a cura di Giovanna Di Pasquale

Intervista a Luca Cenci e Tristano Redeghieri

Come nasce il laboratorio
L’idea del laboratorio nasce dalla convinzione che il corpo sia uno dei maggiori strumenti per relazionarsi con gli altri. Essendo un insegnante Isef specializzato nell’attività motoria per bambini da 0 a 5 anni uso molto il corpo per relazionarmi con il bambino, proponendo giochi e attività attraverso il contatto fisico. Nel lavoro che svolgiamo qui in Cooperativa Accaparlante, l’obiettivo è quello di “portare fuori” la disabilità non solo con contenuti teorici, ma attraverso il protagonismo attivo delle persone disabili. In questo senso è fondamentale essere il più possibile consapevoli del rapporto che si ha con il proprio corpo che, spesso, nella persona disabile è un corpo non consono ai canoni riconosciuti e convenzionali. (T)

La consapevolezza poi è una conseguenza della conoscenza, senza conoscenza non si può parlare di consapevolezza né tanto meno di accettazione. Avevamo l’esigenza di capire, soprattutto per le persone più giovani (all’inizio il laboratorio era nato per loro) che rapporto avessero con il proprio corpo. Nel lavoro quotidiano infatti il corpo era nominato solo in funzione dell’attività di fisioterapia o per la gestione delle routines della vita quotidiana (lavarsi, vestirsi, mangiare..) (L)

La presentazione del percorso non è stata così difficile. Neanche noi sapevamo dove saremmo arrivati. Siamo partiti descrivendo l’idea di fare un laboratorio sul corpo, anche in modo blando. Con il prosieguo del lavoro, nel gruppo si è creato un clima di un certo tipo, un’intimità di un certo tipo che ha dato vita a un ambiente protetto che ha reso possibile lavorare in profondità su tutto il resto. In questo senso la presentazione non è stata una parte fondamentale perché siamo partiti sperimentando insieme a loro. Non abbiamo detto che avevamo già degli obiettivi definiti da raggiungere o standard a cui uniformarci, abbiamo solo detto: iniziamo raccontando il nostro corpo poi vediamo fino a dove possiamo spingerci.(L)

Abbiamo presentato questo percorso cercando di fare capire quanto è importante il corpo nella relazione, quanto si usa per relazionarsi con gli altri, facendo esempi tratti dalla quotidianità. Uno degli obiettivi era quello di fare acquisire maggiore consapevolezza del proprio corpo e di come lo si usa nei vari contesti, se e quanto lo si usa.
Il laboratorio sul corpo è stato inevitabilmente un laboratorio con il corpo, in cui giochi, situazioni, ecc. venivano provati sulla propria pelle. È stato una sorta di reincontro con il proprio corpo, corpo che – dalle parole delle persone coinvolte – non incontrano spesso.
Non l’incontrano né lo conoscono. (T)

Le aspettative
Non avevo delle aspettative già definite, il laboratorio è stato costruito in base all’andamento del percorso stesso, volta per volta decidevamo su cosa puntare cercando un collegamento fra gli incontri per dare continuità al percorso. Anche i partecipanti, per me, non si aspettavano niente di specifico però è emersa da subito una grande curiosità per dove si sarebbe arrivati. Per molti aspetti la stessa cosa vale per noi.
Quando ci rendevamo conto che saltava fuori qualcosa di interessante, abbiamo cercato di seguirlo sempre nel rispetto dei tempi delle persone e facendoci aiutare anche da esperti L’arma vincente di questo percorso è stato il tempo lungo in cui è stato articolato, tempo che è stato dilatato quando gli elementi che emergevamo avevano bisogno di essere ripresi e approfonditi. Non si è trattato di una lezione dopo l’altra, ma di nuclei tematici che si sono sviluppati per tutto il tempo che noi, ma anche i partecipanti, abbiamo ritenuto necessario in funzione della rielaborazione di quanto avveniva negli incontri. Essere in un luogo protetto ci ha permesso di lavorare anche sull’intimità del corpo. (T)

Le aspettative erano quelle che si hanno di solito quando cominciamo un laboratorio, perché quella sul corpo non è l’unica attività laboratoriale che la Cooperativa propone. I partecipanti quindi si aspettavano di fare al mercoledì attività incentrate sì sul corpo, ma sempre con lo stile e il metodo già sperimentati da loro stessi in tanti altri laboratori.
Di diverso c’era la curiosità verso una tematica totalmente sconosciuta soprattutto per le persone che abbiamo scelto di coinvolgere. La selezione non è stata casuale, abbiamo molto riflettuto su chi coinvolgere per il lavoro che andavamo ad affrontare. Conoscendo molto bene il gruppo, ci siamo orientati verso i più giovani e verso chi, tra i più maturi ci sembrava avere più blocchi in questa area.
Anche per quanto riguarda le mie aspettative mi sono sentito molto vicino a quelle del gruppo, ero molto curioso ma del tutto ignaro del potenziale che poteva avere un laboratorio di questo tipo e non mi aspettato certo di arrivare a trattare di temi personali, intimi e anche molto belli, che invece sono riusciti a emergere. (L)

