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Autore: Nicola Rabbi

VENDETTA!

a cura di Nicola Rabbi 

E, arrampicandosi sulle teste degli spettatori, non tardò a raggiungere la parete dove strappò una torcia dalla mano di una delle cariatidi. Ritornando quindi nel centro della stanza, balzò con l’agilità di una scimmia sulla testa del re, e da lì si arrampicò su per la catena, tenendo bassa la torcia e scrutando il gruppo degli orangutanghi, mentre seguitava a urlare: “Saprò ben presto dirvi chi sono.” Ed ecco che, mentre tutta l’assemblea (scimmioni compresi) si torceva dalle risa, il giullare emise a un tratto un fischio acuto; al che la catena risalì violentemente di circa trenta piedi, trascinando con sé gli orangutanghi sgomenti e agitati, e lasciandoli sospesi a mezz’aria tra il lucernario e il pavimento, Hop-Frog sempre aggrappato alla catena, seguitava a conservare la sua distanza relativa rispetto alle otto maschere e (come se nulla fosse) non cessava di spingere sempre più bassa la torcia verso di loro, quasi cercasse con fatica di scoprire chi fossero. La folla era rimasta talmente stupefatta di questa ascesa, che si fece per circa un minuto un silenzio di morte. Questo fu interrotto soltanto da un rumore sommesso, aspro, stridente, simile a quello che già in precedenza aveva attirato l’attenzione del re e dei suoi consiglieri, allorché il tiranno aveva gettato il vino in faccia a Trippetta. Ma ormai non era possibile ingannarsi sulla provenienza del rumore. Esso usciva dai denti a zanna del nano, che li digrignava e arrotava pur schiumando dalla bocca e guardando con un’espressione di furore maniaco i volti alzati del re e dei suoi sette compagni. “Ah!, ah! – proruppe infine il giullare infuriato – Ah!, ah! ecco che incomincio a capire chi è questa gente!”. E, fingendo di scrutare ancora più dappresso le sembianze del re, avvicinò la torcia allo strato di lino che lo avviluppava e che istantaneamente divampò e arse come un sudario di fiamma viva. In meno di mezzo minuto tutti gli otto orangutanghi bruciavano come zolfanelli, tra gli urli della folla che, paralizzata dal terrore, e impotente a recare ad essi il minimo aiuto, li fissava dal basso. Alla fine, le fiamme, aumentando a un tratto di intensità, costrinsero il buffone ad arrampicarsi ancor più in alto sulla catena, per mettersi fuor della loro portata, e mentre egli faceva questo, la folla ricadde per un breve attimo in silenzio. Il nano colse quest’occasione e parlò ancora una volta. “Capisco ora chiaramente – disse – che razza di gente sono queste maschere. Si tratta di un grande re e dei suoi sette consiglieri privati, un re che non si fa scrupolo di schiaffeggiare una ragazza indifesa, e i suoi sette consiglieri che lo incitano all’oltraggio. In quanto a me, non sono che Hop-Frog, il buffone, e questa è la mia ultima buffonata.”
(Brano tratto da Edgar Allan Poe, Hop-Frog dal libro Racconti del mistero e dell’orrore)

Hop-Frog (Salta Rospo) è il buffone di corte, al servizio di un re grasso e tiranno a cui piace ridere a spese degli altri. La vita di un monarca può essere così monotona e il re si è scelto un buffone del tutto speciale per ridere, anzi su cui ridere, proprio perché Hop-Frog è nano e deforme; le gambe, gracili e storte, non gli permettono di camminare ma solo di saltare, come un rospo. In compenso due braccia meravigliosamente muscolose gli permettono un’agilità non umana.
Accanto a lui Trippetta (così è il suo nome anche in inglese), un’armoniosa ballerina di statura ancora più bassa, una creatura tuttavia leggiadra, ammirata da tutta la corte. Tra i due una grande intesa, un rapporto che ricorda la favola della bella e della bestia, dove però la bestia non ha alcun potere (se non quello di far ridere gli altri a spese proprie) e la bella si ritrova comunque a essere catalogata tra gli scherzi della natura.
“Buffone, nano storpio, aborto di scimmia”, così, molto probabilmente, lo chiama il tiranno in quella era medioevale decisamente non politicamente corretta verso i diversi. Del resto anche a Hop-Frog non importa molto, data la sua condizione, di essere chiamato disabile o handicappato. Probabilmente non ha mai immaginato di essere trattato diversamente. Ma c’è un limite da non superare, come per ogni cosa. La goccia che fa traboccare il vaso è rossa. Rossa come il vino che Hop-Frog è costretto a bere dal suo padrone. La bella interviene per difenderlo e il re la butta violentemente per terra gettandole in faccia il vino. Un intero bicchiere, ma sarebbe bastata una goccia per far emettere quel suono basso, aspro e prolungato al buffone. Lo stesso che troviamo alla fine della storia, a vendetta oramai compiuta. La vendetta di un diversabile, anche lui non politicamente corretto, anzi decisamente cattivo e vendicativo. Ma è un professionista e fino all’ultimo le sue otto vittime incatenate, vestite da bestie e infine arse vive, ridono dell’ultima buffonata di Hop-Frog.

Pallastrada: ovvero l’arte di arrangiarsi

di Paolo Bertani

Nell’ambiente giustamente equivoco e un po’ inquietante del piazzale antistante la Villa Pallavicini, a Bologna, nella canicola di un pomeriggio di giugno, si è svolta la 2005° edizione del Campionato mondiale segreto di Pallastrada, che quest’anno ha purtroppo coinciso con la 1° Festa di Accaparlante, rivista che tratta di argomenti scabrosi, scelti da una redazione dalla reputazione non meglio precisata.
Comunque: come i genitori non si scelgono, così pure gli organizzatori!
Ma veniamo al dunque.
Dunque.
L’ambiente era quello ideale: campo sufficientemente duro, sassoso e polveroso, purtroppo non in pendenza, ma con attorno i giusti spazi chilometrici entro cui ricercare gli eventuali dispersi; gli ostacoli al loro posto (come dimenticare la bicicletta di Tamara, i cartoni di vino sparsi qua e là, la Giovanna del CDH?), le porte stabilite con la necessaria precisa vaghezza, dalla quale spiccava come palo il veicolo semovente di Super Mario Bulgaro; il tempo un po’ troppo bello, ma accettabile; le 2 squadre, o meglio, un’accozzaglia di persone di dubbia moralità, di età imprecisate e appartenenti a generi incerti (sembra che fossero presenti pure alcune rappresentanti del “gentil” sesso, infiltratesi nottetempo), dalle scarsissime capacità psicomotorie (qualcuna pure su sospette sedie a quattro ruote!) e con una ridicola più che vezzosa strisciolina colorata in testa; le 2 squadre, dicevamo, erano pronte così come il Grande Bastardo, alias Claudio Imprudente e la sua famigerata lavagna; la tensione alle stelle (essendo giorno, potete immaginare…); il pubblico astante, più assente che astante vista anche la crisi del welfare (e vai con la satira politica!), ormai non sta più nella pelle; tutto è pronto…! Si può cominciare…! Vai, prendi il… Il pallone… “Robby, c’abbiamo un pallone?” si chiede e chiede agli organizzatori il “megafono” del Grande Bastardo, cioè chi scrive. “Qualcuno ha un pallone?”
Poteva essere organizzata meglio una partita di Pallastrada? Sicuramente! Ma non sarebbe la stessa cosa se tutto funzionasse alla perfezione (ok, almeno al pallone ci si poteva pensare) ed è qui il vero spirito della Pallastrada: segretezza assoluta (e qui ci siamo: non lo sapeva neppure Stefano Benni!), squadre assolutamente improvvisate, raccogliticce e impreparate, regole poche ma confuse, e una dose smisurata di voglia di divertirsi.
Ed ecco che da qualche parte compare un pallone, di quelli più leggeri dell’aria tipo i vecchi “Tele” di antica memoria come la mia (me lo dico da solo, così evito le scontate battute sulla mia età) e si può cominciare a giocare sotto le direttive più perfide dell’ineffabile Grande Bastardo: con le dita nel naso, a piedi scalzi, a zoppo galletto, con le mani sul sedere (“Ho detto il proprio!”).
E se non bastava: la Banda musicale di Lucito! (ma che ci faceva una banda di Campobasso a Bologna?), che a passo di marcetta comincia a invadere il campo, e tutti a giocare a ritmo di valzer, mazurca e tarantelle.
Ma anche i giocatori hanno avuto la loro rivincita (dalla musica più che dall’invasione di campo), potendo segnare tanti goals in una volta sola colpendo il trombone o il clarinetto.
La partita è stata risolta da un colpo di fortuna di un pelato che infilava di testa nella propria porta (anche se il comando era colpire di sedere); il Grande Bastardo convalidava il goal e dichiarava vincente l’altra squadra. La squadra rossa? La squadra verde? E chi se lo ricorda!
Importante alla fine che tutti siano stati premiati con la fantastica matita di Accaparrante!
Arrivederci all’anno prossimo, se ne avete il coraggio.

L’impegno della sezione italiana di Disabled Peoples International

di Rita Barbuto, direttrice di Disabled Peoples International Italia e del progetto “I care – disabled women and personal assistance against violence”

