazio, inciampo, incrocio e rinascita nelle forme dell’altro, riscrittura gestuale dell’intimità o espressione codificata… In qualsiasi modo lo intendiamo il ballo resta associato ai moti d’origine: slancio terrestre, ascolto impulsivo e azione comunitaria.
Quando la musica ha inizio o siamo in dialogo con uno o più partner, quello che si chiede al nostro corpo è infatti pur sempre la stessa cosa: dare una risposta. Uno scambio in apparenza semplice che può portare tuttavia a conclusioni complesse, a seconda, soprattutto, del tipo di vicinanza che vorremo instaurare e a chi intendiamo rispondere. Per le scuole di Danza Sportiva in Carrozzina per esempio, come la Wheelchair Dance Sport di Firenze, la prima sul territorio nazionale, la risposta consiste nella possibilità di esercitare un’abilità personale, più o meno residua, sulla quale i danzatori-atleti disabili agiscono con l’allenamento e la creatività fino a esibirsi combinati (un partner in piedi e uno su carrozzina) o in coppia (entrambi su carrozzina) in vere e proprie competizioni di tango, valzer, ecc., di fronte a un pubblico di appassionati e di giurati. Per il teatro danza, invece, pur attingendo alle pratiche della stessa disciplina, il centro si spinge dall’esplorazione delle abilità a quella delle difficoltà, fino alla loro acquisizione e trasformazione in gesto poetico, colloquio, tensione generativa di spostamenti e ipotesi in continua evoluzione.
How long is now, lo spettacolo ideato dalla coreografa Michela Lucenti con la compagnia Balletto Civile, che ha aperto lo scorso ottobre 2013 l’annuale stagione di danza contemporanea del Teatro Comunale di Ferrara, muove su queste linee di sguardo, facendoci partecipi di ferite corporee personali e storiche che mettono di volta in volta a confronto abilità e generazioni diverse in una riflessione sociale e politica legata al futuro del presente, combinandovi l’energia di parola e musica con personali e più sensibili impasti. Uno, due, tre, quattro… Quante sono le ruote della danza? Se lo sono chiesti con le loro carrozzine gli ospiti della Casa Residenza per Anziani di Ferrara e del Centro Sociale Ricreativo Culturale Rivana Garden, protagonisti dello spettacolo, insieme ai danzatori della compagnia e alla comunità rapita del pubblico che li ha osservati.

Quando ballare è un’etica. Storia di una compagnia “civile”
Che la danza sia capace di agire nella Storia così co-me di farsi interlocutoria e responsabile di impegni etici è un assunto che, ce lo dice il nome, Balletto Civile si porta dietro fin dalla nascita, anno 2003, grazie alla personalità della sua guida, Michela Lucenti, direttrice artistica, danzatrice e coreografa allieva di Pina Baush, la fondatrice del Tanz Theatertedesco, e di Thomas Richards, il più stretto collaboratore di Jerzy Grotowski, padre del Nuovo Teatro del Novecento. Oggi “il collettivo nomade di performers” è in residenza al Teatro Due di Parma e prosegue una ricerca artistica d’azione civile sulla linea degli esordi, co-me quando entrò nell’Ospedale psichiatrico di Udine per dare vita allo spettacolo di coreografie e canti // corpo sociale e a Psicoshow di Alessandro Berti, a partire dalla voce e lo studio delle lotte di Franco Basaglia.
È una danza che non rinuncia neppure alle commistioni di genere quella di Balletto Civile e che mette la parola sullo stesso piano del corpo, che fa degli interpreti dei danzatori-attori, che si sporca di liriche e canti popolari della tradizione, che ammicca al teatro musicale e alle fascinazioni delle arti visive, della natura e degli oggetti per porsi di fronte all’incontro e alla relazione con l’umano quale occasione fondamentale del vivere. Un metodo e un’attitudine che la Lucenti ha voluto mettere nero su bianco, con un manifesto e una dichiarazione d’intenti che meritano l’approfondimento:
“[ … ] Saper condurre senza violenza con delle idee sceniche.