Il percorso
Il laboratorio è stato realizzato su tre anni con l’obiettivo generale di lavorare sulla consapevolezza della percezione di sé. Conosco il mio corpo? Quanto lo conosco? Come lo uso nei vari contesti, se lo uso?
Per partire abbiamo chiesto aiuto a esperti, in particolare a un’amica psicologa. Con lei ci confrontavamo su quanto, volta per volta, veniva fuori dagli incontri per mirare meglio gli incontri successivi. Questo monitoraggio ha permesso di individuare anche obiettivi specifici legati alla reale immagine di sé, al ruolo dello sguardo degli altri come mediatore nell’immagine di sé. Ci siamo accorti che i più giovani riportavano nelle parole con cui si descrivevano molto della visione dei genitori che, in alcuni casi, era molto lontana da quanto si vedeva nello specchio. Altro obiettivo specifico è l’uso del corpo in un contesto di lavoro o di attività o nello sport.
Le persone con disabilità conoscevano molto bene il loro corpo dal punto di vista fisioterapico, cosa funziona, cosa non funziona ma non sapevano cosa fa piacere o non piacere sul loro corpo.
Il terzo anno abbiamo lavorato sul corpo come piacere e non piacere, come corpo capace di dare e ricevere piacere e benessere, per esempio attraverso il massaggio, il tocco con acqua calda e fredda, la memoria di gesti motori come “stirarsi” la schiena che possono essere rifatti anche nella quotidianità da soli o, se non si riesce, chiedendo aiuto a qualcuno.
Uno degli esperti che hanno collaborato con noi in questo terzo anno ha detto una frase: “È lecito che io non mi muova ma è lecito che qualcun altro mi muova, perché questo mi faccia stare bene”. Questa frase l’abbiamo poi ripresa tante volte nel corso del laboratorio.
È stato un percorso legato alla consapevolezza e di conseguenza anche all’autostima, perché il nostro corpo parla e non è solamente usato. Negli scritti delle persone disabili seguiti agli incontri dedicati al massaggio questo corpo parlava del benessere che avevano provato, delle emozioni belle e positive che avevano provato. (T)

Il primo anno si è trattato di giochi con il corpo: iniziamo giocando, proviamo a vedere come riesce a muoversi il nostro corpo, quello che possiamo fare e quello che non possiamo fare.
Il secondo anno è stato molto incentrato sulla conoscenza del sé, dei limiti e delle possibilità, ciò che il mio corpo può fare o non può fare, sa fare o non sa fare. Avere un limite non significa non poter fare niente, su questo abbiamo costruito la parte finale del percorso cercando strategie e adattamenti, costruendo anche piccoli ausili in maniera semplice e giocosa che potessero aiutare a compiere gesti come portare una tazzina di caffè. La cosa più difficile è stata per tutti riconoscere i limiti e le difficoltà. Una volta preso atto di ciò, si è potuto cominciare a ragionare su come si può fare per raggiungere un obiettivo in un altro modo, un aspetto questo centrale nella disabilità. Nel terzo anno abbiamo deciso di sperimentare ciò che piace al mio corpo e ciò che non piace, attraversando il tema del piacere e dei rapporti fra corporeità, emozionalità, sessualità. Spesso in famiglia o nelle strutture i momenti dedicati al corpo sono frettolosi o meccanicamente finalizzati al lavarsi, mentre noi sappiamo che una doccia, ad esempio, è anche un momento di rilassamento, benessere in cui scelgo quanto stare sotto l’acqua, la temperatura, ecc. Ecco queste scelte spesso non sono possibili per le persone disabili.
Questo ultimo anno è stato quello più delicato dal punto di vista emotivo perché parlando di piacere si è arrivati a parlare di cose molto personali in un clima intimo e protetto dove si poteva parlare senza la paura di essere giudicati. Un ragazzo che ha una disabilità acquisita, dopo alcuni massaggi ha cominciato a raccontare di quando da bambino ha iniziato a perdere l’uso delle gambe. È un avvenimento di tanto tempo fa e questo ragazzo che lavora con noi da parecchi anni non aveva mai parlato francamente di quel passaggio delicatissimo per lui. Un’altra ragazza per la prima volta ha voluto parlare della sua unica esperienza sessuale vissuta a vent’anni, questo per lei è stato non solo importante ma anche, sono le sue parole, “bellissimo che mi sia tornata in mente quell’emozione”.
C’era chi il primo anno faceva fatica ad accettare il contatto con noi ma anche il contatto con il proprio corpo, che in alcuni casi coincideva con la carrozzina. In un’attività fatta davanti allo specchio in cui descrivere il proprio corpo, molti parlavano di un tutto unico: io sono seduto sulla mia carrozzina, la carrozzina è il mio corpo. Fondamentale invece distinguere e separare, imparare e sperimentare che si hanno le gambe, la schiena, i piedi che per molti dei partecipanti erano parti del corpo completamente sconosciute.
Una delle ragazze più giovani che era venuta in Cooperativa con l’obiettivo di scrivere sui film, sull’arte, sulle cose che più la interessavano non voleva essere coinvolta in nessuna attività che comportasse il contatto corporeo. È entrata, quindi, in questo laboratorio con moltissime remore e preoccupazioni. L’ultimo anno era lei che richiedeva di essere tolta dalla carrozzina e messa a terra e aveva fiducia in come gli altri si avvicinavano a lei, anche perché la sua maggiore consapevolezza le permetteva di guidare e di indicare come fare gli spostamenti e i movimenti.
Questo anche in una prospettiva di vita adulta può significare essere capace di dare indicazioni a figure esterne alla famiglia su come gestire i momenti fondamentali della quotidianità. (L)