Il secolo scorso è stato foriero di trasformazioni culturali, sociali, politiche, economiche, tecnologiche, ecc. Tra queste un posto di particolare rilievo spetta al cambiamento che ha investito il modo di percepire la donna, sopravvenuto in maniera molto graduale alla fine degli anni Sessanta, dando origine al movimento femminista.
Attraverso il movimento femminista le donne conquistavano il loro essere attrici dirette della vita sociale, politica, culturale e lavorativa. L’obiettivo del movimento era l’avanzamento dello status della donna nella società e il raggiungimento della parità tra i sessi. Questo implicava, quindi, una forte attenzione per i bisogni, gli interessi e le prospettive femminili.
Negli ultimi decenni un analogo cambiamento avviene anche nel mondo della disabilità.  Il concetto di disabilità come questione di diritti umani viene internazionalmente accettato e alle persone con disabilità vengono riconosciuti i diritti politici e civili come a tutte le altre persone e viene riconosciuta loro anche la necessità di adottare tutte quelle misure necessarie per vivere pienamente la propria vita. Viene quindi riconosciuto il loro diritto alla sicurezza economica e sociale, al lavoro, a vivere nella propria famiglia, a partecipare alla vita sociale e culturale, a essere protetti contro ogni forma di sfruttamento, abuso o condizione degradante.
Ma negli anni Novanta si sviluppa per le categorie delle donne e delle persone con disabilità un nuovo e rivoluzionario approccio, quello del mainstreaming: Gender Mainstreaming e Disability Mainstreaming. Mainstreaming significa non solo aggiungere la componente femminile e della disabilità nelle politiche, nelle azioni e nelle attività esistenti, piuttosto significa portare l’esperienza, la conoscenza e gli interessi delle donne e delle persone con disabilità nelle agende della politica, dell’economia, delle azioni sociali e culturali. Significa trasformare le strutture politiche, sociali e istituzionali ingiuste e carenti in apparati giusti e uguali per tutti. Per fare questo i due movimenti hanno invocato e collegato due principi: inclusione e trasformazione. Dove inclusione vuol dire pari opportunità, e trasformazione vuol dire rileggere la conoscenza stabilita e rivoluzionare l’ordine delle cose. Cioè significa ripensare i sistemi rappresentativi di abilità e disabilità, genere e sessualità, diversità e normalità.
In relazione alle persone con disabilità significa scardinare l’ideologica visione negativa della disabilità che pervade le pratiche culturali, la strutturazione delle Istituzioni, il pensiero e la prassi politica, la storia e l’esperienza umana.
Quindi da un lato ci sono la storia, il percorso di emancipazione e i diritti delle donne, e dall’altro la storia e l’impegno del movimento delle persone con disabilità. E nello specifico di Disabled Peoples International, l’emancipazione e i diritti conquistati e riconosciuti delle persone con disabilità.
Ma le donne con disabilità dove sono? Come vengono viste? Come si vedono? Com’è la loro vita? Dove sono i loro diritti e le loro pari opportunità? Lavorano e studiano? Hanno servizi appropriati? I loro bisogni e desideri sono soddisfatti?
Sicuramente le condizioni di vita delle donne con disabilità variano da donna a donna, dipendono dal contesto storico, sociale e culturale, dalla situazione economica del paese in cui vivono: sicuramente le donne con disabilità che vivono in un paese povero sono maggiormente discriminate e in condizioni di maggior svantaggio rispetto a quelle che vivono in un paese dell’Unione Europea. Ma sempre e in ogni caso comparando la qualità della loro vita, le opportunità, le risorse economiche di cui possono disporre, l’informazione che ricevono, sono, sempre e comunque, inferiori a quelle degli uomini con disabilità e delle altre donne.
Sicuramente molte cose sono cambiate, ma sono cambiate anche le forme di discriminazione e di violenza a cui sono sottoposte le donne con disabilità. Sono forme più sottili e meno evidenti. Ad esempio le donne con disabilità continuano a essere esposte a programmi eugenetici: aborto selettivo e infanticidio, suicidio assistito ed eutanasia, sterilizzazione forzata. Sono quelle che maggiormente sono escluse dal mondo del lavoro e dall’istruzione aggravando la loro condizione di povertà. Sono quelle che maggiormente sono svantaggiate per la carenza di servizi. E tutte queste pratiche discriminatorie sono legittimate da sistemi di rappresentazione, da storie culturali e collettive che plasmano il mondo di atteggiamenti escludenti.
DPI Italia è l’Assemblea Nazionale Italiana di Disabled Peoples International, organizzazione mondiale di persone con disabilità che lavora per la tutela e la promozione dei Diritti Umani, per l’inclusione e la non discriminazione e per garantire pari opportunità alle stesse persone con disabilità.  Partendo da questo orizzonte culturale e politico DPI Italia si è impegnata, in questi anni, a far luce sulle problematiche di genere nel contesto della disabilità, a mettere a fuoco la discriminazione e la violenza che subiscono le donne con disabilità, e a proporre soluzioni, metodologie e strumenti per rafforzare le donne con disabilità e renderle protagoniste nella propria vita e nella società.
La violazione dei diritti umani, la discriminazione e la violenza che le donne con disabilità subiscono quotidianamente e in ogni ambito della vita sono stati, quindi, oggetto di attenzione e di riflessione della IV Conferenza europea delle donne con disabilità, dal titolo “Disabled Women And Personal Assistance – an instrument to guarantee equal opportunities and a life of quality”, che si è svolta il 9 e 10 aprile 2005 a Paestum (SA).
Nella Conferenza, che è stata l’azione conclusiva del progetto “I Care – disabled women and personal assistance against violence”– programma Daphne I, si è continuata la riflessione iniziata col lavoro di ricerca attraverso la quale è stata analizzata la relazione tra donna con disabilità e assistente personale. Una relazione che si struttura tra due persone, che non sono due corpi vuoti, uno che sostiene e l’altro che è sostenuto, bensì due mondi psicologici, ciascuno con le sue emozioni, fantasie, vissuti, sensazioni e idee, che si incontrano durante le attività del mangiare, bere, andare in bagno, ecc.
La Conferenza è stata, quindi, uno spazio e un luogo dove sono state riformulate le argomentazioni e le modalità di lettura della relazione tra donna con disabilità e assistente personale, e altresì è stata un momento di riflessione per trovare insieme strategie e strumenti, per elaborare soluzioni e azioni positive che permettano alle donne con disabilità, sia che vivano nelle città grandi e opulenti che nelle aree rurali povere, di uscire dal ghetto dell’invisibilità e della discriminazione, nelle quali sono state segregate dai pregiudizi, dal loro essere donne e dalla loro condizione di disabilità. Le donne con disabilità presenti a Paestum hanno stabilito che l’assistenza personale, che garantisce alle donne con disabilità di poter vivere una vita piena, libera e indipendente, è una questione da affrontare su due livelli. Il primo, soggettivo e personale, è quello di individuare metodologie e strumenti di empowerment che consentano alle donne con disabilità di esigere l’assistenza personale consapevolmente, come diritto, e di sentirsi nella relazione alla pari con l’altro. Il secondo livello, oggettivo e sociale, comporta l’assunzione di responsabilità da parte della società per individuare soluzioni economiche, sociali, politiche e strumentali, atte a garantire alle persone con disabilità, in particolare alle donne con disabilità, questo servizio.
A conclusione della Conferenza, le 128 donne con disabilità provenienti da 16 paesi europei hanno elaborato il “Manifesto: Le Donne con Disabilità, la Vita Indipendente e i Diritti Umani”. Con questo Manifesto esse rivendicano condizioni che garantiscono il rispetto dei Diritti Umani, le pari opportunità, la libertà di scelta, la piena partecipazione e la qualità di vita delle donne e ragazze con disabilità, anche di quelle che non si possono rappresentare da sole, secondo quanto è sancito dall’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”.  

Per approfondimenti:
www.dpitalia.org

 

Realizzare i sogni che portiamo dentro fin da bambini

di Gualtiero Via, insegnate e “raccontastorie”

C’era una volta un ragazzo. Vivace, ma anche nervoso a volte… Andava a scuola: un ragazzino come tanti.
I suoi genitori lo sognavano laureato nelle migliori università, e magari un giorno avvocato di successo, o, o… primario in un grande ospedale, oppure addirittura… deputato!
Ma questi erano i sogni dei genitori, non del ragazzo. A lui queste cose non interessavano, per niente! Ma non che non avesse interessi, o ambizioni. Su una cosa, anzi, aveva le idee molto chiare. Una passione aveva, più forte di tutte le altre: i motori. E una cosa lui voleva fare, nella sua vita: correre. Avere una macchina tutta per sé, e gareggiare come pilota!
Da quest’orecchio, i suoi genitori non ci volevano sentire… Ma ben presto capirono che quella era la sua vera grande passione. Fu suo padre il primo a capire che doveva venirgli incontro. In casa un po’ di soldi li avevano, e il ragazzo… Ebbe la sua prima fuori serie. Non ci volle molto, che cominciarono le vittorie. E la serie delle vittorie fu lunga, e non cessò via via che le macchine si facevano più potenti, e i piloti, da dilettanti qual era ancora il ragazzo, tutti professionisti, con scuderie miliardarie!
L’abilità e il coraggio del ragazzo stavano già cominciando a diventare leggenda nel suo paese, quando ebbe la sua prima Formula Uno. Era… “Un autentico bolide!”, direte voi… Beh, non proprio. Si rompeva sempre! E il più delle volte, in prova!
Ma, a ogni buon conto, era una “Formula Uno”: a quei gran premi c’erano tutte le scuderie più famose, Lotus, Mc Laren, Williams, Ferrari! E i più grandi campioni: Fittipaldi, Lauda, Villeneuve padre…
Ci misero un poco, in quella specie di “circo” (non è così che lo chiamano?), a capire che il ragazzo, non era più solo un ragazzo. Che le sue macchine si rompevano sempre, perché non valevano niente. La scuderia che capì questo per prima fu ripagata ampiamente, perché finalmente al volante di una vettura come si deve, il campione, si rivelò – e ben presto – il più grande di tutti!
Ora, quando riusciamo nella nostra vita a realizzare un sogno che ci portavamo dentro fin da bambini, c’entrano sempre alcune cose. La prima, certo, è la nostra tenacia, la nostra fedeltà a noi stessi; ma poi, ci vuole sempre anche almeno un po’ di aiuto, di qualcuno, accanto – in questo caso, abbiamo visto, del padre. E per finire, tanta o poca, la fortuna.
Ma, quel che non sempre avviene, quel che non a tutti avviene, è che la fortuna, a un certo punto, se ne vada, totalmente e istantaneamente: e tutto, allora, avviene in una frazione di secondo.
Così avvenne allora.
Era una domenica di maggio del 1994. Proviamo a tornare un attimo, insieme, a quel pomeriggio di sole…
Snobbati da poeti e intellettuali,
sovente equivocati dai giornali,
son questi gli sportivi ai giorni nostri
che il bìsnes vuol mutare tutti in mostri.
I pugili, i piloti, i calciatori…
Gli eroi del nostro tempo, sono loro.
Al primo va la fama, insieme all’oro,
ma basta poi che sgarri, lo fan fuori.
Ma pure in ’sto sistema che ognun vede,
nessun può surrogare il guizzo, il piede,
per cui l’entrata in area ed il segnare,
la folla ti scatena ad esultare.
È vero ch’è un sistema disumano.
Perciò van sopprimendo quella mano
per cui riconoscevi alle varianti
un Lauda, dai comuni mestieranti.
Le corse da quest’anno son letali:
due morti in due gran premi – e gli scampati.
Inscatolati in bare con le ali
così son quei piloti, un po’ tarpati.
A Imola c’è un giudice che indaga
che c’è mai da scoprir? La morte, paga.
Perché del pathos il circo non sia privo
Bisogna, al sacrificio, condurre un uomo vivo.
A Senna, che ammoniva, pensò il fato.
E quanti a bara chiusa, han già scordato.
Cos’è che cambieranno? Quasi niente.
Nessun di quei signori dirà: “Sono un fetente”.
È tutto. Lo spettacol non s’arresta.
Ma chi paga il biglietto, dove pesta?
C’è un vuoto nel copione, o vado errato?
Non c’è, il protagonista… Ci ha lasciato!

