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Anche una Festa può essere un viaggio: parola della cooperativa Accaparlante

di Giovanna Di Pasquale

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Inevitabile.
Sì per molti aspetti è stato davvero inevitabile che anche il nostro gruppo si avventurasse nell’organizzazione di una giornata di festa, pensata e dedicata alla piccola creatura che nei mesi passati ha visto la luce: la cooperativa sociale “Accaparlante”.
Se è vero che ogni giorno è un viaggio, dove routine e imprevedibilità si mescolano, un giorno di Festa è un viaggio all’ennesima potenza che davvero scolora nel miraggio, così labile la distinzione fra ciò che i nostri occhi vedono e ciò che davanti agli occhi si trova.
In viaggio si parte sempre prima di partire davvero; con la testa prefiguriamo ciò che vorremmo vedere, scoprire, gustare; modelliamo in qualche misura il tempo e lo spazio. Nel viaggio mettiamo tanto del nostro rapporto con la vita di tutti i giorni sia quando lo pensiamo come un prolungamento di un modo di vivere che vorremmo dolce, spensierato, interessante, che quando lo mitizziamo per la voglia di rompere gli schemi e di allontanarci dalla quotidianità. Quando il viaggio, poi, si compie in gruppo, le idee che lo accompagnano e lo preparano possono essere anche molto diverse e costituire anche una base di sostanziale differenza nel giudizio che ognuno si porta a casa quando il viaggio è finito.
Così è stato anche al Centro Documentazione Handicap nei mesi di preparazione verso una meta chiara e ambita da alcuni, più oscura e meno desiderata per altri. Affermazioni e domande si sono rincorse nei pensieri e nei corridoi: Si fa una Festa! Si fa una Festa? Perché? A cosa serve? Sarà bellissimo… Sarà una gran fatica… Dopo tanti anni è ora di farci vedere… Ma chi verrà mai alla nostra festa?
Accanto agli obiettivi espliciti che toccano anche il punto del reperimento di risorse economiche, è corso un flusso di pensieri più aggrovigliato, più densamente emotivo che ha tenuto insieme, tra fatica e piacere, la ricerca di un senso per questo viaggio.
Fare Festa è un rito collettivo, una costruzione che dà visibilità sociale, per ridotta che essa sia e per quanto piccolo sia il gruppo che la promuove. Per ogni persona, storia, esperienza arriva un momento in cui può acquistare un forte significato “raccontarsi” in modo pubblico, farsi vedere, uscire fuori. Oltre a un ormai consumato valore di marketing, questo momento di esposizione pubblica è legato al significato di stringere le fila di un lavoro di anni; fare un punto, seppure provvisorio, che comporta inevitabilmente un confronto con il giudizio degli altri, gli esterni.
Ma come farsi vedere? Come uscire fuori? Davvero credo che per molti di noi sia stato questo un nodo cruciale: la ricerca di uno stile anche pubblico in cui poterci ritrovare, in cui la nostra quotidianità non fosse stravolta; una festa, insomma, sì per “gli altri” ma anche per noi. Che in questo stile siano confluiti in egual misura cura e informalità, ricchezza e caos, non ci ha meravigliato più di tanto, proprio perché questo mix è, soprattutto a detta degli amici e visitatori, un tratto forte della nostra realtà quotidiana, risorsa e limite a un tempo. Caratteristica, insomma voluta e talvolta anche un po’subita.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente, e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dei dotti.

Abbiamo tentato di essere viaggiatori con bagaglio leggero; in valigia nella stagione calda bastano pochi indumenti per essere pronti e anche a noi poche “cose” sono risultate davvero indispensabili.
Indispensabile la convinzione di “usare” la festa come un’ulteriore occasione per consolidare rapporti e cercare altre teste con cui, oltre il momento, continuare uno scambio di idee e progetti.
Ancora, utile come di questi tempi la crema solare ad alta protezione, accettare che in gruppo ognuno ci sta a modo suo, a volte tutto e proprio suo. Questa verità banale perde la sua ovvietà quando ci sono occasioni, e la festa lo è stata, dove i modi di essere, partecipare, fare sentire il proprio apporto si mostrano nella loro estrema eterogeneità. Si fa festa con gli altri, si fa festa per come le persone possono e vogliono esserci: attive, silenziose, precise, svogliate, appassionate delle cose loro, ammaliate dagli aspetti esteriori, completamente prese da questo progetto, distaccate. Possiamo dire che “non si ha la partecipazione per decreto”; soprattutto in un’idea di tempo e spazio comune come è una festa, è vitale che ognuno possa dare o non dare il proprio contributo senza inutili sensi di colpa.
Nel nostro gruppo abbiamo sperimentato tutta la gamma dei modi “per esserci” e persino chi non ha detto niente o non è venuto al gran giorno ha finito lo stesso per partecipare, perché in ogni storia che si rispetti hanno valore le parole ma anche i silenzi.
Anche di questo è fatto il vivere in comune: della compresenza fra i gesti fatti e quelli mancati, dello scarto tra gli obiettivi centrati e quelli irrisolti, fra la Festa come l’avremmo voluta e la festa come siamo riusciti a farla: luminosa, ventosa, sorridente e anche irridente, danzante e stancante, certo non perfetta come la mongolfiera che non si è alzata (colpa del vento, certo, non dei provetti maestri che la guidavano) ma bellissima lo stesso.
Un unico vero rimpianto: purtroppo per noi signore del CDH non è stato possibile indossare gli splendidi abiti da sera con cui, a mo’ di gadget viventi, ci eravamo ripromesse di abbagliare i nostri amati ospiti. Ma si sa nessuno è perfetto e il prossimo anno è alle porte.

Sempre devi avere in mente Itaca
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio,
fa che duri a lungo, per anni, e da vecchio,
metta piede sull’’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(Costantinos Kavafis, Itaca, 1911)



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