Il ruolo dei conduttori
Io ero molto in difficoltà nell’ultimo anno al momento della condivisione. Il livello di profondità toccato ha messo in moto in noi conduttori una sorta di attesa implicita di dover andare sempre più in profondità. Era come se non ci bastassero commenti generici ma avessimo bisogno di riflessioni e descrizioni sempre più dettagliate. Un’aspettativa sbagliata, come ho capito a posteriori, che andava a contrastare il rispetto dell’intimità di ciascuno, il nostro essere persone che hanno voluto condividere emozioni anche forti ma che hanno diritto di scegliere quando fermarsi, e di dire tanto ma non tutto. Questo limite rafforza e non indebolisce la qualità della relazione nel gruppo in quel contesto.
Per noi il ruolo dell’educatore è quello di proporre delle possibilità che si possono sperimentare anche fuori di qui, ma questo sta alla persona, alla sua famiglia, al contesto che c’è intorno, ai servizi. Soprattutto sta all’individuo andarsele a prendere queste possibilità. Ovviamente questo può spaventare anche molto, le famiglie in primis, ma anche le persone con disabilità stesse che vengono a chiedere: “Ma perché dobbiamo parlare del piacere del corpo quando fuori di qui questo piacere non lo sperimentiamo mai?”.
Questa è una delle parti che più mi ha messo in difficoltà. (L)

Io avevo un’aspettativa alta verso le persone “più vecchie” che vengono qui da più tempo, di loro non mi bastava il dire un sì o un no ma cercavo di tirare fuori le loro motivazioni sul fatto che una determinata cosa fosse bella o brutta, e per questo facevo a volte domande troppo dirette. La paura è stata quella di superare il limite nonostante pensassi molto prima di chiedere ancora. Mi rendo conto adesso che avevo bisogno di capire se questo percorso avesse smosso qualcosa in loro, perché a volte mi sembra che siano abituati a dire va tutto bene o va tutto male, ma faticano a esprimere i motivi interni di questo pensiero. Queste difficoltà sono state però anche quelle che hanno portato le maggiori soddisfazioni, sentire le persone contente ed emozionate per aver fatto emergere, anche attraverso l’aiuto delle domande che facevo, sensazioni nascoste o dimenticate mi ha dato una grande soddisfazione. Siamo riusciti perché ci siamo dati i giusti tempi per la rielaborazione e perché nessuno è stato mai obbligato a parlare. Abbiamo condiviso il tempo del silenzio e l’imbarazzo che spesso ne nasce. Anche questo per me è stato utile perché l’imbarazzo è un’emozione viva.
Un altro aspetto difficile per me è stato pensare che stavamo percorrendo un terreno di esperienze che fuori, nella vita di tutti i giorni, non trovano spazio o non vengono recepite. Mi sono domandato spesso “E adesso cosa succede? Fuori di qui cosa succede? Creo più frustrazione o più giovamento?”. E infatti questo è stato uno degli argomenti con i genitori, affinché non fosse un percorso solo fine a se stesso. (T)

