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autore: Autore: Giovanna Di Pasquale

Anche una Festa può essere un viaggio: parola della cooperativa Accaparlante

di Giovanna Di Pasquale

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Inevitabile.
Sì per molti aspetti è stato davvero inevitabile che anche il nostro gruppo si avventurasse nell’organizzazione di una giornata di festa, pensata e dedicata alla piccola creatura che nei mesi passati ha visto la luce: la cooperativa sociale “Accaparlante”.
Se è vero che ogni giorno è un viaggio, dove routine e imprevedibilità si mescolano, un giorno di Festa è un viaggio all’ennesima potenza che davvero scolora nel miraggio, così labile la distinzione fra ciò che i nostri occhi vedono e ciò che davanti agli occhi si trova.
In viaggio si parte sempre prima di partire davvero; con la testa prefiguriamo ciò che vorremmo vedere, scoprire, gustare; modelliamo in qualche misura il tempo e lo spazio. Nel viaggio mettiamo tanto del nostro rapporto con la vita di tutti i giorni sia quando lo pensiamo come un prolungamento di un modo di vivere che vorremmo dolce, spensierato, interessante, che quando lo mitizziamo per la voglia di rompere gli schemi e di allontanarci dalla quotidianità. Quando il viaggio, poi, si compie in gruppo, le idee che lo accompagnano e lo preparano possono essere anche molto diverse e costituire anche una base di sostanziale differenza nel giudizio che ognuno si porta a casa quando il viaggio è finito.
Così è stato anche al Centro Documentazione Handicap nei mesi di preparazione verso una meta chiara e ambita da alcuni, più oscura e meno desiderata per altri. Affermazioni e domande si sono rincorse nei pensieri e nei corridoi: Si fa una Festa! Si fa una Festa? Perché? A cosa serve? Sarà bellissimo… Sarà una gran fatica… Dopo tanti anni è ora di farci vedere… Ma chi verrà mai alla nostra festa?
Accanto agli obiettivi espliciti che toccano anche il punto del reperimento di risorse economiche, è corso un flusso di pensieri più aggrovigliato, più densamente emotivo che ha tenuto insieme, tra fatica e piacere, la ricerca di un senso per questo viaggio.
Fare Festa è un rito collettivo, una costruzione che dà visibilità sociale, per ridotta che essa sia e per quanto piccolo sia il gruppo che la promuove. Per ogni persona, storia, esperienza arriva un momento in cui può acquistare un forte significato “raccontarsi” in modo pubblico, farsi vedere, uscire fuori. Oltre a un ormai consumato valore di marketing, questo momento di esposizione pubblica è legato al significato di stringere le fila di un lavoro di anni; fare un punto, seppure provvisorio, che comporta inevitabilmente un confronto con il giudizio degli altri, gli esterni.
Ma come farsi vedere? Come uscire fuori? Davvero credo che per molti di noi sia stato questo un nodo cruciale: la ricerca di uno stile anche pubblico in cui poterci ritrovare, in cui la nostra quotidianità non fosse stravolta; una festa, insomma, sì per “gli altri” ma anche per noi. Che in questo stile siano confluiti in egual misura cura e informalità, ricchezza e caos, non ci ha meravigliato più di tanto, proprio perché questo mix è, soprattutto a detta degli amici e visitatori, un tratto forte della nostra realtà quotidiana, risorsa e limite a un tempo. Caratteristica, insomma voluta e talvolta anche un po’subita.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente, e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dei dotti.

Abbiamo tentato di essere viaggiatori con bagaglio leggero; in valigia nella stagione calda bastano pochi indumenti per essere pronti e anche a noi poche “cose” sono risultate davvero indispensabili.
Indispensabile la convinzione di “usare” la festa come un’ulteriore occasione per consolidare rapporti e cercare altre teste con cui, oltre il momento, continuare uno scambio di idee e progetti.
Ancora, utile come di questi tempi la crema solare ad alta protezione, accettare che in gruppo ognuno ci sta a modo suo, a volte tutto e proprio suo. Questa verità banale perde la sua ovvietà quando ci sono occasioni, e la festa lo è stata, dove i modi di essere, partecipare, fare sentire il proprio apporto si mostrano nella loro estrema eterogeneità. Si fa festa con gli altri, si fa festa per come le persone possono e vogliono esserci: attive, silenziose, precise, svogliate, appassionate delle cose loro, ammaliate dagli aspetti esteriori, completamente prese da questo progetto, distaccate. Possiamo dire che “non si ha la partecipazione per decreto”; soprattutto in un’idea di tempo e spazio comune come è una festa, è vitale che ognuno possa dare o non dare il proprio contributo senza inutili sensi di colpa.
Nel nostro gruppo abbiamo sperimentato tutta la gamma dei modi “per esserci” e persino chi non ha detto niente o non è venuto al gran giorno ha finito lo stesso per partecipare, perché in ogni storia che si rispetti hanno valore le parole ma anche i silenzi.
Anche di questo è fatto il vivere in comune: della compresenza fra i gesti fatti e quelli mancati, dello scarto tra gli obiettivi centrati e quelli irrisolti, fra la Festa come l’avremmo voluta e la festa come siamo riusciti a farla: luminosa, ventosa, sorridente e anche irridente, danzante e stancante, certo non perfetta come la mongolfiera che non si è alzata (colpa del vento, certo, non dei provetti maestri che la guidavano) ma bellissima lo stesso.
Un unico vero rimpianto: purtroppo per noi signore del CDH non è stato possibile indossare gli splendidi abiti da sera con cui, a mo’ di gadget viventi, ci eravamo ripromesse di abbagliare i nostri amati ospiti. Ma si sa nessuno è perfetto e il prossimo anno è alle porte.

Sempre devi avere in mente Itaca
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio,
fa che duri a lungo, per anni, e da vecchio,
metta piede sull’’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(Costantinos Kavafis, Itaca, 1911)

8. La rete delle esperienze nella provincia di Bologna

Di Giovanna Di Pasquale

Nel territorio della provincia di Bologna sono presenti una pluralità di esperienze che, in forme e modi diversificati, si occupano di progetti di vita personalizzati e di percorsi di autonomia al cui interno trova spazio anche il tema del vivere fuori dal nucleo familiare di origine.
Nel 2013 si sono realizzati alcuni appuntamenti di incontro e riflessione sullo stato dell’arte fra cui segnaliamo i due appuntamenti che costituiscono idealmente una sorta di premessa a questa monografia.
Sabato 20 aprile 2013 presso la Casa per la Pace “La Filanda” Croce di Casalecchio di Reno (Bologna) su iniziativa di alcune associazioni, Associazione Centro Documentazione Handicap (CDH), CE.n.TR.O. 21 Onlus, CEPS Onlus Bologna, Associazione GRD Genitori ragazzi Down Onlus e Passo Passo Associazione per l’integrazione territoriale – Valli del Reno e del Setta, è stata organizzata una mattinata di confronto aperto, conoscitivo, propositivo con tutte quelle realtà che sul territorio sono impegnate su questo versante e che portano avanti iniziative nel merito.
Un’occasione, quindi per raccontare la propria esperienza, i propri punti di vista e gli eventuali progetti sul tema della vita indipendente e del futuro al di fuori della famiglia.
L’obiettivo è stato quello di avere l’esatta percezione delle possibilità che offre il territorio, per dare alla famiglia e alla persona con disabilità elementi concreti su cui poter ipotizzare un percorso che porti alla realizzazione di un personale progetto di vita senza i genitori, capace di tener conto di caratteristiche e aspirazioni.
Sabato 18 maggio 2013 si è tenuto, presso la Sala delle culture Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno (Bologna) un appuntamento seminariale dal titolo “Un futuro tutto per noi. Persone con disabilità: idee e progetti di residenzialità”. L’iniziativa è stata organizzata in collaborazione con l’Ufficio di Piano per la salute e il benessere sociale Distretto di Casalecchio di Reno e l’Istituzione Casalecchio delle culture del Comune di Casalecchio di Reno.
Una mattinata di lavoro per confrontarsi sul tema della “Vita indipendente” e delle possibilità abitative al di fuori della famiglia e per incontrare e conoscere alcune realtà che sul territorio nazionale sperimentano e progettano. Un’occasione dunque in cui si è cercato di fare il punto, esplorare possibilità, condividere progetti concreti.
Nel programma, dopo i saluti di Massimo Masetti, assessore alle Politiche sociali di Sasso Marconi, hanno trovato spazio i contributi di “La Casa al Sole, un’esperienza di autonomia abitativa” a cura di Pamela Franceschetto, assistente sociale, referente del progetto per l’Azienda Sanitaria 6 di Pordenone e Maria Luisa Montico, presidente Associazione Down Friuli Venezia Giulia; a seguire “Costruire la speranza per le Persone con disabilità: l’esperienza di Spes contra spem” a cura di Luigi Vittorio Berliri della Cooperativa sociale Spes contra spem Onlus; infine “Il Condominio Solidale di Bruzzano (Milano)” a cura di Marco Frigerio e della comunità psichiatrica “Mizar” Cooperativa Filo d’Arianna.
L’incontro è rientrato nelle attività del percorso di co-progettazione partecipata distrettuale Laboratori della solidarietà sociale, finanziato dalla legge regionale 3/2010.

Hanno partecipato al gruppo di lavoro di sabato 20 aprile 2013:
A.I.A.S. Bologna Condominio solidale
www.aiasbo.it
info@aiasbo.it
Condominio partecipato di via Bovi Campeggi 9 – Bologna
bovicampegginove@iperbole.bologna.it

ASL Distretto di Porretta Terme Bologna
www.ausl.bologna.it/asl-bologna/distretti/porretta

Cooperativa Libertas
www.libertasassistenza.it

Onlus sede di Bologna
www.centro21.org
centro21onlus@libero.it

C.E.P.S. Onlus Bologna (Centro Emiliano Problemi Sociali per la Trisomia 21)
www.ceps.it
ceps@ceps.it

Cooperativa C.A.D.I.A.I. Gruppo appartamento ABS Bologna
info@cadiai.it
www.cadiai.it

Fondazione “Dopo di noi” Bologna
info@dopodinoi.org
www.dopodinoi.org

Fondazione “Le Chiavi di Casa” Granarolo dell’Emilia (Bologna)
info@lechiavidicasa.org
www.lechiavidicasa.org

G.R.D. Associazione Genitori ragazzi Down Emilia Romagna
www.genitori-ragazzi-down.it

La Giostra Associazione famiglie di persone in situazione di handicap – Onlus Imola (Bologna)
ass.lagiostra@alice.it

Passo Passo Associazione per l’integrazione territoriale – Valli del Reno e del Setta
info@passopasso.it
www.passopasso.it

Volhand – Associazione volontari handicap Crespellano (Bologna)

Tuttinsieme – Progetto Casa aperta insieme Zola Predosa (Bologna)

colapaoli@casa-aperta-insieme.org

1. Introduzione

di Giovanna Di Pasquale

Le case sono fatte per viverci, non per essere guardate.
Francis Bacon

Per le persone con disabilità esiste oggi la possibilità concreta di abitare in modo autonomo fuori dalla famiglia di origine?
È una domanda complessa e impegnativa che non produce risposte omogenee.
Anche, e forse soprattutto, nell’ambito dei percorsi verso una residenzialità autonoma, la nostra realtà nazionale si disintegra in una molteplicità di situazioni particolari e assai distanti le une dalle altre che rendono difficoltosa un’azione di comparazione, e impossibile conclusioni uniformi.
Le esperienze che trovano spazio in queste pagine assomigliano per certi versi alla cima degli iceberg ma, al contrario di questi, nascondono sotto la superficie un sommerso costituito da materiali non assimilabili a ciò che si vede emergere.
Le esperienze si propongono, più che mai, non come un modello di replicabilità ma come testimonianze di processi e azioni utili a suggerire piste di lavoro, a evidenziare quali condizioni si sono rivelate necessarie per poter riuscire a realizzare ciò che si riteneva e si ritiene importante.
La possibilità per le persone disabili di vivere in “casa propria” non è oggi solo un pensiero ma, ad alcune condizioni, si è tradotto e si sta traducendo in realtà.
Certo, è una parte che non può essere presa per il tutto. Si tratta di situazioni limitate, sostenute da un grande impegno personale e da una presenza istituzionale non comune e mai scontata.
La domanda con cui abbiamo aperto queste note introduttive mette ben in evidenza la tendenza quasi schizofrenica del contesto sociale attuale, dove troviamo compresenti elementi che denotano la stagnazione, se non il regresso, dei processi di integrazione, ed elementi che, al contrario, indicano spinte di avanzamento che non toccano solo il livello di qualità della vita dei singoli ma costituiscono tappe ineludibili di civiltà sociale.
Crediamo sia sentire comune quello di vivere in un tempo affaticato, segnato dalla difficoltà di tenere aperta una progettualità ampia e fruttuosa non solo in termini di risultati ravvicinati ma di prospettive di lungo periodo. L’ascolto delle esperienze racconta, però, anche altro. Il tema che proponiamo in questo numero può essere interpretato, a nostro avviso, come uno di quei segnali di sviluppo evolutivo che emergono anche nei contesti di criticità diffusa e come un indicatore importante della ricaduta dei movimenti per l’integrazione, che hanno caratterizzato in modo forte tanti decenni della vita personale, familiare e sociale di questo nostro paese.
L’impegno e la presenza attiva di chi (persone con disabilità, famiglie, istituzioni) anche nei periodi di crisi e trasformazione, riesce a tradurre in azioni positive il riconoscimento di un’età adulta possibile per le persone disabili rende meno distruttiva la consapevolezza e l’evidenza del tanto, tantissimo che ancora resta da fare e fa luce sui sentieri da percorrere.

