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Una scortesia crudele

di Stefano Toschi

31 marzo 2005: Terri Schiavo
2 aprile 2005: Karol Wojtyla

Epicuro afferma nella sua celebre lettera a Meneceo: “Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, né per i vivi né per i morti; perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più”. Ma la vita e la morte sono collegate, l’affermazione del filosofo greco non è accettabile. Le cose stanno diversamente: come dice Heidegger, la morte fa parte dell’esistere, della sua essenza. Si legge in Essere e tempo: “Il frutto in maturazione […] non soltanto non è indifferente rispetto all’immaturità come qualcos’altro da sé, ma, maturando, è l’immaturità. Il ‘non ancora’ è coinvolto nel suo essere, e non come una determinazione accidentale, ma come un suo elemento costitutivo. Parimenti anche l’Esserci, fin che è, è già sempre il suo ‘non-ancora’”. Oggi si tende addirittura a negare a se stessi la possibilità della propria morte, ci si sente immortali. Celebre, a questo riguardo, è l’affermazione attribuita da Tolstoj a Ivan Il’ic (Vanja): “Il sillogismo elementare – Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale – per tutta la vita era sembrato sempre giusto a Vanja, ma solo in relazione a Caio, non in relazione a sé… un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri esseri: lui era Vanja… Caio è mortale, certo, è giusto che muoia. Ma per me, per me piccolo Vanja, per me Ivan Il’ic… non può essere che mi tocchi di morire!”.
Una massima di Diderot recita: “Parlare di morte è una scortesia crudele”. Questa affermazione è vera, soprattutto oggi: da una parte si parla anche troppo di certe morti, come quella del Papa, che è stato fatto morire almeno dieci volte, dall’altra parte si parla poco di una morte come quella di Terri Schiavo, perché è una morte scomoda, una “cacotanasia” che è stata fatta passare per eutanasia. La pretesa di decidere come, ma soprattutto quando morire o far morire qualcuno, con la pretesa falsa di alleviare sofferenze o dimostrare la superiorità e il possibile dominio dell’uomo anche sulla morte, è un’eredità illuminista e scientista: come scrive Leonardo Ancona su Psychomedia, a partire dal Settecento, quando si incominciò a non considerare più vita e malattia, come prima, in termini di apprendistato alla morte, e quest’ultima come coronamento ed esaltazione del percorso esistenziale, o al peggio come un castigo di Dio, questi eventi diventarono solo dei fatti naturali, da conoscere e combattere con le risorse scientifiche della medicina, un sapere presuntivamente detentore di ogni vittoria sul male; per cui diventò una “scortesia crudele” – come si espresse Diderot – parlare di morte. La morte “addomesticata” di prima, derivata dall’opera di cristianizzazione del mondo europeo, era diventata morte “interdetta”, derivata dai processi di rimozione del mondo scientista, con tutte le conseguenze del caso: al morituro si doveva, e ancora si deve, mentire fino all’ultimo, tentando di “difenderlo” dalla sua morte, riuscendovi anche troppo frequentemente. Naturalmente, è giusto lottare contro la morte, cercare di posticiparla il più possibile, sempre nel rispetto dell’uomo e della sua natura, nei limiti leciti del sano progresso scientifico, ma essendo sempre coscienti che alla fine la morte viene per tutti.
Il 31 marzo 2005 è morta Terri Schiavo, il 2 aprile il Papa. La vera “buona morte”, nonostante le sofferenze, è stata però solo quella di Giovanni Paolo II. Morire di fame e di sete, agonizzando per più di due settimane, non può certo essere considerata una buona morte, proprio a livello fisico. Anche perché la povera Terri non era affatto in pericolo di morte, ma aveva semplicemente un tipo diverso di alimentazione e di comunicazione col mondo. Oltre alla buona o alla cattiva morte, infatti, bisogna pensare anche alla buona o alla cattiva vita. Chi decide chi ha una vita degna di essere vissuta? La vita di qualcuno con una qualche disabilità non è certo meno degna di essere vissuta e può essere una vita molto più felice di altre. Non è una questione morale! Chi ci dice che Terri non fosse soddisfatta della sua vita? La notizia della morte del Papa ha fatto passare un po’ in secondo piano quella della morte di Terri, dopo che da molti giorni l’opinione pubblica si interessava della sua sorte. Per me è stata quasi peggiore la notizia della morte di Terri, perché, come si dice, “morto un papa se ne fa un altro”, morta una Terri… purtroppo ce ne saranno molte altre come lei. Per il Papa, in fondo, la morte ha costituito il fluire naturale della vita: era malato, era anziano e la natura ha fatto il suo corso. Invece Terri non era anziana e nemmeno propriamente malata, aveva solo una vita un po’ diversa dalle altre. E nel suo caso non è stato permesso alla natura di fare il suo corso, perché è stata uccisa prima che questo potesse avvenire.
C’è una favola di R. M. Rilke che racconta così: c’era una volta un uomo che viveva in una casetta in mezzo al bosco e teneva sempre la porta aperta per ricevere i doni degli abitanti del bosco. Un giorno si presentò a casa sua la Morte e l’uomo si affrettò a chiudere la porta. Così facendo, però, non poteva più uscire o ricevere i doni degli abitanti del bosco: l’unico modo per continuare a vivere era aprire la porta anche a quella ospite indesiderata che aspettava paziente davanti all’uscio di casa. Rilke intende mostrare che chiudere la porta alla morte è una scortesia, magari non crudele (come la morte è per Diderot) ma inutile e dannosa: essa reca con sé dei doni, proprio come gli altri abitanti del bosco, e vivere significa anche morire.  



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