Lasciarsi condurre veramente, quindi sorprendersi.
Capire che essere passivo contiene un’attività. Sapere che essere attivo contiene una passività. Porsi in uno stato d’ascolto totale in entrambe le posizioni.
Pensare che il dialogo contiene respiro per essere organico.
Imparare a non fare male e a non farsi male.
Avere un corpo pronto fisicamente allenato all’imprevisto.
Avere una mente duttile alla novità e continuamente all’invenzione.
Saper accogliere anche quando si rifiuta, o si è violenti, imparando il grande gioco del teatro.
Saper tenere a bada le proprie emozioni perché c’è qualcosa di più urgente e pericoloso di cui occuparsi (magari sostenere l’altro che sta per cadere).
Ascoltare le proprie emozioni che ci vengono dall’a-zione e non da qualcosa di pregresso.

[… ] Quello che ho imparato è che esercitarsi alla relazione è centrale nell’allenamento dell’attore e del danzatore, è il principio base su cui si fonda un’équipe di lavoro, ogni spettacolo non è altro per me che un progetto comunitario, un gruppo di persone che hanno un obiettivo che devono perseguire ogni sera (che è poi raccontare una storia e per me è indifferente che la storia sia solo fisica o con canti e paro-le) e l’obiettivo deve essere mantenuto vivo attraverso una prontezza fisica e mentale che rende ogni sera imprevista perché ogni sera le persone che condurranno l’azione saranno diverse, quindi anche se il materiale testuale o fisico sarà disegnato alla perfezione, ecco che entra in gioco l’umanità, quella di cui facevamo l’esempio prima immaginando lo scienziato alla conferenza, quell’allenamento di metodo che renderà pronti gli interpreti ad ascoltarsi realmente ogni sera, costruendo partiture che non si possono fare senza attenzione e senza coscienza, facendo sì che ogni sera sia speciale, insomma diversa, viva e che quindi includa chi guarda, che non assisterà al discorso specifico ma a qualcosa che, pur essendo specifico, li farà sentire inclusi perché parte di un discorso universale, cioè la relazione tra creature.

Il dialogo tra generazioni per sprigionare il presente
Perché per un giovane è così importante porre oggi domande agli anziani? Questione d’esperienza, si sa. E alle conseguenze chi ci pensa? Non è forse anche loro la colpa del fallimento, dello sfruttamento, degli individualismi sfrontati, delle volontà stanche? Eppure com’è che a trent’anni ci si sente più compresi da un ottantenne che da un quarantenne? Tocca a noi ricominciare tutto da capo? Ripristinare il rispetto prima delle retoriche del benessere? Voi ci pensate ai valori? E ai figli? E ai figli dei figli?
Sono corpi che si interrogano quelli sulla scena di How long is now, domande-strappo, incrinature custodite dal corpo, desiderio di recuperare tempi sottratti. Eppure non mancano il ritmo, la vivacità e la gioia di una giovinezza che non può essere altro che tale, che gioca e si confronta nel dialogo con una vecchiaia che sui tumulti si è fatta le ossa e che ora 1e ha anche Un anziano professore è il protagonista di una storia di vita ordinaria, la sua, che ripercorre sulla sua poltrona bianca nell’incontro di tutti i protagonisti che ne hanno scandito le tappe, misteriosi fantasmi familiari e ignoti, ora vicini ora lontani. Improvvisamente arriva un nipote, inadeguato, maldestro, cui lasciare il compito di tracciare i nuovi confini. Il cerchio si richiude. I padri tramandano ai figli e così via. Ma, in mezzo, cosa c’è stato? La musica della violoncellista Julia Kent degli Antony and the Johnsons conta il passo e la danza delle sedie a rotelle, accompagnate con leggerezza e ironia dagli artisti nella tipica struttura combinata della danza carrozzina e non solo, un volo oltre l’ostacolo e una simbiosi di esseri parti della stessa scommessa. Così ci provocano i vecchi, tornando a gattonare mentre i giovani discutono su quel futuro che è il presente.

