La prima volta che, anni fa, siamo entrati nella villa di Viale Teano a Quarto Genova, sensazioni diverse, tutte ugualmente forti, si sovrapponevano. Il luogo, splendido, la struttura molto provata da anni di abbandono, le persone accoglienti e vitali, forti di un “sogno”comune da realizzare, con convinzioni radicate e capacità di poggiare il sogno su un progetto per renderlo concreto: far diventare quella realtà una casa per i loro figli con disabilità.

Già nei primi racconti che accompagnavano la visita alla casa, ormai un cantiere aperto, emergeva proprio questo tratto caratterizzante: l’impegno a utilizzare la propria personale esperienza come molla propulsiva per pensare soluzioni comuni dentro a una visione politica, per riprendere una frase importante di Don Milani, che facilitasse il “sortirne insieme”.

La costituzione in associazione, Fa.Di.Vi. e Oltre (Associazione Famiglie Disabili Vidoni), è stato il primo passo di un percorso che ha portato in più di dieci anni a vivere la partenza reale della casa, dove le persone disabili, i figli e le figlie, vivono e dove i genitori sperimentano modalità per molti aspetti non consuete di collaborazione con gli operatori e la direzione.

Anni segnati certamente da un incessante lavorio per tenere le redini di un impegnativo lavoro di ricostruzione con i relativi corollari di intoppi burocratici, fatiche e soddisfazioni di un gruppo che cresceva, certo, ma anche cambiava. 

Anni che sono serviti anche a esplicitare meglio quale idea di residenzialità era pensata e voluta e quali “strumenti” sono utili ai genitori per prepararsi all’uscita dei figli dalla famiglia, una volta che questa avviene non sull’onda di un’emergenza ma di un percorso condiviso.

Anni di amalgama per il gruppo, in cui si è venuto a definire quello che, almeno per chi come noi osserva da fuori, è una delle caratteristiche più forti dell’associazione e cioè la capacità di tenere uniti un pragmatismo attivo teso all’obiettivo con la convivialità accogliente che fa sentire gli ospiti amici e rende vitali e intensi gli scambi di idee quando si intrecciano coi momenti del vivere insieme il cibo o l’ombra degli alberi del magnifico parco.

Molte di queste riflessioni trovano posto sulle pagine di questo numero di “HP-Accaparlante”: le voci dei genitori, promotori e co-attori di questa avventura, le voci degli operatori e della direzione, espressione e richiamo alla gestione quotidiana della struttura, le riflessioni dei professionisti che con competenza e capacità empatica hanno accompagnato, attraverso gli spazi della formazione, una messa a fuoco dei temi di interesse e favorito un incontro di punti di vista diversi.

Voci che raccontano e riflettono e insieme costituiscono un’immagine dell’oggi, una sorta di fotografia scattata in un momento preciso e particolarmente interessante per essere fermato: il passaggio dall’aspettativa alla realtà, dalla prefigurazione di ciò che si desidera a quanto si vive nel concreto farsi.

Un piccolo, momentaneo bilancio per far emergere fili da riannodare per continuare a ri-partire…

Manca, in questa voce corale, quella delle persone con disabilità complessa che abitano la casa, e annotiamo questo dato non come nota a margine di una mancanza operativa ma come un’indicazione per tutti noi a lavorare con sempre più coraggio nella strada di dare espressione e voce diretta alle persone con disabilità, di riconoscere in modo autentico il loro essere adulti a prescindere dalla complessità e gravità del deficit; è un percorso oggi ancora molto embrionale ma, se siamo consapevoli dell’importanza, allora questa deve diventare un’area di investimento e impegno per il futuro.

Infine, abbiamo voluto accostare alla storia “genovese” una parte di uno scritto (la versione integrale la trovate sul sito www.accaparlante.it) di Chiara Buarelli, educatrice e coordinatrice di servizi per persone disabili a Pesaro. Storie diverse per nascita e sviluppo e molto simili per i nodi che affrontano: il senso dell’accompagnamento nelle diverse fasi della vita, la capacità di stare in ascolto e mostrare rispetto, il senso del limite dei propri interventi, il “servizio” come “casa”.

Per questo le abbiamo volute in dialogo e le proponiamo in una lettura intrecciata.

Un posto sicuro

Noi come gruppo siamo insieme dal 2000. Per tutti il pensiero era il domani. Mio figlio frequentava un centro diurno da quando aveva 16 anni ma il pensiero era sempre il domani. Quando è uscito questo progetto a me è sembrato rappresentare il futuro migliore per nostro figlio.

Piano piano è cresciuta anche un’amicizia tra noi, ho conosciuto delle persone che poi sono diventate mie amiche mentre prima ero sempre chiusa in casa. 

Per me è sempre stata una festa venire in associazione.

Il futuro è questo, io adesso lo vedo. Dobbiamo pensare a come fare per migliorare, contribuendo anche noi nell’andamento della struttura perché questo è un periodo di rodaggio (è un anno che la casa è aperta) e anche se ci sono delle cose che vanno migliorate, delle questioni che vanno valutate, nell’insieme sono contentissima.

È una sensazione bella perché sappiamo che qualunque cosa possa succedere i nostri figli sono in un posto sicuro, anzi meglio: sono in una casa, perché questa è la loro casa non è una struttura.

Silvana, mamma di Brunetto

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