10. “Ma io il corpo lo uso?”

a cura di Giovanna Di Pasquale

Intervista ad Alessandro Bortolotti, ricercatore all’Università di Bologna dal 2007. Svolge le sue ricerche nell’ambito dell’Outdoor Education, della Prasseologia motoria e della Pedagogia speciale.

Rapporto fra corpo, identità, disabilità
Dal mio punto di vista fondamentalmente corpo e identità li identifico. Se così non fosse il rischio è che il corpo sia pensato come qualcosa fuori da noi, oggettivato. Parlo di qualcosa che non sono io ma il mio corpo. Se ci pensiamo, difficilmente io posso essere fuori dal mio corpo, succede, ci sono delle esperienze di questa natura ma sono eccezioni. Più spesso io sono il mio corpo che è un’altra maniera di dire quale è la mia identità. Su questo la disabilità innesca ulteriori riflessioni. Per quello che è il mio percorso, che viene dallo sport, ho per tanto tempo pensato che le persone si dovessero adattare alle proposte che venivano dal mondo, in questo caso sportivo. Su questo punto per me c’è stato un ribaltamento totale. Adesso penso che, pur non rinnegando quella parte che esiste nello stato di fatto, questo è un modello che diventa limitante se noi lo utilizziamo come chiave esclusiva per interpretare la realtà. Faccio un esempio: a parole lo sport di classe significa che bisogna fare sport nelle classi, questo un po’ mi spaventa perché pur essendo un modello interessante non può essere per tutti. Credo che noi dobbiamo pensare a ribaltare in modo totale l’approccio al movimento e all’educazione motoria. La questione è come far sì che il movimento sia adatto a tutti, e quindi è la mia proposta che si deve adeguare al soggetto e non più il soggetto che si deve attivare per rientrare a tutti i costi dentro una proposta. 

Quale approccio per un percorso intorno al tema del corpo e del movimento motorio a scuola
Parto dal concetto di uso del corpo e paradossalmente la prima riflessione che mi viene da fare è: ma io il corpo lo uso? O ancora una volta sono io che all’interno di un percorso cerco di trovare un senso? Il senso può anche essere che io sto fermo perché la percezione di me, il riflettere su di me, l’acquisire una consapevolezza avviene anche attraverso un’immobilità che non è imposta, ma è frutto di una scelta. Fare yoga o training autogeno o cose di questo tipo nell’immobilità, consapevole e scelta, possono dare di più di tante altre proposte di movimento che troviamo troppo spesso in modo automatico nelle scuole e nei gruppi. La parola chiave è consapevolezza, senso, cioè direzione della motivazione. Per questo è molto importante variare, fare tante proposte che abbiano al centro la dimensione della scelta. Proviamo a vedere nelle varie attività qual è la scelta che ti viene concessa e per fare cosa… È la scelta rispetto a un’azione oppure quella di entrare in relazione rispetto a un compagno? O ancora: è una scelta che fai tu o che viene da fuori? Questo ti mette di fronte a contesti, situazioni e condizioni diversi e, dal punto di vista educativo, stimolanti.
Cambiare le proposte allora per fare provare esperienze diverse e con criteri che esulano un po’ da quelli classici legati a un’educazione fisica tradizionale.
Su questo lo specialista sportivo può avere delle resistenze e fa fatica a rileggere le attività da un altro punto di vista, perché è stato impostato così e anche il mondo educativo spesso non ha tanta idea di quanto può essere stimolante, facilitante per le relazioni e l’apprendimento. Su questo non vedo una grande attenzione e forse neanche una grande preparazione di base. Io personalmente mi rifaccio a una scuola attiva, la prasseologia, che nasce in Francia e che in Italia è pressoché sconosciuta.

Collegamento fra gioco, sport e inclusione
Dal punto di vista dell’immagine sociale oggi il modello è quello delle Paraolimpiadi. Non è un modello sbagliato ma rischia di riprodurre in piccolo quello che avviene per tutti: c’è chi ce la fa e ha successo e gli altri che non ce la fanno.
Prendendo invece ad esempio i giochi di tradizione, ci si accorge che si può fare tanto altro e forse divertirsi molto di più. Bisogna uscire dal modello, non più solo il modello competitivo della vittoria, ma un modello che, pur presentando vittorie e sconfitte, non è così definitivo.
Difficilmente c’è un momento finale in cui si fanno le premiazioni perché si può sempre rimettere in discussione tutto, si può ripartire. È un modello molto più provvisorio, la vittoria e la sconfitta sono parziali. Poi ci sono tante altre possibilità, dalle attività espressive al rilassamento che hanno altre logiche. Anche nello sport ci sono le attività espressive ma, ancora una volta, sono ai fini della classifica e quindi diventano uno strumento per raggiungere qualcosa d’altro.
Nelle attività espressive il fine è proprio quello di esprimersi: mi esprimo per esprimermi.
Nel gioco autentico ti metti ed entri in gioco; se si è in quel livello si diventa davvero molto inclusivi perché le cose vengono fatte per il puro gusto di farle.

2. Sulla propria pelle: le ragioni di un laboratorio

a cura di Giovanna Di Pasquale

Intervista a Luca Cenci e Tristano Redeghieri

Come nasce il laboratorio
L’idea del laboratorio nasce dalla convinzione che il corpo sia uno dei maggiori strumenti per relazionarsi con gli altri. Essendo un insegnante Isef specializzato nell’attività motoria per bambini da 0 a 5 anni uso molto il corpo per relazionarmi con il bambino, proponendo giochi e attività attraverso il contatto fisico. Nel lavoro che svolgiamo qui in Cooperativa Accaparlante, l’obiettivo è quello di “portare fuori” la disabilità non solo con contenuti teorici, ma attraverso il protagonismo attivo delle persone disabili. In questo senso è fondamentale essere il più possibile consapevoli del rapporto che si ha con il proprio corpo che, spesso, nella persona disabile è un corpo non consono ai canoni riconosciuti e convenzionali. (T)
La consapevolezza poi è una conseguenza della conoscenza, senza conoscenza non si può parlare di consapevolezza né tanto meno di accettazione. Avevamo l’esigenza di capire, soprattutto per le persone più giovani (all’inizio il laboratorio era nato per loro) che rapporto avessero con il proprio corpo. Nel lavoro quotidiano infatti il corpo era nominato solo in funzione dell’attività di fisioterapia o per la gestione delle routines della vita quotidiana (lavarsi, vestirsi, mangiare..) (L)
La presentazione del percorso non è stata così difficile. Neanche noi sapevamo dove saremmo arrivati. Siamo partiti descrivendo l’idea di fare un laboratorio sul corpo, anche in modo blando. Con il prosieguo del lavoro, nel gruppo si è creato un clima di un certo tipo, un’intimità di un certo tipo che ha dato vita a un ambiente protetto che ha reso possibile lavorare in profondità su tutto il resto. In questo senso la presentazione non è stata una parte fondamentale perché siamo partiti sperimentando insieme a loro. Non abbiamo detto che avevamo già degli obiettivi definiti da raggiungere o standard a cui uniformarci, abbiamo solo detto: iniziamo raccontando il nostro corpo poi vediamo fino a dove possiamo spingerci.(L)
Abbiamo presentato questo percorso cercando di fare capire quanto è importante il corpo nella relazione, quanto si usa per relazionarsi con gli altri, facendo esempi tratti dalla quotidianità. Uno degli obiettivi era quello di fare acquisire maggiore consapevolezza del proprio corpo e di come lo si usa nei vari contesti, se e quanto lo si usa.
Il laboratorio sul corpo è stato inevitabilmente un laboratorio con il corpo, in cui giochi, situazioni, ecc. venivano provati sulla propria pelle. È stato una sorta di reincontro con il proprio corpo, corpo che – dalle parole delle persone coinvolte – non incontrano spesso.
Non l’incontrano né lo conoscono. (T)

Le aspettative
Non avevo delle aspettative già definite, il laboratorio è stato costruito in base all’andamento del percorso stesso, volta per volta decidevamo su cosa puntare cercando un collegamento fra gli incontri per dare continuità al percorso. Anche i partecipanti, per me, non si aspettavano niente di specifico però è emersa da subito una grande curiosità per dove si sarebbe arrivati. Per molti aspetti la stessa cosa vale per noi.
Quando ci rendevamo conto che saltava fuori qualcosa di interessante, abbiamo cercato di seguirlo sempre nel rispetto dei tempi delle persone e facendoci aiutare anche da esperti L’arma vincente di questo percorso è stato il tempo lungo in cui è stato articolato, tempo che è stato dilatato quando gli elementi che emergevamo avevano bisogno di essere ripresi e approfonditi. Non si è trattato di una lezione dopo l’altra, ma di nuclei tematici che si sono sviluppati per tutto il tempo che noi, ma anche i partecipanti, abbiamo ritenuto necessario in funzione della rielaborazione di quanto avveniva negli incontri. Essere in un luogo protetto ci ha permesso di lavorare anche sull’intimità del corpo. (T)
Le aspettative erano quelle che si hanno di solito quando cominciamo un laboratorio, perché quella sul corpo non è l’unica attività laboratoriale che la Cooperativa propone. I partecipanti quindi si aspettavano di fare al mercoledì attività incentrate sì sul corpo, ma sempre con lo stile e il metodo già sperimentati da loro stessi in tanti altri laboratori.
Di diverso c’era la curiosità verso una tematica totalmente sconosciuta soprattutto per le persone che abbiamo scelto di coinvolgere. La selezione non è stata casuale, abbiamo molto riflettuto su chi coinvolgere per il lavoro che andavamo ad affrontare. Conoscendo molto bene il gruppo, ci siamo orientati verso i più giovani e verso chi, tra i più maturi ci sembrava avere più blocchi in questa area.
Anche per quanto riguarda le mie aspettative mi sono sentito molto vicino a quelle del gruppo, ero molto curioso ma del tutto ignaro del potenziale che poteva avere un laboratorio di questo tipo e non mi aspettato certo di arrivare a trattare di temi personali, intimi e anche molto belli, che invece sono riusciti a emergere. (L)

