“Quando un disabile ha una percezione equilibrata e di accettazione della propria situazione, più facilmente è portato a credere che gli altri lo guardino perché si incuriosiscono di alcune cose, ad esempio della protesi, della carrozzina, dei suoi movimenti, della deambulazione particolare; se invece egli rifiuta la sua menomazione o se ne vergogna, tenderà a percepire la curiosità degli altri in modo umiliante, pensando di essere considerato in maniera negativa, con disprezzo e pietà. […] Nel sentirsi guardata la persona sembra acquistare un ruolo passivo di ‘centro’, di bersaglio. In questa situazione la relazione con l’altro diventa asimmetrica: ‘io ho vergogna di me davanti allo sguardo dell’altro’ (Sartre 1943): guardare significa possedere, il soggetto decade a oggetto.
Come prima conseguenza l’Io e le sue qualità diventano evidenti ed enfatizzate, assumono un risalto particolare nel campo della coscienza.
[…]
L’handicappato vive il proprio aspetto come una apparenza negativa, centro di un’attenzione che non può evitare né modificare immediatamente: in generale egli si sente ‘ferito’ dagli sguardi e cerca di sottrarsi a quel particolare tipo di attenzione in cui si sente considerato come un corpo minorato, piuttosto che come una persona. Il corpo non è più un ‘io sono’, che ha autonome possibilità espressive e comunicative, ma è scaduto a livello di un ‘oggetto esposto al mondo’, di cui gli altri dispongono.
Lo sguardo può anche essere considerato un atto incompiuto che costituisce la fase preliminare di una relazione; in questo senso lo sguardo rientra nel contesto della comunicazione non verbale, come inizio di una organizzazione e trasmissione di significati che si realizza tramite il veicolo semantico.
[…]
La persona handicappata, ‘centrata’ dagli sguardi prolungati o furtivi, conclude: sono diverso, il mio corpo non è una ‘modulazione esteriore’ di una libera e personale intimità, ma è un ‘corpo oggetto’, il corpo che ho, anziché il corpo che sono.
Ma il corpo non è soltanto strumento di comunicazione verso l’esterno, il corpo è anche il custode del mio segreto personale, esso racchiude e difende la mia intimità”.
(Estratto da Il corpo che ho, anziché il corpo che sono. Il disabile di fronte allo sguardo degli altri  di Gianni Selleri)

Tante volte noi educatori ci siamo chiesti se i nostri colleghi disabili conoscono il loro corpo e come lo usano nei vari contesti in cui si trovano. Tante volte ci siamo domandati se i nostri giovani disabili sanno di avere un corpo e se quel corpo, per loro, è anche veicolo di relazione. Relazione che nel nostro lavoro è fondamentale. Ma come si fa a costruire relazioni con il corpo se non lo si conosce o si ha paura di usarlo? Per rispondere a questi interrogativi noi educatori abbiamo deciso di promuovere un laboratorio sul corpo. Ci siamo dedicati alla consapevolezza della percezione di sé cercando, con le attività proposte, di acquisire una presa di coscienza del proprio corpo partendo da una verifica delle immagini del sé. 

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