Dissertazione poetica sul futuro impedito
“Quanto dura un attimo.
Ho invidiato lo sguardo di una centenaria.
Ho visto sulla sua pelle il sole che ha avuto in faccia. Il cinismo pneumatico a cui non ha ceduto.
Mi indigno se guardo Report.
E non trovo la serenità di chi ha vissuto sulla propria pelle due guerre.
L’incalcolabile adesso è nostra responsabilità. Un fiume in piena che si può placare.
Il presente bastardo ci fa sudare e faticare. Dobbiamo abbandonare i privilegi a trabocchetto? Immaginare una lista personale di cose da fare su cui impegnarsi?
E un’altra lista di cose da cui resistere? Cercare le cose perse.
Intendo nel corpo.
Scovare nel corpo quello che abbiamo lasciato per strada.
Siamo mappe che vengono lette da fuori, messe l’una di fianco all’altra.
Il nostro fisico racconta quando sprofondiamo o quando risaliamo.
In balia del grande mondo dell’Ora. La vita vera. Corpi evocativi che ricopriamo con più o meno stile, più o meno loghi, più o meno paure.
Ma poi arriva per un attimo intenso, breve, un’immagine captata con la coda dell’occhio che manda in cortocircuito il nostro cervello e la nostra ragione.
Refusi emotivi competitivi che vincono sul pensiero e si insediano nel corpo.
Inarrestabili, inconfutabili dilatano il tempo e raccontano più delle nostre mille parole.
Più o meno adeguate, più o meno pensate, più o me-no studiate.
Per questo lasceremo ai corpi la testimonianza di raccontarci una nuova parabola.
Uno spaccato di un pezzo di mondo che deve tornare insieme, e ricucire le ferite per assicurarsi un futuro sereno.
Un sistema pensionistico affettivo.
Mettere via piccole e preziose emozioni, capitalizzar-le e custodirle,
rivalutarle negli anni al netto dell’inflazione dei dolori e dello spread delle illusioni.
Non cedere alla finanza emotiva. Resistere” .

Lo spettacolo è un’iniziativa del progetto “Dentro le Mura” realizzato nell’ambito di Creatività Giovani, promosso e sostenuto dal Dipartimento della Gioventù – Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Anci – Associazione Nazionale Comuni Italiani con il sostegno di ASP – Centro Servizi alla Persona e Aterdanza.
Nel 2012 Balletto Civile ha ricevuto /Premio Nazionale della Critica.

Per informazioni:
www.ballettocivile.org
www.teatrocomunaleferrara.i

Cosa pensano i genitori quando un figlio pratica sport

a cura di Tristano Redeghieri

I miei tre figli praticano calcio, pallavolo e nuoto. All’inizio dell’anno sportivo gli allenatori hanno dato un foglio a noi genitori sul quale c’era scritto come deve comportarsi un genitore quando accompagna il proprio figlio agli allenamenti e alle partite, sia che siano di campionato o amichevoli. Tutte regole che anch’io, nonostante sia un educatore, oltre che un genitore, a volte, faccio fatica a seguire.
Ma gli allenatori sanno cosa succede nella testa di un genitore quando il figlio gioca, e tutto quello che ne consegue a livello emotivo? Non ci è mai stato chiesto direttamente se è facile o difficile condividere le gioie e le frustrazioni che lo sport porta ai nostri figli. Non mi hanno mai chiesto se ho notato e visto miglioramenti per quanto riguarda l’autonomia, l’autostima… se i miei figli sono diventati più intraprendenti e se hanno migliorato il rapporto con se stessi e gli altri, migliorando o peggiorando le dinamiche di gruppo.