Il percorso
Il laboratorio è stato realizzato su tre anni con l’obiettivo generale di lavorare sulla consapevolezza della percezione di sé. Conosco il mio corpo? Quanto lo conosco? Come lo uso nei vari contesti, se lo uso?
Per partire abbiamo chiesto aiuto a esperti, in particolare a un’amica psicologa. Con lei ci confrontavamo su quanto, volta per volta, veniva fuori dagli incontri per mirare meglio gli incontri successivi. Questo monitoraggio ha permesso di individuare anche obiettivi specifici legati alla reale immagine di sé, al ruolo dello sguardo degli altri come mediatore nell’immagine di sé. Ci siamo accorti che i più giovani riportavano nelle parole con cui si descrivevano molto della visione dei genitori che, in alcuni casi, era molto lontana da quanto si vedeva nello specchio. Altro obiettivo specifico è l’uso del corpo in un contesto di lavoro o di attività o nello sport.
Le persone con disabilità conoscevano molto bene il loro corpo dal punto di vista fisioterapico, cosa funziona, cosa non funziona ma non sapevano cosa fa piacere o non piacere sul loro corpo.
Il terzo anno abbiamo lavorato sul corpo come piacere e non piacere, come corpo capace di dare e ricevere piacere e benessere, per esempio attraverso il massaggio, il tocco con acqua calda e fredda, la memoria di gesti motori come “stirarsi” la schiena che possono essere rifatti anche nella quotidianità da soli o, se non si riesce, chiedendo aiuto a qualcuno.
Uno degli esperti che hanno collaborato con noi in questo terzo anno ha detto una frase: “È lecito che io non mi muova ma è lecito che qualcun altro mi muova, perché questo mi faccia stare bene”. Questa frase l’abbiamo poi ripresa tante volte nel corso del laboratorio.
È stato un percorso legato alla consapevolezza e di conseguenza anche all’autostima, perché il nostro corpo parla e non è solamente usato. Negli scritti delle persone disabili seguiti agli incontri dedicati al massaggio questo corpo parlava del benessere che avevano provato, delle emozioni belle e positive che avevano provato. (T)
Il primo anno si è trattato di giochi con il corpo: iniziamo giocando, proviamo a vedere come riesce a muoversi il nostro corpo, quello che possiamo fare e quello che non possiamo fare.
Il secondo anno è stato molto incentrato sulla conoscenza del sé, dei limiti e delle possibilità, ciò che il mio corpo può fare o non può fare, sa fare o non sa fare. Avere un limite non significa non poter fare niente, su questo abbiamo costruito la parte finale del percorso cercando strategie e adattamenti, costruendo anche piccoli ausili in maniera semplice e giocosa che potessero aiutare a compiere gesti come portare una tazzina di caffè. La cosa più difficile è stata per tutti riconoscere i limiti e le difficoltà. Una volta preso atto di ciò, si è potuto cominciare a ragionare su come si può fare per raggiungere un obiettivo in un altro modo, un aspetto questo centrale nella disabilità. Nel terzo anno abbiamo deciso di sperimentare ciò che piace al mio corpo e ciò che non piace, attraversando il tema del piacere e dei rapporti fra corporeità, emozionalità, sessualità. Spesso in famiglia o nelle strutture i momenti dedicati al corpo sono frettolosi o meccanicamente finalizzati al lavarsi, mentre noi sappiamo che una doccia, ad esempio, è anche un momento di rilassamento, benessere in cui scelgo quanto stare sotto l’acqua, la temperatura, ecc. Ecco queste scelte spesso non sono possibili per le persone disabili.
Questo ultimo anno è stato quello più delicato dal punto di vista emotivo perché parlando di piacere si è arrivati a parlare di cose molto personali in un clima intimo e protetto dove si poteva parlare senza la paura di essere giudicati. Un ragazzo che ha una disabilità acquisita, dopo alcuni massaggi ha cominciato a raccontare di quando da bambino ha iniziato a perdere l’uso delle gambe. È un avvenimento di tanto tempo fa e questo ragazzo che lavora con noi da parecchi anni non aveva mai parlato francamente di quel passaggio delicatissimo per lui. Un’altra ragazza per la prima volta ha voluto parlare della sua unica esperienza sessuale vissuta a vent’anni, questo per lei è stato non solo importante ma anche, sono le sue parole, “bellissimo che mi sia tornata in mente quell’emozione”.
C’era chi il primo anno faceva fatica ad accettare il contatto con noi ma anche il contatto con il proprio corpo, che in alcuni casi coincideva con la carrozzina. In un’attività fatta davanti allo specchio in cui descrivere il proprio corpo, molti parlavano di un tutto unico: io sono seduto sulla mia carrozzina, la carrozzina è il mio corpo. Fondamentale invece distinguere e separare, imparare e sperimentare che si hanno le gambe, la schiena, i piedi che per molti dei partecipanti erano parti del corpo completamente sconosciute.
Una delle ragazze più giovani che era venuta in Cooperativa con l’obiettivo di scrivere sui film, sull’arte, sulle cose che più la interessavano non voleva essere coinvolta in nessuna attività che comportasse il contatto corporeo. È entrata, quindi, in questo laboratorio con moltissime remore e preoccupazioni. L’ultimo anno era lei che richiedeva di essere tolta dalla carrozzina e messa a terra e aveva fiducia in come gli altri si avvicinavano a lei, anche perché la sua maggiore consapevolezza le permetteva di guidare e di indicare come fare gli spostamenti e i movimenti.
Questo anche in una prospettiva di vita adulta può significare essere capace di dare indicazioni a figure esterne alla famiglia su come gestire i momenti fondamentali della quotidianità. (L)

Il ruolo dei conduttori
Io ero molto in difficoltà nell’ultimo anno al momento della condivisione. Il livello di profondità toccato ha messo in moto in noi conduttori una sorta di attesa implicita di dover andare sempre più in profondità. Era come se non ci bastassero commenti generici ma avessimo bisogno di riflessioni e descrizioni sempre più dettagliate. Un’aspettativa sbagliata, come ho capito a posteriori, che andava a contrastare il rispetto dell’intimità di ciascuno, il nostro essere persone che hanno voluto condividere emozioni anche forti ma che hanno diritto di scegliere quando fermarsi, e di dire tanto ma non tutto. Questo limite rafforza e non indebolisce la qualità della relazione nel gruppo in quel contesto.
Per noi il ruolo dell’educatore è quello di proporre delle possibilità che si possono sperimentare anche fuori di qui, ma questo sta alla persona, alla sua famiglia, al contesto che c’è intorno, ai servizi. Soprattutto sta all’individuo andarsele a prendere queste possibilità. Ovviamente questo può spaventare anche molto, le famiglie in primis, ma anche le persone con disabilità stesse che vengono a chiedere: “Ma perché dobbiamo parlare del piacere del corpo quando fuori di qui questo piacere non lo sperimentiamo mai?”.
Questa è una delle parti che più mi ha messo in difficoltà. (L)
Io avevo un’aspettativa alta verso le persone “più vecchie” che vengono qui da più tempo, di loro non mi bastava il dire un sì o un no ma cercavo di tirare fuori le loro motivazioni sul fatto che una determinata cosa fosse bella o brutta, e per questo facevo a volte domande troppo dirette. La paura è stata quella di superare il limite nonostante pensassi molto prima di chiedere ancora. Mi rendo conto adesso che avevo bisogno di capire se questo percorso avesse smosso qualcosa in loro, perché a volte mi sembra che siano abituati a dire va tutto bene o va tutto male, ma faticano a esprimere i motivi interni di questo pensiero. Queste difficoltà sono state però anche quelle che hanno portato le maggiori soddisfazioni, sentire le persone contente ed emozionate per aver fatto emergere, anche attraverso l’aiuto delle domande che facevo, sensazioni nascoste o dimenticate mi ha dato una grande soddisfazione. Siamo riusciti perché ci siamo dati i giusti tempi per la rielaborazione e perché nessuno è stato mai obbligato a parlare. Abbiamo condiviso il tempo del silenzio e l’imbarazzo che spesso ne nasce. Anche questo per me è stato utile perché l’imbarazzo è un’emozione viva.
Un altro aspetto difficile per me è stato pensare che stavamo percorrendo un terreno di esperienze che fuori, nella vita di tutti i giorni, non trovano spazio o non vengono recepite. Mi sono domandato spesso “E adesso cosa succede? Fuori di qui cosa succede? Creo più frustrazione o più giovamento?”. E infatti questo è stato uno degli argomenti con i genitori, affinché non fosse un percorso solo fine a se stesso. (T)

Il coinvolgimento delle famiglie
Durante gli incontri del laboratorio le famiglie sapevano, ma non sono state direttamente coinvolte. Lo sapevano dalle richieste che facevamo loro rispetto all’abbigliamento più adatto o altre cose simili di tipo pratico, lo sapevano da quello che i loro figli raccontavano tornando a casa. Erano molto curiosi e quasi in attesa di sapere… Ci è sembrato giusto quindi coinvolgere in un qualche modo anche loro.
Alla fine c’è stato un momento, importante, di restituzione dell’esperienza nella globalità per comprendere meglio insieme cosa è stato questo percorso che ha fatto tornare a casa i loro figli a volte esaltati, sempre molto coinvolti emotivamente. Abbiamo raccontato loro cosa succedeva in quella stanza un po’ misteriosa dove il gruppo si trovava e lavorava per tre ore. Un racconto non semplice e non lineare perché dare voce ad attività che muovono sensazioni ed emozioni è molto difficile.
Nel laboratorio poi sono emersi ricordi e racconti molto intimi e anche dolorosi o emozionanti; questo è potuto accadere per il clima intimo e la promessa di riservatezza che era implicita. Nel raccontare ai genitori, quindi, abbiamo voluto rispettare questo tratto e abbiamo scelto insieme alle persone disabili cosa dire e restituire ai genitori, e anche a un pubblico più grande come possono essere i lettori di una rivista e cosa invece continuare a tenere protetto. Anche da parte dei genitori nell’ascolto delle parole dei loro figli o nella visione di alcuni spezzoni di attività c’è stato grande coinvolgimento e grande commozione, un rispetto direi, nell’impatto con un’immagine anche inedita delle persone che sono i loro figli. (L)
La scelta di non coinvolgere direttamente i genitori è stata anche dovuta dalla necessità di non farsi mettere dei paletti in maniera anticipata. Come già si è detto, per noi il ruolo di educatori è legato a costruire più occasioni possibili con e per le persone, una sorta di palestra dove provare direttamente in prima persona per poi, se si vuole e si riesce, continuare nella quotidianità.
Con questa scelta le persone con disabilità sono state protagoniste anche nel racconto con i propri genitori, hanno deciso se avevano voglia di raccontare e, quando lo hanno fatto, è stato con le loro parole. È stato anche un modo di rinnovare la relazione con i genitori con argomenti nuovi che toccano la dimensione del corpo e anche l’essere adulti, le scelte, gli imbarazzi, le emozioni. (T)

Pensieri per non concludere
Tempo e continuità: il tempo del laboratorio era sacro. Nonostante i mille altri impegni o richieste, il mercoledì mattina tutto il gruppo era al laboratorio, punto. Non esisteva niente che potesse intralciare. Non mettere pause in mezzo è stato fondamentale per non rompere quella sorta d’incantesimo costruito settimana per settimana.
Un percorso come questo tocca corde molto sensibili: è d’obbligo farsi aiutare da chi è esterno e da chi ha competenze più specifiche. Noi siamo educatori con una formazione di un certo tipo, dentro al laboratorio gli esperti non c’erano ed eravamo noi due a gestire questo turbinio di sensazioni ed emozioni. C’era paura, e c’era anche la voglia di poter dare risposte, ma noi non siamo tuttologi. Non è un’esperienza che puoi fare senza il supporto di altri più specializzati e senza una rete di confronto esterna data dai colleghi e dalla supervisione.
Noi come Cooperativa lavoriamo molto sul ruolo attivo della persona con disabilità. Ma il corpo ha veramente un ruolo quando io sono con me stesso e con gli altri? Ne parliamo tanto ma poi dobbiamo anche utilizzarlo questo corpo. Un’attività molto bella è stato quando nell’ultimo incontro le persone disabili hanno assunto il ruolo di massaggiatori e ci hanno massaggiato con tutte le loro difficoltà e con modi personalizzati per riuscire a farlo.
Dopo tre anni di percorso c’erano quelle condizioni di fiducia nell’altro e di confidenza nel proprio corpo per cui è stato possibile per le persone disabili assumere un ruolo attivo nel dare piacere agli altri e provare per questo grande soddisfazione. Anche il corpo disabile può avere un ruolo attivo nella relazione con gli altri, relazione che ci ha fatto vivere l’esperienza rara e preziosa di essere alla pari da un punto di vista esistenziale per il coinvolgimento emotivo che, al di là dei ruoli professionali e istituzionali, ha toccato tutti noi. (T) (L)