Il bisogno, il desiderio, la paura di diventare grandi

di Annalisa Grimoldi e Rossella Fattore, educatrici del Centro Socio Educativo di Samarate (Varese) 

Con il convegno “Diversabilità e diritto alla vita adulta” di Samarate (VA) del 4/12/04, volevamo raggiungere obiettivi molto semplici: mettere a confronto e incrociare due temi: “diversabilità” e “adultità”, temi estremamente attuali per chi si occupa, a titolo diverso, di handicap. Volevamo riflettere insieme su quali opportunità nuove si potessero aprire all’interno dei servizi per la disabilità, oltre a immaginare un modo per guardare al tema della disabilità nella nostra comunità territoriale. Per noi educatori il termine diversabilità non solo è diventato sinonimo di “possibilità di un fare diverso”, ma ha creato l’occasione di integrazione con le altre agenzie educative, per esempio le scuole, per modificare profondamente la percezione collettiva dell’handicap. Fare i conti con la diversabilità o, più concretamente, rapportarsi con una persona oggi definita “diversamente abile”, è diventato per noi una sorta di punto di partenza per costruire percorsi/progetti di valorizzazione. Questo è lo sfondo culturale e concettuale delle nostre considerazioni sul tema dell’adultità.
Noi siamo educatori che operano all’interno di un centro socio-educativo con una storia più che ventennale, così come la maggior parte dei C.S.E. (Centri Socio Educativi) lombardi.
Vi sono pertanto degli utenti che sono entrati in questo servizio negli anni ’80 e che noi educatori, addetti ai lavori, ma anche i cittadini e i familiari, chiamavamo “ragazzi” e tali erano infatti. Oggi li chiamiamo ancora “ragazzi”, ma sentiamo che questo termine non è più adeguato. Abbiamo a che fare con adulti, uomini e donne, con bisogni e interessi diversi da quelli di 20 anni fa. La loro adultità cronologica individuale è parallela a una “adultità” (invecchiamento!) del servizio. Accanto a loro, una generazione nuova di utenti per i quali si prospettano anni di sviluppo verso una vita adulta. Cosa implica allora il termine “adultità”?

Valori positivi: l’indipendenza in senso lato, vale a dire libertà di scelta, libertà di espressione, libertà economica e di pensiero. Questi, che sono anche diritti, comportano un carico di responsabilità e di doveri: il rispetto dell’altro e dell’ambiente, attraverso norme sociali e di comportamento, la salvaguardia della propria e altrui sicurezza, della salute, il fatto di assicurarsi un tetto e il proprio sostentamento. Raggiungere l’autonomia comporta però anche rischi e preoccupazioni: non sempre è facile conquistare e saper gestire tutti i fattori che concorrono a una vita autonoma. L’adultità così intesa è un modello che oggi è entrato in crisi, anche a prescindere dallo specifico della crescita delle persone diversabili: si affermano sempre più fenomeni sociali di ricorsa al giovanilismo da parte di persone adulte, di adolescenza prolungata che solleva i giovani da molte responsabilità, di scomparsa di riti che sanciscono le tappe di crescita.
Quali declinazioni specifiche della questione riguardano la vita degli operatori e delle persone diversabili, nella loro appartenenza ai servizi educativi? In che modo la permanenza in un servizio può essere significativa nel segnare il passo alla crescita e al diventare adulti?
Nel nostro servizio guardare all’adultità come diritto alla vita autonoma ha significato, in primo luogo, garantire, mantenere e sviluppare il diritto a esprimersi che è il primo passo indispensabile per affermare se stessi; questo soprattutto grazie alla “metolodogia della globalità dei linguaggi” di Stefania Guerra Lisi che tende allo sviluppo, e al risveglio, dei potenziali di ciascun uomo in qualsiasi età della vita, per dare un significato più profondo alla nostra esistenza.
Il diritto alla vita adulta della persona disabile diventa poi pratica educativa solo se non prescinde da un lavoro con le famiglie degli utenti che frequentano i C.S.E. Non è sempre semplice e scontato per qualunque genitore guardare con serenità ai passaggi di crescita dei propri figli. A maggior ragione può risultare più difficile governare i processi di separazione per chi ha un figlio disabile. Come operatori abbiamo provato e continuiamo a restituire alle famiglie dei nostri utenti la possibilità di guardare ai lori figli non come eterni bambini, ma come adolescenti inquieti o giovani adulti che portano il bisogno, la paura e il desiderio di diventare “grandi”. Oggi continuiamo a voler condividere con le famiglie l’obiettivo di riconoscere agli uomini e alle donne che frequentano il centro la possibilità di sentirsi parte del mondo, con la competenza di fare delle scelte, di avere interessi nuovi, di instaurare nuove relazioni, di vivere la propria adultità anche al di fuori dall’ambito famigliare e di quello dei professionisti dell’educazione.
Una lettura più attenta dei bisogni e dei desideri delle persone diversamente abili, al di fuori del tempo-spazio del servizio, ha favorito la nascita di un’associazione di volontari (nel marzo 2004) per la gestione del tempo libero delle persone disabili (“Le gocce”), che individua nel C.S.E. il luogo di partenza per la definizione di percorsi di vita specifici per il diritto alla vita adulta e uno spazio di riflessione e di formazione sulla diversabilità.
Alcune stimolanti riflessioni vengono dall’intervento “Autonomia, autosufficienza, adultità e diversabilità. La cultura come risignificazione del linguaggio e rinominazione dell’esperienza” che Renato Pacchioni, operatore sociale Anffas-Milano e formatore, ha proposto durante il convegno. Per definire l’adultità, dice, è necessario chiarire il significato di altri concetti a essa correlati, quali l’indipendenza, l’autosufficienza, l’autonomia, mettendoli in rapporto fra loro, intrecciandoli. È possibile definire il diritto alla vita adulta solo se lo si considera innanzitutto come un diritto, e quindi un concetto che non si rintraccia sul piano della naturalità (i diritti oggi considerati più ovvi in altri contesti storico-culturali non sono considerati tali), ma sul piano delle conquiste della collettività, che li sancisce. Per una persona disabile è più difficile affermare i propri diritti, soprattutto il diritto alla vita adulta che può realizzarsi solo in quanto “vita adulta autonoma dalla famiglia”.
Prima possibile definizione: l’adulto è un individuo che si regola da sé rispetto alle dipendenze, sceglie le proprie dipendenze e le gestisce senza esaurirsi nella trama delle dipendenze che ha scelto. Tutto ciò vale per tutti, ma moltiplicare e scegliere le proprie dipendenze per una persona disabile è un processo possibile solo se altre persone supportano la sua possibilità di fare delle scelte; scelte che non possono essere sostenute e sollecitate all’interno della famiglia che, per sua natura, tende a rinforzare la dipendenza. Se si approfondiscono questi temi, ci si accorge che l’adultità del disabile non è un tema che lo riguardi esclusivamente o che riguarda solo la sua famiglia. Il diritto alla vita adulta autonoma del disabile è una questione che può, e deve, essere letta su un piano sociale e che ancora richiede risposte provenienti da un contesto ampio, non solo familiare, non solo di servizio. Si torna ancora sul piano della socialità e della collettività, produttrice di cultura non omologata.
Pur riconoscendo l’importanza culturale dell’introduzione del temine “diversabilità”, Pacchioni afferma di preferire l’espressione “portatore di handicap”, perché in tal modo il disabile è considerato “colui che porta a me l’handicap” e quindi mi conduce ad avere a che fare con l’handicap. “Avere a che fare con l’handicap è faticoso, bisogna pensare, fermarsi, riflettere: in tal modo si recupera il valore della fatica, se cerco di evitare la fatica non imparo”, continua Pacchioni.
La sua conclusione è pregnante e suggestiva: non chiude il cerchio delle riflessioni e apre a nuove domande sul senso del nostro agire educativo, per ripensare la disabilità non come problema del singolo, della sua famiglia o del centro socio-educativo, ma come questione sociale, pertanto di tutti.

Una scortesia crudele

di Stefano Toschi

31 marzo 2005: Terri Schiavo
2 aprile 2005: Karol Wojtyla

Epicuro afferma nella sua celebre lettera a Meneceo: “Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, né per i vivi né per i morti; perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più”. Ma la vita e la morte sono collegate, l’affermazione del filosofo greco non è accettabile. Le cose stanno diversamente: come dice Heidegger, la morte fa parte dell’esistere, della sua essenza. Si legge in Essere e tempo: “Il frutto in maturazione […] non soltanto non è indifferente rispetto all’immaturità come qualcos’altro da sé, ma, maturando, è l’immaturità. Il ‘non ancora’ è coinvolto nel suo essere, e non come una determinazione accidentale, ma come un suo elemento costitutivo. Parimenti anche l’Esserci, fin che è, è già sempre il suo ‘non-ancora’”. Oggi si tende addirittura a negare a se stessi la possibilità della propria morte, ci si sente immortali. Celebre, a questo riguardo, è l’affermazione attribuita da Tolstoj a Ivan Il’ic (Vanja): “Il sillogismo elementare – Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale – per tutta la vita era sembrato sempre giusto a Vanja, ma solo in relazione a Caio, non in relazione a sé… un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri esseri: lui era Vanja… Caio è mortale, certo, è giusto che muoia. Ma per me, per me piccolo Vanja, per me Ivan Il’ic… non può essere che mi tocchi di morire!”.
Una massima di Diderot recita: “Parlare di morte è una scortesia crudele”. Questa affermazione è vera, soprattutto oggi: da una parte si parla anche troppo di certe morti, come quella del Papa, che è stato fatto morire almeno dieci volte, dall’altra parte si parla poco di una morte come quella di Terri Schiavo, perché è una morte scomoda, una “cacotanasia” che è stata fatta passare per eutanasia. La pretesa di decidere come, ma soprattutto quando morire o far morire qualcuno, con la pretesa falsa di alleviare sofferenze o dimostrare la superiorità e il possibile dominio dell’uomo anche sulla morte, è un’eredità illuminista e scientista: come scrive Leonardo Ancona su Psychomedia, a partire dal Settecento, quando si incominciò a non considerare più vita e malattia, come prima, in termini di apprendistato alla morte, e quest’ultima come coronamento ed esaltazione del percorso esistenziale, o al peggio come un castigo di Dio, questi eventi diventarono solo dei fatti naturali, da conoscere e combattere con le risorse scientifiche della medicina, un sapere presuntivamente detentore di ogni vittoria sul male; per cui diventò una “scortesia crudele” – come si espresse Diderot – parlare di morte. La morte “addomesticata” di prima, derivata dall’opera di cristianizzazione del mondo europeo, era diventata morte “interdetta”, derivata dai processi di rimozione del mondo scientista, con tutte le conseguenze del caso: al morituro si doveva, e ancora si deve, mentire fino all’ultimo, tentando di “difenderlo” dalla sua morte, riuscendovi anche troppo frequentemente. Naturalmente, è giusto lottare contro la morte, cercare di posticiparla il più possibile, sempre nel rispetto dell’uomo e della sua natura, nei limiti leciti del sano progresso scientifico, ma essendo sempre coscienti che alla fine la morte viene per tutti.
Il 31 marzo 2005 è morta Terri Schiavo, il 2 aprile il Papa. La vera “buona morte”, nonostante le sofferenze, è stata però solo quella di Giovanni Paolo II. Morire di fame e di sete, agonizzando per più di due settimane, non può certo essere considerata una buona morte, proprio a livello fisico. Anche perché la povera Terri non era affatto in pericolo di morte, ma aveva semplicemente un tipo diverso di alimentazione e di comunicazione col mondo. Oltre alla buona o alla cattiva morte, infatti, bisogna pensare anche alla buona o alla cattiva vita. Chi decide chi ha una vita degna di essere vissuta? La vita di qualcuno con una qualche disabilità non è certo meno degna di essere vissuta e può essere una vita molto più felice di altre. Non è una questione morale! Chi ci dice che Terri non fosse soddisfatta della sua vita? La notizia della morte del Papa ha fatto passare un po’ in secondo piano quella della morte di Terri, dopo che da molti giorni l’opinione pubblica si interessava della sua sorte. Per me è stata quasi peggiore la notizia della morte di Terri, perché, come si dice, “morto un papa se ne fa un altro”, morta una Terri… purtroppo ce ne saranno molte altre come lei. Per il Papa, in fondo, la morte ha costituito il fluire naturale della vita: era malato, era anziano e la natura ha fatto il suo corso. Invece Terri non era anziana e nemmeno propriamente malata, aveva solo una vita un po’ diversa dalle altre. E nel suo caso non è stato permesso alla natura di fare il suo corso, perché è stata uccisa prima che questo potesse avvenire.
C’è una favola di R. M. Rilke che racconta così: c’era una volta un uomo che viveva in una casetta in mezzo al bosco e teneva sempre la porta aperta per ricevere i doni degli abitanti del bosco. Un giorno si presentò a casa sua la Morte e l’uomo si affrettò a chiudere la porta. Così facendo, però, non poteva più uscire o ricevere i doni degli abitanti del bosco: l’unico modo per continuare a vivere era aprire la porta anche a quella ospite indesiderata che aspettava paziente davanti all’uscio di casa. Rilke intende mostrare che chiudere la porta alla morte è una scortesia, magari non crudele (come la morte è per Diderot) ma inutile e dannosa: essa reca con sé dei doni, proprio come gli altri abitanti del bosco, e vivere significa anche morire.  