Se io mi pongo queste domande come genitore di figli “normodotati”, immagino che per i genitori di figli disabili sportivi le ansie e gli interrogativi siano nettamente amplificati. Queste considerazioni mi hanno stimolato a contattare genitori e fratelli di atleti disabili che risiedono lontano dal territorio in cui abito e lavoro, per non farmi condizionare da pregiudizi.
Di seguito riporto la testimonianza di Barbara Avola, Michele Ferrero e Maria Peluccio, Lucia Caruso che abitano in Sicilia, e più precisamente nella provincia di Siracusa.
“Sono mamma di tre figli, Alessio, Leo e Giulia. Fin dall’età della scuola primaria hanno provato vari  sport, dal basket al calcio al nuoto al tennis, e tutti quelli verso i quali hanno mostrato interesse. Giulia, la più piccola, ha ancora una disabilita psicomotoria derivante da lesioni cerebrali causate da complicazioni alla nascita. Nonostante le sue condizioni, oltre all’attività in piscina ha frequentato un corso di danza classica partecipando a due saggi. Ha successivamente partecipato ai corsi di minibasket e in seguito si è allenata con la squadra di nuoto a baskin con uno dei fratelli. Essendo io tra i promotori del baskin nella mia zona, ho incoraggiato la loro partecipazione insieme a me, che gioco in ruolo 4, e al mio compagno, allenatore e giocatore in ruolo 5.
Personalmente credo che il baskin sia una bellissima opportunità per tutti, perché ha dei ruoli che permettono di includere tutte le abilità. Lo trovo uno sport geniale.
Per me integrazione (ma parlo da educatrice professionale) significa avere rispetto per qualsiasi condizione, considerare l’altro, in qualsiasi condizione si trovi, come tutti, con le sue specifiche specialità e con i suoi specifici difetti. Significa equilibrio nelle relazioni, accettando i limiti che ognuno di noi ha e incentivare le potenzialità. Purtroppo la mancanza di preparazione generale e la superficialità degli operatori nel settore della disabilità non hanno permesso che io sperimentassi il piacere di percepire una reale inclusione. I genitori possono seguire un figlio con disabilità senza essere invadenti fino al punto in cui lo seguono quelli di coloro che disabilità non ne hanno; non credo sia cosa semplice non risultare invadenti, ma credo che un’educazione al dialogo sia una buona strada per esprimere bisogni e dissensi. Educazione all’empatia: credo che le famiglie che hanno in essere condizioni difficili, come possono essere quelle della disabilità, dovrebbero avere il supporto di consulenti psicoterapeuti per l’elaborazione del problema e da lì penso si possa procedere verso un discorso di equilibrio nella relazione con il figlio o la persona con disabilità in genere. Le dinamiche di gruppo che si sviluppano sono le stesse che si manifestano in tutte le altre squadre o per lo meno io mi adopero, vivendo la situazione in prima persona, affinché possano essere tali. Ci arrabbiamo se non giochiamo bene, motiviamo se si ritiene sia il caso, non si convoca alle partite chi mostra scarso impegno nel seguire gli allenamenti, si gioisce insieme per i successi conquistati. Si cresce nella civiltà nel più nobile dei suoi significati”.  (Barbara Avola)

“Sin da piccolo Salvatore ha dimostrato un particola-re interesse alla palla e provava piacere a giocare a calcio o a pallacanestro.
Pur avendo frequentato vari corsi di nuoto, notavamo che il basket era il suo gioco preferito e quando andavamo in un campetto vicino casa o all’oratorio – allora abitavamo a Rho – dava il massimo di sé nelle partite di pallacanestro, gratificandosi molto nel fare canestri. Solo quando ci siamo trasferiti a Noto, circa dieci anni fa, incontrando Vincenzo Spadaro e Marco Formica, bravi e pazienti allenatori di basket, abbiamo deciso di provare a inserirlo in alcuni corsi serali di pallacanestro in cui vi erano solo normodotati. Inutile nascondere che ciò comportava un notevole impegno sia da parte nostra, che abitiamo fuori città, sia da parte degli allenatori, che dovevano ave-re grande pazienza ed esperienza nel gestirlo.