1. Introduzione

Ringraziamo Gianfranco Caramella e Luca Malvicini per l’aiuto nella redazione dei testi.
Ringraziamo anche tutti gli ospiti, i genitori, gli operatori per la collaborazione e l’accoglienza e il clima di convivialità che ha accompagnato il lavoro.
Un grazie speciale a nonna Rina per l’ospitalità e le prelibatezze con cui ci ha deliziato…
La prima volta che, anni fa, siamo entrati nella villa di Viale Teano a Quarto Genova, sensazioni diverse, tutte ugualmente forti, si sovrapponevano. Il luogo, splendido, la struttura molto provata da anni di abbandono, le persone accoglienti e vitali, forti di un “sogno”comune da realizzare, con convinzioni radicate e capacità di poggiare il sogno su un progetto per renderlo concreto: far diventare quella realtà una casa per i loro figli con disabilità.
Già nei primi racconti che accompagnavano la visita alla casa, ormai un cantiere aperto, emergeva proprio questo tratto caratterizzante: l’impegno a utilizzare la propria personale esperienza come molla propulsiva per pensare soluzioni comuni dentro a una visione politica, per riprendere una frase importante di Don Milani, che facilitasse il “sortirne insieme”.
La costituzione in associazione, Fa.Di.Vi. e Oltre (Associazione Famiglie Disabili Vidoni), è stato il primo passo di un percorso che ha portato in più di dieci anni a vivere la partenza reale della casa, dove le persone disabili, i figli e le figlie, vivono e dove i genitori sperimentano modalità per molti aspetti non consuete di collaborazione con gli operatori e la direzione.
Anni segnati certamente da un incessante lavorio per tenere le redini di un impegnativo lavoro di ricostruzione con i relativi corollari di intoppi burocratici, fatiche e soddisfazioni di un gruppo che cresceva, certo, ma anche cambiava.
Anni che sono serviti anche a esplicitare meglio quale idea di residenzialità era pensata e voluta e quali “strumenti” sono utili ai genitori per prepararsi all’uscita dei figli dalla famiglia, una volta che questa avviene non sull’onda di un’emergenza ma di un percorso condiviso.
Anni di amalgama per il gruppo, in cui si è venuto a definire quello che, almeno per chi come noi osserva da fuori, è una delle caratteristiche più forti dell’associazione e cioè la capacità di tenere uniti un pragmatismo attivo teso all’obiettivo con la convivialità accogliente che fa sentire gli ospiti amici e rende vitali e intensi gli scambi di idee quando si intrecciano coi momenti del vivere insieme il cibo o l’ombra degli alberi del magnifico parco.
Molte di queste riflessioni trovano posto sulle pagine di questo numero di “HP-Accaparlante”: le voci dei genitori, promotori e co-attori di questa avventura, le voci degli operatori e della direzione, espressione e richiamo alla gestione quotidiana della struttura, le riflessioni dei professionisti che con competenza e capacità empatica hanno accompagnato, attraverso gli spazi della formazione, una messa a fuoco dei temi di interesse e favorito un incontro di punti di vista diversi.
Voci che raccontano e riflettono e insieme costituiscono un’immagine dell’oggi, una sorta di fotografia scattata in un momento preciso e particolarmente interessante per essere fermato: il passaggio dall’aspettativa alla realtà, dalla prefigurazione di ciò che si desidera a quanto si vive nel concreto farsi.
Un piccolo, momentaneo bilancio per far emergere fili da riannodare per continuare a ri-partire…
Manca, in questa voce corale, quella delle persone con disabilità complessa che abitano la casa, e annotiamo questo dato non come nota a margine di una mancanza operativa ma come un’indicazione per tutti noi a lavorare con sempre più coraggio nella strada di dare espressione e voce diretta alle persone con disabilità, di riconoscere in modo autentico il loro essere adulti a prescindere dalla complessità e gravità del deficit; è un percorso oggi ancora molto embrionale ma, se siamo consapevoli dell’importanza, allora questa deve diventare un’area di investimento e impegno per il futuro.
Infine, abbiamo voluto accostare alla storia “genovese” una parte di uno scritto (la versione integrale la trovate sul sito www.accaparlante.it) di Chiara Buarelli, educatrice e coordinatrice di servizi per persone disabili a Pesaro. Storie diverse per nascita e sviluppo e molto simili per i nodi che affrontano: il senso dell’accompagnamento nelle diverse fasi della vita, la capacità di stare in ascolto e mostrare rispetto, il senso del limite dei propri interventi, il “servizio” come “casa”.
Per questo le abbiamo volute in dialogo e le proponiamo in una lettura intrecciata.

Un posto sicuro
Noi come gruppo siamo insieme dal 2000. Per tutti il pensiero era il domani. Mio figlio frequentava un centro diurno da quando aveva 16 anni ma il pensiero era sempre il domani. Quando è uscito questo progetto a me è sembrato rappresentare il futuro migliore per nostro figlio.
Piano piano è cresciuta anche un’amicizia tra noi, ho conosciuto delle persone che poi sono diventate mie amiche mentre prima ero sempre chiusa in casa.
Per me è sempre stata una festa venire in associazione.
Il futuro è questo, io adesso lo vedo. Dobbiamo pensare a come fare per migliorare, contribuendo anche noi nell’andamento della struttura perché questo è un periodo di rodaggio (è un anno che la casa è aperta) e anche se ci sono delle cose che vanno migliorate, delle questioni che vanno valutate, nell’insieme sono contentissima.
È una sensazione bella perché sappiamo che qualunque cosa possa succedere i nostri figli sono in un posto sicuro, anzi meglio: sono in una casa, perché questa è la loro casa non è una struttura.
Silvana, mamma di Brunetto

4. Volti e parole: le testimonianze del video

Riportiamo di seguito la sbobinatura del video “Mio fratello è figlio unico”.
La prima informazione non l’ho avuta dai miei genitori, assolutamente. Loro hanno fatto sempre in modo che Andrea fosse una persona normale, come me. Sinceramente per me Andrea era normale: era diverso da me, ma io non notavo la disabilità. Dormivamo nella stessa camera quindi i gesti anche più intimi come chiamare la mamma di notte perché avevamo bisogno o io o lui, il buongiorno, la buonanotte, l’andare a letto, lo svegliarsi alla mattina erano in comune e io non notavo assolutamente questa disabilità.
Ho iniziato a notarla dalla gente e soprattutto dai miei amici, quando ho iniziato ad andare a scuola. Mi ricordo benissimo nell’età in cui inizi a invitare le tue amiche a casa dopo scuola a fare i compiti oppure alla tua festa di compleanno… e quando venivano a casa mi ricordo che più di una volta trovavano una scusa e andavano via. E io lì ho iniziato a chiedermi il perché, devo dirti la verità l’ho capito più avanti nel tempo, forse prima ho dato molto adito al fatto che davvero avessero un impegno improvviso, e dopo invece ho capito che non era così. Io uscivo molto spesso con mio fratello e vedevo che la gente comunque si fermava a guardarlo, che lo guardava quasi impaurita, soprattutto gli adulti, non i bambini. Il bambino di solito è attirato dalla diversità, quindi quando si avvicinava a mio fratello il genitore arrivava molto preoccupato a tirarlo via, perché quella “cosa” sulla sedia a rotelle era strana e faceva dei gesti che facevano paura. Quindi ho scoperto la diversità di mio fratello dalla società. (Catia)

Quando lei è nata io avevo sei anni e non mi ricordo mai di essermi accorta inizialmente di Agnese con Sindrome di Down con qualcosa che non andava, perché Agnese per me è sempre stata mia sorella punto, come tutte le altre sorelle.
Non mi ricordo neanche “Sindrome di Down”, mi hanno sempre accennato al fatto che dovevo starle più vicino, che avrebbe avuto bisogno di aiuto in più. “Sindrome di Down” me lo ricordo da più grande, da bambina no. Mi ricordo dall’esterno persone che venivano a filmarla, a fotografarla e io mi chiedevo in realtà perché io no e lei sì, ma me lo sono sempre spiegata con il fatto che lei aveva bisogno di un aiuto in più. Mi divertivo in realtà perché filmavano poi anche me, riguardavamo i filmati tutti insieme, c’ero anch’io, la facevo giocare, la facevo ridere e mi divertivo, ero anche un po’ io protagonista… Perché poi quando è nata lei non dico che sono stata messa da parte, assolutamente no, però chiaramente erano tutti più concentrati su di lei. Mi sono sempre sentita protagonista perché mi hanno sempre detto che io dovevo esserci, che lei aveva bisogno di me; senza il mio aiuto forse non sarebbe andata come è andata, mi sono sentita anche importante per questo. (Elisa)

Ho l’impressione che non siano stati i miei genitori direttamente che me ne abbiano parlato, comunque l’ho saputo dopo la nascita; allora non c’era l’amniocentesi, non c’era possibilità di diagnosticare queste malattie genetiche precedentemente. Dopo il parto, dopo qualche giorno, la pediatra, un’amica di mia madre gliel’ha comunicato. Io non ricordo che siano stati direttamente i miei genitori a comunicarmi la cosa, mi ricordo però il modo: senza nessun tipo di tragedia si è parlato della problematica di Caterina paragonandola a quella di altre persone più grandi che avevano lo stesso problema e che avevo avuto l’occasione di conoscere. Quindi mi dissero “guarda, Caterina è nata con lo stesso problema di Alessandro”… Questo è stato il modo con cui ci è stata comunicata la cosa. Nell’altro caso, quello di Maria, visto che non si trattava di una problematica specifica quindi di una diagnosi fatta alla nascita, ma è stata una concatenazione di eventi, mi ricordo che improvvisamente mia madre ha dovuto partorire. Maria è nata, sapevamo che era nel reparto di neonatologia, nel reparto di terapia intensiva e mano a mano imparavamo le notizie quando mamma tornava a casa perché chiaramente cercava di restare là in pianta stabile e ci comunicava l’andamento delle cose per quello che allora poteva essere di nostra competenza.
Io allora avevo 17-18 anni quindi lei ci parlava, ci raccontava di come stavano le cose. Mi ricordo che c’erano questi momenti critici, non si sapeva se Maria sarebbe riuscita a superare quel determinato momento delicato fino a quando Maria è arrivata a casa, ma quando è arrivata a casa era una bambina assolutamente normale, un neonato, il ritardo si accumula nel tempo. Abbiamo
scoperto piano piano le sue problematiche, serie e gravi, ma quando era una bambina era una bambina molto bella, è una ragazzina molto bella tutt’ora. Era un neonato come gli altri, il suo ritardo l’abbiamo imparato a conoscere piano piano nel tempo. Sono due difficoltà molto diverse. (Francesco)

Io non mi ricordo, ero molto piccolo, sei anni, che i miei genitori mi avessero spiegato “Guarda che Francesca è Down, ha la Sindrome di Down che è dovuta alla Trisomia 21 e ha questa sintomatologia”. No, questo no, questo discorso sinceramente non me lo ricordo però diciamo che se disabilità vuol dire in qualche modo diversità, particolarità, questo era un discorso scontato con Francesca, essendo una delle disabilità più palesi che, appena vedi Francesca, la comprendi, la capisci, la percepisci: non era una disabilità psichica con cui fai più fatica a entrarci in contatto. Avere un disabile in famiglia non era vista come una cosa particolare cioè degna di particolare attenzione. (Filippo)

Ero molto emarginata anch’io a scuola, ero diventata emarginata è vero.
Non ne sono uscita, non ne sono uscita, io non so cosa sia giusto o sbagliato e non me lo sono neanche posto ma ho fatto quello che mi sono sentita e ho seguito comunque quello che era la mia persona, e comunque ciò che sentivo dentro: sono entrata io nel suo mondo.
Mi ricordo che alla fine i miei amici erano diventati i suoi amici anche se c’era una grande differenza di età. Io mi rendevo conto soprattutto nell’età dell’adolescenza che mi sentivo molto sola perché mamma doveva stare con Andrea tutto il giorno, soprattutto quando io studiavo e andavo a scuola e Andrea andava all’università e faceva filosofia che è stata la sua prima laurea. Tutti i giorni mamma stava in salotto con Andrea, leggeva e Andrea mnemonicamente riceveva tutte le informazioni del libro e studiavano così; però per Catia molte volte non c’era posto e io mi sentivo in effetti un po’ sola. Questo sì, e delle volte c’è stato questo conflitto in cui dicevo che Andrea era un po’ egoista perché aveva avuto molto mamma per sé. Adesso che siamo adulti ne parliamo tutt’ora e ne parliamo con molta tranquillità perché le cose erano quelle e non si potevano cambiare. Per papà era diverso, papà lavorava moltissimo, arrivava la sera tardi e la mattina presto ripartiva; era mamma che non lavorando per stare dietro ad Andrea era in casa ventiquattro ore su ventiquattro con lui. Per esempio quando uscivo da scuola vedevo che tutti i genitori andavano a prendere i propri figli mentre io ero stata responsabilizzata molto presto, dovevo prendere la mia cartella in spalla e andare a casa da sola, stare attenta a come si attraversava la strada, però andare a casa da sola E quindi sicuramente ho sentito la mancanza della mamma. (Catia)