Anche una Festa può essere un viaggio: parola della cooperativa Accaparlante

di Giovanna Di Pasquale

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Inevitabile.
Sì per molti aspetti è stato davvero inevitabile che anche il nostro gruppo si avventurasse nell’organizzazione di una giornata di festa, pensata e dedicata alla piccola creatura che nei mesi passati ha visto la luce: la cooperativa sociale “Accaparlante”.
Se è vero che ogni giorno è un viaggio, dove routine e imprevedibilità si mescolano, un giorno di Festa è un viaggio all’ennesima potenza che davvero scolora nel miraggio, così labile la distinzione fra ciò che i nostri occhi vedono e ciò che davanti agli occhi si trova.
In viaggio si parte sempre prima di partire davvero; con la testa prefiguriamo ciò che vorremmo vedere, scoprire, gustare; modelliamo in qualche misura il tempo e lo spazio. Nel viaggio mettiamo tanto del nostro rapporto con la vita di tutti i giorni sia quando lo pensiamo come un prolungamento di un modo di vivere che vorremmo dolce, spensierato, interessante, che quando lo mitizziamo per la voglia di rompere gli schemi e di allontanarci dalla quotidianità. Quando il viaggio, poi, si compie in gruppo, le idee che lo accompagnano e lo preparano possono essere anche molto diverse e costituire anche una base di sostanziale differenza nel giudizio che ognuno si porta a casa quando il viaggio è finito.
Così è stato anche al Centro Documentazione Handicap nei mesi di preparazione verso una meta chiara e ambita da alcuni, più oscura e meno desiderata per altri. Affermazioni e domande si sono rincorse nei pensieri e nei corridoi: Si fa una Festa! Si fa una Festa? Perché? A cosa serve? Sarà bellissimo… Sarà una gran fatica… Dopo tanti anni è ora di farci vedere… Ma chi verrà mai alla nostra festa?
Accanto agli obiettivi espliciti che toccano anche il punto del reperimento di risorse economiche, è corso un flusso di pensieri più aggrovigliato, più densamente emotivo che ha tenuto insieme, tra fatica e piacere, la ricerca di un senso per questo viaggio.
Fare Festa è un rito collettivo, una costruzione che dà visibilità sociale, per ridotta che essa sia e per quanto piccolo sia il gruppo che la promuove. Per ogni persona, storia, esperienza arriva un momento in cui può acquistare un forte significato “raccontarsi” in modo pubblico, farsi vedere, uscire fuori. Oltre a un ormai consumato valore di marketing, questo momento di esposizione pubblica è legato al significato di stringere le fila di un lavoro di anni; fare un punto, seppure provvisorio, che comporta inevitabilmente un confronto con il giudizio degli altri, gli esterni.
Ma come farsi vedere? Come uscire fuori? Davvero credo che per molti di noi sia stato questo un nodo cruciale: la ricerca di uno stile anche pubblico in cui poterci ritrovare, in cui la nostra quotidianità non fosse stravolta; una festa, insomma, sì per “gli altri” ma anche per noi. Che in questo stile siano confluiti in egual misura cura e informalità, ricchezza e caos, non ci ha meravigliato più di tanto, proprio perché questo mix è, soprattutto a detta degli amici e visitatori, un tratto forte della nostra realtà quotidiana, risorsa e limite a un tempo. Caratteristica, insomma voluta e talvolta anche un po’subita.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente, e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dei dotti.

Abbiamo tentato di essere viaggiatori con bagaglio leggero; in valigia nella stagione calda bastano pochi indumenti per essere pronti e anche a noi poche “cose” sono risultate davvero indispensabili.
Indispensabile la convinzione di “usare” la festa come un’ulteriore occasione per consolidare rapporti e cercare altre teste con cui, oltre il momento, continuare uno scambio di idee e progetti.
Ancora, utile come di questi tempi la crema solare ad alta protezione, accettare che in gruppo ognuno ci sta a modo suo, a volte tutto e proprio suo. Questa verità banale perde la sua ovvietà quando ci sono occasioni, e la festa lo è stata, dove i modi di essere, partecipare, fare sentire il proprio apporto si mostrano nella loro estrema eterogeneità. Si fa festa con gli altri, si fa festa per come le persone possono e vogliono esserci: attive, silenziose, precise, svogliate, appassionate delle cose loro, ammaliate dagli aspetti esteriori, completamente prese da questo progetto, distaccate. Possiamo dire che “non si ha la partecipazione per decreto”; soprattutto in un’idea di tempo e spazio comune come è una festa, è vitale che ognuno possa dare o non dare il proprio contributo senza inutili sensi di colpa.
Nel nostro gruppo abbiamo sperimentato tutta la gamma dei modi “per esserci” e persino chi non ha detto niente o non è venuto al gran giorno ha finito lo stesso per partecipare, perché in ogni storia che si rispetti hanno valore le parole ma anche i silenzi.
Anche di questo è fatto il vivere in comune: della compresenza fra i gesti fatti e quelli mancati, dello scarto tra gli obiettivi centrati e quelli irrisolti, fra la Festa come l’avremmo voluta e la festa come siamo riusciti a farla: luminosa, ventosa, sorridente e anche irridente, danzante e stancante, certo non perfetta come la mongolfiera che non si è alzata (colpa del vento, certo, non dei provetti maestri che la guidavano) ma bellissima lo stesso.
Un unico vero rimpianto: purtroppo per noi signore del CDH non è stato possibile indossare gli splendidi abiti da sera con cui, a mo’ di gadget viventi, ci eravamo ripromesse di abbagliare i nostri amati ospiti. Ma si sa nessuno è perfetto e il prossimo anno è alle porte.

Sempre devi avere in mente Itaca
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio,
fa che duri a lungo, per anni, e da vecchio,
metta piede sull’’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(Costantinos Kavafis, Itaca, 1911)

Che stress essere piccoli!

di Rosa Masciopinto, attrice, insegna improvvisazione teatrale all’Accademia nazionale d’arte drammatica “S. D’Amico” di Roma

C’era una volta  un povero contadino, che una sera stava seduto presso il focolare e attizzava il fuoco, mentre sua moglie filava. Disse: come è triste non aver bambini! È così silenziosa casa nostra! È dagli altri c’è tanto baccano e tanta allegria.
Sì, rispose la donna sospirando, anche se fosse uno solo, sia pur piccolissimo, non più grosso di un pollice sarei già contenta; e gli vorremmo un gran bene. Ora avvenne che la donna cominciò a star male, e dopo sette mesi diede alla luce un bambino, perfettamente formato ma non più alto di un pollice.
Dissero: È tale quale ce lo siamo augurato e sarà il nostro caro figlioletto;e, dalla statura, lo chiamarono Pollicino. Non gli lesinarono il cibo, ma il bimbo non crebbe, rimase quel che era stato fin dal primo momento; ma aveva uno sguardo intelligente e ben presto si dimostrò un cosino svelto e giudizioso, che riusciva in tutto quel che intraprendeva.
(Brano tratto da: Jacob e Wilhelm Grimm,  Pollicino)