Ma in considerazione del desiderio, della gioia e della voglia di Salvatore nel praticare questo sport, non potevamo esimerci dall’accontentarlo. Anzi, questa novità è stata per noi genitori di notevole stimolo per le attività future. Però, e qui c’è un però, Salvatore alla lunga cominciava a notare, all’interno della squadra, la sua parziale incapacità a giocare come i suoi compagni normodotati. Questo un po’ lo ha deluso, ma quando poi gli è stato proposto un nuovo tipo di basket appunto, lo ha molto apprezzato, superando di colpo le sue delusioni. Da allora è stato un crescendo di piaceri.
Certo, abbiamo fatto tutti un po’ di fatica a capirne le regole e anche i ragazzi sono rimasti all’inizio un po’ disorientati ma, passato il primo momento di smarrimento e con duri allenamenti, cominciando a capire ognuno il loro ruolo, non c’è stato più nessun problema. E la cosa più interessante è che fra di loro si aiutano e si sorreggono, specialmente nei momenti meno proficui, per dare di più. Molto positivo il fatto che in questo sport fra i disabili e i normodotati ci sia rispetto, un sollecitarsi a creare complicità per fare più canestri possibili, senza considerare importante se il pallone viene fatto entrare nel canestro più alto (quindi un lancio fatto da un normodotato) o in quello più basso (quindi un lancio eseguito da disabile grave in carrozzina). E per parlare anche della fa-miglia, siamo convinti che abbia un ruolo fondamentale in tutto ciò, in quanto non deve sostenere soltanto il proprio figlio, ma anche tutti gli altri, sia collaborando nella logistica delle attività sia moralmente verso i propri figli, in un gioco continuo di complicità totale, in modo da dare tutto quello che si può senza pretendere da nessuno nient’altro che la soddisfazione e la gioia dei propri figli. Nella nostra esperienza abbiamo notato che a Salvatore non solo fa piacere la nostra presenza, ma la pretende in tutte le sue partite o allenamenti, e notiamo che da ciò trae molta gratificazione, che poi è quello che noi vogliamo. È ovvio che non sempre è possibile accontentarlo, ma il nostro impegno è massimo. Desideriamo sottolineare, a questo punto, che il baskin è stato presentato anche alle scuole locali, con delle partite in cui Salvatore è stato uno dei protagonisti.
Questa esperienza di insegnamento agli studenti è stata estremamente gratificante per tutti.
In conclusione, la nostra visione attuale è senz’altro positiva e speriamo fortemente che abbia un futuro. Non nascondiamo che ci sono tante difficoltà nel realizzare questo progetto, dovute soprattutto al rapporto con le istituzioni e con le altre realtà coinvolte, ma da parte nostra c’è sempre disponibilità.
Una citazione particolare va a Peppe Battaglia, presidente della UISP di Noto, che ci coinvolge spesso nelle sue iniziative e al quale va il nostro personale ringraziamento per il suo impegno nei confronti delle persone disabili”.
(Michele Ferrero e Maria Peluccio)

 “Benito ha 53 anni e a causa dei suoi problemi motori non praticava alcun tipo di sport, per paura di farsi male; perché anche se cammina ed è autonomo, spesso perde l’equilibrio e cade. Quando ci hanno proposto il baskin, inizialmente eravamo diffidenti, perché non conoscevamo bene la tipologia di sport e le sue regole. Ma dopo aver assistito a un’esibizione pratica, i nostri dubbi sono spariti. Questo sport ha delle regole perfette che permettono ai diversamente abili di partecipare al gioco con tranquillità. Il disabile, che spesso nella vita quotidiana ha bisogno dell’aiuto dei normodotati, si sente protagonista. Il ruolo degli atleti disabili è fondamentale nello svolgimento del gioco, perché anche il disabile aiuta il normodotato, e questa collaborazione contribuisce ad accrescere l’autostima, la fiducia, la sicurezza in se stessi e l’interazione con i ragazzi. Infatti Benito è diventato più coraggioso, ed è riuscito lenta-mente a demolire il suo castello di paure. È tanta la passione per questo sport, che per la prima volta ha preso un aereo per andare a Cremona a partecipare al 1 ° campionato nazionale di baskin. Per, lui è stata un’esperienza fantastica. Non ho mai visto mio fratello così felice.