La nonna, che viveva al piano di sopra, (magari è una mia sensazione) per me non c’è più stata, c’era solo Agnese perché Agnese aveva bisogno. Non era come i miei genitori che dicevano “Agnese ha bisogno, dai aiutala” e venivo coinvolta anche io, invece la nonna no, almeno io l’ho sentita molto questa cosa. Non l’ho raccontata neanche ai miei genitori, in realtà però secondo me io per questa nonna ormai ero grande, non avevo più bisogno della nonna, ne aveva bisogno lei e io ero un po’ messa da parte.
I miei genitori sono stati bravi, io mi sono sempre sentita responsabile, il mio compito era starle vicino, aiutarla e io mi sono impegnata per questo. (Elisa)

Io ho patito molto di più la nascita di mio fratello Andrea, il secondo piuttosto che la nascita delle mie sorelle a livello di attenzione. Quando è nata Caterina mia mamma ha fatto la scelta di rimanere a casa dal lavoro: non è stata sicuramente dettata soltanto da quella specifica situazione, i fattori sono tanti, non era neanche tanto un lavoro che la gratificasse a tal punto da dire “aspetta proviamo a…”. Sicuramente mia mamma è stata molto presente. A livello di attenzioni non ho sentito la mancanza, almeno questa è la mia percezione, o meglio avevo già patito emotivamente gli altri fratelli che mi avevano tolto dall’esclusiva rispetto ai miei genitori. Maria è nata quando io ormai ero quasi maggiorenne quindi a quel punto lì anche se l’attenzione dei miei genitori era meno assillante nei miei confronti tanto di guadagnato, perché è un’età in cui meno attenzioni ti danno meglio stai, perché sei proiettato verso altre cose, verso il fuori, quindi non ho sentito queste attenzioni in meno, se ci sono state le ho accettate di buon grado mi viene da dire, se ci sono stati momenti in cui dovessi avere notato una cosa del genere non me lo sono stigmatizzato addosso, se c’è stato l’ho accettato di buon grado perché sono convinto che in quel momento lì meritassero più attenzioni loro di me. (Francesco)

Io mi ricordo la prima volta che la vidi, lei stava in una stanza ed era per terra, non gattonava, strisciava con le mani, aveva gli occhiali, fu un incontro particolare, assolutamente perché comunque tu incontri un fratello e subito sai che questa persona entrerà nella tua famiglia e ti accompagnerà.
Rivisto a posteriori forse io fui molto titubante, anche perché lei è femmina e io sono maschio e anche perché lo sentivo un po’ come un’intromissione, un altro fratello nella mia famiglia, ai tempi c’eravamo io e Silvia, eravamo in due poi dopo arrivò Francesca adesso siamo tre maschi e tre femmine, siamo in tantissimi. Anche successivamente rispetto ai rapporti che si sono creati, io sono quello che all’interno del nucleo familiare ha la relazione meno intima con Francesca, invece Silvia ha il rapporto con il maggior feeling. Questo succede in tutte le famiglie numerose, non hai grandissimi rapporti e intimità con tutti i fratelli, con alcuni ci sono maggiori simpatie o affinità, con altri di meno. Con Francesca questo può essere dovuto a una sua caratteristica perché lei è una ragazza molto socievole, quando torna a casa, torna da lavorare, viene, mi saluta: “Ciao Pippo come stai?”, io invece sono un po’ orso e allora rispondo “Sì, Francesca, vai via”, come dire basta. (Filippo)

Molta responsabilità, ancora ne pago le conseguenze, perché io mi sento molto in colpa nei confronti di Andrea, qualsiasi cosa non riesca a fare mi colpevolizzo, perché io sapevo che i miei genitori contavano su di me anche per il futuro quando loro non ci sarebbero più stati, contavano su di me perché io giustamente avevo le gambe, avevo le braccia, tutto quanto quello che non poteva avere Andrea quindi contavano su di me per proteggerlo. Di ogni cosa che non riesco a fare o che non sono riuscita a fare me ne faccio molto carico.
Ho perso dei ragazzi. Mamma è morta che io avevo appena compiuto diciotto anni, si è ammalata che io ne avevo sedici per cui di adolescenza io ne ho avuta poco, io non avevo amiche, non uscivo. Io ero per Andrea, io dovevo sempre guardare Andrea. Lui è poi andato a vivere a Paderno quando avevo circa diciassette anni. E quando si usciva, si usciva per andare da Andrea e il primo ragazzino ovviamente non poteva accettare queste cose perché gli altri ragazzi andavano allora in discoteca, andavano al cinema, a mangiare una pizza, io invece quando uscivo dovevo andare da Andrea. Era una cosa che mi era stata imposta, sicuramente non ho seguito la Catia, ho seguito quello che avrebbero voluto i miei genitori per il bene di mio fratello; sono felicissima tra virgolette di averlo fatto. (Catia)

Con i ragazzi, i pochi che ho portato in casa c’era la paura prima, iniziale, “oddio come si comporterà, come la prenderà il mio ragazzo sapendo che io ho una sorella disabile, come la prenderà?”. Però sono sempre stati tutti “bravi”, l’hanno sempre accettata così, quindi una volta avviata la conoscenza dopo due, tre incontri la conoscono, sanno che è così e quindi non mi ha mai più dato problemi. (Elisa)

Io sono il fratellone maggiore di Caterina e quindi mi ascolta, mi ascolta parecchio. A me piace parlare per cui ogni tanto mi manda qualche messaggio, mi chiede qualche consiglio, le capita magari che guarda qualche film, le piace il pallone, è appassionata di Totti, guarda qualche film, penso a Sognando Beckham, mi chiede “Come posso diventare brava come lei?”. Sono il suo fratello maggiore ed è un rapporto molto bello. Con Maria la situazione è invece un pochino più difficile. Diciamo che il mio rapporto è più di cura per molti aspetti quando c’è questo bisogno. Una premessa è d’uopo, intanto io non vivo più con loro completamente, ho la mia famiglia; con Caterina c’è un rapporto fratello-sorella quando ci si ritrova insieme, con Maria avevo questo rapporto di cura prima che mi nascessero i bimbi quando una volta all’anno i miei genitori si prendevano un periodo per staccare la spina, si facevano una vacanza e chiedevano a me di tenere Maria e io avevo quelle due o tre settimane d’estate in cui c’era questo rapporto intenso con mia sorella, dal quale uscivo sfinito e dal quale mi accorgevo di che donna è mia madre. (Francesco)

Francesca non mi ha mai creato dei problemi con gli amici, mai. Forse perché abito e vivo in un contesto particolare, la Comunità Maranatha, e quindi è scontato che nella mia famiglia ci sono dei familiari particolari e forse anche perché io ho avuto una vita amicale che ha condiviso il mio vivere all’interno della comunità e della mia famiglia. I miei amici venivano a trovarmi spesso, i miei amici si fermavano a guardare un film, i miei amici venivano a mangiare la pizza quando c’erano delle feste oppure per il mio compleanno, e Francesca era presente e non mi ha mai creato un problema la sua presenza, anche perché non si è mai creata una conflittualità perché quando esco con i miei amici non viene anche Francesca. (Filippo)

Il futuro. Mi rendo conto che siamo talmente legati soprattutto io verso Andrea, ho talmente questa morbosità verso mio fratello che il futuro non lo penso perché ho solo una gran paura di perderlo. Spero di andarmene via prima io, lo dico sempre ma se un giorno dovesse andare via prima Andrea la vedo molto grigia per me, molto molto molto.
Il presente lo vivo con molti sensi di colpa perché io faccio un lavoro impegnativo, lavoro veramente tanto perché vivendo da sola comunque più posso lavorare meglio è per guadagnare, e il tempo che ho dato a lui negli anni trascorsi oggi non glielo sto dando. Certo io con lui ci sono sempre, siamo stati ricoverati l’anno scorso, siamo stati due settimane a Milano, qualunque cosa lui faccia a livello di salute ci voglio sempre essere e sempre ci sono. Lo vado a trovare spesso però sicuramente non più come prima.
Ho perso delle amicizie sicuramente futili, però quando sono cresciuta ho trovato delle amicizie che hanno accettato mio fratello senza nessun tipo di problema, quindi ho saltato quella fase in cui per un ragazzo che veniva dal di fuori era difficile accettare un disabile, dopo io sono subentrata subito nell’adulto e da adulto non ho assolutamente trovato dei problemi, anzi è la prima cosa che dico “andiamo a trovare mio fratello che te lo presento” e loro vogliono conoscerlo. (Catia)

Il mio futuro, mio, mio me lo immagino in una casa in campagna. Vorrei una casa in campagna e mio marito vorrebbe fare il contadino. Pensando a mia sorella questo futuro cambia. Finché ci sono i miei genitori in salute, speriamo fino a tanto, so che vogliono creare un ambiente particolare per lei e speriamo ci riescano. Se no, sicuramente con noi, perché di lasciarla completamente da sola non me la sento e non voglio proprio. Magari in una casina vicina, in un appartamento vicino a noi con degli aiuti. Non riesco ancora a immaginarmi, anche se i miei genitori vogliono prendere un appartamento per lei magari con aiuti di altro tipo, io non ce la vedo ancora, non riuscirei ancora, so che è giusto così ma probabilmente io non ci riuscirei. Me la immagino in una casona grande con magari un pezzo di casa per loro perché sicuramente sarà con Riccardo, il suo moroso, sono insieme da sette anni. (Elisa)

Senza che i genitori ci abbiano assolutamente inculcato questo senso di cura e di protezione rispetto alle nostre sorelle, c’è comunque un desiderio di cura. (Francesco)

Rispetto a Francesca sinceramente non ho una grande idea di cosa farà lei da grande e soprattutto di come saremo noi. Boh, forse il fatto che noi siamo in tanti in famiglia questo sicuramente facilita la cosa, essendo in tanti non è che io come singolo mi debba preoccupare del suo futuro, di quello che farà lei da grande oppure se me la sento sulle spalle. Assolutamente. Se io non la accoglierò in casa mia quando sarò sposato, non è che lei sarà sotto un ponte, no non penso questo. Penso che ci saranno dei rapporti che si creeranno nel tempo, delle opportunità in base a come ti strutturi come famiglia, in base all’ambiente che frequenti, in base anche a lei, a come crescerà. Non so un domani cosa farà Francesca, un domani lei potrebbe anche abitare da sola in un gruppo-appartamento, magari ci vediamo tutte le domeniche per mangiare insieme o durante la settimana e magari abita da un’altra parte oppure abita vicino a me. (Filippo)

Lui ha avuto un’influenza ma io non farei assolutamente a meno di lui. Penso di avere passato dei momenti veramente difficili però io rifarei tutto, completamente, completamente.
Se mi dicessero “Vuoi un fratello ‘normale’?”, perché poi bisogna vedere la parola normalità dove sta di casa, direi di sì per lui ma direi di no per me. (Catia)

1. Introduzione di Giovanna di Pasquale

Di  Giovanna Di Pasquale

Come l’aria nei polmoni.
Essenziale alla vita, così la comunicazione per tutti gli esseri umani, essenziale al sentirci vivi e capaci di tessere legami significativi e condivisi con il mondo.
La comunicazione è quel ponte che permette di unire la dimensione più interna della persona, originale, intima e la dimensione di incontro con gli altri, di apertura a ciò che, separato da noi, ci mette a confronto con il diverso e il nuovo. E’ un ponte che continuamente ri-attraversato
permette all’identità di strutturarsi in un movimento continuo e flessibile di andate e ritorni.
E’ un ponte posto allo snodo cruciale del rapporto io- mondo, frequentemente messo alla prova da ostacoli di natura diversa, come quello affrontato in questo numero di HP costituito dalla presenza di deficit uditivi che comportano una perdita più o meno accentuata della percezione dei suoni.
E’un ponte che, però, non possiamo rinunciare mai ad attraversare, pur sapendo che per ognuno di
noi questo percorso potrà avere sviluppi diversi, soste e accellerate così volute quanto impreviste.
La soddisfazione di questo bisogno primario è quindi condizione per uno sviluppo il più possibile armonico, sereno di sé e accomuna tutti. Donne e uomini, bambini e adulti, di età e provenienza differenti, persone con disabilità o che sperimentano difficoltà o disagi. L’universalità di poter comunicare, bisogno che si pone fra i primi diritti della persona come singolo essere e come parte della comunità, porta con sé la ricerca e la messa in atto di tutte le possibilità esistenti (saperi, strategie, percorsi, strumenti) capaci di sostenere e ampliare la capacità e l’attitudine comunicativa, nei modi e attraverso i codici possibili per ciascuno.
Ogni persona deve poter avere nel suo percorso di crescita la possibilità di espandere le sue potenzialità comunicative, di sperimentare in modo diretto il significato del termine comunicazione: “rendere comune, far parte ad altri di ciò che è proprio”.
Ogni linguaggio diventa allora l’espressione di un’identità che sedimenta il senso di sé (della propria unicità) nel momento in cui dialoga con l’altro, mette in comune ciò che è proprio riconoscendo la stessa matrice di “esseri sociali”, parte di un tessuto di comune umanità.