Quando è  passata la legge che obbliga all’uso delle cinture durante la guida per me è stato un giorno triste: sono alta un metro e mezzo e, se sono al volante, la cintura diventa uno strumento di tortura. Stringe esattamente sotto la giugulare e, soprattutto d’estate, quando il collo è più libero dai vestiti, finisce per arrossarsi e farmi male. Sono di carnagione delicata e quel segno rosso rimane a lungo e c’è sempre qualcuno che mi chiede se mi sono fatta male, quando non fa battute che alludono a gusti sessuali un po’ particolari.
Inoltre, appartenendo al genere femminile, sono dotata di seni, zona sensibile, soprattutto in alcuni periodi, quelli decisi dalla natura e dai suoi cicli ormonali: se fossi più alta forse quella stringa nera riuscirebbe a passarci in mezzo. E invece no: la cintura schiaccia inesorabilmente il mio seno destro, procurandomi disagio, fastidio, insofferenza, dolore. Ultima cosa da sottolineare è che abito in una metropoli, sono una libera professionista e mi muovo molto, con i tempi serratissimi di una grande città che non offre una gran comodità di mezzi pubblici. Mi trovo a passare molto tempo nella mia auto: la cintura schiaccia, stringe, tira e io sbuffo, mi agito e, in alcuni periodi, soprattutto in quelli decisi dalla natura e dai suoi cicli ormonali, la mia volontà, intelligenza e capacità di tolleranza non bastano a mantenermi civile cittadina del mondo.
La cintura è uno strumento meccanico, basato su un principio di scivolamento intorno a una sorta di carrucola di plastica: una volta agganciato il suo gancio dovrebbe rimanere lì, lunga quanto la distanza tra i suoi due attacchi. E invece no: lei è viva, si assesta piano piano e piano piano, impercettibilmente, tira indietro, sempre di più, fino a soffocarmi. D’altronde non fa altro che rispondere alla sua funzione: quella di proteggere il busto di un essere umano dai contraccolpi violenti dovuti alle frenate brusche, evitando di spaccare il parabrezza con la fronte. La cintura è programmata per proteggere e lo fa sempre, anche quando non ce n’è bisogno: sembra che ti abbracci, invece ti stringe, ti opprime come una mamma ansiosa o un amante geloso, categorie umane alquanto pericolose!
Ho provato a comprare un aggeggio di plastica che, applicato alla carrucola di scorrimento, dovrebbe allentare un po’ quell’abbraccio morboso, ma non solo il maledetto nastro non scorreva più bene, ma, quando lo sganciavo, rifiutava di riarrotolarsi: con aria patetica rimaneva abbandonato sul sedile. Nel periodo del suddetto esperimento, spesso, quando tornavo alla mia auto, lo vedevo ciondolare per terra, fuori dall’auto, schiacciato dallo sportello chiuso, con un’aria come per dire: “Guarda cosa mi hai fatto, crudele!”. Io? Sei tu che mi costringi, in tutti i sensi, tu e la legge, quella che mi obbliga a usarti!
Lo so, potrei chiedere l’esonero, pare che possano ricorrervi tutti quelli alti meno di un metro e mezzo e tutti quelli più alti di un metro e ottanta, pare che abbiano pensato anche a noi! E non sto qui a fingere di aver sprecato del tempo nel cercare l’ufficio dove si fa una cosa del genere, né a descrivere la fila davanti a uno sportello dei vigili urbani e i lunghi moduli da riempire, no. Non l’ho ancora fatto, non ci ho ancora provato, quindi non so nemmeno se si può fare veramente o se questo esonero è solo una leggenda metropolitana. Potrei elencare una serie di motivi che mi hanno impedito un ennesimo viaggio nella burocrazia, ma mi rendo conto che l’ostacolo più grosso alla mia ricerca di libertà è che non mi va di darmi da fare per dimostrare che non rientro nei parametri decisi dalla legge, che non rientro nella norma, insomma…
Ho passato tutta la vita a cercare di sentirmi normale: non sono bassa, sono piccola! Non sono sotto la media, sono minuta e “in picciol vaso prezioso unguento”! Mi vesto nei negozi per bambini perché gli stilisti per bambini hanno gusti eccellenti e mi piace uno stile sportivo! E le scarpe basse non le scelgo perché non trovo il trentaquattro con i tacchi, ma perché adoro questo tipo di calzature, sono comode! E non è vero che, a tavola, mi siedo sempre allo stesso posto perché ho segato le gambe della sedia, potendo così finalmente appoggiare i piedi comodamente per terra, ma perché sono semplicemente un’abitudinaria! E ho studiato per anni arti orientali e training autogeno per trovare un equilibrio nel mondo, non per evitare crisi di claustrofobia quando mi trovo nella folla attorniata da gente altissima!
Insomma non ho mai preteso che le norme si adattassero a me, ho cercato sempre un modo creativo per sentirmi normale.
Lo decisi a 11 anni di sentirmi normale, in prima media.
Prima di quell’età si è tutti piccoli e io mi sentivo come gli altri.
Poi ci fu lo sciopero!
Le scuole medie erano nello stesso edificio del liceo classico e gli studenti avevano deciso di aderire a una protesta nazionale, ma io non ne sapevo nulla, né dell’iniziativa, né delle motivazioni di quella decisione.
Non è che avessi una coscienza politica a quei tempi, sapevo solo che quel giorno c’era compito in classe e io avevo studiato molto.
Quella mattina, davanti alla scuola, c’era un cordone di studenti che urlavano e che impedivano a chiunque di passare.
Cercai di attirare l’attenzione di qualcuno, ma gli sguardi degli altri mi passavano sopra la testa, provai a rivolgermi a un ragazzone dall’aria arrabbiata, ma c’era troppo rumore e non mi sentiva.
La campanella doveva essere suonata da un pezzo: decisi di passare lo stesso e cercai di farmi largo tra le anche di quel ragazzone e quelle del suo vicino e, solo a quel punto, lui mi notò: mi acchiappò per la collottola sollevandomi da terra come uno straccetto.
– Dove hai intenzione di andare ?
– A scuola, ho compito in classe.
– Vai via, nana!
E mi scaraventò lontano.
Se mi avesse spiegato qualcosa, se avesse cercato di convincermi che quello sciopero era per difendere anche i miei diritti, forse, mi dico, sarei rimasta lì con loro. Ma non lo fece, non ci provò nemmeno.
Ricordo il pizzicore delle lacrime negli occhi anche se non sapevo ancora che quello che stavo provando si chiamasse umiliazione, sapevo solo che quello che sentivo nel petto era come un dolore e che quel dolore stava bussando a una porta di un sentimento nuovo che, col tempo, avrei definito “orgoglio”. So solo che, quando quella porta si è aperta, ne è uscita la rabbia: ma cosa se ne fa una bambina della rabbia? Soprattutto quando la persona che l’ha provocata è enorme, cattiva e indifferente?
Quella botta di adrenalina aveva richiamato più ossigeno al mio cervello e il mio obiettivo ora non era più un semplice compito in classe: ora io avevo bisogno di esistere.
Sto raccontando di tempi in cui i ragazzini ancora potevano giocare per strada e, anche se il paese era piccolo, io lo conoscevo bene: se la strada principale era bloccata, c’erano i vicoli! Feci un giro larghissimo, lunghissimo, ma alla fine raggiunsi il portone della scuola e, prima di attraversarlo, mi girai a guardare quelle schiene urlanti e prepotenti e mi sentii felice: solo che quella sensazione durò poco.
La scuola era deserta, quando entrai nella classe vuota mi resi conto di quanto era grande. Ce l’avevo fatta, ero riuscita a raggiungere il mio scopo, ma a cosa serviva, adesso? Ero lì, sola, svuotata. Col mio inutile vocabolario sul banco. Ma evidentemente quello era il giorno in cui la vita aveva deciso di farmi alcune rivelazioni e così mi spinse a superare  l’annichilimento suggerendomi di aprire quel libro che da allora preferisco a qualsiasi altro: cercai sul dizionario quella parola sconosciuta che urlavano tutti, che era scritta su tanti cartelli.
Sciopero: cessazione del lavoro di operai, collettivamente, allo scopo di imporre ai padroni patti diversi da quelli stabiliti… astensione… per protesta… fatto per ragioni politiche… incrociando le braccia… per appoggiare nella lotta altre categorie di lavoratori…ostruzionismo… crumiro! Chi è il crumiro? Crumiro: di popolazioni berbere… operaio che lavora  durante uno sciopero. Io ero una crumira!
La mia azione individuale di protesta a una protesta che forse era giusta non era servita a niente e a nessuno se non a farmi sentire inutile: per non sentirmi diversa, avevo finito per esserlo davvero. La cosa positiva era che cominciavo a esserne consapevole: tutto sarebbe stato meglio di quella solitudine, di quell’amarezza, di quello sperdimento provati in quell’aula vuota. Stavo diventando grande insomma, e avevo voglia finalmente di far parte del mondo, di non esserne buttata fuori e di non tagliarmene fuori.
Certo l’intelligenza e la fantasia si possono allenare, si può tener viva la curiosità, nutrire la voglia di esserci e di andare avanti, oggi come oggi si può addirittura essere anche più belli, ma quando ti siedi al posto di guida della tua auto e il tuo corpo non rientra nei parametri standard, quella maledetta cintura  continuerà a strozzarti.
E allora? Allora forse è tempo di chiedere quel benedetto esonero, senza viverlo come un’umiliazione, ma anzi considerandolo un’opportunità: mi costerà del tempo e sicuramente non sarà facile, ma vuoi mettere guidare senza quello strumento di tortura?
Certo, se la polizia mi fermerà, dovrò ogni volta dimostrare di essere esonerata e ogni volta penserò: che stress essere piccoli!

2. Tutto quello che mi serve sapere

di Robert Fulghum

La massima parte di ciò che veramente mi serve sapere su come vivere, cosa fare e in che modo comportarmi l’ho imparata all’asilo*. La saggezza non si trova al vertice della montagna degli studi superiori, bensì nei castelli di sabbia del giardino dell’infanzia. Queste sono le cose che ho appreso:
-Dividere tutto con gli altri.
-Giocare correttamente.
-Non fare male alla gente.
-Rimettere le cose al loro posto.
-Sistemare il disordine.
-Non prendere ciò che non è mio.
-Dire che mi dispiace quando faccio del male a qualcuno.
-Lavarmi le mani prima di mangiare.
-I biscotti caldi e il latte freddo fanno bene.
-Condurre una vita equilibrata: imparare qualcosa, pensare un po’ e disegnare, dipingere, cantare, ballare, suonare e lavorare un tanto al giorno.
-Fare un riposino ogni pomeriggio.
-Nel mondo, badare al traffico, tenere per mano e stare vicino agli altri.
-Essere consapevole del meraviglioso.
-Ricordare il seme nel vaso: le radici scendono, la pianta sale e nessuno sa veramente come e perché, ma tutti noi siamo così. I pesci rossi, i criceti, i topolini bianchi e persino il seme nel suo recipiente: tutti muoiono e noi pure.
-Non dimenticare, infine, la prima parola che ho imparato, la più importante di tutte: GUARDARE.

Tutto quello che mi serve sapere sta lì, da qualche parte: le regole Auree, l’amore, l’igiene alimentare, l’ecologia, la politica e il vivere assennatamente.
Basta scegliere uno qualsiasi tra questi precetti, elaborarlo in termini adulti e sofisticati e applicarlo alla famiglia, al lavoro, al governo, o al mondo in generale, e si dimostrerà vero, chiaro e incrollabile.
Pensate a come il mondo sarebbe migliore se noi tutti, l’intera umanità prendessimo latte e biscotti ogni pomeriggio alle tre e ci mettessimo poi sotto le coperte per un pisolino, o se tutti i governi si attenessero al principio basilare di rimettere ogni cosa dove l’hanno trovata e di ripulire il proprio disordine.
Rimane sempre vero, a qualsiasi età, che quando si esce nel mondo è meglio tenersi per mano e rimanere uniti. 

*L’utilizzo che Fulghum fa del termine “asilo” è oggi riportabile a tutte le strutture educative che accolgono i bambini da piccolissimi fino all’ingresso nella scuola elementare (la cosiddetta fascia 0-6 anni). In questo senso le sue riflessioni pedagogiche “in forma di pensieri poetici” si riferiscono egualmente all’esperienza dell’asilo nido e a quella della scuola dell’infanzia.