Questo sport valorizza il contributo di ogni componente della squadra, il successo dipende realmente da tutti; la collaborazione e l’interazione fra i ragazzi contribuiscono all’accrescimento della sensibilità di ognuno. Solo pochissime volte ho assistito a situazioni dove il normodotato, nelle dinamiche di gruppo di gioco, non ha coinvolto nel modo adeguato il diversamente abile; il voler essere protagonista, l’egoismo prevalgono a volte su tutto. Finalmente col baskin, in questa società di automi, i ragazzi diversa-mente abili fanno sentire la loro voce nel coro per dire ‘lo ci sono'”.
(Lucia Caruso)

Bisogna essere bruchi per generare farfalle

di Stefano Toschi

La città in cui sono nato e vivo, Bologna, era considerata, negli anni Settanta, un modello e un’assoluta eccellenza in fatto di welfare state. Oggi quel sistema fa acqua. Bambini che muoiono di freddo, famiglie senza casa che vivono in macchina, una pletora di mendicanti, senza tetto, invisibili ai margini della società, mense che fanno il tutto esaurito ogni giorno con file lunghissime alla porta, dormitori pieni che non hanno posto per tutti, maggioranza di italiani (e bolognesi) alla mensa di San Petronio, e via discorrendo. Accanto a questi casi estremi, tanti anziani, un tempo medio-borghesi, che vivono con pensioni miserabili e si vedono tagliare, giorno dopo giorno, i tanti servizi comunali che, una volta, avevano fatto l’eccellenza della città: spesa a domicilio, pasto recapitato a casa, assistenza domiciliare. Non parliamo di quando, su una normale famiglia di ceto medio, si abbatte il demone dell’handicap. Gli aiuti statali sono sempre meno e sempre insufficienti a coprire anche le esigenze basilari. Le storie si sprecano: ragazzi con deficit motori che devono rinunciare ad andare a scuola perché non c’è un servizio di trasporto, bambini che potrebbero fare incredibili progressi con adeguate sedute di logopedia e di fisioterapia, ma sono costretti a rinunciarvi perché i servizi pubblici passano un’ora al mese o poco più, adulti prigionieri in casa perché l’alloggio popolare non ha l’ascensore, e via dicendo. A Bologna non sarebbe più nemmeno possibile mandare a scuola i propri figli senza l’intervento del Terzo Settore. Al di là delle polemiche generate dal referendum sulla scuola dello scorso maggio, infatti, la realtà è che i posti comunali, da soli, non sono sufficienti a coprire la richiesta delle famiglie. In questa nuova emergenza welfare, dunque, il volontariato e l’associazionismo ricoprono un ruolo determinante. Il problema della concreta applicazione di questa necessaria sussidiarietà è che, tuttavia, le Istituzioni ricorrono al Terzo Settore solo come ancora di salvataggio, sottostando spesso, diciamocelo, ai ricatti di alcune realtà che, per offrire un servizio al pubblico, si approfittano della propria situazione di forza. Se venisse applicato quel modello di sussidiarietà circolare teorizzato dal prof. Stefano Zamagni, in cui il Terzo Settore è il vero protagonista del welfare municipale, non essendo solo mero esecutore, ma anche partecipe delle decisioni a monte, forse si andrebbe incontro a una maggiore responsabilizzazione di tutti i soggetti coinvolti. Senza scendere nelle definizioni di famiglia, è comunque quest’ultima, innegabilmente, la cellula primaria delle società civile. Se lasciamo soli i neo-genitori, soprattutto quelli di bambini con qualche deficit, sgretoliamo alla radice la società in cui viviamo. La famiglia ha l’onore e l’onere di crescere per noi i futuri