Il coinvolgimento delle famiglie
Durante gli incontri del laboratorio le famiglie sapevano, ma non sono state direttamente coinvolte. Lo sapevano dalle richieste che facevamo loro rispetto all’abbigliamento più adatto o altre cose simili di tipo pratico, lo sapevano da quello che i loro figli raccontavano tornando a casa. Erano molto curiosi e quasi in attesa di sapere… Ci è sembrato giusto quindi coinvolgere in un qualche modo anche loro.
Alla fine c’è stato un momento, importante, di restituzione dell’esperienza nella globalità per comprendere meglio insieme cosa è stato questo percorso che ha fatto tornare a casa i loro figli a volte esaltati, sempre molto coinvolti emotivamente. Abbiamo raccontato loro cosa succedeva in quella stanza un po’ misteriosa dove il gruppo si trovava e lavorava per tre ore. Un racconto non semplice e non lineare perché dare voce ad attività che muovono sensazioni ed emozioni è molto difficile.
Nel laboratorio poi sono emersi ricordi e racconti molto intimi e anche dolorosi o emozionanti; questo è potuto accadere per il clima intimo e la promessa di riservatezza che era implicita. Nel raccontare ai genitori, quindi, abbiamo voluto rispettare questo tratto e abbiamo scelto insieme alle persone disabili cosa dire e restituire ai genitori, e anche a un pubblico più grande come possono essere i lettori di una rivista e cosa invece continuare a tenere protetto. Anche da parte dei genitori nell’ascolto delle parole dei loro figli o nella visione di alcuni spezzoni di attività c’è stato grande coinvolgimento e grande commozione, un rispetto direi, nell’impatto con un’immagine anche inedita delle persone che sono i loro figli. (L)

La scelta di non coinvolgere direttamente i genitori è stata anche dovuta dalla necessità di non farsi mettere dei paletti in maniera anticipata. Come già si è detto, per noi il ruolo di educatori è legato a costruire più occasioni possibili con e per le persone, una sorta di palestra dove provare direttamente in prima persona per poi, se si vuole e si riesce, continuare nella quotidianità.
Con questa scelta le persone con disabilità sono state protagoniste anche nel racconto con i propri genitori, hanno deciso se avevano voglia di raccontare e, quando lo hanno fatto, è stato con le loro parole. È stato anche un modo di rinnovare la relazione con i genitori con argomenti nuovi che toccano la dimensione del corpo e anche l’essere adulti, le scelte, gli imbarazzi, le emozioni. (T)

Pensieri per non concludere
Tempo e continuità: il tempo del laboratorio era sacro. Nonostante i mille altri impegni o richieste, il mercoledì mattina tutto il gruppo era al laboratorio, punto. Non esisteva niente che potesse intralciare. Non mettere pause in mezzo è stato fondamentale per non rompere quella sorta d’incantesimo costruito settimana per settimana.
Un percorso come questo tocca corde molto sensibili: è d’obbligo farsi aiutare da chi è esterno e da chi ha competenze più specifiche. Noi siamo educatori con una formazione di un certo tipo, dentro al laboratorio gli esperti non c’erano ed eravamo noi due a gestire questo turbinio di sensazioni ed emozioni. C’era paura, e c’era anche la voglia di poter dare risposte, ma noi non siamo tuttologi. Non è un’esperienza che puoi fare senza il supporto di altri più specializzati e senza una rete di confronto esterna data dai colleghi e dalla supervisione.
Noi come Cooperativa lavoriamo molto sul ruolo attivo della persona con disabilità. Ma il corpo ha veramente un ruolo quando io sono con me stesso e con gli altri? Ne parliamo tanto ma poi dobbiamo anche utilizzarlo questo corpo. Un’attività molto bella è stato quando nell’ultimo incontro le persone disabili hanno assunto il ruolo di massaggiatori e ci hanno massaggiato con tutte le loro difficoltà e con modi personalizzati per riuscire a farlo.
Dopo tre anni di percorso c’erano quelle condizioni di fiducia nell’altro e di confidenza nel proprio corpo per cui è stato possibile per le persone disabili assumere un ruolo attivo nel dare piacere agli altri e provare per questo grande soddisfazione. Anche il corpo disabile può avere un ruolo attivo nella relazione con gli altri, relazione che ci ha fatto vivere l’esperienza rara e preziosa di essere alla pari da un punto di vista esistenziale per il coinvolgimento emotivo che, al di là dei ruoli professionali e istituzionali, ha toccato tutti noi. (T) (L)

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