1. Introduzione

A cura di Giovanna Di Pasquale

Aprire le porte di casa, uscire nel mondo. Essere accolti all’asilo nido, frequentare la scuola dell’infanzia: per i bambini sono occasioni uniche per imparare, con gradualità e attraverso un accompagnamento, a incontrare gli altri e a condividere i modi e i tempi del vivere insieme. Per i bambini che hanno anche un deficit o che vivono una situazione di difficoltà, questo passaggio dalle mura di casa alle realtà dei luoghi educativi è, per molti versi, ancora più delicato e prezioso. Le strutture educative sono i contesti dei primi appuntamenti sulla scena sociale per i bambini in difficoltà e le loro famiglie: appuntamenti vissuti con ansia e preoccupazione, ma anche con speranza e aspettativa di un supporto e di uno sguardo incoraggiante. L’asilo nido, la scuola dell’infanzia sono, quindi, uno snodo estremamente importante nel percorso verso un’identità che riconosca e valorizzi le possibilità, anche le più incerte e meno evidenti, in un contesto sociale dove l’incontro con gli altri, adulti e bambini, è fonte di apprendimento reciproco. L’integrazione di un bambino o di una bambina con un deficit non è solo un’opportunità di crescita e di acquisizione di competenze per quella singola persona, ma costruzione di relazioni e situazioni di lavoro che producono un apprendimento più ampio. Apprendimento che apre al cambiamento e al riconoscimento di connessioni e differenze fra “io” e “mondo”, fra modi originali di essere, agire, comunicare. L’apprendimento è anche costruzione sociale: le tante case nel mondo costituite dagli asili per i piccolissimi e dalle scuole d’infanzia sono uno fra i terreni più fertili per fare crescere il senso di comune appartenenza alla comunità di donne e uomini, per imparare insieme, come scrive Fulghum, le cose che servono davvero.

 La comunità: un progetto di vita?

di Francesca Campomori, moglie di Luca Crisafulli e mamma di Ruth. Sono una delle ultime famiglie entrate a far parte della Comunità Maranà-tha

Vent’anni fa un gruppo di persone, dopo aver fatto una scoperta importante per la propria vita, diede corpo a un sogno. La scoperta era la buona notizia di Gesù di Nazareth, che ci fa conoscere un Padre accogliente, davanti al quale siamo preziosi, degni di stima e amati; la buona notizia dell’amore incondizionato e gratuito del Signore che per primo ci mette al centro della sua vita. Il sogno da incarnare era quello di una vita in cui l’aver toccato con mano il Signore che accoglie si traducesse in uno slancio verso l’accoglienza di persone in difficoltà. Si trattava anche di creare maggiore unità tra la dimensione del servizio e la vita “normale”: di far cioè convergere le due dimensioni per poterle vivere in armonia. Da qui è nata Maranà-tha, una comunità di famiglie aperta all’accoglienza di minori (attraverso l’affido), di donne sole con figli, di persone in crisi o in ricerca.
La comunità è allora un progetto di vita “allargato”? Forse si potrebbe meglio dire che scegliere di vivere a Maranà-tha stabilmente è un modo specifico per realizzare un progetto di vita più ampio che è il voler seguire Gesù e, contemporaneamente, il sentire di non poter essere autosufficienti in questa impresa, ma di aver bisogno della condivisione e del sostegno dei fratelli. È una scelta che nasce anche da una certa inquietudine esistenziale, dalla ricerca di un “di più” (magis) rispetto allo scenario di vita di famiglia che ognuno si poteva prospettare, al di fuori della comunità. Certo, molti di noi all’inizio coltivavano un progetto di servizio agli altri, sottolineando l’aspetto dell’accoglienza verso l’esterno; i primi tempi di vita insieme delle famiglie fondatrici hanno chiarito come il primo, e fondamentale passo, fosse l’accoglienza del fratello più vicino, quello che ti vive accanto e che ha “concordato” con te il progetto, non l’“accolto”, in quanto povero, di cui prendersi cura. Un passaggio particolarmente significativo. La vita concreta e quotidiana di comunità si è rivelata quindi “purificatrice” rispetto al semplice entusiasmo umano del “fare qualcosa di buono” senza mettersi in discussione in prima persona. La diversità e la specificità di ciascuno è una ricchezza, ma anche inevitabilmente una fatica da affrontare a occhi aperti, senza illudersi di cambiare l’altro, né che sia necessario un cambiamento dell’altro per poter stare bene insieme. Senza questo passaggio sarebbe molto difficile accettare che la propria vita, le proprie decisioni lavorative, o di educazione dei figli, siano condizionate dai fratelli di comunità, accettare di mettere insieme il denaro facendo cassa comune e sentire in tutto ciò non un vincolo a cui sottostare, ma uno strumento di maggiore libertà personale. Nelle fatiche relazionali della vita comunitaria ognuno si conosce, e conosce l’altro, per quello che è: imparare ad accogliersi fino ad affermare “è possibile vivere insieme” è la realizzazione, mai compiuta in maniera definitiva, del nocciolo del progetto di vita che Maranà-tha incarna.
Poi ci sono i cosiddetti “accolti”, le persone che non formano la comunità stabile, ma che la abitano per un periodo più o meno lungo, spinti il più delle volte da una situazione di necessità. Per queste persone, penso soprattutto agli adulti accolti, la comunità non è un progetto di vita, quanto piuttosto, almeno inizialmente, un’áncora di salvezza in un momento di tempesta della propria vita: un ambito in cui sentirsi protetti e sostenuti per poter rimarginare ferite profonde, fino ad avere le forze per ricominciare, o cominciare per la prima volta, a progettare e scegliere una propria vita. Come interagisce l’elemento comunità, vita comunitaria, nella costruzione di un progetto di vita per chi è accolto? Si tratta certamente di un’interazione diversa rispetto a chi ha scelto di vivere a Maranà-tha come risposta a una “vocazione”; c’è comunque un elemento comune a chi accoglie e a chi è accolto, un elemento quasi terapeutico per entrambi i gruppi: le relazioni.  Le relazioni costituiscono il quotidiano della vita comunitaria e sono una palestra in cui sperimentare la fiducia nell’altro, il sollievo nel condividere sofferenze pesanti, la scoperta dei propri limiti e di quelli degli altri e la possibilità di guardarli senza più angoscia ma con tenerezza. Si gode della vita relazionale nella misura in cui ci si gioca e ci si sbilancia verso l’altro. Il “successo” delle accoglienze dipende molto dalla disponibilità delle persone a entrare in relazione: una relazione attiva e dinamica, che è per molti versi relazione di aiuto, ma che non può risolversi in un semplice ricevere aiuto. La comunità allora diventa progetto di vita nella misura in cui si sceglie di utilizzare questo strumento e le occasioni che offre, soprattutto relazionali, in modo creativo e costruttivo, non limitandosi a esserne passivi consumatori. Non ci sono automatismi: abitare a Maranà-tha aiuta le persone accolte a costruire più consapevolmente il proprio progetto di vita solo se, alla base, si sceglie di “impastarsi” nella vita comunitaria, per viverla non come semplici spettatori.
E per un diversabile, uno come Claudio Imprudente, tra i fondatori della comunità, in che modo quest’ultima può collaborare alla costruzione del suo progetto di vita? Anche in questo caso è improprio ricorrere a categorie troppo ingessate; non credo ci sia una specificità precisa per una persona diversabile, per quanto riguarda la costruzione di un progetto di vita. Credo però che alcuni elementi siano accentuati: scegliere di vivere in comunità significa fare un investimento importante su legami che non sono di sangue, che non riguardano quindi la sfera più tradizionale del prendersi cura l’uno dell’altro. Questo è vero anche per i “normodotati”, ma è visibile e sperimentabile in misura decisamente più intensa in una persona diversabile, soprattutto quando i legami di sangue non possono più garantire un aiuto concreto e magari, a loro volta i genitori hanno necessità di essere presi in carico totalmente, come è accaduto alla mamma di Claudio.
Nell’ultima lettera di Natale della comunità, Margherita, una di noi, scriveva a proposito della malattia della mamma di Claudio: “Il trovarci a dover affrontare una malattia così impegnativa e drammatica che ha mandato in tilt tutti gli ambiti, da quello relazionale a quello delle autonomie, ci ha immesso in una situazione di forte interazione tra noi, ognuno di noi ha necessariamente tirato fuori dal suo zaino tutti i moschettoni e le corde che aveva, per affrontare questa impervia salita. Salita infattibile e pericolosa per uno, due… ma possibile se affrontata in cordata”. Al di là della situazione della malattia, credo che questa cordata, in cui ognuno tira fuori le proprie risorse, sia, da una parte, il senso della vita di comunità e, dall’altra, il modo in cui un diversabile sperimenta che il proprio progetto di vita, per quanto necessariamente meno autonomo dei normodotati, non è strettamente legato alle relazioni parentali e di sangue. Può essere anche altro, molto altro.

Informazioni sulla comunità
Maranà-tha, che significa “Vieni Signore” in aramaico, è una comunità di famiglie nata nel 1985. Attualmente cinque famiglie abitano insieme in una grande casa dalla quale si sono ricavati, oltre agli appartamenti per le famiglie stesse, degli spazi per le accoglienze, una cucina e un salone comuni per condividere i pranzi durante la settimana, una cappella e altri spazi per stare insieme.
Maranà-tha accoglie bambini attraverso l’affidamento familiare, donne sole con bambini, nuclei familiari in difficoltà, persone con disagi psichici e sociali, persone in discernimento vocazionale. È anche un centro operativo della Caritas di Bologna dove poter svolgere il Servizio Civile Nazionale. Nel 1999 Maranà-tha si è costituita in associazione di volontariato e i beni immobiliari della struttura sono di proprietà dell’associazione. Nel 2002 la comunità è stata riconosciuta come opera dell’apostolato sociale della Compagnia di Gesù.
www.maranacom.it.

La country house: una casa per viaggiare

di Francesco “Ghighi” Di Paola

Il viaggio, la vacanza e i suoi diversi modi di realizzarla, rappresentano per tutti uno stacco dalla quotidianità che può aprirsi a occasioni di conoscenza di altri luoghi e stili di vita. “Turismo accessibile” è informazioni utili, ma anche progetti dedicati, perché visitare un luogo vuol dire fare conoscenza non solo con gli spazi fisici – mura, pietre, monumenti, paesaggio – ma anche con le persone e le idee che animano quei luoghi.
È questo un modo meno scontato per entrare in sintonia con il clima culturale e sociale di un posto. 

Una casa per viaggiare
Come base di partenza nell’esplorazione fra alcuni dei luoghi più belli d’Italia, vi suggerisco di partire dal cuore dell’Umbria e più precisamente da una “casa”, la country house “La città del sole”, una struttura che nasce dall’intento di coniugare l’utilizzo turistico del territorio con un progetto più complessivo di accoglienza, attento ai legami fra le persone e rispettoso delle differenti situazioni di vita.
Per chi vuole prendersi una pausa godendo della cura del cibo, della bellezza dei dintorni, dei piccoli paesi e delle bellissime cittadine che l’Umbria offre, partecipando nello stesso tempo a un progetto che permette di vivere dal di dentro la vacanza, “La città del sole” mi sembra il posto adatto.