politici, ricercatori, scienziati, medici, insegnanti, ecc. Ognuno di noi è ben contento del “lavoro” fatto dalla famiglia per crescere in un certo modo, ad esempio, il cardiochirurgo che ci ha salvato la vita con un trapianto. Siamo grati all’Università e poi agli ospedali e ai Maestri che gli hanno trasmesso le sue conoscenze, ma, ancor prima, ai sacrifici fatti dai genitori per farlo studiare, all’ideale di costanza e dedizione che gli hanno trasmesso, alle possibilità che gli hanno dato (o non dato: a volte sono più stimolanti queste ultime). Tuttavia, non ringraziamo mai le famiglie che, quotidianamente, compiono lo sforzo di crescere nel miglior modo possibile i loro figli con deficit. Se sapessimo che, un giorno, quel cardiochirurgo potrebbe salvarci la vita, chi di noi non vorrebbe che parte delle proprie tasse servisse a permettergli di studiare, magari anche solo di recarsi a scuola con un servizio di scuolabus? Quale amministrazione comunale non metterebbe un mezzo al suo servizio, tagliando magari qualche inutile spesa di rappresentanza? Nello scrivere questo, mi vengono in mente quei giochini psicologici che fanno ai colloqui collettivi di lavoro. Dopo un naufragio, puoi salvare una sola persona: salvi il bambino, il chirurgo, o non mi ricordo chi altri? Anche in questo test ovviamente non è nominato il soggetto con deficit. Farebbe forse ridere? Non lo sceglierebbe nessuno? Non assumerebbero mai chi lo sceglie, nella menta!( a aggressiva e volta al profitto di un’azienda? Non saprei, dovrei chiedere a uno psicologo del lavoro. Quello che so è che la ricchezza che apporta alla società il soggetto con deficit non ha eguali. Le famiglie che lo crescono, poi, offrono alla società un bene che non ha prezzo. La società intera dovrebbe pagare caro (proprio in senso materiale) questo tipo di servizio, che viene reso a tutta la collettività. Prendiamo l’esempio degli anziani. Magari degli anziani fragili. Anche senza considerare tutto ciò che hanno fatto per le loro famiglie e per la comunità, quando erano nel pieno delle forze, oggi questa categoria, così a rischio discriminazione, è quella che permette, spesso, il sostentamento economico della generazione che li ha seguiti. Non è solo colpa della crisi se noi non saremo in grado di fare per i nostri figli quello che i nostri genitori hanno fatto per noi. Loro hanno fatto la guerra, sono temprati dalle difficoltà, avvezzi ai sacrifici. Hanno risparmiato per noi quello che noi abbiamo speso. È superfluo dire che sono fondamentali nella cura, nell’educazione, nel sostentamento dei nipoti. Pensiamo a quanti soldi risparmiano le famiglie (ma anche le amministrazioni comunali) quando sono i nonni a fare da babysitter. La loro generazione ha prima costruito poi tirato la carretta su cui noi e i nostri figli siamo comodamente seduti. A questo punto, immagino, molti lettori si saranno chiesti quale vantaggio sociale apportino, però, in tutto questo, le persone con deficit. Bene, pensiamo a un mondo in cui non nascano bambini con handicap. Prima di tutto, questo contribuirebbe ad azzerare anche quella mentalità di cura del soggetto debole che, ancora, almeno per quanto riguarda i bambini indifesi, persiste. Ciò significa che saremmo molto meno propensi ad accettare l’handicap incorso in itinere e, dunque, a tutelare l’adulto con handicap intervenuto. Pensiamo, assai prosaicamente, a quanti posti di lavoro in meno, a quanta meno ricerca, sia a livello accademico, sia a livello medico. Pensiamo a quanta aridità di cuore nel nostro