Comunicare con chi?
Come scrive Enrica Répaci nel sito www.arcipelagosordita.it, “Il processo comunicativo non è mai un’escursione solitaria…la comunicazione umana ha sempre un carattere dialogico”
Se questo è il punto fermo, diventa importante domandarsi e domandare cosa la comunicazione deve garantire alla persona, qualunque sia la sua condizione e il suo contesto di vita.
Facciamo nostra una riflessione proposta da Andrea Canevaro all’interno del quadro della ricerca di indicatori di qualità per la vita delle persone con disabilità, in cui trova uno spazio specifico l’attenzione agli aspetti e alle competenze comunicativi. Per sviluppare una prospettiva inclusiva c’è bisogno di uno cultura dello scambio e dell’incontro.
Riprendendo il concetto di Habermas inclusione – qui non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti. Il dialogo, l’incontro, la comunicazione devono poter permettere ad ognuno di muoversi nei confini non solo estesi ma anche in continua evoluzione del mondo in cui vive, dalla cerchia più vicina e familiare a quelle più distanti e meno sperimentate.
La competenza comunicativa per la prospettiva inclusiva è legata alla possibilità di sviluppare una
propria autonomia, dentro dei vincoli mobili propri di ogni linguaggio e di permettere, però, di vivere questa autonomia nel contesto allargato, nella “normale” quotidianità.
Per le persone che vivono delle limitazioni rispetto al modo prevalente della comunicazione uditivo-vocale c’è da affrontare un doppio percorso: trovare il proprio modo di comunicare, che in alcuni casi potrà anche sviluppare un originale mix di codici verbali, visivi o gestuali; trovare insomma la propria “voce” consapevoli che “una voce significa questo: c’è una persona viva, gola, torace, sentimenti, che spinge nell’aria questa voce diversa da tutte le altre voci” (I.Calvino, Un re in ascolto)e condividere il più possibile lo stesso codice di comunicazione della comunità allargata.
Il processo di integrazione e di inclusione lavora sulla costruzione di legami; ogni scelta, ogni percorso che si va a delineare deve tendere ad assicurare che vi sia comunicazione circolare fra la persona e suo contesto, che sia resa possibile la reciprocità nell’incontro fra la persona e il mondo.

Ogni persona ha il suo passo, ogni persona ha una storia

Se la comunicazione è un ponte, ogni persona ha il suo passo nell’attraversarlo.
Questo è ancora più evidente nel caso della presenza di deficit uditivo in quanto ciascuna persona è un caso individuale, ogni tipo di sordità è differente. Come affermava più di settant’anni fa Vygoskij (Fondamenti di difettologia, Bulzoni, Roma 1986) “il bambino non percepisce direttamente il proprio deficit: percepisce le difficoltà che gli derivano dal deficit”. Vive l’handicap quando il deficit incontra situazioni, contesti, persone che amplificano e sottolineano le difficoltà derivanti da quel deficit.
Così come le situazioni di sordità possono essere molto differenti (per causa, grado, epoca di insorgenza), così le difficoltà che nascono dall’incontro persona e ambiente possono essere ridotte, anche di molto o presentarsi in modo estremamente accentuato e pesante
Questi sviluppi diversi sono testimoniate dalle storie delle persone che, pur condividendo la natura del deficit uditivo, non è possibile ricondurre ad una sola categoria: tante sono le variabili in gioco, il contesto, la storia familiare, le attitudini.
Questa eterogeneità ci mette direttamente a confronto con la considerazione primaria che la persona con deficit non è il suo deficit; questo aspetto esiste va accettato così come vanno considerate le limitazioni che comporta ma tutto ciò non deve impedire di avere una visione a tutto tondo di quel bambino, di quella bambina, una visione globale di quell’uomo, di quella donna. E non solo per un ragionamento di tipo etico nei confronti del riconoscimento della dimensione unitaria della persona ma anche per esercitare quell’atteggiamento scientifico che riconosce nell’ascolto e nell’osservazione diretti dell’individuo una fonte irrinunciabile e preziosa di conoscenza.
L’obiettivo diventa allora quello di mettere insieme un quadro organico di elementi conoscitivi, informazioni non solo sulla persona ma a partire dalla persona e dal suo ambiente per costruire un percorso a misura, cadenzato sul passo più adeguato che renda maggiormente agevole il cammino.
Per questo motivo sembrano talvolta irragionevoli e distanti certi dibattiti su linee contrapposte quando l’ascolto delle persone e delle strade che vengono percorse rilancia un’esigenza di comprensione profonda per tutto ciò che le persone stesse hanno rivendicato come utile per il proprio sviluppo, per la possibilità di un’autonomia, per la realizzazione di un dialogo con gli altri.
Comprensione e rispetto anche di quelle posizioni che possono sembrare distanti dalle nostre ma che trovano ragioni e senso nel quadro delle storie di vita e dei contesti sociali e storici.
Le esperienze e le riflessioni che trovano spazio in questo numero, sono accomunate proprio da questo atteggiamento e cercano di tenere la barra della loro navigazione ferma intorno al punto centrale:quello di costruire per e con le persone con disabilità un presente pieno e una dimensione di futuro aperta che contrasti i destini segnati e predefiniti che tanti hanno subito.

11. Una scuola, due lingue: l’integrazione dei bambini sordi nella scuola comune

( Fonte: Scheda sintetizzata da www.piemonte.istruzione.it/scuola-settimana/cossato.shtml )

A partire dall’a.s. 1994/95 presso la Scuola dell’Infanzia Statale di Cossato Centro e presso la scuola primaria di Cossato Capoluogo è in atto un progetto di bilinguismo “Lingua Italiana dei Segni (LIS)
Lingua Italiana” per l’integrazione dei bambini sordi nella scuola comune.
Dal 2002/03 il progetto è proseguito nella scuola secondaria di primo grado “Leonardo da Vinci” di Cossato, in rete con la Direzione Didattica.
Il progetto è finanziato con un Accordo di Programma che coinvolge la Provincia di Biella, la Regione Piemonte, il Comune di Cossato, il Consorzio dei Comuni Biellesi, il Comune di Biella, il CISSABO, l’IRIS, l’ASL 12, e con un protocollo di Intesa con la Fondazione Cassa di
Risparmio di Biella.
Il progetto si propone di integrare i bambini sordi nella scuola”comune”, formando un gruppo di alunni sordi (vi è la necessità che i sordi stiano con altri sordi) che acquisiscono la LIS come lingua
naturale + alunni udenti che impiegano la LIS come seconda lingua il più precocemente possibile (cioè partendo dalla scuola dell’infanzia) con l’apporto di operatori esperti in LIS (interpreti e docenti LIS).
Gli alunni sordi frequentano regolarmente la scuola per l’intero orario (8 ore giornaliere nella scuola dell’infanzia e nella scuola elementare; tempo prolungato nella scuola media).
Nella scuola dell’infanzia i bambini sordi formano, con altri bambini udenti, un gruppo omogeneo per età; con tale gruppo, oltre alle normali maestre, operano l’insegnante di sostegno, l’educatore sordo e l’interprete LIS.
Il gruppo di bambini sordi più udenti (col supporto delle figure specializzate) partecipa ai normali “laboratori” previsti dall’organizzazione didattica della scuola e, per circa un’ora al
giorno, al “laboratorio di LIS” (inteso come laboratorio di seconda lingua per i bambini udenti e di lingua naturale per i bambini sordi) con la guida dell’educatore sordo.
Nella scuola elementare e nella scuola media gli alunni sordi, insieme con i compagni udenti, seguono le normali lezioni con il supporto dell’interprete, dell’insegnante di sostegno e del docente LIS.
In orari stabiliti, tutti gli alunni frequentano il “laboratorio di LIS”con la guida del docente LIS.
Il bilinguismo favorisce l’integrazione degli alunni sordi con quelli udenti: infatti, comunicando con due lingue diverse, c’è la possibilità di un completo scambio di conoscenze. E’ in pratica un doppio canale di informazioni che passa attraverso la LIS e la Lingua Italiana.
Gli alunni sordi e gli alunni udenti imparano naturalmente e usano
quotidianamente la LIS per comunicare fra loro, con l’aiuto
dell’interprete o dell’insegnante di sostegno.
Gli alunni sordi seguono le normali attività scolastiche, come i compagni udenti. Le attività con gli alunni sordi sono svolte privilegiando la comunicazione visiva, basandosi sulla cultura delle
immagini che risulta fondamentale nello sviluppo del bambino.
Le attività sono programmate settimanalmente da tutti i docenti insieme con gli operatori esperti e gli interpreti; il progetto è verificato periodicamente con il servizio di logopedia di Biella; il progetto stesso è inoltre supportato dalla consulenza del C.N.R e dal Mason Perkins Deafness Fund.
Dall’a.s. 1999/2000 è iniziato un progetto di verifica e monitoraggio sistematico delle competenze raggiunte dai bambini sordi e udenti nella Lingua dei Segni. Dall’anno 2000/01 è anche
iniziato un progetto di verifica e monitoraggio degli aspetti psicosociali e relazionali fra bambini sordi e udenti.

Insegnanti
Le insegnanti curricolari attuano le metodologie e l’organizzazione progettata nell’ambito della programmazione educativa e didattica, e si dedicano prevalentemente all’intervento educativo e didattico rivolto a tutti i bambini, udenti e sordi. Tutte le insegnanti hanno frequentato o
frequentano appositi corsi di LIS organizzati annualmente dalla scuola.
Viene inoltre mantenuto un confronto continuo con le logopediste e il gruppo di lavoro sia sull’impostazione delle attività didattiche, sia sulle difficoltà che la situazione comunicativa può porre. L’insegnante di sostegno svolge il ruolo di mediazione fra la comunicazione verbale
del gruppo degli udenti e le esigenze dei bambini sordi, affiancando
costantemente la figura dell’operatore docente LIS e dell’interprete.

Interprete LIS
Questa figura ha il compito prevalente di tradurre agli alunni sordi quanto viene detto dalle insegnanti. Funge inoltre da supporto linguistico per le insegnanti curricolari e di sostegno. Altro ruolo molto importante è quello di fornire agli adulti udenti un modello di corrette modalità di total comunication in un ambiente misto di sordi e udenti.

Educatore docente sordo
Nella scuola dell’infanzia (educatore sordo) questa figura ha una
triplice funzione:
essere presente durante le attività didattiche della mattinata come adulto sordo che utilizza e propone a tutti i bambini, e in particolare ai bambini sordi, la LIS. In questo modo i bambini sordi sono inseriti in un tipo di comunicazione per loro accessibile e possono ricevere tutte le informazioni riguardo le attività svolte. Gli altri bambini hanno la possibilità di riferirsi anche a questa lingua per loro nuova. Precedentemente le insegnanti hanno comunicato all’operatore sordo i contenuti delle attività tramite la mediazione dell’insegnante di sostegno dell’interprete, permettendogli di inserirsi positivamente nel contesto delle attività medesime;
Curare il laboratorio di apprendimento della LIS frequentato dal gruppo misto (alunni sordi + udenti);
Fungere da insegnante di LIS per le insegnanti nei corsi di aggiornamento e formazione.

Nella scuola elementare e nella scuola media:
Gestire il laboratorio di apprendimento della LIS frequentato dal gruppo misto (alunni sordi + udenti);
Svolgere il ruolo di referente linguistico per gli insegnanti;
Fungere da insegnante di LIS per le insegnanti nei corsi di aggiornamento e formazione.