Il progetto “turismo per tutti”
La Fondazione “La città del sole – Onlus”, nata nel 1998 sulla base di consolidate esperienze nel campo della salute mentale e dell’associazionismo, cura gli aspetti di integrazione della country house, e in particolare il progetto “Turismo per tutti”, che offre una concreta risposta a un bisogno sociale a oggi sostanzialmente inevaso, qual è quello di strutture per il tempo libero e le vacanze in grado di accogliere persone con disagio fisico, psichico e sensoriale, sia singolarmente che con i loro gruppi di riferimento (associazioni, case-famiglia, ecc.) e/o le loro famiglie.
Sperimentare spazi e attività separati, anche se soltanto per i pochi giorni di una vacanza, può permettere di vivere l’autonomia non come un momento di perdita ma di arricchimento, di aggiungere all’istanza di svago e di riposo, necessario a tutti ma essenziale per chi ha maggiori difficoltà nell’organizzazione autonoma, un elemento “formativo” originale che tornerà utile come esperienza su cui riflettere anche dopo il ritorno alla vita quotidiana.
Vacanza come possibilità di vivere momenti di salute globali per la persona e per la sua famiglia, con ricadute potenzialmente positive sul benessere complessivo del singolo e della famiglia.
Vacanza come occasione per favorire un’esperienza di reale integrazione per le persone disabili e con disagio psichico e di arricchimento umano per tutti.
La competenza della Fondazione “La città del sole” nel campo della salute mentale rende il progetto particolarmente attento ai bisogni delle persone con disagio psichico, per le quali minore o minima, su e giù per l’Italia,  è la risposta al bisogno di vacanza. 

La struttura
“La città del sole”, situata a pochi chilometri da San Venanzo, è uno splendido complesso rurale immerso in una delle zone più verdi e incontaminate dell’Umbria, un’ampia area alle pendici del monte Peglia ma non fuori dal mondo: Todi e Orvieto distano 30 chilometri, Perugia 45, Assisi 60, mentre Roma e Firenze, facilmente raggiungibili via A1-E45, distano 130 e 160 chilometri.
La country house, formata da due casali in pietra, è dotata di 5 appartamenti, formati da due o tre camere con uno o due bagni. Gli appartamenti possono essere altresì utilizzati affittando separatamente le varie stanze (a 2 o 3 letti), nel qual caso la struttura può offrire: 9 camere (di cui due specificamente attrezzata per disabili fisici) e 4 soggiorni abitabili, per un totale di circa 30 posti letto. Inoltre piscina, una sala ristorante per 70 coperti, una sala comune per attività del tempo libero, ampio parcheggio, impianto hi-fi, videoregistratore, telefono e fax, collegamento internet.

Cosa offre
Il gruppo di lavoro della country house ha la possibilità di coinvolgere le persone con deficit in attività legate al funzionamento della country house stessa, attività che li aiutino a rafforzare o a sviluppare nuove autonomie (fare la spesa, aiutare in cucina, apparecchiare e sparecchiare i tavoli della sala, lavorare nell’orto, dar da mangiare agli animali da cortile, collaborare alla reception nell’accoglienza di altri clienti), oppure in attività di tempo libero (cavallo, piscina, circolo giovanile del paese limitrofo), in grado di stimolare la socializzazione con altri ospiti.
È possibile anche prevedere momenti di gruppo (escursioni, gite in città d’arte, attività teatrali, serate musicali, ecc.) dove i nuclei familiari potranno ritrovarsi ma in un contesto di socializzazione e di svago più ampio – che coinvolge tutti gli ospiti della struttura – così da rendere lo stare insieme non più una necessità subita ma una scelta per tutti piacevole.
Nel caso si tratti di persone con problemi o famiglie orientate a fare questa esperienza da strutture pubbliche o associazioni private, sarà possibile concordare assieme a loro – a partire dal “menù” di offerte turistiche e culturali che “La città del sole” può mettere in campo e coordinare – un programma mirato alle specifiche caratteristiche del gruppo.

Country house “La Città del sole”
Vocabolo Casavecchia 27, Località San Vito di Monte – San Venanzo (TR)
Tel. 075/870.82.06 – Fax 075/870.82.35
e-mail: cittadelsole@hotmail.com

Bianco su nero

A cura di Gianfranco Caramella e Luca Malvicini, formatori

BIANCO SU NERO
Solo le lettere, lettere sul soffitto lettere bianche che strisciano lente su uno sfondo nero.
Cominciarono ad apparirmi la notte, dopo uno dei miei soliti attacchi di cuore.
Potevo spostarle lungo il soffitto, quelle lettere, allinearle a formare parole e frasi. E al mattino non restava altro che annotarle nella memoria del computer…

LA FORZA E LA BONTA’
Scrivo della forza. Della forza fisica e spirituale.
Della forza che è in ciascuno di noi.
Della forza che supera qualunque barriera e vince…
I protagonisti di questo libro sono persone forti, molto forti.
Capita spesso che si debba essere forti. E buoni.
Non tutti possono permettersi di essere buoni, non tutti sono capaci d’oltrepassare le barriere dell’incomprensione generale. Troppo spesso la bontà passa per debolezza. Ed è una cosa triste.
Essere uomini è difficile, difficilissimo, ma assolutamente possibile…

L’EROE
Sono un eroe. È facile essere un eroe.
Se non hai le braccia o le gambe, o sei un eroe o sei morto.
Se non hai i genitori, fa’ affidamento su braccia e gambe. E sii un eroe.
Se non hai né le braccia né le gambe e hai pensato bene di restare solo al mondo, è fatta. Sei condannato a essere un eroe sino alla fine dei tuoi giorni. O a crepare.
Io sono un eroe. Non ho altra scelta…

LA BAIONETTA
Che cosa rimane a un uomo quando non gli resta quasi nulla? Perchè vive? Non lo sapevo allora, e non lo so neanche oggi. Ma, come Pavka Korcagin, non voglio morire prima che arrivi la morte. Vivrò sino in fondo. E mi batterò. Battendo sui tasti del computer, una lettera dopo l’altra…

IL RITARDATO
Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto…
Tra i miei primi ricordi di bambino c’è una conversazione fra adulti.
“Dici che è intelligente? Ma se non può neanche camminare!”
Non è cambiato niente da allora. Da che vivo, il mio handicap è sempre stato visto come la possibilità o meno di compiere azioni meccaniche…
Essere un ritardato non è poi così difficile.
Lo sguardo della gente ti scivola accanto senza notarti.
Non sei un uomo, sei il nulla.
Capita, però, che per bontà innata o per dovere professionale, l’interlocutore noti che dentro sei come tutti gli altri.
E in questo attimo l’indifferenza cede il posto all’ammirazione, e l’ammirazione a un’angoscia sorda per la realtà delle cose…

NERO
Come sempre nella vita, a un periodo bianco ne segue uno nero, dopo un successo vengono le delusioni.
Tutto cambia e deve cambiare. Così deve essere, così va il mondo.
Lo so, non ho nulla in contrario, non mi resta altro che sperare.
Sperare in un miracolo. Mi auguro sinceramente, desidero con tutte le mie forze che il mio periodo nero continui il più possibile, che non diventi bianco.
Non mi piace il bianco. Il bianco è il colore dell’impotenza e della dannazione, il colore del soffitto d’ospedale e delle sue lenzuola. Cura e tutela garantite, silenzio e quiete: il nulla. Il nulla della vita d’ospedale che scorre all’infinito.
Il nero è il colore della lotta e della speranza. Il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi pause fra gli intervalli diurni, bianchi e sterminati, delle infermità fisiche.
È il colore del sogno e della fiaba, il colore del mondo dietro le palpebre chiuse. Il colore della libertà, il colore che ho scelto per la mia sedia a rotelle elettrica.
E quando passerò a mia volta in mezzo alla schiera di affabili, asettici manichini in camice bianco arriverò finalmente al mio capolinea, alla personale notte eterna, dietro di me resteranno soltanto le lettere dell’alfabeto. Le mie lettere, le mie lettere nere sul fondo bianco.  Lo spero.
(Brano tratto dal romanzo Bianco su nero di  Ruben Gallego)

Questa storia prende avvio nel ’68. Il mondo occidentale è attraversato da un impetuoso movimento di messa in discussione di ogni forma di potere e d’autorità costituita. In Unione Sovietica, paese “investito” della missione di costruire l’“uomo nuovo”, nasce Ruben Gallego autore e protagonista di  Bianco su nero.
Ruben è il nipote del Segretario del Partito Comunista Spagnolo in esilio.
Sua figlia Aurora, giornalista a Mosca, dopo una relazione con un compagno venezuelano, dà alla luce due gemelli. Uno muore, l’altro, Ruben, colpito da paralisi cerebrale infantile, muove solo due dita della mano sinistra.
In un paese dove “tutti” dovevano essere felici, questo “figlio imperfetto” viene internato in un orfanotrofio.
Nascosto agli occhi del mondo, trascorre la vita tra un istituto e l’altro, conoscendo gli orrori di un universo concentrazionario presente e attivo, malgrado i presupposti, anche nella società sovietica.
Solo durante la Perestrojca riesce rocambolescamente a sfuggire alla sua fine in un ospizio.
Si ricongiunge alla madre, studia, si sposa e ha due figlie.
Comincia a scrivere in russo, sua lingua madre, e in Russia nel 2003 il suo Bianco su nero vince il prestigioso premio letterario “Booker Prize”.
Sarebbe riduttivo e fuorviante considerare questa opera prima come una sorta di documento politico che svela i retroscena di un regime.
Sarebbe abusato, consolatorio, inutile pensare a freaks che danno lezioni d’umanità ai “normali”.
Non ci troviamo davanti un libro di denuncia, un vittimistico atto d’accusa.
Siamo di fronte alla lotta di un uomo, mai domo, contro le circostanze. Una lotta che avrebbe potuto essere combattuta ovunque, che ci riguarda direttamente ed è quanto mai attuale.
Quarant’anni dopo, viviamo in un tempo dominato dal paradosso della “libertà obbligatoria”, in un mondo “lacerato” dall’ingiustizia sociale, paralizzato dall’ossessione per la sicurezza e il controllo, sterilizzato dalla spettacolarizzazione delle emozioni, “condannati” all’euforia perpetua!
È sempre più di vitale importanza impegnarsi in un attento e quotidiano lavoro di umanizzazione delle relazioni  e di resistenza ai processi di omologazione.
Superate le secche dell’ideologia e del moralismo, evitate le cadute in uno sterile e superficiale vitalismo, questa lettura offre tracce di vita che possono orientare la nostra azione per il futuro.
Metter nero su bianco, lo scrivere, non è solo memoria! È un rivedersi, è lo sviluppo di un rullino fotografico. L’aver fissato un momento, un’emozione e poi, nella camera oscura, ritoccare contrasti e luminosità perché l’emozione “arrivi” a chi guarderà quella foto.
Fermare attimi, elaborare sentimenti, vissuti, sogni, suggestioni.
Trasformare momenti e pensieri di sé in patrimonio collettivo, condivisibile, riconoscibile.
È un qualcosa di estremamente personale, individuale, ove “gli altri” si possono riconoscere.
Lo scrivere e il leggere permettono osmosi, le parole prendono corpo.
Le narrazioni diventano azioni vissute. Gli spazi raccontati si vedono, si toccano.
Si sentono gli odori, le emozioni si impregnano nel corpo e diventano proprie.
Il raccontare e il raccontarsi si collegano intimamente all’ascoltare/ascoltarsi…
Oggi si sente forte il bisogno che le parole, le frasi, i concetti letti, detti, pensati siano espressioni del corpo singolo immerso nell’insieme del corpo sociale, non mere espressioni razionali. Dare corpo alle parole, investire di multisenso le espressioni, superare le stereotipie comunicazionali e caricare di valore “le presenze”.
L’essere presente, l’esserci “nel proprio modo” risulta più che mai condizione fondamentale di speranza, di “ sviluppo” inteso come capacità di andare “oltre”, di cambiare, di immaginarsi ”dopo”, di sentirsi autori e protagonisti del/nel dopo.
Raccontare e raccontarsi, dare l’opportunità e il permesso anche ad “altri” di raccontare di noi, è  rappresentarsi, è essere accettato, è  potersi esprimere anche solo con gesti, posture, suoni disarticolati… È esserci con il proprio modo di esprimersi.
È non confinare a priori nell’inconsapevolezza le “Diverse” capacità d’espressione attraverso molteplici forme artistiche.
È non fermarsi alla condizione bensì aprire/aprirsi alla comunicazione, alla vita.
Vita, un soffio leggero che ci spinge a sostenere sforzi, fatiche, sacrifici; che ci ricarica nel momento in cui ci disponiamo a ricevere le storie e i punti di vista degli Altri, ad ascoltarli contaminandoci, ad accettarli.
Ascoltare e ascoltarsi talvolta non è sufficiente… Il soffio è continuo! Occorre prepararsi a sentirlo, percepirlo, inseguirlo, capirlo. E non solo raccoglierlo, ma anche indirizzarlo, moltiplicarlo…
Gallego ci aiuta ricordandoci, attraverso una sorta di semplice e provocatoria enfasi dei contrasti, l’importanza delle sfumature, l’attenzione ai particolari, l’indispensabilità dei gesti.
All’azione  ben fatta non contrappone ma predilige l’azione a buon fine con un indiretto invito all’attenzione e all’auspicio di una relazione ove il corpo “anche incompleto” risulta denominatore comune di universalità e nel contempo di personalizzazione.
Nel ricevere le sue “lettere” torna alla memoria il Calvino de Le città invisibili:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio”.
Buon lavoro!