mondo. Diversi studi sociologici dimostrano che le famiglie che affrontano il deficit di un congiunto sono, poi, quelle più propense a fare del bene al prossimo, perché hanno forgiato il loro cuore sulla sofferenza e la compassione. Tendono a essere più generose e aperte delle altre famiglie, più accoglienti e includenti e a dedicare tempo ed energie al sociale. Inoltre, sfido i lettori a trovare il genitore di un ragazzo con deficit che, superato lo shock iniziale, farebbe cambio con un figlio normodotato. La ricchezza di questa esperienza non ha prezzo. Il bambino con handicap ti insegna ogni singolo giorno, con la sua sola presenza, cosa conta davvero nella vita: così facendo ci rende migliori, rende migliore la nostra società, non ci permette di diventare macchine senza sentimenti. Per questo dovremmo essere grati all’imperfezione della natura, perché è l’imperfezione che caratterizza l’humanitas, ci fa persone, e persone migliori. È il bruco che diventa farfalla, è il caos che genera la stella danzante, come dice Nietzsche. È banale pensare che la sordità di Beethoven ci ha consegnato la sua musica, che il nanismo di Petrucciani ci ha regalato i suoi concerti, che il genio di Stephen Hawking ci ha rivelato la spiegazione dell’universo dal Big Bang ai buchi neri, che la follia di pittori e poeti ci ha donato le opere più belle mai create dall’uomo: questi esempi si sprecano. Vorrei concludere con le parole di un attore famoso, soprattutto fra il pubblico femminile: Colin Farrell. L’attore, che fa sempre parti da macho, da grande condottiero, da bad boy, indomito e senza paura, nella vita è padre di un bambino affetto da una malattia genetica rara, la sindrome di Angelman. Vi lascio con le sue parole: non c’è altro da aggiungere (fonte: mensile “Ok Salute!”). “Mio figlio James ha otto anni. All’età di sette mesi abbiamo scoperto che il bimbo era affetto da una forma di disturbo chiamato sindrome di Angelman, che ha effetto a livello motorio e verbale. Solo all’età di quattro anni James ha mosso i primi passi da solo. È stata un’emozione straordinaria per lui e tutti noi. È un bambino che richiede attenzioni e ha bisogni speciali, ma io non lo considero un disabile, io almeno non lo vedo così. Quando lo guardo, mi sembra che sia un bambino felice. Già, l’ironia di questa sindrome è che si manifesta spesso in attacchi di risa. Come se la felicità fosse uno degli effetti collaterali della sua sindrome di Angelman”.
La patologia di cui soffre il suo bimbo è una grave sindrome neuro-comportamentale genetica, che de-termina un ritardo psico-intellettivo e motorio, la manifestazione di crisi epilettiche, una quasi assente capacità di parola, ipereccitabilità. Caratteristica particolare di questa malattia, come spiegato proprio dall’attore, è l’espressione sorridente da bambolina che i pazienti mostrano quasi sempre, così come gli improvvisi scoppi di risa. “Se mi sento sfortunato? No. La nascita di James, la sua esistenza, è stata per me una benedizione, non un peso. Grazie a lui sono maturato, sono cresciuto, sono diventato più profondo, capisco meglio il senso profondo dell’esistenza. E lui? È un bambino che dimostra un coraggio incredibile, una forza vitale pura e incontaminata. Adoro mio figlio, e il fatto che sia speciale me lo fa adorare ancora di più. Vorrei dire a tutti i genitori dei bambini con Angelman: abbracciate questa loro differenza come un’occasione di celebrazione della vita in tutte le sue forme, anche quelle speciali”. No, non c’è proprio altro da aggiungere.