La scuola:
Direzione Didattica di Cossato
Piazza Angiono, 24
13836 Cossato (Biella)
Tel: 015 93019 Fax: 015 9840126
email: d.d.cossato@libero.it <mailto:d.d.cossato@libero.it

Per approfondire: “UNA SCUOLA, DUE LINGUE – L’esperienza di bilinguismo della scuola dell’Infanzia ed Elementare di Cossato” FrancoAngeli Milano, nell’ambito della collana “Scienza della formazione”).

12. Le esperienze di bilinguismo nella scuola di via Nomentana a Roma

“La scelta di affiancare all’insegnamento e apprendimento della lingua vocale, la LIS trovava le sue radici nella convinzione di poter aiutare così il bambino ad arricchire il suo sviluppo cognitivo, offrendogli strumenti diversi di organizzazione delle conoscenze, permettendogli di comunicare con gli altri…
Alla realizzazione delle attività proposte per l’insegnamento delle due lingue, hanno cooperato l’assistente alla comunicazione sordo e le insegnanti udenti, nel rispetto del principio “una persona una lingua”. Durante le attività infatti l’assistente sordo esperto nella LIS, conduce per primo l’attività nella Lingua dei segni allo scopo di favorire la comprensione, nonché l’apprendimento del lessico e delle forme morfo-sintattiche della LIS adottando, per facilitare i bambini al primo approccio, una comunicazione “globale”. In un secondo momento viene ripresentata la stessa attività nella modalità vocale, ci si aiuta con l’azione mimata collettiva che può portare alla drammatizzazione. L’azione mimata collettiva si è rivelata di grande efficacia per la memorizzazione delle parole e delle strutture frasali. Seguono, poi, le attività di apprendimento e consolidamento linguistico attraverso le quali vengono analizzate, decontestualizzate e interiorizzate le strutture linguistiche…
Le esperienze di questi anni hanno evidenziato che i bambini possono essere quindi incoraggiati e stimolati dalla presentazione delle unità didattiche in questa duplice modalità: acustico-vocale e visivo-gestuale perché non sempre le difficoltà mostrate dai bambini sordi sono da riferire alla difficoltà cognitiva insita nel compito o nella singola materia. Spesso accade che sia la richiesta a non esser compresa perché la modalità in cui viene espressa non è adeguata. La presenza dell’adulto sordo o dell’assistente alla comunicazione può aiutare a superare gli ostacoli linguistici permettendo l’accesso ai vari contenuti didattici semplicemente in un’altra lingua: la Lingua dei segni, cioè può consentire agli alunni di partecipare alle attività con rinnovato maggiore interesse: oltre al fatto –ed è questo un altro aspetto importante –che l’assistente sordo è visto dagli alunni come modello positivo, favorendo la costruzione di una propria identità di persona sorda. Globalmente risultano facilitate le relazioni e la crescita cognitiva. Grazie al supporto dell’assistente sordo gli allievi possono padroneggiare le varie informazioni presentate appunto prima in LIS e poi in Italiano. La comunicazione diviene più fluida, ciò rassicura l’allievo in apprendimento e crea un clima più disteso in aula. Da ciò può scaturire un buon rendimento scolastico. Con tale esperienza di bilinguismo si sono raggiunti buoni risultati sia nell’apprendimento della LIS che della lingua vocale”

Tratto dal testo di Angela Vecchietti e Alessandra Rossini “L’esperienza di bilinguismo nella scuola materna ed elementare in : “L’Istituto Statale dei sordi di Roma – Storia di una trasformazione a cura di Simonetta Maragna”. Il libro ripercorre la storia dell’Istituto dal XIX secolo ad oggi.
E’ possibile richiedere il libro ordinandolo via fax allo 0644240638 e con un contributo spese minimo di euro 5,00.
Per ulteriori informazioni: segreteria@istitutosordiroma.it

Scuola Materna ed Elementare 173° Circolo Didattico
Via Nomentana n.56 – 00161 Roma Dal 2000 il 173° Circolo Didattico è diventata una delle scuole dell’ISISS (Istituto Statale di Istruzione Specializzata per Sordi)
L’ISISS (l’Istituto Statale di Istruzione Specializzata per Sordi, sede di Roma), comprende tutti i livelli di scuole, dal ciclo dell’infanzia alla scuola superiore, per garantire la continuità didattico-formativa dell’alunno sordo.
Due i concetti fondamentali su cui si organizza l’attività: l’educazione bilingue in un modello di integrazione tra sordi e udenti.

Integrazione
L’integrazione tra bambini sordi ed udenti consente di evitare il grave rischio di isolamento dei bambini sordi inseriti da soli all’interno di un contesto di udenti.
Da diversi anni tale integrazione è realizzata con successo nella scuola materna ed anche la scuola elementare, da cinque anni, ha aperto le iscrizioni a piccoli gruppi bilanciati di bambini sordi e di bambini udenti.

Bilinguismo
L’insegnamento della LIS (lingua italiana dei segni) come seconda lingua è rivolto ai bambini udenti e ai bambini sordi.
La lingua dei segni diviene occasione di crescita cognitiva e culturale, strumento di scambio comunicativo e quindi possibilità di reale incontro tra sordi e udenti.
Particolare attenzione è inoltre rivolta alla ricerca di strategie adeguate e differenziate in rapporto alle caratteristiche di ciascun bambino (es. tecnologie informatiche, uso di software didattici mirati ecc.)
Da diversi anni nella scuola materna del nostro istituto si realizza con successo un’integrazione fra bambini sordi e bambini udenti provenienti in prevalenza dal territorio del terzo municipio (zona Nomentana); prendendo spunto da questa positiva esperienza di integrazione la scuola Elementare, dall’anno scolastico 2002-03, ha aperto le iscrizioni in prima classe a piccoli gruppi, bilanciati, di bambini sordi e bambini udenti.
Questo modello di integrazione consente di evitare il grave rischio di isolamento che i bambini sordi correrebbero se inseriti da soli, come succede nelle scuole non specializzate, in un contesto di 20/30 coetanei udenti.
Nella scuola specializzata di Via Nomentana, che dall’anno scolastico 2000-01 è diventata scuola aggregata dell’ISISS, l’insegnamento della LIS (lingua italiana dei segni) come seconda lingua, rivolto sia agli alunni sordi che a quelli udenti, diviene occasione di crescita cognitiva e culturale, strumento di scambio comunicativo e quindi inizio di un iter educativo che porterà ad una reale integrazione tra sordi ed udenti.
Tale esperienza è proseguibile all’interno della scuola media “S.Fabriani” e dell’ IPSIA “Magarotto”.

Istituto Statale dei Sordi
via Nomentana 54/56 – 00161 Roma – tel 0644240311 – 0644240194 – fax 0644240638

15. Risorse

Le risorse che segnaliamo sono solo alcune delle tante possibili
www.arcipelagosordita.it dove il sapere dell’esperienza si coniuga con il sapere esperto
www.sorditaonline.it : è un forum attivo dal 2002 che ha attualmente 285 iscritti. Franco Giampà ne è stato il promotore. Oggi è moderatore del forum, insieme ad altri due “forumisti”. Per saperne di più franco60@tin.it .

Ente Nazionale Sordomuti
www.ens.it
www.storiadeisordi.it

AIES associazione italiana educatori dei sordi aies@aies.it

Fiadda famiglie italiane associate per la difesa dei diritti degli audiolesi
www.fiadda.it

Fiaces federazione italiana associazioni e centri educativi per i sordi
e-mail: info@fiaces-onlus.org

Lega del Filo d’Oro
Sede centrale di Osimo, via Montecerno 1 60027 Osimo (An)
Tel. 071-72451 fax 071-717102

Incontrare le storie, incontrare le persone: l’incontro con la persona disabile in classe

Di Giovanna Di Pasquale

L’uomo è un nodo di storie
(P. Bischel)

Le riflessioni che troverete in queste pagine fanno riferimento al lavoro sperimentato nel gruppo di approfondimento tematico su incontrare le storie, incontrare le persone, realizzato all’interno delle due giornate di studio&gioco “Storie di Calamai e altre Creature Straordinarie. Disabili come educatori nell’esperienza di integrazione a scuola”, svoltesi il 24 e 25 novembre 2006 presso l’Ex Convento di Santa Cristina a Bologna.
Le rappresentazioni interne e sociali della disabilità: le “storie” che abbiamo dentro
Quest’occasione di incontro e riflessione, nata intorno all’esperienza del Progetto Calamaio vuole affrontare e, per quanto possibile nel tempo che ci è dato, approfondire un aspetto centrale nell’esperienza di educazione, animazione, formazione “alla diversità” che in questi vent’anni il Centro Documentazione Handicap ha realizzato: il protagonismo della persona disabile e l’assunzione di un ruolo diretto attraverso l’uso della propria persona come vero e proprio strumento educativo.
Il fuoco dei contributi che sono stati portati durante il percorso di preparazione del laboratorio e dei pensieri che andiamo oggi a condividere sta nella convinzione che nel nostro lavoro e nella nostra vita siamo tutti impegnati a costruire una nuova e diversa immagine interna e sociale della persona con disabilità.
È questa una grande rivoluzione. Come già ricordava Carlo Lepri nel suo intervento sul tema della costruzione dell’identità adulta nella persona disabile: “Stiamo costruendo un’immagine nuova della persona disabile, un’immagine che in qualche modo la rappresenta come una persona, che ha innanzi tutto dei bisogni di normalità, prima che dei bisogni speciali, di riabilitazione”.
Il processo di cambiamento delle immagini mentali e sociali contiene in sé le potenzialità per un cambiamento significativo e stabile anche del ruolo delle persone disabili e pone le premesse per l’acquisizione del ruolo sociale riconosciuto.
Sono infatti queste immagini che presiedono e anticipano, almeno dentro di noi, l’incontro diretto con la persona reale. Abbiamo già incontrato le persone ancora prima di averle davanti.
Le rappresentazioni interne e sociali della disabilità, le “storie” che già possediamo delle persone disabili influiscono e per molti aspetti condizionano l’esperienza di conoscenza diretta.
Sempre, comunque, l’incontro passa attraverso il filtro dello sguardo interno, frutto di un percorso che non è solo rielaborato dai singoli ma agganciato fortemente alle strutture sociali e storiche dentro cui i singoli vivono.
L’immagine interiore e culturale della persona disabile è ciò che “pesa” dentro di noi nel giudizio-aspettativa dell’altro e sull’altro. Diventare maggiormente consapevoli di ciò permette di padroneggiare meglio questa dimensione interiore che per le sue implicazioni emotive agisce spesso sotto pelle in modo coinvolgente e, spesso, improvviso.
L’incontro diretto con la persona disabile
Abbiamo visto anche nella plenaria del convegno che l’incontro con la persona disabile viene utilizzato come un vero e proprio strumento educativo nel progetto Calamaio.
Vogliamo riprendere questa idea e rileggerla insieme per considerarne il valore e il rischio che come per tutti gli strumenti in educazione coesistono. È allora importante chiedersi: che tipo di “protagonismo”vogliamo realizzare?
Un protagonismo che è segno di testimonianza. Non modello pedagogico di come si fa a convivere con il deficit, ma presenza che è disponibile a uno svelamento alcune volte anche di ciò che non è facile da dire. Racconta Stefania Baiesi, animatrice disabile del progetto Calamaio: “Come ti sei sentita la prima volta che sei entrata in classe? Non sapevo come comportarmi mi sentivo a disagio, molto a disagio, doppio disagio. Da una parte mi sentivo a disagio proprio come fanno i bambini, né più né meno, non avevo idea di come sarebbe andata; ero nervosa e preoccupata perché sono dovuta andare a scatola chiusa, non avevo la benché minima idea di cosa sarei andata a dire. Di quello che sarei andate a fare. Durante tutto l’incontro vi era un’altra domanda che mi continuava a girare per la testa: che tipo di domande mi avrebbero fatto i bambini?
Come ho fatto poi a far fronte a questo tipo di domanda? Prima osservando, poi cercando di ascoltare, tentando di immaginare e di capire quello che avevo da dire ai ragazzi, quindi in base a questo ho capito e ho trovato le risposte che cercavo”.
Nell’incontro con una persona c’è l’incontro con la sua storia, con le sue storie.
Un protagonismo che diventa racconto di unicità e coralità a un tempo.
Lo strumento biografico è potente proprio quando riesce a coniugare l’esposizione del proprio mondo interiore con la volontà di mettersi in comunicazione con il mondo esterno, rendendo visibile l’identità della persona. È questa un tipo di visibilità ben diversa da quella mediatica: tanto quest’ultima recide i legami con il contesto per vivere di vita propria e si impone come protagonismo assoluto, quanto l’altra si alimenta di connessioni silenziose, di percorsi più sotterranei che arrivano in superficie dopo aver subito un profondo lavorio.
Si entra in classe
Il laboratorio è stata anche l’occasione per far conoscere e condividere il percorso di lavoro realizzato da Malvena Bengasini con i bambini della sua classe, 5 A della scuola “Lambruschini” di Perugia. Il progetto ha coinvolto, oltre agli alunni, anche i docenti della classe, i docenti del Circolo e la cittadinanza attraverso la realizzazione di un convegno finale dal titolo “Viaggio nel mondo della diversità tra favole e realtà”.