RaiSport: SportAbilia

di Lorenzo Roata, giornalista di RaiSport, ideatore e curatore della rubrica televisiva “SportAbilia”. Inviato a Sydney 2000, Salt Lake City 2002, Atene 2004

La testimonianza che porto è legata all’esperienza di giornalista/telecronista maturata negli anni in materia di sport per disabili dentro RaiSport, testata televisiva del Servizio Pubblico. Lo sport per disabili è sicuramente materia specifica, a ben considerare ancora più esposta al rischio del pregiudizio corrente, o peggio, a quello di un approccio compassionevole – atteggiamenti entrambi da eludere in partenza se si punta a una corretta comunicazione di fatti e notizie. “Deve essere difficile parlare di sport disabili! Ci vuole proprio un bel coraggio! Non sarà mica sport…”, sono solo alcune delle frasi che spesso si sono sentiti rivolgere quei giornalisti quotidianamente impegnati nel dare a questi argomenti l’opportuna considerazione. Di sicuro discorsi crudi; eppure all’interno del nostro stesso ambiente, fino a pochi anni fa, erano i più diffusi; discredito generalizzato che hanno vissuto sulla loro pelle anche autorevoli personaggi del settore. Lo stesso Phill Craven, presidente mondiale del Comitato Paraolimpico Internazionale, a suo tempo colonna della Nazionale britannica di basket in carrozzina, nella qualità di massimo grado IPC, si è sempre occupato in prima persona della vendita del “prodotto Paralimpiadi” ai network televisivi di tutto il mondo. In un’intervista ai Giochi invernali di Salt Lake City, egli mi raccontò che i primi a vivere nel pregiudizio, solo una decina di anni fa, erano gli stessi direttori delle televisioni. Costoro, nella maggior parte, rispondevano “no” cortesi ma senz’appello riguardo alla possibilità che lo sport per disabili fosse trasmesso in tv, asserendo che lo spettacolo offerto ai telespettatori sarebbe stato troppo duro all’occhio, finanche cruento, visione insopportabile.
Erano altri tempi; oggi per fortuna si registra una radicale inversione di tendenza cominciata con le Paralimpiadi di Seul (1988) in cui si tenne anche a battesimo la nuova bandiera paralimpica con le tre gocce coreane in campo bianco a significare spirito, mente e corpo in ideale parallelo con i cinque cerchi olimpici; un progresso che finalmente ha sancito la tanta auspicata pari dignità fra Olimpiadi e Paralimpiadi, fra CIO e IPC, parità addirittura conclamata a partire dalle ultime due edizioni dei Giochi: Sydney 2000 (trionfo del supremo concetto di paralimpismo per sensibilità tutta australiana) e Salt Lake City 2002.
È indubbio che la sinergia IPC/CIO (insieme al mastodontico piano di promozione e divulgazione attuato nei decenni dai capi del movimento paralimpico, fino all’ultimo degli organizzatori in ambito locale) ha contribuito non poco verso una maggiore visibilità dello sport per disabili; prime quelle nazioni che, per storia e tradizione delle politiche sociali, da sempre vantano un grado di coscienza civica altissima sulla generale questione della disabilità fisica e mentale. Il riferimento è soprattutto ai Paesi anglosassoni e, sempre in Europa, a quelli scandinavi (prima la Svezia), Spagna, Germania e Francia a ruota. Tutte comunità che, con medesima sentita partecipazione e con eguale risalto mediatico, hanno altrettanto compreso e affrontato la specifica questione della disabilità nello sport.
Nuova sensibilità, allora, e nuova soglia di attenzione che negli ultimi anni, in pari misura, hanno proficuamente percorso il nostro paese, al tempo stesso “obbligando” all’intervento i mass media nazionali, la Rai in particolare a partire dalle Paralimpiadi australiane.
Proprio in questo percorso, il palinsesto RaiSport apre nei notiziari e nelle rubriche spazi “ad hoc”, fino a produrre, nei giorni dell’evento, una trasmissione quotidiana di mezz’ora. Fin da subito esperimento felice, preziosa cassa di risonanza per le imprese e i risultati degli atleti azzurri nel segno dell’antagonismo più accattivante, compreso l’esplicito gradimento dei telespettatori: “semplicemente” si trattò di raccontare fatti e storie nella gioia della vittoria o nel dolore della sconfitta, quintessenza dello sport.
Alla luce della positiva esperienza, due anni dopo, Rai e RaiSport hanno ribadito il progetto di una trasmissione quotidiana in occasione delle Paralimpiadi invernali di Salt Lake City, un format che, sempre in coincidenza con i luminosi successi degli atleti italiani, ha di nuovo incontrato il gradimento del pubblico; nella successiva convinzione che l’effettivo ritorno riscontrato sull’utenza, in futuro, avrebbe potuto attirare anche sponsor e inserzionisti sulla falsariga di quanto già avveniva, e avviene tuttora, in altri paesi.
Una prima conferma in questa direzione (lo sport per disabili come potenziale veicolo pubblicitario) si è avuta nel 2003 con la  partenza di “SportAbilia”, un nuovo programma di RaiSport, una rubrica quindicinale prodotta dalla sede Rai di Milano:  si è trattato in partenza di un ciclo  sperimentale di quattro puntate in onda su Rai 2 alla domenica in seconda serata, dopo la “Domenica Sportiva”,  con dati di ascolto e di gradimento ben oltre le aspettative.
Anche in virtù di questi positivi riscontri, “SportAbilia” oggi, in edizione ordinaria,  è un  appuntamento consolidato nel palinsesto di RaiSport: rubrica quindicinale d’informazione al secondo anno in onda “in chiaro” nel Pomeriggio Sportivo del sabato. Agli inizi del 2004, al termine dell’Anno Europeo delle Persone con Disabilità, la trasmissione ha ottenuto il patrocinio del Segretariato Sociale Rai e,  progetto pilota , è stata ufficialmente presentata al Prix Italia (rassegna internazionale dei prodotti televisivi). In edizione straordinaria, “SportAbilia”, poi, è diventato appuntamento quotidiano durante le Paralimpiadi di Atene mentre, quest’anno, è in onda su Rai3 dal 15 gennaio, nel modo ormai consolidato del format quindicinale.

I gruppi Calamaio in rete

a cura della redazione

Il 2 ottobre 2004 è stata una data storica. Per il prima volta, dopo tanti anni, il Progetto Calamaio del Centro Documentazione Handicap di Bologna ha riunito molti gruppi, rappresentanti di associazioni, di centri di documentazione, insomma una cinquantina di persone interessate all’educazione alla diversità nelle scuole. È stato un momento molto importante perché per la prima volta abbiamo avuto la possibilità di conoscerci tutti, condividere le nostre esperienze e i nostri progetti. Abbiamo potuto con piacere constatare come la “filosofia calamaio”, ovvero un certo stile autoironico, allegro e che rifiuta la schematizzazione disabile = oggetto di assistenza, sia stata percepita da ciascuno di noi come l’elemento che ci lega, pur provenendo tutti da esperienze e campi educativi molto diversi (chi dalla scuola, chi dall’esperienza delle famiglie, chi da un lavoro di documentazione e informazione, ecc.).
Questo nostro primo incontro ha generato due proposte: la prima è quella di creare una vera e propria Rete di Gruppi Calamaio; la seconda intende costituire un’Associazione di Associazioni, il cui principale obiettivo è promuovere l’educazione alla diversità, a partire proprio da quei soggetti che in altri contesti sono definiti svantaggiati.
Siamo consapevoli della complessità di quest’ultima proposta, ma crediamo sia importante far in modo che esperienze valide e innovative vengano conosciute e messe in rete all’interno di un comune orizzonte educativo.
Per cominciare, abbiamo creato una mailing list, alla quale preghiamo di iscriversi tutti coloro che sono interessati a entrare a far parte di questa Associazione di Associazioni.
La nostra lista vuol essere uno spazio di condivisione e discussione sui seguenti argomenti:
– aggiornamenti relativi alle attività del Calamaio ed eventuali nuove proposte;
– considerazioni inerenti il tema dell’integrazione sociale delle diverse abilità;
– comunicazioni, progetti e idee provenienti da tutti i gruppi e le associazioni che si occupano dell’integrazione in ambito socio-educativo di persone diversamente abili.
Per iscriversi alla mailing list, mandare un’e-mail a sympa@liste.retelilliput.org, indicando nell’oggetto “subscribe progetto_calamaio”.