È facile riempirsi la bocca di parole significative che raccontano di progetti, di ideali, di integrazione, che spiegano come si dovrebbero fare le cose, che indicano i passi per valorizzare le differenze e produrre un incontro tra le diversità.

È facile soprattutto perché ti permette di stare lontano dal campo di azione, non sporcarti le mani, non preoccuparti del quotidiano. È facile e spesso assolutamente inutile.

Perché le idee, raccontate con le parole, hanno davvero forza solo quando mettono radici e, quindi, permeano il contesto, quando si radicano in quel preciso terreno e attingono alle stesse risorse, respirano la medesima aria che respirano gli altri attori che lì agiscono e vivono.

Credo che sia per questo che l’Arsenale dell’Incontro di Madaba in Giordania, progetto nato all’interno della storia del Sermig di Torino (www.sermig.org), funziona.

Non sono solo parole ma fatti concreti.

“L’alto tasso di persone con disabilità fisiche o mentali (1 ogni 10 abitanti) è infatti una grave piaga che affligge tutta la società giordana, rendendo difficile l’inserimento sociale di una larga fascia di giovani, sia cristiani che musulmani. In un Paese dove è in corso il processo di modernizzazione sono ancora poco diffuse le tecniche di assistenza e riabilitazione delle persone disabili, che a volte sono ancora emarginate. Da qui la decisione di continuare a operare a fianco di questo tessuto più debole della società giordana”.

La struttura è operativa dal 2007 e si pone l’obiettivo di essere luogo di incontro tra persone di diversa provenienza religiosa e sociale. Per fare questo non si presenta come centro culturale ma come luogo di assistenza e apprendimento. L’Arsenale, infatti, offre a bambini e ragazzi con disabilità percorsi scolastici, di recupero psico-motorio e riabilitazione fisica e laboratori informatici e audiovisivi. Le diverse attività sono organizzate e gestite da un gruppo di responsabili del Sermig e da circa un centinaio di volontari giordani che mettono a disposizione tempo e competenze per la realizzazione del progetto.

Questa dimensione assistenziale ed educativa è alla base di un obiettivo più grande: creare occasioni di incontro e relazione tra persone di differente provenienza culturale, sociale e religiosa. In particolare le famiglie con figli disabili che sperimentano un isolamento sociale, favorito dalla vergogna che accompagna la presenza della disabilità. 

Ciò che succede all’interno dell’Arsenale dell’Incontro è, allo stesso tempo, semplice e complesso.

Semplice perché si tratta di relazioni e complesso, per lo stesso motivo.

In effetti, mettere al centro di un lavoro per l’integrazione le relazioni, è abbastanza scontato; forse lo è meno dove le relazioni tra culture religiose diverse sono piuttosto complicate.

In questo caso c’è un fattore in più, la disabilità e c’è un modo specifico di affrontare l’argomento. 

Il problema disabilità diventa una risorsa, le persone con disabilità non sono più il problema bensì la soluzione ad esso.

“L’Arsenale dell’Incontro è una casa che accoglie, dotata delle strutture idonee a offrire tutti i servizi necessari all’educazione e alle cure dei bambini disabili… Organizza attività scolastiche e terapeutiche per i bambini, con l’ausilio di personale specializzato e di tecniche e attrezzature moderne.
Propone momenti di aggregazione dove i giovani si avvicinano ai diversamente abili e alle loro famiglie per contribuire a ricreare un tessuto solidale attorno ai più deboli e realizzare una comunità dove non ci sia “distanza” tra chi accoglie e chi viene accolto, dove l’incontro sia autentico e contribuisca a superare differenze e pregiudizi, dove “il bene sia fatto bene”, con pieno rispetto dell’altro promuovendo, giorno per giorno, una mentalità nuova di accoglienza”. 

La stessa disabilità diventa, allora, luogo di incontro, non per un confronto pietistico, ma come occasione per condividere esperienze, paure, difficoltà che annullano le distanze e permettono il superamento di pregiudizi. Di tutti i pregiudizi, quelli legati ai deficit ma anche quelli religiosi o culturali. Prendersi cura del proprio figlio e, allo stesso tempo, della propria famiglia, delle altre che si incontrano, in fine di una nazione e di una cultura intera.

Mentre scrivo questo penso a quanto il nostro paese avrebbe da imparare da esperienze come queste. Non voglio essere retorico ma il pensiero che porta a considerare una persona disabile non come il problema da risolvere – a scuola, nel lavoro, in famiglia, nei servizi – ma come la soluzione e la risorsa sulla quale investire – a scuola, nel lavoro, in famiglia, nei servizi – è l’unico pensiero vincente, sia se ragioniamo rispetto allo sviluppo di una cultura dell’integrazione sia se ci riferiamo a una dimensione economica.

Investire nelle persone, nelle relazioni, nei contesti, favorendo l’autonomia e l’autodeterminazione, di tutti.