Struttura e articolazione dell’esperienza
Lettura in classe dei libri per bambini dell’autore disabile Claudio Imprudente: Re 33 e i suoi 33 bottoni d’oro e Il principe del lago.
Confronto e riflessioni in gruppo.
Corrispondenza con l’autore.
Rielaborazione di ciascun bambino nel proprio “Quaderno del Cuore” (strumento aperto di registrazione, lettura, relativamente a emozioni e stati d’animo).
Anche noi autori: invenzione, in piccoli gruppi, di storie sui pregiudizi (collaborazione volontari Croce Rossa).
L’autore in classe: un incontro… “Imprudente”.
Convegno pomeridiano “Viaggio nel mondo della diversità tra favole e realtà” con la partecipazione dei bambini e dell’associazione “Chefs in smoking” per festeggiare i 20 anni del “Progetto Calamaio”.

Gli obiettivi
Favorire una maggiore conoscenza di se stessi e degli altri.
Assumere la consapevolezza che ogni individuo è diverso dall’altro in quanto unico, speciale e irripetibile.
Favorire una riflessione critica su uguaglianza, diversità e giustizia.
Cogliere ricchezza e potenzialità nella differenza.
Riflettere criticamente sul concetto di pregiudizio.
Assumere consapevolezza dell’importanza dell’aiuto reciproco e della solidarietà.
Sensibilizzare il contesto verso il mondo del volontariato e verso la tematica della diversità.

La metodologia in classe
Modello nell’ottica sistemico-istituzionale:
• attenzione alla risposta e alla proposta dei bambini
• flessibilità e riorganizzazione
• apertura agli “imprevisti attesi”
• modulazioni e aggiustamenti in itinere
• lavoro di gruppo, cooperazione
• bambino soggetto attivo
• coinvolgimento delle famiglie

Collaborazione con il“Progetto Calamaio”. Perché?
La scelta è nata dalla convinzione che la specificità del “Progetto Calamaio”, il suo essere ideato, progettato e in parte gestito da persone disabili, sia elemento particolarmente efficace per veicolare la Cultura dell’Integrazione.
È la diversità stessa che testimonia in maniera concreta, immediata, forte il valore e le potenzialità che custodisce in sé, che può intaccare stereotipi e pregiudizi, spesso consolidati dallo sguardo troppo distratto, superficiale, veloce della “normalità”.
I bambini e genitori non erano al corrente della situazione fisica di Claudio Imprudente, l’autore del libro letto in classe. Attraverso conversazioni, confronto, riflessioni sul concetto di “pre-giudizio”, l’incontro diretto con Imprudente ha smascherato la differenza sostanziale tra parole e fatti, tra teoria e pratica. Ha messo bambini e adulti di fronte ai propri pregiudizi.
Ogni bambino ha intrapreso lo stesso viaggio di Giangi, il protagonista de Il Principe del lago, un viaggio di conoscenza verso se stessi e verso l’altro, che ha aiutato ciascuno a superare le proprie difficoltà, timori, paure che la diversità di Claudio ha inizialmente suscitato.

Cosa ha contribuito alla riuscita del progetto?
A livello organizzativo:
la disponibilità e i contatti frequenti con la referente del “Progetto Calamaio” di Bologna; l’assoluta sinergia e collaborazione tra docenti, associazione di volontariato e referente Cesvol del progetto “Volontariato e scuola”.
A livello educativo-formativo:
il clima relazionale che si è creato nel gruppo; il forte entusiasmo che ha animato docenti, bambini e volontari; la scelta delle insegnanti di non mettere al corrente bambini e genitori della condizione fisica dell’autore.
(Il laboratorio “Incontrare le storie, incontrare le persone: l’incontro con la persona disabile in classe” è stato coordinato da Giovanna Di Pasquale, Stefania Baiesi, Malvena Bengalini).

Il corpo dell’altro

Occuparsi dell’altro occupandosi anche , e in alcuni casi, soprattutto del corpo dell’altro.
Il lavoro sociale si declina in un incontro diretto tra corpi che , pur in una cornice professionale, devono ricercare un faticoso equilibrio fra autonomia e dipendenza, fra l’impossibilità di fare da soli e la capacità di dare e chiedere aiuto.
Occuparsi dell’altro è anche occuparsi di sé; "curare" il corpo altrui porta con sé il riprendere contatto con il proprio corpo e con la storia del nostro personale rapporto con esso. Quando si incontra la malattia, la vecchiaia , il deficit è prima di tutto un corpo malato, vecchio, handicappato ciò che ci viene incontro insieme alle immagini ed ai vissuti che per noi e in noi sono ad esso collegati.
La dimensione emotiva irrompe nelle relazioni quotidiane fra operatori ed "utenti"; spesso negata o ridotta ai minimi termini è, invece, parte essenziale di ciò che passa tra le persone.
Molto del linguaggio emotivo trova una sua concretezza nel linguaggio globale attraverso cui il corpo parla ed esprime comunicazione.
Nella pagine di HP abbiamo cercato di dare spazio ad una riflessione su questi punti, ascoltando la voce di chi vive un deficit in prima persona e di chi per professione si occupa di assistere persone anziane, ospiti di una struttura protetta o disabili.
Attraverso le loro parole emerge con forza il gioco di specchi che caratterizza gli incontri tra persone anche, come già accennato, all’interno di un contenitore professionale. Gioco di specchi che determina la disponibilità ad un rispecchiamento consapevole o l’attuarsi di una fuga, la voglia di negare elementi comuni o, invece, la possibilità di spazi di riconoscimento reciproco.

Corpo e relazione

Cosi’ fragile che l’anima traspare. (1)
Il corpo, dimensione scontata della quotidianità e porta di comunicazione con le emozioni. Ancorato al presente, ai suoi stimoli e portatore di ciclicità, insieme natura e mistero, che affonda nel tempo.
L’ambivalenza che lo caratterizza permette, se lo si utilizza come strumento di comprensione, di andare oltre l’evidenza e la letteralità del dato, aprendosi ad una più ampia ricerca di senso rispetto a ciò che accade, a ciò che mi accade.
E cosi’ il corpo riporta noi dentro noi stessi. A prendere contatto con le emozioni e i processi vitali che alimentano l’incontro con l’altro. Poichè dell’incontro, della relazione con l’altro il corpo è sostanza primaria.

E’ eco di una dimensione antica della persona, nascosta e a volte negata eppure presente e vincolante, richiamo all’essenzialità delle comunicazioni primarie. E’ con il corpo che si comunica e originariamente si sente, perché il legame simbolico con l’altro è in primo luogo radicato nella struttura stessa del sentire.(2)
Il corpo è terreno di un linguaggio globale, alimentato da una spinta, da un desiderio invisibile che trova un’espressione condivisa nella parola, non unica ma importante mediazione verso l’altro.
Nel suo rapporto con l’espressione verbale, collocata in un tempo e in uno spazio, la corporeità rivela ancora una volta il suo carattere di contraddittoria vitalità, di apparente e pur duratura fragilità.
Il corpo, membro totale di questo spazio, gli si oppone. Perché? Perché non si lascia smembrare, dividere in frammenti, privare dei suoi ritmi, ridurre a bisogni catalogati, a immagini e a funzioni specialistiche, senza almeno protestare. Irriducibile e sovversivo in mezzo allo spazio e ai discorsi dei Poteri, il corpo rifiuta la riproduzione di rapporti che lo tormentano e lo privano.(3)
Centrale diventa, allora, il ragionamento intorno al corpo, al suo linguaggio, a ciò che di dirompente produce all’interno del un quadro culturale e sociale contemporaneo che riduce la sua portata a presenza efficientista ed immagine mitizzata.
Di questi intendiamo occuparci sulle pagine di HP durante l’anno che si è appena aperto, avendo un’attenzione specifica a quanto del lavoro professionale passa attraverso la dimensione emotiva ed affettiva e a come sia indispensabile trovare modalità, adeguate e tipiche per ciascuna persona e contesto, per averne consapevolezza e rielaborarne le implicazioni.
E’ forse questa una possibilità di coniugare la dimensione dell’esperienza personale con le istanze istituzionali, legate al mandato che investe i ruoli professionali. Che diventa ricerca di possibili risposte intorno al senso del prendersi cura dell’altro, di un equilibrio tra coinvolgimento fusionale e irrigidita formalizzazione.

Note
(1) Cristina Campo, Lettera inedita indirizzata all’amica Margherita, Pieracci Harwell, di prossima pubblicazione.
(2) Franzini E., Vita estetica e formazione del sé, in "Adultità", n. 2/1995.
(3) H. Lefebvre, La vita quotidiana nel mondo moderno, Il Saggiatore, Milano, 1978.

Azioni comunicative

La comunicazione: alcuni spunti per cominciare.

. Lo sfondo comunicativo è il terreno su cui giochiamo le nostrepossibilità di riconoscersi e di essere riconosciuti nella nostra identità,frutto di storia, competenze, attitudini, e di condividere il senso diappartenenza ad una comune umanità
. Costruendo una trama di comunicazioni significative (ascolto e parola, pause eriprese) i genitori aiutano il bambino piccolo a conoscere, distinguere,collegare: a muoversi nel mondo fisico e sociale che lo circonda.
Comunicare è orientare l’altro rispetto al mio modo di interpretare la realtà,è un processo di messa in comune che, a partire da esperienze diverse, crea unarealtà nuova: la relazione comunicativa, ponte che stabilisce legami e apre viedi conoscenza reciproca.
La comunicazione è lo strumento principale delle professioni educative esociali, cioè di tutte quelle professioni che lavorano con e per la relazioneinterpersonale. Gli interventi di sostegno, educazione, cura passano attraversoi nodi comunicativi, esplorandone le possibilità e subendone le sconfitte.
Ogni processo di acquisizione di conoscenze per realizzarsi in modo maturo edurevole si deve poggiare su di un clima comunicativo che le persone sentonocome positivo; ogni progettazione educativa, con adulti e bambini, deve averealla base un atto comunicativo reale, che dimostri attenzione e ascoltoreciproco, pena il rischio di scollarsi radicalmente con il percorso di vita delsoggetto per cui era stato pensato.
Nel bagaglio professionale, di educatori, operatori sociali e sanitari,insegnanti l’attenzione alle pratiche comunicative diventa garanzia di qualitàper le azioni che si producono e disponibilità a costruire contesti diconversazione dove ogni soggetto può esprimere, con modalità proprie, lerelazioni che intesse col mondo.
Per tutti noi, donna o uomo, sano o malato, è vitale essere dentro ad una retedi comunicazioni che riescano a farci esprimere, assumere il ruolo diascoltatori attenti, di mediatori di significati, di soggetti realmentecoinvolti e considerati. Questo all’interno di un quadro dove risaltal’impossibilità di non comunicare e la complessità-molteplicità delle forme edei modi del comunicare.
Per ragionare su questi elementi abbiamo scelto alcuni punti di accesso, checostituiscono i temi di questo spazio per il 1996.
In sintesi sono queste le questioni che, almeno in parte, vogliamo mettere afuoco intorno al nucleo della comunicazione:
una partenza introduttiva che vuole mettere in rilievo, attraverso i contributidel pensiero di studiosi importanti, alcune linee di fondo rispetto allaqualità dell’azione comunicativa;
la mediazione culturale, strumento per favorire lo scambio nelle situazionidifficili, tra culture diverse;
le "parole" dell’adulto e le "parole" del bambino, comecomunicano i grandi e i piccoli, quali tracce, segnali, riscontri significativi;
educatori e racconto: comunicare l’esperienza della relazione. Accostarsi allastoria dell’altro nella reciprocità dell’incontro;
il clima di classe: le pratiche di comunicazione a scuola;
comunicazione globale: i media e la qualità del vivere sociale. Prospettive edomande aperte.